Questo matrimonio non s’ha da fare
Il
31 Luglio 2003 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha diffuso un
documento intitolato Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle
unioni tra persone omosessuali. Ve lo proponiamo con alcune riflessioni e
commenti.
Sommario
Il testo integrale del documento
Natura e caratteristiche irrinunciabili del matrimonio
Atteggiamenti nei confronti del problema delle unioni omosessuali
Argomentazioni razionali contro il riconoscimento legale delle unioni omosessuali
Comportamenti dei politici cattolici nei confronti di leggi favorevoli alle unioni omosessuali
L’Unione Europea va nella direzione opposta
Le reazioni dei politici italiani
I gruppi di omosessuali credenti italiani: «Anche il vaticano, quando fa politica, può sbagliare»
Nuova Proposta: «Nociva è la mancanza di carità»
In Vaticano odiano solo i gay felici
L’intervento di due esponenti di spicco del mondo cattolico
Il parere di un cristiano «normale»
Un linguaggio che ferisce: lettera aperta alla Gerarchia cattolica
Proteste anche dal profondo Nord Ovest del Brasile
Una proposta che si è trasformata in realtà
1. Diverse questioni concernenti l'omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede.(1) Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell'ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l'abilitazione all'adozione di figli. Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l'attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema.(2) Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.
2. L'insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità.(3) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.
3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi. In primo luogo l'uomo, immagine di Dio, è stato creato «maschio e femmina» (Gn 1, 27). L'uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall'altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono. Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l'esercizio della facoltà sessuale. «Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24). Infine, Dio ha voluto donare all'unione dell'uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l'uomo e la donna con le parole: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell'istituzione del matrimonio. Inoltre, l'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell'alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9).
4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, «precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati».(4) Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali «sono condannate come gravi depravazioni... (Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati».(5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli (6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica. Secondo l'insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».(7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.(8) Ma l'inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata»(9) e le pratiche omosessuali «sono peccati gravemente contrari alla castità».(10)
5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l'equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all'adozione di figli. Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l'uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall'approvazione o dalla legalizzazione del male. In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza.
6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.
Di ordine relativo alla retta ragione
Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale,(11) ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza.(12) Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona.(13) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell'istituzione matrimoniale, all'unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un'istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio. Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell'ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell'intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell'uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse «svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume».(14) Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l'oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell'istituzione matrimoniale.
7. Di ordine biologico e antropologico.
Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni. Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L'eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana,(15) non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza. Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita. Come dimostra l'esperienza, l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all'interno di queste unioni. Ad essi manca l'esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell'ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l'interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.
8. Di ordine sociale.
La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un'istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l'essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l'unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri. A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia.(16) Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto. Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un'altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.
9. Di ordine giuridico.
Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l'ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell'ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune. Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.(17)
10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale. Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell'Enciclica Evangelium Vitae, «potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica», a condizione che sia «chiara e a tutti nota» la sua «personale assoluta opposizione» a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento.
11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma - Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede
3 Giugno 2003 - Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri
Joseph Card. Ratzinger - Prefetto
Angelo Amato SDB. – Segretario
(1) Giovanni Paolo II, Allocuzioni in occasione della recita dell'Angelus, 20 febbraio 1994 e 19 giugno 1994; Discorso ai partecipanti dell'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 24 marzo 1999; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359, 2396; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8; Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986; Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d'Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Famiglia, matrimonio e « unioni di fatto », 26 luglio 2000, n. 23.
(2) Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 4.
(3) Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 48.
(4) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.
(5) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8.
(6) Si veda, ad esempio S. Policarpo, Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino, Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora, Supplica per i cristiani, 34.
(7) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10.
(8) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12.
(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358.
(10) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2396.
(11) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 71.
(12) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 72.
(13) S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2.
(14) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 90.
(15) Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22 febbraio 1987, II. A. 1-3.
(16) S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 63, a. 1, c.
(17) Occorre non dimenticare inoltre che sussiste sempre «il pericolo che una legislazione che faccia dell'omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992, n. 14).
(18) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 73.
Ha provocato divisioni anche all'estero il documento del Vaticano che dice no alle unioni omosessuali. Il duro monito è arrivato con una singolare coincidenza nel giorno in cui Tel Aviv autorizzava le unioni omosex. Negli Stati Uniti la questione sta diventando spinosa. Se ne parla da giorni sull'onda di quella che sembrava «la stagione dei gay». La discesa in campo del presidente americano ha arroventato l'atmosfera e pare che peserà addirittura sulle elezioni presidenziali del 2004. Bush che ha pronunciato parole in grande assonanza col Vaticano 24 ore prima del documento della Santa Sede, ha fatto sapere che quello dei matrimoni omosessuali è «un principio sul quale il presidente non transigerà più». In Argentina proprio due settimane fa è stato celebrato il primo matrimonio omosex dell'America Latina. In Europa, il documento ha scatenato un coro di proteste in Germania, tra politici di diversa colorazione. L'esponente Cdu Juergen Ruettgers, capo dei cristianodemocratici in Nord-Reno-Vestfalia ha detto: «Io sono un cattolico praticante. Ma non è mio compito come politico dire alla gente come deve vivere». E se la Chiesa cattolica tedesca ha approvato il documento del Vaticano, il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Magonza, Karl Lehmann, ha osservato che gli omosessuali non vanno in alcun modo discriminati. Tutto questo mentre il Parlamento europeo e il Consiglio d'Europa si sono pronunciati a favore della legalizzazione delle unioni civili omosessuali. Per i cittadini dell'Ue parlano però i dati di un sondaggio della Eos Gallup. Il 57% dei cittadini dell'Unione europea è favorevole ai matrimoni omosessuali, a fronte di un 39% contrario. Ma i matrimoni omosex non piacciono al 52% degli italiani. Fra i Quindici, i paesi del sud sono più contrari ai matrimoni gay di quelli scandinavi.
Il Manifesto, 31 Luglio 2003
Lo Stato non è la Chiesa. Questo è un fatto. Più difficile è affermare che il matrimonio, così come ce lo affida l’esperienza di tutti i tempi nella nostra civiltà, possa essere pensato uguale a un’unione fra persone dello stesso sesso. Eppure credo che esista uno spazio stretto ma sufficiente, nella totale differenza dei giudizi sui costumi, per un rispetto reciproco delle opposte prese di posizione intorno al tema arduo della sistemazione sociale delle relazioni omosessuali. Voglio dirlo subito e con determinazione: non considero affatto una ingerenza negli affari di uno Stato moderno l’esortazione della Chiesa cattolica ai parlamentari che apertamente si proclamano cattolici perché non favoriscano la definizione di una legge tesa a codificare le unioni fra omosessuali. In tutto il mondo democratico si riconosce non solo a leader religiosi ma anche a filosofi e ideologi, autorevoli pubblicisti e perfino a personaggi dello star system il diritto di esortare gli esponenti politici alla coerenza con i valori in cui affermano di riconoscersi. Tutto il movimento pacifista ha chiesto e continua a chiedere a partiti e simpatizzanti scelte geopolitiche in sintonia con il rifiuto della guerra.
