Preti gay? Non li vogliamo! A meno che…

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021205_No_ai_preti_gay.jpgIl 5 dicembre 2002 la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato una lettera del maggio precedente in cui si rispondeva a un vescovo che chiedeva lumi in merito all’ammissione al sacerdozio di candidati omosessuali. Cosa c’è dietro?

Sommario

Documento contro i preti gay dal Vaticano? Si! No! Forse! 1

Retroscena e contenuti 1

Novembre 2002. Lo scoop di Marco Politi 3

Dicembre 2002. Cronaca di una notizia inventata. 4

Commenti alla “non notizia” 6

Papa cambiato, documento pubblicato. 13

Agosto 2005. Riprendono le indiscrezioni 13

Novembre 2005. Arriva il documento. 14

Testo integrale dell’istruzione vaticana sull’ammissione degli omosessuali agli Ordini sacri 15

I commenti al documento del Vaticano. 18

L’agenzia dei Legionari di Cristo costruisce l’entusiasmo di alcuni episcopati 20

L’Osservatore Romano rincara la dose. 22

Avvenire sceglie l’ipocrisia. 23

Due testimonianze e una riflessione. 24

Io prete gay! Finalmente un coming out 24

Io prete gay! Qualcun altro pensa di andarsene. 25

Perché la Chiesa cattolica ha paura degli omosessuali?. 25

«Roma locuta, quaestio non soluta». Ecco un altro documento. 26

La notizia. 26

Testo del documento: «Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio». 28

Un breve commento. 34

Documento contro i preti gay dal Vaticano? Si! No! Forse!

Retroscena e contenuti

Il 4 novembre del 2002 Marco Politi, il vaticanista di Repubblica, ha pubblicato un lungo articolo intitolato Sacerdozio vietato ai gay che sembrava il frutto di una vera e propria soffiata giunta dai sacri palazzi. Si parlava di un documento ufficiale di tre pagine, in fase di avanzata elaborazione, che escludeva l'ammissione al sacerdozio di candidati omosessuali. L'impressione che si ricavava dalla lettura dell'articolo di Politi era che l'autore della soffiata volesse provocare una reazione negativa da parte degli ambienti ecclesiali esterni alla Santa Sede (Conferenze episcopali, seminari, congregazioni religiose) in maniera di bloccare il documento.

Il 5 dicembre dello stesso anno tutta la stampa riprendeva un lancio dell'agenzia Sir (di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana) in cui si proponeva, con grande risalto, il testo di una lettera scritta a un vescovo dal cardinal Medina Estévez, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, in cui si affermava che: «L'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali, o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa» per arrivare alla seguente conclusione: «Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, pertanto,idonea a ricevere il sacramento dell'Ordine sacro». La cosa strana era che la lettera, diffusa come se fosse una novità, era stata protocollata in data 16 maggio 2002 (numero di protocollo 886/02/0), ovvero sei mesi prima della sua pubblicazione. A questo punto viene da chiedersi: perché la Santa Sede ha deciso, contro la prassi corrente, di rendere pubblica la risposta riservata di una congregazione a un vescovo? E perché l'ha fatto con sei mesi di ritardo?

Molto probabilmente la "soffiata" fatta a Repubblica aveva sortito il suo effetto, e aveva effettivamente bloccato il documento. Allora gli ambienti della Curia romana che l'avevano sostenuto non si sono rassegnati, e hanno reso pubblica una lettera che, opportunamente presentata, agli occhi dell’opinione pubblica, poteva sostituire quel documento ufficiale che non aveva visto la luce. Sembrava quasi che la preoccupazione di questi ambienti non fosse tanto fissare regole nuove, ma far passare, sulla stampa internazionale, l'idea che le persone omosessuali non potessero accedere al sacerdozio.

Quale fosse, nel 2002, la posizione del cardinal Joseph Ratzinger sull'argomento, non lo si poteva sapere: il confronto che ha portato agli eventi che ho appena descritto è avvenuto nel più assoluto riserbo. A distanza di tre anni però, la pubblicazione di questa Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri, ci dà una risposta: se infatti, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, la pressione dei gruppi che considerano l'omosessualità «incompatibile con una solida maturità affettiva» era bilanciata da quanti (basandosi magari sull'esperienza dei tanti consacrati omosessuali che vivono con responsabilità il loro ministero) erano contrari a un documento specifico che escludesse i gay dall'ordinazione sacerdotale, con l’elezione di Ratzinger al soglio papale, le posizioni di chi considera l'omosessualità sempre e comunque qualcosa di «oggettivamente disordinato» si è definitivamente imposta e il documento che nel 2002 era stato accantonato è stato promulgato.

La parte che, quasi sicuramente, aveva suscitato le perplessità di quanti erano riusciti a rimandarne la pubblicazione è contenuto nella seconda sezione, quella che parla di Omosessualità e ministero ordinato. Le altre due sezioni, infatti, non presentano nessuna novità significativa: la prima richiama la necessità, già ribadita più volte in passato, di una solida maturità affettiva dei candidati al sacerdozio; la terza traduce in raccomandazioni pratiche le indicazioni date nella sezione precedente.

Nella seconda sezione c'è innanzi tutto un richiamo esplicito al Catechismo della Chiesa Cattolica, anche se la distinzione tra atti e tendenza omosessuali che veniva ripresa dalla dichiarazione Persona Humana del 1975, viene poi immediatamente smentita quando persone che praticano l'omosessualità, persone che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate e persone che sostengono una non meglio specificata «cultura gay» vengono tutte escluse, senza distinzione, dal sacerdozio. C'è poi un richiamo sommario ai contenuti dello stesso Catechismo in cui, più ancora dei passi citati, colpisce l'assenza dell'unico brano dello stesso Catechismo in cui il magistero della chiesa assegna alla condizione omosessuale una sua specifica progettualità, quello cioè in cui si afferma che le persone omosessuali: «Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» (CCC 2359). Viene invece ricordato agli omosessuali l'invito a «unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare» (CCC 2358). Il risultato è un vero e proprio capovolgimento dell’idea di omosessualità: se nel Catechismo le persone omosessuali venivano infatti incoraggiate a prendere in mano la loro vita e a viverla responsabilmente alla luce della rivelazione cristiana, nell’istruzione appena pubblicata gli omosessuali vengono trattati come poveri disgraziati che debbono, per forza di cose, soffrire per la loro disgrazia e che possono, al massimo, dare un senso alla sofferenza che inevitabilmente deriva da un orientamento sessuale sbagliato.