Non c’è un passo in questo pontificato che non sia rigorosamente fedele a una visione del mondo contraria a ogni modifica della morale sessuale. In Occidente c’è una leadership religiosa che condanna, da Roma, il fondamentalismo islamico e tenta di spezzare la saldatura fra il momento fideistico e il momento politicamente estremista fino al terrorismo. Questa leadership è intransigente sui temi del costume e della interpretazione cristiana della vita, fino al rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia e alla difesa dell’embrione, all’ostilità verso le misure anticoncezionali. Questa è la situazione, scomoda per chi vorrebbe applaudire un solo Wojtyla, quello che politicamente condivide.
Altro è il discorso dal punto di vista dello Stato moderno, anzi degli Stati moderni. Essi sono antipedagogici nell’etica sessuale e impegnati allo stesso tempo nella tutela di ogni minoranza. Dal punto di vista della premura statale in materia di assistenza sociale, di previdenza, di convivenza e di sistemazione economica degli assetti ereditari, c’è una minoranza in Italia e in quasi tutto il mondo, sulla quale pesa un mancato riconoscimento legale dei suoi percorsi di vita, dall’abitazione in coppia alla costruzione di un mesocosmo fra gente che si ama, alla definizione di un futuro uguale a quello degli altri anche nella vecchiaia e nelle malattie. Non c’è straniero nel mondo più straniero di un omosessuale. Per lui è più difficile che per un clandestino vivere come gli altri e fare tutto ciò che la legge potrebbe consentire a lui come consente agli altri. La legalizzazione delle unioni omosessuali può essere, dal punto di vista statale, una formula per assicurare spazi di uguaglianza a moltitudini (sono molti milioni nel mondo) che per complesse ragioni vivono oggi in modo diseguale. Almeno questa è la convinzione di una parte di coloro che non hanno doveri di coerenza religiosa in materia.
C’è poi un altro tema, assai più arduo: l’esigenza, non soltanto religiosa ma anche civile, di garantire una posizione centrale alla famiglia che si usa definire naturale. Senza questa famiglia oggi il collante sociale in Italia sarebbe quasi inesistente. L’amore è una cosa misteriosa. Dovrebbe essere la pietra angolare delle famiglie. Talvolta lo è meno nelle famiglie naturali che nelle coppie omosessuali. Sarebbe bene, molto bene che, da questa difficile discussione, aperta con il nuovo documento vaticano, venissero comunque alla fine soltanto spunti per capirsi e amarsi di più, non di meno, noi, legalmente riconosciuti e loro, così precari, per ragioni di legge e per ragioni di morale dominante.
C’è stato più di un Santo, nella Chiesa, che il suo tempo considerò omosessuale e che fu certamente casto. Non spetta allo Stato però chiedere ai suoi cittadini di essere sempre casti, spetta trattarli tutti da cittadini. Come? Sta al legislatore stabilirlo, e giudicare se e quando definire forme di legalizzazione o almeno di sistemazione sociale delle unioni omosessuali. I cattolici hanno poi tutto il diritto di esprimere le loro rigorose convinzioni in materia, come l’hanno tutti gli altri, sia per favorire una diversa sistemazione della legge, sia per osteggiarla. Il di più in accanimento può solo scavare altri fossati e di conseguenza creare altre emarginazioni.
Gaspare Barbiellini Amidei, Corriere della Sera, 31 luglio 2003
Il documento del cardinale Ratzinger che invita i politici cattolici a opporsi alle norme che legalizzano le unioni omosessuali sta animando il dibattito mondiale. E provoca spaccature più profonde nei Paesi dove la discussione era già in corso. Come gli Stati Uniti, dove i cattolici repubblicani sono schierati con il Pontefice mentre quelli di area democratica prendono le distanze. E il Canada, dove un premier cattolico ha appena aperto ai matrimoni gay.
Negli Usa l’appello del Papa segue la presa di posizione della Casa Bianca: Bush «è fortemente intenzionato a proteggere la santità del matrimonio e a difendere un sacro vincolo che egli pensa possa esserci soltanto tra uomo e donna». E qui, le opinioni sul come, divergono. Tra i conservatori, c’è chi vorrebbe imporre una legge valida per tutti gli Stati, ma c’è chi pensa addirittura a emendare la Costituzione introducendo il principio che «solo quello tra uomo e donna» può essere considerato matrimonio. Tra gli oppositori, scrive il Washington Post , il senatore Edward Kennedy, cattolico liberale, pensa che la Chiesa sia libera di decidere quello che crede riguardo ai temi religiosi, ma poi i parlamentari fanno le loro scelte nella vita politica.
Il Canada, dal canto suo, starebbe per seguire le orme di Olanda e Belgio. Ma anche qui il documento del Vaticano ha provocato forti polemiche, spaccando in due il mondo cattolico. Il primo ministro Jean Chretien pur essendo cattolico si dichiara favorevole alle nozze gay. E il vescovo di Calgary gli risponde: «Sembra non sapere cosa significa essere un buon cattolico». In Belgio, dove esiste una legislazione favorevole agli omosessuali, i cristiano-democratici si ribellano: «Non faremo passi indietro. - dice Pim Walenkamp - Il Papa farebbe bene a occuparsi di temi importanti come quelli che riguardano i Paesi poveri piuttosto che sindacare quello che le persone fanno in camera da letto». Nel Paese più cattolico del mondo, il Brasile, l’associazione gay di Bahia protesta: «Rinunceremo al battesimo». In Europa tutti i giornali hanno scritto sul documento di Ratzinger. E lanciato sondaggi online . In Spagna, il 53% dei lettori di El mundo dice sì alle nozze gay. In Francia, Le Figaro ha intervistato un consulente del Consiglio pontificio per le famiglie secondo cui il Vaticano «non getta discredito sull’omosessualità». Critico invece il quotidiano della sinistra francese Liberation.
Mariolina Iossa, Corriere della Sera, 31 Luglio 2003
Perplessità e imbarazzo (ma c´è chi esprime anche approvazione) fra i parlamentari italiani dopo la richiesta del cardinale Ratzinger ai politici che si identificano nella Chiesa cattolica di «votare contro le unioni omosessuali» perché nocive e di ostacolare anche «le adozioni per le coppie gay». Il documento, approvato dal papa, bolla come «gravemente immorale» la posizione dei parlamentari cattolici che favoriscano il riconoscimento morale delle coppie gay. Critici sul richiamo vaticano sono i parlamentari cattolici dell´Ulivo Giovanni Kessler e Giorgio Tonini, mentre entusiasta si dice il senatore dell´Udc, Ivo Tarolli.
«Sono perplesso su questi documenti che si occupano non tanto degli aspetti morali, ma della proiezione giuridica degli aspetti morali, - spiega il senatore Giorgio Tonini - La Chiesa ufficiale (altra cosa è la Chiesa popolare) ha un´ossessione dello Stato. È convinta che imponendo dall´alto l´etica, questa automaticamente diviene l´etica del Paese, non accorgendosi invece che l´etica va promossa all´interno della società, e non con un accordo politico».
«I credenti poi - continua Tonini - fanno sempre più fatica a comprendere il diverso atteggiamento della Chiesa sulle questioni etico sociali e su quelle etico private. Non si capisce questo intervento continuo sulle seconde». Quanto all´obbligo di voto ai parlamentari cattolici secondo i dettami del papa, Tonini risponde. «É un dovere dei laici cristiani, prima che un loro diritto, preservare sempre la loro autonomia di scelta. Questo è il grande insegnamento che ci ha sempre trasmesso De Gasperi. I laici hanno il dovere della mediazione. Il politico cristiano pecca se tradisce la sua autonomia laicale, non se segue gli ordini del papa. Anche perché l´effetto di questi proclami, è che si crea una competenza sbagliata fra chi è più fedele al papa, invece di ricercare delle soluzioni praticabili». Entrando nel merito della questione, Tonini ribadisce di essere contrario alle adozioni per le coppie gay, «ma non perché lo dice Ratzinger, ma per motivi pedagogici, per garantire entrambe le due figure, femminile e maschile».
Chi invece ha gradito molto il richiamo del papa è il senatore Ivo Tarolli. «Agevolare le coppie gay non fa parte del progetto politico di questo governo», dichiara Tarolli. «Io poi sono fedele al papa, alla dottrina cattolica. Obbedisco all´insegnamento, anche se poi in politica bisogna trovare le mediazioni necessarie. Comunque io seguo il papa: sono per il no alle coppie gay e alle adozioni per gli omosessuali».
Frena invece l´onorevole Gianni Kessler: «Non si può far finta che non esista la questione. Si tratta di regolamentarla. Quindi non è con un proclama che si risolve il problema. Bisogna entrare nel merito dei singoli punti e darvi una regolamentazione». Quanto al richiamo ai parlamentari cattolici di Ratzinger, Kessler risponde: «La Chiesa può benissimo avanzare delle richieste, come fa qualunque realtà organizzata. Starà però poi all´autonomia del Parlamento e dei parlamentari deliberare e regolamentare la questione».
Critici di fronte alle parole del Vaticano è invece Antonio Di Pietro («Mi rammarico per questa chiusura che si pone come antistorica e al di fuori delle norme del diritto internazionale»), i giovani comunisti che parlano di una nuova caccia alle streghe e i radicali, che hanno depositato alla procura della Repubblica di Roma un esposto contro lo Stato della Città del Vaticano.
Di tutt'altro tenore le reazioni di alcuni partiti della maggioranza di Centro destra: «Nessuno venga mai a chiederci di dare riconoscimento legale alle unioni tra persone omosessuali» afferma il leghista Roberto Calderoli. Mentre il senatore Riccardo Pedrizzi, di Alleanza Nazionale è perentorio nel dire che: «Agli omosessuali che fanno coppia non si possono riconoscere gli stessi diritti della famiglia, non perché essi sono omosessuali, ma perché non sono una famiglia».
Leggendo il documento emanato ieri dalla Congregazione per la Dottrina della Fede vengono in mente i tanti cattolici che, nella seconda metà dell'ottocento, a dispetto delle condanne vaticane, si adoperarono per costruire il nuovo Stato italiano, uno Stato finalmente indipendente e, nei limiti pensabili allora, democratico. Più di una volta questi cattolici hanno dovuto fare i conti con documenti importanti che vietavano loro tale attività (si pensi ad esempio all'enciclica Quanta Cura emanata da Pio IX nel 1864, oppure al Non Expedit promulgato dalla Penitenzieria apostolica nel 1874). Le argomentazioni erano le stesse che oggi vengono utilizzate dal cardinal Ratzinger per chiedere ai politici di non riconoscere le unioni omosessuali. Nonostante ciò molti grandi cattolici della seconda metà dell'ottocento, primo tra tutti Alessandro Manzoni, decisero di obbedire innanzi tutto alla loro coscienza e di partecipare attivamente alla vita politica dell'Italia unita.
Oggi, a distanza di più di cent'anni, sappiamo tutti quanto Pio IX avesse torto e quanto Alessandro Manzoni avesse ragione. Per questo motivo mi permetto di chiedere ai politici cattolici di tutti gli schieramenti, di seguire l'esempio di Manzoni e di respingere le ingerenze della Santa Sede su una questione squisitamente politica quale è quella del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Quanto al cardinale Ratzinger e alla Curia romana mi permetto di ricordare loro il testo diffuso, nel 1999, dalla National Coalition of American Nuns: «Guai a voi, uomini della curia vaticana, ipocriti! - scrivevano i membri di questo organismo che raccoglie le superiore delle congregazioni femminili statunitensi. - Perchè chiudete la porta alle relazioni d’amore tra lesbiche e gay e poi proteggete i preti e i vescovi omosessuali che ci sono tra di voi». Fin dai tempi di Santa Caterina da Siena lo Spirito Santo ha affidato alle suore il compito di denunciare l'ipocrisia dei vertici della chiesa. Con piacere osserviamo che la Sua voce continua a parlarci.
Gianni Geraci - Portavoce Coordinamento Gruppi di Omosessuali Cristiani in Italia
Nuova Proposta, gruppo di uomini e donne omosessuali credenti di Roma, ritiene che la Chiesa Cattolica abbia perso ancora una volta l'occasione di riconciliarsi con le persone omosessuali, nella visione profetica di una Chiesa attenta ai segni dei tempi, solidale e protesa verso gli uomini e le donne discriminati e strenua nella difesa di chi non ha diritti. Nella nota di oggi, il card. Ratzinger ha mostrato il volto di una Chiesa corresponsabile e costruttrice non del Regno di amore di Dio, ma di una società che divide, che non amplia i diritti, che esclude, secondo una visione che poco si concilia con l'inclusività di Cristo e che sa di un potere che è più di Cesare che non di Dio. Ancora una volta, una Chiesa fuori dai progressi delle scienze umane, dell'antropologia e della psicologia. Come omosessuali credenti siamo contro questa logica di “morte”, dove solo rinunciando alla propria identità, alla propria affettività, al proprio amore, al progetto di vita in due, si può trovare accoglienza dentro la Ecclesia.