La frase più significativa è però quella in cui si afferma chiaramente che la Chiesa «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay». Si tratta, come si vede, di una presa di posizione molto decisa, che si scontra con la prassi (che si era affermata soprattutto negli Stati Uniti) di incoraggiare la consacrazione delle persone omosessuali. Come spiega molto bene il teologo Eugen Drewermann, autore di un poderoso saggio dedicato al clero cattolico e alle sue nevrosi (cfr. Funzionari di Dio, Raetia, Bolzano 1996), si poteva parlare di una vera e propria «omosessualità clericale» alimentata, durante la pubertà, da quel sistema di prescrizioni e divieti che tendono a reprimere il contatto del giovane adolescente con le donne. In questo sistema il giovane omosessuale riconosce una risposta al suo scarso interesse per il mondo femminile, qualcosa che lo giustifica e lo tranquillizza nel momento in cui si accorge di essere diverso dai suoi coetanei eterosessuali. All'interno di questo percorso, sempre secondo Drewermann, la Chiesa «farà l'impossibile per proteggere e corteggiare l'omosessualità latente e caratteriale», tranquillizzando i seminaristi che si spaventano per le loro fantasie omosessuali e proteggendo, in ogni modo, quanti, tra i membri del clero, pur vivendo in maniera attiva la propria omosessualità, lo fanno in modo discreto, che non desta scandalo.

Una conferma di questa spietata analisi di Drewermann, d'altra parte, emerge in un passo della stessa istruzione appena pubblicata, quando si sostiene che: «Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale». Pur di coniugare la condanna dell'omosessualità con la prassi di proporre l'Ordinazione sacerdotale alle persone omosessuali che non si accettano in quanto tali, si inventa qui il concetto di omosessualità reversibile, attingendo a piene mani alla paccottiglia pseudoscientifica che sta affermandosi in certi ambienti fondamentalisti, soprattutto negli Stati Uniti.

Fatte queste premesse, è facile capire le parole di un cattolico come Luigi de Paoli, coordinatore nazionale del movimento Noi siamo Chiesa, che ha bollato l'istruzione vaticana come: «Un doppio imbroglio, sia rispetto al Vangelo, sia sul versante delle scienze umane». Da un lato, infatti, l'equiparazione tra orientamento omosessuale e immaturità affettiva non trova nessun riscontro nell'esperienza concreta delle migliaia di omosessuali che vivono serenamente e in maniera responsabile la loro affettività. Dall'altro l'idea di ammettere al sacerdozio i tanti omosessuali repressi che, pur di non riconoscere la propria omosessualità, raccontano a se stessi, ai loro educatori e alle loro coscienze, di aver vissuto esperienze omoerotiche transitorie, significa aggravare l'oggettiva condizione d'immaturità affettiva in cui versa la stragrande maggioranza del clero cattolico.

Dopo questa Istruzione, in Vaticano potranno anche dire di aver risolto il problema dei seminaristi omosessuali, di certo prenderebbero in giro se stessi e il mondo se dicessero di aver finalmente fissato regole in grado di dare alla Chiesa dei sacerdoti capaci di vivere serenamente la promessa di celibato che la Chiesa impone.

Gianni Geraci, Pride, Gennaio 2006

Novembre 2002. Lo scoop di Marco Politi

Il Vaticano sta per emettere un documento ufficiale per bloccare l´accesso al sacerdozio di ogni seminarista che, a giudizio del rettore del seminario, dimostri di avere «tendenze omosessuali». Il diktat è netto. Nell´Istruzione vaticana si sconsiglia ai seminaristi di proseguire nel loro percorso e, in ogni caso, l´avvio alla vita sacerdotale «è da escludere». Prima di pronunciarsi definitivamente i rettori potranno avvalersi dell´aiuto di uno psicologo. Il divieto ufficiale deciso dopo lo scandalo della pedofilia nella Chiesa cattolica Usa. Disco rosso per i seminaristi gay, che vogliono diventare preti. Il divieto di ordinazione per gli omosessuali è netto. Le tre pagine, che compongono il documento, in un crescendo di negazione. L´accesso al sacerdozio di seminaristi gay «è sconsigliato». E, in ogni caso - afferma con nettezza il progetto di Istruzione - l´avvio alla vita sacerdotale «è da escludere». L´inclinazione omosessuale, viene spiegato, costituisce infatti di per è un rischio per la vita sacerdotale. La bozza insiste molto sulla formazione umana, psicologica e culturale del seminarista. E poiché sono da tempo in aumento le vocazioni adulte e, comunque, i candidati non frequentano più nella stragrande maggioranza dei casi i cosiddetti 'seminari minori (che coprivano gli anni della scuola media e del ginnasio-liceo), il documento suggerisce che venga esaminato anche l´ambiente di provenienza del candidato e il suo contesto familiare.

L´iter dell´Istruzione è in fase avanzata. A ottobre è stata completata una prima bozza, frutto del lavoro di diversi dicasteri: la Congregazione per l´Educazione cattolica, la Congregazione del Clero, la Commissione per i Testi legislativi e naturalmente la Congregazione per la Dottrina della fede. Adesso si è passati alla seconda fase. Il progetto viene fatto circolare fra consultori ed esperti per raccogliere parerei sulla versione definitiva. C´è anche chi vorrebbe bruciare i tempi diramando una semplice esortazione ai rettori di seminario affinché escludano i seminaristi gay dal sacerdozio.

Il divieto di per sé non è una novità. Da sempre l´aspirante sacerdote veniva esaminato con riguardo alla sua «idoneità morale, psicologica e culturale». E sotto il richiamo alla psicologia veniva ricompreso il giudizio sull´assenza di una chiara inclinazione omosessuale. Chi veniva scoperto in seminario a praticare rapporti omoerotici, veniva inesorabilmente allontanato. Con durezza in passato, con maggiore garbo negli ultimi anni. «Consigliato piuttosto che cacciato», afferma un monsignore.

Nuova è la pubblicità del divieto e la sua perentorietà, che verrà esaltata dall´Istruzione vaticana. «L´urgenza del documento - confessa un ecclesiastico che da anni si occupa della tematica omosessuale - viene dagli eventi americani. Negli Stati Uniti la situazione è infuocata, bisogna placare gli animi, è urgente evitare che prosegua la sistematica campagna di discredito in atto contro il clero cattolico».

La decisione di redigere il documento, che dichiarerà ufficialmente off limits il sacerdozio ai seminaristi gay, è stata preceduta in Vaticano da un discreto, ma insistente tam-tam nelle alte sfere ecclesiastiche. Dopo che nella Chiesa cattolica statunitense era esploso lo scandalo-pedofilia, il segretario della Congregazioone per la Dottrina della fede Tarcisio Bertone affermò che «una persona con inclinazioni omosessuali non dovrebbe essere ammessa al sacerdozio». Anche il cardinale Tonini aveva sottolineato in un incontro con i direttori dei settimanali cattolici che «è meglio avere dieci preti in meno che uno sbagliato». In America monsignor Andrew Baker, che lavora alla Congregazione per la Dottrina della fede, ha scritto recentemente sulla rivista dei gesuiti America che i problemi psicologici, causati dall´attrazione per il proprio sesso, rendono i gay «poco adatti» al sacerdozio.

Marco Politi, Repubblica, 4 Novembre 2002

Dicembre 2002. Cronaca di una notizia inventata

 

Una lettera salta fuori dagli archivi

Città del Vaticano, 16 Maggio 2002

Eccellenza reverendissima,

la Congregazione per il Clero ha trasmesso a questa Congregazione per il Culto Divino e la  Disciplina dei Sacramenti, la lettera di Vostra Eccellenza, nella quale ci formula una richiesta, in  ordine a chiarire la possibilità o meno che uomini con inclinazioni omosessuali possano ricevere  l'ordinazione sacerdotale. Questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, tenendo presente  l'esperienza che proviene da non poche cause istruite in vista di ottenere la dispensa dagli  obblighi che derivano dalla sacra Ordinazione, e dopo doverosa consultazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, esprime il suo giudizio nel modo seguente: l'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa. Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, per tanto, idonea a ricevere il sacramento dell'Ordine sacro.

Mi valgo volentieri della circostanza per confermarmi con sentimenti di  cordiale ossequio dell'Eccellenza Vostra Reverendissima, devotissimo in Domino

Jorge A. Cardinale Medina Estévez, Prefetto

 

Marco Tosatti sul Corriere della Sera (6 Dicembre 2002)

Nel giorno in cui la diocesi di Boston dichiara bancarotta finanziaria in seguito agli abusi commessi dai suoi sacerdoti su bambini e adolescenti, dal Vaticano parte un segnale forte e chiaro, che spiana la strada a un documento restrittivo, in preparazione, per impedire agli omosessuali l´ingresso nel sacerdozio. Ordinare diaconi o sacerdoti «uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischioso. Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, pertanto, idonea a ricevere il sacramento dell´Ordine sacro». La firma in calce a queste righe è quella del cardinale Jorge Medina Estevez, in data 16 maggio 2002 Prefetto della Congregazione per il Culto Divino. Il porporato rispondeva alla richiesta di un ignoto vescovo, che voleva sapere se fosse lecito accettare nel seminario diocesano uomini con inclinazioni omosessuali. In genere queste risposte restano private; ma una nota in latino spiega che «questo Dicastero ha ritenuto opportuno pubblicare questa risposta, affinché divenga di dominio pubblico a causa del momento particolare». Sul momento particolare non ci possono essere dubbi: la maggior parte degli abusi per cui la chiesa americana è sotto accusa sarebbero di efebofilia, più che di pedofilia vera e propria. Non è un mistero che negli Anni 70, quando la crisi delle vocazioni negli Stati Uniti era al top, le maglie di ingresso erano molto ampie; tanto che c´era chi scherzando parlava di pink seminaries, seminari rosa. Anche adesso i vescovi americani si interrogano su questo problema; il presidente dei vescovi degli Usa, Wilton Gregory, ha parlato apertamente del problema, mentre monsignor Theodore Mc Carrick ha chiesto che «nessun omosessuale attivo» sia mai ammesso in seminario. Una presa di posizione severa, che certamente provocherà polemiche negli Stati Uniti, dove l´ipotesi di bandire dalla chiesa seminaristi e preti gay fa già parlare di caccia alle streghe.