Non è solo una questione diritti umani e civili, ma anche di fedeltà all'amore di Cristo. Di fronte al tentativo di confinare le persone omosessuali su strade di solitudine, di non affettività, di non amore, proponendo la castità come unica modalità percorribile, i parlamenti manifestano la volontà di introdurre leggi di tutela per le coppie omosessuali. Tutela vuol dire diritto-dovere di assistenza, solidarietà e affetti nella vita a due, successione dei beni; sono queste le preoccupazioni che hanno spinto il card. Ratzinger ad esortare all'obiezione di coscienza? Di nocivo in questa ottica non è l'ampliamento di diritti, ma la mancanza di amore e di riconoscimento per le persone omosessuali che ancora una volta muove la prassi della Curia Romana. Un'altra occasione persa per chiedere perdono anche a tutti noi, un altro tentativo per indicare che il nascondimento, la solitudine la negazione dell'amore sono le uniche strade di vita per le persone omosessuali.
Come omosessuali cattolici chiediamo:
ai nostri parlamentari l'obiezione di coscienza rispetto alle indicazioni del cardinal Ratzinger, in difesa della laicità dello stato, nella fedeltà ai valori di solidarietà e di attenzione alla persona umana propria della tradizione dei cattolici in politica;
alle comunità parrocchiali e religiose di operare segni concreti di accoglienza e di riconciliazione per le sorelle e i fratelli omosessuali e per i loro vissuti di amore.
Roma, 31 Luglio 2003, Nuova Proposta (Gruppo di uomini e donne omosessuali)
Gianni Geraci, portavoce del coordinamento dei gruppi cristiani omosessuali in Italia, non è particolarmente sorpreso né turbato dal documento del cardinale Ratzinger. È sicuro che le opinioni del Vaticano non sono quelle della base cattolica, che da molto tempo, quando si parla di sesso o di politica, ha imparato a ragionare con la propria testa. Senza scomodare il tappeto di preservativi usati lasciati dai papa boys a futura memoria in occasione di un loro recente raduno mondiale a Roma, cita Alessandro Manzoni, che era anche lui un bravo cattolico. «Era stato nominato senatore del regno - racconta Geraci - ma non era mai andato a Roma a prendere possesso della sua carica. Ci andò solo dopo che Pio IX ebbe pronunciato il non expedit , il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica dell'Italia unita. Manzoni si sentì in dovere di dire che non era d'accordo con il papa. Quando ci sono di mezzo temi di rilevanza politica, i cattolici hanno il diritto e il dovere di agire secondo la loro coscienza, che molto spesso è più ancorata alla realtà, di quanto non lo sia la Chiesa ufficiale. Penso che anche sul tema del riconoscimento legale delle unioni omosessuali le direttive del Vaticano stiano strette a buona parte del mondo cattolico. Perfino i politici di ispirazione cattolica, che pure le seguono, cominciano a dare segni di insofferenza».
Ma perché la chiesa odia tanto gli omosessuali?
Rispondo con una frase contenuta in un documento delle superiori delle congregazioni delle suore americane in difesa di Jeanine Gramick, una suora perseguitata dal Vaticano perché chiede un atteggiamento più aperto verso i gay: «Guai a voi uomini della Santa Sede, ipocriti, perché condannate le unioni omosessuali e non vedete l'omosessualità praticata dal vostro clero». Comunque la chiesa non odia tutti gli omosessuali, solo quelli che sono felici di esserlo e lo raccontano in giro. Bisognerebbe fare un ragionamento complesso sull'importanza dell'omosessualità repressa come fonte di energia per la Chiesa cattolica, considerare quanti sacerdoti siano diventati tali per via di una omosessualità intesa come chiamata al sacro, pensare a quanti gay infelici e devoti frequentino regolarmente le parrocchie. Se l'omosessualità diventa una scelta rispettabile e un'alternativa praticabile alla luce del sole, un intero sistema basato sulla repressione rischia il collasso.
Perché un'altra presa di posizione contro i gay proprio adesso?
I progressi della legislazione in materia di diritti degli omosessuali sono continui e la strategia del Vaticano è quella di contrastarli colpo su colpo, alzando sempre il tiro. In questo momento, a mio parere, la battaglia principale su questo argomento la Chiesa la combatte in Europa, contando molto su un riequilibrio in senso conservatore derivante dall'allargamento a est della Ue. Finora, per fortuna, l'omofobia militante della Chiesa si è sempre rivelata controproducente, ma questo a persone come il cardinale Ratzinger non interessa. Perciò non tollerano il dissenso e puniscono i preti indisciplinati.
Gianni Rossi Barilli, Il Manifesto, 31 Luglio 2003
Salvo rinvii dell'ultima ora, oggi verrà presentata una nota dottrinale del cardinale Ratzinger sui politici cattolici. Vedremo il testo, ma è giusto porre già alcuni interrogativi. Essa si inserisce nel filone della critica contro un "relativismo etico" che finirebbe col generare un "totalitarismo aperto oppure subdolo", come ha ribadito il Papa alle Camere. Il problema è reale. Non partiamo però da zero. Il Vaticano II aveva affrontato questo problema con una triplice discontinuità: una visione dinamica della Tradizione, la cui comprensione "cresce" e "progredisce" nell'"esperienza" dell'unica storia; un'opzione preferenziale per la democrazia e una valorizzazione del diritto alla libertà religiosa.
La polemica contro il relativismo, se mal declinata, rischia di restringere la portata della discontinuità del Vaticano II sul primo aspetto, quasi che l'autorità della Chiesa possedesse la comprensione piena e astorica del diritto naturale da tradurre in leggi civili. Il non cattolico può limitarsi a dissentire: non sarà impossibile trovare compromessi. Ma chi deve fare la mediazione? L'autorità della Chiesa in modo vincolante o c'è uno spazio autonomo in cui, sia pure dentro determinati principi, si esercita la responsabilità dei laici cattolici? C'è un mandato imperativo che dai principi della Chiesa trae volta per volta un'unica soluzione possibile o un margine significativo di scelta? C'è infatti una connessione stringente tra una visione dinamica della verità e la conseguenza per la quale il Concilio invita a valorizzare la competenza, anche se non esclusiva, di un laicato cattolico in grado di assumersi "la propria responsabilità" e che abbia nei confronti del magistero dei vescovi un'"attenzione rispettosa", senza aspettarsi da esso né richiedergli una "soluzione concreta" ai problemi emergenti.
Facciamo tre esempi di laici cattolici che si sono esercitati in modo fecondo sul tema.
Il giurista Costantino Mortati ci ricorda che il relativismo delle democrazie è a sua volta relativo perché alle sue spalle c'è comunque "la credenza nell'assolutezza del valore da riconoscere ad ogni uomo", un fondamento così esigente rispetto al quale le democrazie possono raggiungere solo un "ragionevole grado di approssimazione" attraverso il dialogo. Un altro giurista, Gregorio Peces Barba, allievo di Maritain, ricorda che la "verità unica" non può essere espressa né da una maggioranza né "da una minoranza religiosa o filosofica che pensando di esprimere il monopolio della verità possa imporsi alla maggioranza". Infine uno statista, Alcide De Gasperi: di fronte a vescovi che, tra le altre perle, identificavano come norma di diritto naturale non disponibile per il legislatore il carattere "gerarchico" del rapporto uomo-donna nel matrimonio, invitava nel 1945 a scendere "dall'alta montagna" di un'"atmosfera ossigenata" di soli cattolici per capire il suo sforzo di "fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione". I dilemmi posti dal relativismo si affrontano cercando di avere tanti De Gasperi a destra come a sinistra, cioè tanti Kohl e Delors, ma ciò richiede che non si comprima il loro ruolo attivo di mediazione. Altrimenti, che lo si voglia o meno, vi è spazio solo per gruppi di pressione confessionale monotematica che lottino per immediate traduzioni dei valori in politica trattando come incoerenti gli altri cattolici, producendo cioè pacifisti fondamentalisti a sinistra e antiabortisti fanatici a destra. Una volta negata la mediazione, è difficile restringere una logica semplicistica ad alcuni temi anziché ad altri.