Secondo alcune cifre apparse sulla stampa Usa il trenta per cento dei 45.000 preti americani sarebbero omosessuali, mentre le organizzazioni di gay cattolici, come Dignity protestano quando si accostano omosessualità e pedofilia e quando. Il testimonial di questa campagna è Michael Judge, il cappellano dei pompieri di New York morto da eroe l'11 settembre. «Ve l'immaginate una Chiesa che mette alla porta uno come padre Judge?» è la domanda provocatoria. Del problema, in Vaticano, si starebbe occupando anche la Congregazione per l´Educazione cattolica, che avrebbe compiuto nei mesi scorsi uno studio riservato. Non è escluso che da quel documento, finora riservato, possano, nell´immediato futuro, uscire indicazioni per i seminari. Meno di un anno fa la Congregazione aveva preso in esame la possibilità di mettere in opera a livello mondiale un sistema di test psicologici per gli aspiranti al sacerdozio. Un sistema per portare in luce, nello screening preventivo, eventuali inclinazioni omosessuali. In realtà qualcosa come il documento auspicato da più parti esiste già, anche se è molto datato. Si tratta di una Istruzione emessa però più di 40 anni fa - prima del Concilio Vaticano II - da quella che allora veniva chiamata la Sacra Congregazione per i Religiosi. Il documento raccomandava di non ammettere ai voti o all´ordinazione persone colpite «dalla perversa inclinazione all´omosessualità o pederastia». In generale si consigliava di non ammettere fra sacerdoti e religiosi elementi per i quali la castità e il celibato avrebbero costituito «un atto di eroismo continuo e un martirio doloroso». La Chiesa non parla più di «perversa inclinazione», ma le Direttive sulla formazione negli Istituti Religiosi, emesse nel 1999, consigliavano «di scartare dalla vita religiosa quelle e quelli che non giungeranno a padroneggiare le tendenze omosessuali». Una reazione alla lettera del cardinale Estevez è venuta dall´Arcigay, che la giudica «una presa di posizione ridicola».

 

Gianni Rossi Barilli sul Manifesto (6 Dicembre 2002)

Fuori i gay dalla chiesa cattolica. La nuova regola, alla quale il Vaticano sta pensando da tempo, non sarà retroattiva come certe leggi italiane ma servirà a sbarrare in futuro le porte dei seminari, e quindi la via al sacerdozio, agli uomini con manifeste inclinazioni omosessuali. Varie branche del governo ecclesiastico sono al lavoro sulla questione e ieri le agenzie di stampa hanno reso noto il testo di una raccomandazione, a firma del cardinale Jorge Medina Estevez, pubblicata sull'ultimo numero del bollettino della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Secondo l'illuminato parere del prelato, «una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è idonea a ricevere il sacramento dell'Ordine sacro». Di conseguenza, «l'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è altamente sconsigliabile». Non si tratta ancora di una norma obbligatoria, ma le parole del cardinale Estevez sembrano indicare la direzione di marcia. Già attualmente il consiglio rivolto ai direttori dei seminari è quello di fare attenzione alle vocazioni gay e, possibilmente, scoraggiarle. ma trasformare il suggerimento in formale precetto è un bel salto di qualità all'indietro. Riporterebbe infatti la chiesa cattolica a una valutazione dell'omosessualità, almeno per quanto riguarda gli aspiranti pastori di anime, precedente la celebre svolta del 1975, quando, sotto papa Paolo VI, fu introdotta una distinzione tra la semplice inclinazione (che può essere involontaria e perciò non essere in se stessa peccato) e il comportamento omosessuale (sempre censurabile perché «intrinsecamente disordinato»). A questo bizantino distinguo ci si era attenuti fin qui anche con papa Wojtyla, pur alzando progressivamente a dismisura il tono della polemica contro il riconoscimento dei diritti di gay e lesbiche.

 Ora però si pensa di non dare ai futuri preti eroticamente attratti da persone del loro stesso sesso neppure la chance di scegliere (eroicamente) la castità per poter essere sacerdoti. Questa possibilità resterà aperta solo per gli eterosessuali (o per gli omosessuali che sanno mentire bene), che come è noto devono rimanere altrettanto casti volendo fare i ministri del culto. Vogliamo parlare di discriminazione? Se poi si pensa che il giro di vite antigay, nelle intenzioni del Vaticano, dovrebbe essere una misura per cercare di uscire dal vicolo cieco degli scandali pedofili che, in tutto il mondo, stanno minando l'immagine della chiesa cattolica, il quadro si fa ancora più sconsolante, perché, a dispetto di ogni evidenza, si identificano pedofilia e omosessualità, prescindendo tra l'altro dai numerosi e documentati scandali che hanno coinvolto preti molestatori di fanciulle e novizie. Questo atteggiamento sta suscitando dissensi e preoccupazioni anche all'interno della chiesa, e potrebbe presto rivelarsi un boomerang per il blocco conservatore che la governa. Intanto, dal mondo laico cominciano ad arrivare commenti indignati. Secondo la deputata verde Luana Zanella, per esempio, la nuova linea vaticana «non sta né in cielo né in terra: è contraria ai principi evangelici ma anche al buon senso terreno». Più caustica la reazione di Franco Grillini, deputato Ds e presidente onorario di Arcigay: «Evidentemente la chiesa cattolica ha deciso di chiudere baracca. Siamo stupiti che in periodo di gravissima crisi di vocazioni l'azienda vaticana decida di privarsi di una parte consistente della propria manodopera mettendo fortemente a rischio il pieno utilizzo degli impianti».

 

ADISTA (14 Dicembre 2002)