Bisogna distinguere bene, come nei documenti conciliari, tra l'appello alle coscienze perché si orientino verso "la vera religione" e il livello delle decisioni politiche vincolanti per tutti dove "va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile", il diritto di "non essere oppressi da misure coercitive". Per questo speriamo che la nota - oltre che parlare, come annunciato, di "resistenza profetica" e di "tolleranza" di fronte a "leggi imperfette", vie d'uscita solo dopo il fallimento di ogni dialogo possibile - parli anche del dovere morale prioritario di costruire leggi magari imperfette ma più solide perché condivise. Ovvero frutto del dialogo dei deputati cattolici con tutti i loro elettori che essi rappresentano (cattolici e non) e con gli altri parlamentari. Proprio noi che in questi giorni difendiamo su un'altra materia, quella delle riforme costituzionali, il principio che si debba preferire una convergenza larga, oltre gli schieramenti destra-sinistra, alla stretta applicazione del principio di maggioranza, vorremmo che anche il dialogo cattolici-non cattolici, la ricerca di soluzioni condivise sui temi etici fosse considerata un valore, con un'attenzione almeno pari a quella prestata ai contenuti. Prima di resistere o tollerare, o di imporsi a maggioranza (magari pagando per questo prezzi di compromissioni su altri terreni) viene il dovere di ricercare soluzioni condivise. Al di là dei contenuti della nota, sarà importante che i politici cattolici, impegnati in prima linea e per questo più coscienti delle potenzialità e delle difficoltà del pluralismo, la vivano e la interpretino degasperianamente, tenendo ferma la distinzione tra cose di Dio e cose di Cesare, contro facili deduzioni dalla fede alla legge. Un laicato cattolico conscio del proprio ruolo ha anch'esso "istruzioni" da dare. Roma locuta, causa non finita.
Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini (Presidenti Emeriti della FUCI), Il Riformista, 16 Gennaio 2003
Dal Newsgroup it.cultura.religioni.cristiani
La presa di posizione del Vaticano sulla legge di riconoscimento delle coppie di fatto mi ha stimolato a pensare sul tema dell'omosessualità come è vista dalla Chiesa. Provo a condividere i miei pensieri, sperando servano per parlarne insieme e, magari, anche per chiarirmi le idee.
Sono ignorante dell'argomento. Non conosco omosessuali, non abbastanza bene da discutere insieme a loro di questioni personali e non ho chiaro come certe questioni vengano vissute in pratica. So però che quando incontro una persona particolarmente gentile e premurosa, la probabilità sia omosessuale è alta. Credo sia fondamentale, in una morale, riferirsi a situazioni concrete: con principi generali, ma anche con una forte aderenza a quello che succede in pratica. Altrimenti si finisce per parlare di sesso degli angeli, e si impongono, in base a considerazioni astratte, norme che magari, astrattamente, sono anche molto belle, ma che poi, nel concreto, trasformano la vita in un inferno. Non ho in tasca né soluzioni, né certezze. Provo però a mettermi nei panni di queste persone e a vedere come certe scelte possano, nel concreto, rendere la loro vita più o meno piena, ricca, e capace di offrire un’immagine del Regno di Dio. Con queste premesse, provo a fare alcune riflessioni.
Francamente non vedo come la sessualità di un omosessuale possa differire dalla mia. A parte le differenze ovvie. La sessualità, insegna il Magistero della Chiesa, è immagine dell'amore di Dio per noi, quando è donazione di sé, fedeltà, impegno. In tutte queste cose, il fatto che il partner sia di sesso opposto non mi sembra rilevante. L'amore di un uomo per un altro uomo, o di una donna per un'altra donna, possono essere totali, indissolubili, fedeli, con pieno dono di sé. In molti documenti vedo che questo viene negato senza che ci siano però delle motivazioni convincenti. Viene dato per scontato il fatto che un omosessuale non possa provare amore vero, ma solo passioni frutto della concupiscenza. Ho trovato in un sito una sintesi della posizione del Magistero in cui si dice testualmente che: «L’unione omosessuale è un’offesa alla famiglia fondata sull’amore». Mi vengono in mente i toni di certi discorsi che, una volta, si facevano intorno agli ebrei che venivano bollati tutti come ipocriti e come incapaci di provare un autentico sentimento religioso. Per fortuna quei toni nei confronti degli ebrei non si usano più, ma allora perché si continuano ad usare nei confronti degli omosessuali?
Naturalmente l'amore omosessuale è biologicamente sterile. La sterilità biologica non è però una loro prerogativa esclusiva: esistono molte coppie eterosessuali biologicamente sterili, e il Magistero della Chiesa insegna che il loro amore non è, per questo motivo, meno valido. Si tratta di una menomazione, di un handicap che però non impedisce all’amore di trovare altre forme di fecondità: nel servizio agli altri, per esempio; nella preghiera; nell’impegno comune per una causa buona. A questa osservazione qualcuno potrebbe obiettare che gli omosessuali on sono sterili per motivi biologici, ma per il tipo di relazioni che costruiscono. Mi chiedo però che differenza ci sia? Non si può infatti chiedere ad un omosessuale di metter su una famiglia "normale" e di fare sesso a fini procreativi con una persona che non ama. La causa della sterilità non sarà quindi biologica, ma psicologica, ma sarà comunque sempre strettamente collegata alla struttura profonda della persona.
Sulla naturalità e sulla in naturalità delle relazioni omosessuali ho poi molto da ridire. Si tratta infatti di un concetto scolastico, che in pratica presuppone dei fini autoevidenti, e che ci costruisce sopra un castello morale. Per togliere di mezzo qualunque equivoco, sarà bene precisare che qui, la natura nel senso dell'ecologismo non c'entra nulla, perché secondo questa idea di natura l’omosessualità sarebbe completamente naturale. In pratica, dire che l'omosessualità e' innaturale perché la natura della sessualità è l'unione di un uomo e di una donna per fini procreativi, equivale a dire che noi abbiamo stabilito che il modo giusto di vivere la sessualità è solo quello. Allo stesso modo la filosofia naturale diceva che i corpi cadevano perché il loro luogo naturale era il centro della Terra. Non riusciva però a spiegare la ragione di questa naturale collocazione dei corpi, così come il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede non spiega le ragioni su cui si fonda l’idea che l’unica sessualità naturale sia quella tra persone di sesso diverso.