«Notoriamente gli omosessuali, repressi o dichiarati, rappresentano almeno il 30 per cento dei preti italiani», dichiara, sulla Repubblica del 6/12, Alessio De Giorgi, direttore di Gay.it. E allora, si chiede sarcastico Franco Grillini, parlamentare ds ed ex presidente dell'Arcigay, è strano che «in periodo di gravissima crisi di vocazione l'azienda vaticana decida di privarsi di una parte consistente della propria manodopera, mettendo fortemente a rischio il pieno utilizzo degli impianti». Eppure, contrariamente alla tendenza che sembra prevalere in altre Chiese, come nella Chiesa anglicana, dove il nuovo arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, si è detto favorevole all'ordinazione di sacerdoti omosessuali, la Chiesa cattolica sembra proprio intenzionata a mettere la parola fine alla questione dei preti gay. E lo fa attraverso la pubblicazione di un parere della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in risposta ad un quesito formulato da un vescovo, il cui nome non è noto, nel quale si chiedeva appunto se l'ordine sacerdotale potesse essere ricevuto da persone con inclinazioni omosessuali. E la Congregazione per il Culto, tramite il suo prefetto, il cardinale Jorge Medina Estévez, ha detto chiaramente, nella sua risposta pubblicata sul numero di novembre-dicembre di Notizie, il bollettino interno del dicastero, che no, è meglio non avere nella Chiesa preti gay: la loro ordinazione è, anzi, «assolutamente sconsigliabile», «imprudente» oltreché «rischiosa» da un punto di vista pastorale. «Intrinsecamente disordinati» li definisce, del resto, il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2357. Il SIR, il servizio informativo della Conferenza episcopale italiana, nel numero del 6 dicembre, si è affrettato a pubblicare un commento di pieno sostengo al parere di Medina Estévez, a firma di Marco Doldi, direttore della sezione di Genova della facoltà Teologica dell'Italia settentrionale, che apre con queste considerazioni: «Subito qualcuno dirà che siamo di fronte ad una discriminazione, ad un atto di esclusione dalla Chiesa. In realtà, il tenore della Lettera, frutto di un'intensa consultazione tra tre Congregazioni vaticane, è assai pacato e meditato». Quanto sia pacato giudicherà il lettore. Quanto sia meditato non sta a noi dirlo. Che la consultazione sia stata intensa Adista può invece confermarlo, giacché da fonte certa le risulta che l'opposizione, tra i dicasteri e all'interno dello stesso dicastero del Culto Divino, alla pubblicazione di questo parere è stata altissima.  Questa decisione non mancherà di sollevare polemiche. Per ora, se Grillini è convinto che la «gerarchia romano-cattolica risponde ai fenomeni della modernità con le armi della crudele discriminazione, della brutale esclusione, dello stigma sociale e culturale sugli omosessuali che, in definitiva, costituiscono la più grande minoranza del pianeta», Luana Zanella, deputata dei Verdi, afferma che quella sui gay è una decisione che «non sta né in cielo né in terra. È contraria ai principi evangelici ma anche  al buon senso terreno. La Chiesa cattolica chiede rispetto della castità, dunque, non ammettendo un omosessuale nella propria comunità, commette solo una volgare discriminazione sessuale».

Commenti alla “non notizia”

 

Coordinamento Gruppi omosessuali Cristiani in Italia

Apprendo con amarezza la notizia della risposta che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha dato a un vescovo in merito all'opportunità di ammettere al sacerdozio dei candidati omosessuali. Si tratta di un ulteriore elemento che permette di considerare del tutto privi di ogni fondamento scientifico i documenti espressi dalla Santa Sede, in merito all'omosessualità, in questo ultimo decennio. Colpisce in particolare il fatto che la già citata Congregazione non ritenga in alcun modo realistica la proposta esigente con cui il magistero ordinario della Chiesa si rivolge alle persone omosessuali, indicando loro un serio cammino verso una castità vissuta nel celibato. Viene da chiedersi se quello stesso magistero sia in qualche modo autorevole, visto che viene contestato dagli stessi organismi centrali della Chiesa di cui è espressione. È infine sconcertante confrontare questa discriminazione delle persone omosessuali (la cui idoneità al sacerdozio e alla vita in seminario è arbitrariamente contestata) con le pressioni che i vescovi americani hanno subito per addolcire la loro posizione di netta condanna nei confronti dei preti pedofili. Sembra che alla Santa Sede faccia più paura l'orientamento omosessuale dei suoi futuri ministri, dei delitti di pedofilia dei suoi attuali ministri. Quella che emerge da questa triste vicenda è una Chiesa profondamente ferita dall'ignoranza colpevole dei responsabili dei dicasteri vaticani, una Chiesa in cui continuano a manifestarsi in tutta la loro preoccupante gravità gli effetti di quel «fumo di Satana» che, a detta di Paolo VI, ne aveva inquinato la vita, penetrando al suo interno, per togliere agli uomini e alle donne del nostro tempo ogni forma di speranza nell'amore di Dio. Da persona che ama profondamente la Chiesa cattolica chiedo alle centinaia di consacrati omosessuali con cui sono venuto in contatto durante questi ultimi anni, di vincere l'ipocrisia, di abbandonare la paura e di educare finalmente la gerarchia cattolica a una reale comprensione del fenomeno omosessuale, così come si manifesta nelle loro vite e nella vita dei milioni di omosessuali credenti che il documento di oggi ha profondamente ferito. In questo senso chiedo allo Spirito Santo di illuminare tutti noi.

Gianni Geraci, Portavoce,  8 Dicembre 2002

CDB Viottoli di Pinerolo

La lettera della Congregazione vaticana per il Culto, presentata ufficialmente giovedì 5 dicembre, rappresenta un'altra tappa verso la persecuzione pianificata e sistematica dei gay. Ecco un passaggio del testo: «L'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa. Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, per tanto, idonea a ricevere il sacramento dell'ordinazione». Dalla emarginazione il Vaticano passa alla persecuzione. Chiude le porte ai futuri preti gay (o si illude di farlo!) e intanto vuole ammonire i preti gay, anzi terrorizzarli, affinché stiano nella più assoluta invisibilità, incoraggiando di fatto l'ipocrisia e soffocando la libertà delle persone. Ancora una volta il Vaticano compie la sua ingloriosa impresa che prosegue da secoli: opprimere le coscienze delle persone, reprimere l'espressione delle libertà, diffondere angoscia e sensi di colpa. Tutto questo fa parte di una storia ben nota e dolorosa: nei secoli l'insegnamento ufficiale delle gerarchie cattoliche è riuscito a rendere infelici milioni di donne e di uomini.

A noi preme esprimere tutta la nostra vicinanza ai numerosissimi preti e seminaristi gay ai quali rinnoviamo la nostra stima, la nostra amicizia, la nostra solidarietà. Nessuno può sospettare di voi o bloccare l'accesso ad un ministero nel quale siete inseriti o al quale aspirate. Intanto, sia che decidiate di vivere il ministero nel celibato sia che congiungiate amore di coppia e ministero, sappiate che c'è una vasta parte della chiesa che è con voi e ringrazia Dio del dono che voi siete per la comunità ecclesiale e per il mondo. Lotteremo insieme ai preti e ai seminaristi gay anche perché nessuno confonda grossolanamente due realtà totalmente diverse come l'omosessualità e la pedofilia e pregheremo insieme perché la gerarchia impari a tacere, ad ascoltare, ad accompagnare ed esca dalla sua presunzione e dalla sua arroganza.

Viottoli, 3 gennaio 2003

Il rettore di un Seminario

Pochi giorni fa ho letto una notizia su Avvenire che mi ha sconvolto non poco. La riporto innanzitutto: in una risposta al quesito che un vescovo imprecisato ha posto sulla opportunità o meno di ordinare preti degli uomini con inclinazioni omosessuali, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dopo aver consultato la Congregazione per la Dottrina della Fede, ha espresso il suo giudizio affermando che «l'ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenze omosessuali è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa». La suddetta Congregazione anzi afferma senza perplessità che «una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, per tanto, idonea a ricevere il sacramento dell'ordine sacro».

Ora occorre spiegare innanzitutto bene i termini al lettore, altrimenti questo mio articolo sarà solo fonte di malintesi. Il testo sopra citato intende negare l'accesso al sacerdozio e al diaconato non solo a coloro che dichiarano apertamente di vivere delle relazioni omosessuali e che quindi esercitano anche fisicamente la loro omosessualità, ma anche a coloro che hanno una semplice «tendenza omosessuale», cioè che si sentono attratte in campo affettivo e sessuale da persone del proprio sesso, senza che tuttavia passino ad esternare e a vivere con un partner tale propensione. Cioè si tratta di una tendenza che non dà luogo a relazioni ed atti omosessuali in senso proprio, e che i soggetti vivono nella segretezza e magari con molto sacrificio e sofferenza e mortificazione. Ora, pur volendo ammettere che sia sempre peccaminoso l'atteggiamento di chi volontariamente esercita l'omosessualità (della quale cosa io non sono comunque affatto convinto!), non capisco proprio perché si debba tener lontano dal sacerdozio soltanto chi, si ritiene, possa avere «degli atteggiamenti» disordinati in campo sessuale. In pratica si conferma la vecchia idea che i presunti disordini sessuali siano i più gravi possibili. A me, invece, altri sembrano i peccati gravi: l'egoismo individualista, l'attaccamento al denaro, al potere, alla carriera, anche quella ecclesiastica. Io preferirei piuttosto sentir dire dalla suddetta Congregazione che i giovani carrieristi e avidi di denaro, non pentiti, non possono essere ordinati preti. Però questa cosa non l'ho mai vista scritta e temo che non la vedrò per ora. Ma ciò che è ancora più grave è che la risposta della Congregazione penalizza addirittura quelli che hanno solo una tendenza omosessuale. Ora, dobbiamo tutti sapere che tale tendenza chiunque potrebbe scoprirla in sé, senza che l'abbia minimamente scelta. Quando si scopre di averla, anzi, si prova una grande sofferenza e si fa grandissima fatica ad accettarla come parte di sé. Allora, se non è frutto di una scelta volontaria, perché mai si dovrebbe negare ai soggetti interessati la gioia di accedere al sacerdozio? Che colpa hanno ad avere tale tendenza? E poi, come si fa a verificare dall'esterno se una persona ha tale tendenza? Alcuni sembrano averla e non ce l'hanno, altri mostrano una ostentata virilità e invece la nascondono. Forse il rettore del seminario deve fare il detective? Oppure il giovane aspirante prete e con tendenza omosessuale deve vivere ancora di più con l'angoscia che i suoi atteggiamenti lo rivelino facendolo mettere fuori dal seminario nell'umiliazione sua e della sua famiglia?

Nella mia esperienza, ancora breve ma significativa, ho conosciuto preti con tendenze omosessuali e alcuni li ho trovati dotati di grande cuore pastorale, innamorati di Dio e della Sua gente, bravi e amabili quanto i preti non omosessuali. Avrete capito dunque che a mio avviso quella risposta della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti è molto infelice e non contribuisce certo a rendere amabile il volto della Chiesa ufficiale, che su questo argomento dovrebbe prendere posizioni più sfumate e forse più umane.

Don Dino D’Aloia (Rettore Seminario minore di San Severo), ADISTA del 4 Gennaio 2003

 

Un teologo dalla Spagna

Con immensa pena leggo, quasi ogni giorno, notizie sul tema dell’omosessualità nella Chiesa cattolica, quasi sempre messe in relazione con possibili condotte delittuose del clero, come se questo fosse, insieme al denaro, l’argomento base del cristianesimo. A partire da questo, in modo personale, quasi in forma di confessione, mi arrischio ad esprimere ad alta voce i miei pensieri, senza nessun’altra autorità che quella che mi concedono il mio amore per la Chiesa e i lunghi anni da religioso e da presbitero, in tempi di profondo cambiamento sociale e religioso. A partire da questo, considerando la mia stessa esperienza e il mio amore per la vita, voglio esprimere ad alta voce alcuni dei miei pensieri al riguardo. All’interno della Chiesa cattolica, l’omosessualità, tanto maschile quanto femminile, è un dato di fatto, così come fuori di essa. Non è né buona né cattiva. Semplicemente è. La vita ci ha fatto così, e così dobbiamo accettarla, come un elemento della nostra complessa e affascinante esistenza. Perciò inizio ringraziando Dio per gli omosessuali cristiani (e non cristiani), soprattutto per quelli che ho conosciuto e amato. Lo ringrazio perché, in mezzo a grandi difficoltà, molti di loro sono potuti uscire dall’armadio in cui erano rinchiusi fino a poco tempo fa, soprattutto in Spagna, per vivere finalmente, come persone, con i loro valori e i loro problemi. Se un cristiano si vergogna degli omosessuali, si vergogna di Dio stesso, bestemmia la vita complessa e meravigliosa che questo Dio ha creato.