A questo punto mi sorge spontanea una domanda: «Un mondo in cui agli omosessuali sia riconosciuto il loro diritto di amarsi di esprimere un amore pieno, vero, secondo le modalità che a loro tornano più naturali, sarebbe un mondo più ricco, più vicino al Regno, o no?». Non ho l’autorevolezza di chi può dare una risposta, ma posso dire che un mondo in cui si nega a una persona la piena realizzazione in un aspetto profondo e, insieme, bello come quello dell’affettività, è un mondo che è molto lonano dalla realizzazione del Regno». Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede parla di riconoscimento dell'umanità degli Omosessuali e chiede di non condannarli, ma di accoglierli comunque, come persone. Ci mancherebbe altro! Il problema è che si chiede a questi stessi omosessuali che si dovrebbero accoglie, di rinunciare alla loro sessualità. Sarebbe come dire a un mancino che sì, lui è una persona con la stessa dignità di tutti gli altri e che ha il sacrosanto diritto di essere accettato, a condizione, però, di non usare la mano sinistra per scrivere. Magari può anche imparare ad usare la destra e, se anche non dovesse riuscirci, pazienza! Scrivere non è mica indispensabile! Perché sarebbe sottointeso che la scrittura con la sinistra è contro natura e, di conseguenza, risulta intrinsecamente malvagia, indipendentemente da quello che si scrive. Lo stesso documento parla di castità. E anche qui gli equivoci sono assai facili. La castità, infatti, si potrebbe definire come un uso corretto della sessualità. Ma in questo caso si ricade nei problemi già sollevati sopra: la sessualità omosessuale, quando è vissuta in una cornice di amore, di donazione di sé e di fedeltà perché non può essere considerata una sessualità casta? O è solo un problema anatomico e di organi che vengono utilizzati per vivere la sessualità?
Chiaramente dobbiamo fare i conti con secoli, con millenni di cultura in cui l'omosessualità era vissuta con orrore. Io stesso, quando penso ad un rapporto sessuale tra maschi (curiosamente quello tra donne non mi fa lo stesso effetto), debbo confessare di provare un certo imbarazzo. Se poi mi viene prospettata la possibilità di essere coinvolto in una cosa del genere quello che provo è un sentimento in cui il disagio si trasforma in orrore, in ripugnanza, in rifiuto. Forse, dietro a questo atteggiamento viscerale c’è la paura di poter sviluppare (magari con l’aiuto di una terapia finalizzata alla riconversione dell’orientamento sessuale) una certa capacità di vivere una sessualità omosessuale. E questo non fa che aumentare il mio orrore e la mia paura, perché io sono soddisfatto della mia eterosessualità e voglio rimanere eterosessuale. Mettiamoci allora nei panni di chi è costretto, tutto il giorno, a rapportarsi con tutta una cultura in cui la norma è l’eterosessualità. A vivere l'eventualità di una cura del proprio orientamento sessuale come qualcosa di possibile, visto che c’è chi la propone. A sentirsi dire che: «Sì! Ti si può anche accettare, a patto però che tu rinunci a quella parte di te che esprime il tuo orientamento omosessuale». Di sicuro non sarebbe una vita facile, capace di favorire quell’equilibrio psicologico e quella serenità che sono le premesse necessarie per la realizzazione piena di qualunque vocazione cristiana.
Da un punto di vista normativo non so quali siano le soluzioni più adatte alle persone omosessuali. Ad esempio mi lascia perplesso l’idea di dare in adozione dei bambini a coppie omosessuali. L’istituto dell’adozione ha infatti come fine principale quello di dare una famiglia ottimale a un bambino, non quello di dare dei figli a una coppia che li desidera. L’assenza di figure di riferimento di entrambi i sessi in una coppia, forse, costituisce un handicap troppo forte per prenderla in considerazione per una eventuale adozione. Si tratta naturalmente di una opinione personale, ma come ho già fatto in precedenza, mi sento in dovere di dire fino in fondo quello che penso. Una legge sulle unioni di fatto, però mi sembra veramente il minimo. Si tratta di una soluzione che tra l’altro coprirebbe numerose situazioni in cui sarebbe addirittura auspicabile la presenza di forme di sostegno reciproco tra i membri di una coppia. Parlare di una legge di questo tipo come di qualche cosa che potrebbe provocare un tracollo della civiltà, sia una responsabilità molto grave, indipendentemente da tutto quello che si può pensare dell’omosessualità e degli omosessuali. Ecco perché credo che questa volta la Congregazione per la Dottrina della Fede abbia sbagliato a pubblicare un documento come quello che ha diffuso lo scorso 30 luglio.
Messaggio firmato Gianni Comoretto
Ho letto con attenzione l'ultimo documento del Vaticano (riguardo i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali): lo considero per alcuni aspetti scontato e egualmente mi provoca tristezza. Penso prima di tutto alle donne e agli uomini che vivono questa condizione, al loro sentirsi bollati e discriminati; rifletto sugli atteggiamenti, sulle parole e sui gesti di Gesù di Nazaret, sulla sua accoglienza, sul riconoscimento della dignità di ogni persona, sul credito, la fiducia, l'incoraggiamento dato a ciascuno. Ribadisco la caratteristica fondamentale di comunità cristiane, della chiesa in quanto tale
accogliente, senza pregiudizi e discriminazioni. Rivedo il volto di un giovane uomo omosessuale che con timore e tremore mi confidava la sua paura ad esprimere la sua diversità nella sua parrocchia; mi chiedeva se poteva partecipare all'Eucarestia facendo la comunione, perché proprio lo desiderava. «Certo - gli ho detto - l'incontro con il Signore ti rasserena, ti dà forza e coraggio».
Mi pare di cogliere nel documento questa contraddizione: si invita «ad accogliere le persone omosessuali con rispetto, compassione e delicatezza, ad evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» e si afferma
nello stesso tempo che «questa inclinazione sessuale è oggettivamente disordinata e che il tipo di unione ha carattere di immoralità». Ora mi pare che accoglienza, rispetto e compassione significhino il riconoscimento della diversità, altrimenti diventano una tolleranza pietistica, una concessione rivolta da chi si sente in una condizione di superiorità all'altro diverso, inferiore, peccatore. A me pare fondamentale incontrare l'umanità di ciascuna/o, per comprendere che l'omosessualità non è una devianza, ma una condizione di vita che appartiene al mistero e alla concretezza delle persone e li esprime.