Tutti sanno che nel clero (e nella vita religiosa) la percentuale degli omosessuali è più alta che nel resto della società, forse proprio per il tipo di vita celibe dei suoi membri e anche per una forma speciale di filantropia e di sensibilità riguardo alla vita che loro mostrano. Non possiedo percentuali affidabili della Chiesa spagnola, però le possiedo per quella americana, grazie al libro di D.B. Cozzens, The Changing face of the Priesthood, (Liturgical Press, Collegeville MN 2000), che è stato uno dei responsabili della formazione dei presbiteri cattolici in Usa, nella migliore tradizione gerarchica di quella Chiesa. Cozzens mostra e ammette, senza alcun problema, che la metà dei seminaristi e dei presbiteri Usa sono omosessuali. Questo non è né un bene né un male, è un fatto, e continuo a ringraziare Dio o la vita per esso. Ad ogni modo mi piacerebbe che le percentuali fossero quelle normali all’interno del contesto sociale, ossia, tra un 10 e un 15%, ma nelle attuali circostanze di reclutamento clericale è impossibile: finché il clero continua ad essere quello che è, avrà una media di omosessuali più alta del resto della società. La maggior parte dei presbiteri e dei religiosi omosessuali hanno condotto e conducono una vita degna, lavorano per gli altri con onestà, sono buoni presbiteri della Chiesa, professionisti attenti e al servizio del Vangelo. È evidente che hanno i loro problemi affettivi, come gli eterosessuali, e che, spesso, le loro difficoltà di integrazione sociale sono maggiori. Ma sono soliti essere maggiori anche i loro apporti di tipo affettivo, sociale e spirituale.

Ringrazio Dio e voglio ringraziare loro, soprattutto quelli che ho conosciuto e che conosco, ai quali devo una parte considerevole della mia esperienza cristiana. Alcuni omosessuali, che sono minoranza, hanno messo in atto pratiche che risultano delittuose, seducendo minori, soprattutto là dove il contesto sociale è più chiuso o asfissiante: nei seminari, nei convitti e nei gruppi giovanili. Ma questo lo sanno tutti e succede anche in altri contesti (dentro e fuori le famiglie). Gran parte di questi casi si risolvono senza ulteriori problemi, con il tempo, a volte con l’aiuto di persone più esperte o amiche, come tutti noi che viviamo nel mondo abbiamo sperimentato nelle famiglie o nei gruppi a noi vicini. Però per alcuni di essi la seduzione stata più intensa o continua, cosicché possono e devono finire nei tribunali. Quando succede, colpevoli o no, i preti implicati (presbiteri e vescovi, o anche religiosi o religiose) devono abbandonare la funzione pubblica e rispondere alla società come il resto dei cittadini.

Il numero di preti che ha sedotto minori mi sembra normale secondo le statistiche (lo stesso che fuori del clero). In alcuni casi, questa seduzione risulta più dolorosa, perché si fa utilizzando il prestigio sacerdotale o religioso. Conosco alcuni casi in cui si è giunti al tentato suicidio (e in un caso al suicidio vero e proprio) tra le persone implicate e ho provato una rabbia immensa per questo. Questo è stato, e forse continua ad essere, un vero e proprio delitto. Si presume che la loro stessa scelta evangelica dovrebbe aver trasformato i preti o aspiranti tali, rendendoli uomini e donne di gratuità. Ma tutti sanno che la vita è difficile e che in certi ambienti di reclusione affettiva sono solite prodursi reazioni violente. Conosco anche tentativi di suicidio in ambienti non clericali per questo stesso motivo e tentativi di omicidio contro i pretesi seduttori. Sia come sia, questi casi non devono portare alla condanna del clero nella sua interezza, né di tutti gli omosessuali che ne fanno parte.

Non mi sembra consigliabile che i preti omosessuali «escano dall’armadio» accompagnati da un rullo di tamburi. In questi casi, come nella vita affettiva in generale, la cosa migliore continua ad essere la discrezione benevola, senza menzogne, ma senza pompa magna. Per questo non mi piace neanche che alcuni mezzi di comunicazione insistano in modo monotematico su questi problemi, invece di mettere in rilievo altri aspetti personali e sociali, culturali e artistici più importanti. Ad ogni modo, quello che invece deve uscire dall’armadio, fin da subito, è la struttura clericale, se non vuole perdere la propria credibilità: non deve diffondere ai quattro venti i suoi problemi interni, ma neanche nasconderli. Il prete, in quanto uomo pubblico nella Chiesa, deve essere disposto ad accettare che la sua vita sia nota. Una struttura ecclesiastica centrata sulla difesa di se stessa, sulla protezione del suo potere e del suo segreto, è degna di essere condannata e di finire, senza ulteriori ritardi, per il bene del Vangelo e, soprattutto, della società.

Considero aberrante, se fosse vera, la notizia diffusa da alcuni mezzi di comunicazione, in cui si dice che alte istanze del Vaticano, dirette da un cardinale che ha presieduto il Dicastero del Clero, vogliono proibire agli omosessuali l’accesso ai seminari e alle funzioni ministeriali di presbitero e vescovo. Come riusciranno a distinguere gli uni e gli altri? Che faranno con le migliaia di presbiteri e di vescovi omosessuali che esercitano con pieno rispetto il loro ministero? Il problema non è che i ministri siano o no omosessuali, ma che esercitino bene il loro compito evangelico, secondo la parola di Gesù e la vita delle loro comunità, in libertà gioiosa e nel servizio all’uomo. Quello che mi preoccupa non sono gli omosessuali, ma la forma di vita della Chiesa. Sono convinto che, almeno in Occidente, è finita una fase clericale del cristianesimo. Il celibato dei preti, che in altri tempi ha avuto una funzione sociale, ora non l’ha più: quello che importa non è che il presbitero sia celibe o no, ma se è fedele all’amore e alla vita, se è persona di gioia e di annuncio. In questa direzione la Chiesa sta perdendo e deve perdere la propria struttura ministeriale gerarchica, per convertirsi in federazione di comunità autonome, che siano capaci di eleggere i propri ministri, per tutta la vita o per un certo tempo, uomini o donne, celibi o sposati, omosessuali o eterosessuali, cercando solo la fedeltà al Vangelo e all’annuncio di Dio, ossia, gioia di vita. Il celibato sarà opzionale, per coloro che volessero viverlo come carisma o come risultato di cammini particolari, restando vincolato in modo speciale con le diverse forme di comunità religiose.