Le riflessioni che partono dalla natura, dalla legge naturale mi lasciano perplesso, perché l'essere umano di natura non esiste: siamo una mescolanza di natura e cultura, con i condizionamenti, le evoluzioni, le acquisizioni possibili, restando fermo il valore della dignità di ogni persona e riconoscendo insieme alcune dimensioni etiche fondamentali, vincolanti per tutti. Mi colpisce poi la distinzione fra il comportamento omosessuale come fenomeno privato e la visibilità e il riconoscimento dello stesso: mi pare grave questa tolleranza di copertura di tante storie vissute in silenzio, con sofferenza, alle volte in modo drammatico, abbandonate a se stesse, purché la questione non diventi pubblica e, diventando pubblica, chieda riconoscimento. E a questo riguardo non credo che il riconoscimento legale di coppie omosessuali oscuri i valori morali, né svaluti il matrimonio: il valore del matrimonio resta nella sua grandezza, ma viene ribadito soprattutto vivendolo nell'esperienza significativa della famiglia e a questo riguardo quante riflessioni dovremmo fare!
Quindi riassumendo: riconoscimento della diversità sessuale delle persone, favorendo una cultura dell'accoglienza e del riconoscimento; anche delle unioni con i diritti e i doveri che questo comporta, senza né scomuniche, né clamori, né enfatizzazioni; un impegno nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità cristiane, nella società tutta ad educarci a vivere il mistero e la realtà affettiva e sessuale in modo consapevole e maturo, senza superficialità, strumentalità, volgarità. In questo clima più umano si potranno cogliere e valutare più serenamente le diversità, anche quelle fra il matrimonio fra un uomo e una donna e l'unione di due persone omosessuali. Si può comprendere la preoccupazione della chiesa istituzionale: alle questioni però si risponde assumendole e accogliendole non negandole e provocando sofferenza nelle persone. Riguardo poi ai politici cattolici sinceramente mi chiedo chi può definirsi tale: credo che in un Parlamento, nella laicità delle istituzioni e della politica uno debba esprimere le sue convinzioni e confrontarle contribuendo a leggi che favoriscano la dignità e il rispetto delle persone. L'obiezione di coscienza poi non andrebbe invocata solo su queste questioni: perché ad esempio non è stata invocata nei confronti della guerra e di certe decisioni riguardanti i diritti e la giustizia?
Don Pierluigi Di Piazza, Parroco di Zugliano (Udine)
Come parroci cattolici la nostra preoccupazione aumenta nell’osservare il tono e, in alcuni casi, anche i contenuti, di alcuni documenti e di alcune dichiarazioni che la Santa Sede, le Conferenze episcopali e alcuni vescovi hanno fatto a proposito della questione omosessuale. Rispettiamo il Magistero della Chiesa e, per questo motivo, troviamo particolarmente sconcertante un linguaggio che diventa sempre più violento e inappropriato per qualunque persona umana. Tale linguaggio non è opportuno,soprattutto quando riguarda alcuni membri della comunità dei fedeli. Certi documenti e certe dichiarazioni del Magistero sono cause di divisioni e di discriminazioni che ostacolano l’azione pastorale. Il cammino di Fede è qualche cosa di intimamente personale e di sacro, anche quando ha a che fare con l'integrazione tra sessualità e spiritualità. Certe condanne che colpiscono in maniera indiscriminata anche quei cattolici che, con sincerità si interrogano per capire il senso del loro cammino, possono suonare come inopportune e, da un punto di vista pastorale, possono addirittura risultare dannose.
Come sacerdoti e come parroci noi dichiariamo che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche sono tutti membri della famiglia di Dio, fratelli e sorelle nel Signore Gesù che meritano la dignità e rispetto dovuti a qualsiasi essere umano. Riconoscere la dignità inalienabile della persona umana è l'unica via che porta alla giustizia e alla riconciliazione. Noi affermiamo la sostanziale bontà di tutte le persone omosessuali. Si tratta di una dichiarazione che si basa sulla lettera che i vescovi degli Stati Uniti hanno scritto ai genitori delle persone omosessuali e che si riallaccia su quel concetto di bontà essenziale della persona umana che è stato uno dei temi che hanno caratterizzato il magistero di Sua Santità Giovanni Paolo II. Inoltre dobbiamo ammettere senza esitazione i mutuo beneficio che deriva dal ministero che svolgiamo nei confronti dei nostri fratelli gay e delle nostre sorelle lesbiche. Giudicare in maniera pregiudiziale il cammino di fede di un qualsiasi credente è controproducente. Camminare insieme - come del resto facciamo anche con i nostri fratelli eterosessuali - è l'unico modo cristiano di rispondere alle esigenze della persona.
Nel passato recente alcuni vescovi, alcune Conferenze episcopali e la stessa Curia Vaticana hanno utilizzato un linguaggio talmente violento e inopportuno nei confronti di questi figli e di queste figlie della Chiesa, che non possiamo più tacere. C’è mai stato infatti un altro gruppo di persone, che fa parte del Corpo mistico che è stato insultato ed è mai stato attaccato ed insultato così duramente? Quando si parla dell’omosessualità come di un «fenomeno morale e sociale preoccupante», di una «grave depravazione», di un fenomeno la cui espansione costituisce un «grave detrimento al bene comune», «intrinsecamente disordinato», che «nuoce al giusto sviluppo della società umana» non si fa altro che scadere in questo linguaggio che, forse potrà essere, considerato opportuno da qualcuno, ma che, di certo, non può essere accolto da chi ha avuto l’opportunità di incontrare e di conoscere delle persone omosessuali.
Molti omosessuali cattolici sono spinti, dal desiderio di salvaguardare la loro autostima, a non partecipare più in maniera attiva alla vita delle comunità di cui fanno parte, perché iniziano a percepire come abusiva questa loro partecipazione. Il fatto è che con questo linguaggio non si può certo offrire un servizio pastorale che risponde alle esigenze dei nostri fratelli e delle nostre sorelle omosessuali. La Chiesa cattolica è senz’altro più cattolica quando abbraccia e include tutti; quando invece è rigida e non è inclusiva, il senso evangelico della sua missione si offusca e la sua stessa vocazione cattolica rischia di andare perduta. È per questo motivo che sentiamo il bisogno di ricordare e di riaffermare il linguaggio positivo con cui alcuni vescovi e alcune Conferenze episcopali si sono rivolte alle persone omosessuali e ai loro congiunti.
La teologia della Chiesa, infatti, e in particolar modo la teologia morale, debbono sempre dialogare con l'esperienza vissuta di quanti partecipano all’unico Corpo di Cristo. Quest'esperienza condiziona e articola le stesse modalità con cui viene comunicato, in una determinata epoca, l’unico Deposito della Fede. Ecco perché:
ci auguriamo che emerga un nuovo atteggiamento, improntato all’accoglienza e al dialogo, in cui l’esperienza vissuta da tutti i cattolici sia, non solo contemplata, ma anche valorizzata nella sua varietà;
riconosciamo la benedizioni che costituisce la presenza, nelle nostre comunità, delle persone omosessuali nella varietà dei rapporti da loro vissuti;
ribadiamo la nostra fiducia nella necessità di un ascolto rispettoso nei loro riguardi.
Noi non conosciamo i motivi che giustificano l’utilizzo da parte dei vertici della nostra Chiesa, di un linguaggio così violento e inappropriato. Di certo non possiamo non deplorarlo e non possiamo non chiedere con forza che cessi subito. Chiediamo inoltre a quanti hanno una posizione di autorità all’interno della Chiesa, di non fare più dichiarazioni superficiali ed estemporanee, che rischiano di ferire quanti, fra le lesbiche e i gay, si sentono parte dell’unico Corpo di Cristo. Si cerchi piuttosto di iniziare un vero dialogo con questi stessi membri, per capire, con loro, il particolare significato che, nella loro vita, può avere l’unica vocazione cristiana.
Da parte nostra ci impegniamo di trattare con rispetto e con dignità quanti vorranno continuare il loro cammino di fede con noi, senza farci condizionare dal loro orientamento sessuale. Diciamo questo perché ci sentiamo solidali con quanti, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, cercano la giustizia, la misericordia, la compassione, dentro e attraverso la Chiesa cattolica.
Chiediamo a quanti condividono questo nostro appello, di copiarlo, di firmarlo e di inviarlo al loro parroco, al loro vescovo e ai vertici della Conferenza episcopale del loro paese.
Chicago 19 Dicembre 2003, Dal sito http://www.stmaryofcelle.org
Anche nel remoto nordovest brasiliano, a Porto Velho, capitale dello stato di Rondonia, una città dove l’omofobia è molto forte, é stato organizzato un momento di protesta contro il documento pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede contro i progetti di riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Lo scorso 4 agosto, si sono ritrovati davanti alla cattedrale della città i due gruppi omosessuali legalmente costituiti che operano nel territorio di Rondonia: l’associazione Progetto Vite e il TUCUXI: Nucleo di promozione del libero Orientamento Sessuale. C’erano diversi striscioni e, vista l’ora tarda, la gente presente non era certo una folla. C’erano però, in una posizione di prudente distanza, diversi seminaristi che frequentano il seminario maggiore della città che hanno osservato i partecipanti alla manifestazione mentre si prendevano per mano e, intorno a una grande bandiera con i colori della Rainbow Flag, intonavano il Padre Nostro, la preghiera che Gesù ci ha insegnato. Grazie alla copertura da parte del più importante canale televisivo dello Stato di Rondonia, alcuni presenti hanno avuto la possibilità di sottolineare l’atteggiamento omofobo che sta dietro al documento del Vaticano, un atteggiamento che incentiva la discriminazione e la violenza in una società che é già provata dalle aggressioni, dalla povertà e dalla fame.
Alcuni relatori hanno ricordato che la comunità GLBT ha sempre cercato di educare le persone a vivere responsabilmene e in pienezza il loro orientamento: per questo le parole del documento vaticano che sostengono senza mezzi termini l’idea di una intrinseco disordine dell’orientamento omosessuale, sono considerate particolarmente pericolose, perche rischiano di giustificare atteggiamenti di violenza e di intolleranza che contraddicono quell’atteggiamento di accoglienza e di rispetto che dovrebbe essere sempre e comunque raccomandato dalla Chiesa.
Al termine della manifestazione un lungo striscione di carta su cui era stato copiato il documento pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, é stato bruciato pubblicamente per ricordare il gesto con cui Lutero bruciò in pubblico la bolla di scomunica che gli era stata recapitata dalla Santa Sede.
Durante la manifestazione alcuni di noi si sono chiesti in cosa consista la malvagità, proclamata dal documento vaticano, di una legislazione che permette a un omosessuale di lasciare in eredità al suo copagni i beni che magari fanno parte di un patrimonio comune che i due hanno costruito durante la loro convivenza. La Costituzione Federale brasiliana proibisce in maniera categorica qualunque forma di discriminazione e si tratta soltanto di regolare in maniera esplicita delle forme di convivenza che, in passato, non erano state prese in considerazione.
Un relatore ha poi ricordato la differenza profonda che, in questo caso, c’é tra le parole della Chiesa cattolica e il Vangelo di Gesù. Dove è infatti andato a finire la raccomandazione di amarci e di accoglierci gli uni gli altri? Dove é sparito poi il comandamento nuovo di Gesù stesso: quello in cui raccomandava ai suoi discepoli di mettere al primo posto l’amore vicendevole e il servizio al prossimo? La stessa Civiltà cattolica del Giugno 2001, scriveva che: «Resta il problema di regolamentare in qualche modo le coppie omosessuali, per non lasciarle crescere in uno “stato selvaggio”». Un’affermazione che non piacque alla Curia di Roma, che subito chiese alla rivista dei Gesuiti una correzione di rotta che ora viene ribadita con maggiore energia.
I gruppo omosessuali del Nord Ovest brasiliano, appoggiati da quanti condividono il lavoro che portano avanti, hanno cercato di opporsi alle censure vaticane e hanno invitato la socità dello Stato di Rondonia a dire basta a questo tentativo sfacciato di condizionare il dibattito politico in atto in molti stati sovrani. E in questa lotta gli omosessuali di Porto Velho, possono contare sull’appoggio di una buona parte della popolazione: come infatti mostra un sondaggio ricordato durante la manifestazione quasi la metà degli abitanti della città condivide l’esigenza di regolamentare per legge le unioni omosessuali perché anch’essi «Sono stati creati da Dio a sua immagine e somiglianza».
Porto Velho, 4 Agosto 2003, Da un’email del nostro compianto amico Victro Ugo
Non possiamo far finta di nulla davanti alle dichiarazioni di una Congregazione come quella della Dottrina della Fede, non possiamo far finta che la gerarchia cattolica non si esprima mai un po' positivamente nei nostri confronti. La Chiesa in cui mi trovo e che mi media la relazione con Dio è proprio questa e, al pari di un genitore che non sa e che, forse, non vuole capirmi, sta male e mi fa star male.
Cosa fare?
Ho pensato, ho pregato e ,ancora, mi viene in cuore un capitolo, il ventottesimo, della regola di san Benedetto: «Di coloro che pur ripresi più volte non si vogliono correggere», in cui dice: che se l’abate si accorge «che a nulla più vale tutto il suo industriarsi, ricorra ad un rimedio ancora superiore: la preghiera, sua e di tutti i fratelli, perché Dio a cui nulla è impossibile operi la salvezza del fratello malato».
Cari amici vi chiedo: «Non è l'ora di rispondere con una preghiera comune e intensa? Potremmo organizzare, nei vari gruppi che frequentiamo, una veglia di preghiera? E tutti i gruppi di gay credenti non potrebbero in una data significativa riunirsi in preghiera nella stessa Roma?».
Forse come gente che vive e vuole continuare in serenità a vivere la Fede in Cristo è necessario che anche ci si esprima conseguentemente. Credete che possiamo farcela?
Da un’email anonima che però ci ha colpito per il suo contenuto