Quasi tutti i «cacciatori di omosessuali» che conosco sono omosessuali che non ammettono la loro identità sessuale e umana, scaricando il proprio risentimento contro altri compagni più sfortunati o più onesti. Gesù non si comportò così. Il Vangelo lo presenta come amico dei pubblicani e delle prostitute, uomo che è capace di citare come esempio gli eunuchi biologici o sessuali, uomini e donne con difficoltà in questo campo (Mt 19,12). Lo stesso Vangelo lo presenta come guaritore dell’amante omosessuale del Centurione di Cafarnao (Mt 8,5-13: non è certo necessario ricordare che a quel tempo gli accampamenti erano luoghi di abituale omosessualità, perché i legionari non si sposavano prima di congedarsi, già col grado di maggiore!).

Con un certo rossore voglio aggiungere che sono eterosessuale: questa è una delle poche cose chiare della mia vita! Non mi vergogno né mi sento orgoglioso per questo. Ho alcuni valori, se fossi omosessuale ne avrei altri. Non mi è costato troppo essere quello che sono, sebbene nella mia vita in seminario e dopo (quanto è normale in questi casi!) ho dovuto superare alcune tentazioni di compagni e colleghi che, per lo più, nel complesso, si sono comportati con me in modo splendido. Per questo ringrazio Dio e, in modo speciale l’istituzione ecclesiale, che mi ha accolto come persona. Ad ogni modo, ora, leggendo giorno dopo giorno i problemi che presenta certa stampa (evidentemente con una certa ragione!) mi piacerebbe che la Chiesa istituzionale si trasformasse in sequela della verità e del Vangelo. Nel frattempo termino, come ho iniziato, ringraziando i tanti omosessuali cristiani e preti per il loro difficile compito, molte volte disprezzato, al servizio del Vangelo.

Xabier Pikaza (docente di Teodicea e storia delle religioni alla pontificia università di Salamanca), Adista del 4 Gennaio 2003

 

Un teologo dagli Stati Uniti

Appena dopo l'inizio del secondo millennio, San Pier Damiani scrisse un lungo trattato di condanna intitolato Liber Gomorrhianus. Chiedeva quella che ora viene chiamata tolleranza zero nei confronti dei preti coinvolti in relazioni omosessuali. In risposta, San Leone papa scrisse, pur denunciando questi peccati, che egli, «agendo più umanamente», avrebbe permesso a questi preti di riconquistare la loro posizione se si fossero pentiti e se non fossero stati rei di condotta protratta e promiscua. All'inizio del terzo millennio, c'è un movimento che sta cercando di escludere i gay dagli Ordini, e non perché siano stati sessualmente attivi anche solo per un breve periodo, ma semplicemente perché sono omosessuali. Recentemente, Joaquín Navarro-Valls, portavoce ufficiale del Vaticano, ha suggerito l'invalidità del sacerdozio di uomini gay. Alcuni canonisti hanno affermato che il diritto canonico esclude la possibilità di seminaristi gay. Alcuni vescovi già ora escludono i gay dall'ingresso in seminario. E il Vaticano di recente ha confermato la preparazione di un documento sulla formazione sacerdotale che può bandire i gay dagli Ordini. Un portavoce ha detto che il tempo della sua promulgazione sta allo Spirito Santo. La mia preghiera è che lo Spirito Santo si prenda molto, molto tempo.

Non ora

Nel corso dell'anno passato, la Chiesa cattolica, così come rappresentata nei media, è sembrata, a volte, come un uomo sorpreso a sbirciare nel bagno delle donne: ovvero, gli sforzi fatti per spiegare le cose hanno soltanto peggiorato la situazione. Le azioni intraprese da preti e vescovi hanno portato alcuni ad abbandonare la Chiesa. Dopo un anno di sofferenza, abbiamo chiesto scusa, perdono, e abbiamo finalmente iniziato a pentirci. Ora, perciò, non è tempo di riaccendere ancora le luci della ribalta. I sondaggi mostrano che l'opinione pubblica americana sta diventando sempre più sensibile alla discriminazione contro gli omosessuali. In un clima del genere, la gerarchia dovrebbe evitare di fare la parte dell'accusatrice dei gay, proprio per i suoi passati errori. Spesso loro stessi accusati di ipocrisia, i vescovi dovrebbero evitare di promuovere quel tipo di ipocrisia che una politica del «Non chiedere, non dire nulla» o del «Chiedi e parla» sicuramente farebbe emergere.

Perdere ancora più credibilità

Ma se il Vaticano sente di dovere escludere i gay dal sacerdozio, spero che non lo faccia appoggiandosi ai deboli argomenti attualmente utilizzati. Questi ragionamenti mineranno ulteriormente la credibilità della Chiesa sui temi sessuali. Un ragionamento fatto male urta la gente. Io dico ai miei studenti che è difficile riflettere sul sesso. La gente riesce con molta facilità a anelare, immaginare o pontificare sul sesso. È difficile, invece, pensare in profondità, con chiarezza e in modo cogente su di esso. Così, come servizio alla Chiesa, lasciatemi spiegare perché alcuni degli argomenti proposti possono arrecare più danno che altro. La cattiva teologia, così come la cattiva condotta, può allontanare la gente dalla Chiesa e da Dio. Possiamo presumere, spero, che quando il portavoce papale ha detto che le ordinazioni dei gay passate e presenti sono invalide, si trovasse in una brutta giornata. Una tale affermazione offensiva, se vera, probabilmente porterebbe alla fine della successione apostolica, perché renderebbe invalide innumerevoli ordinazioni avvenute nei secoli. Come ha detto il vescovo Thomas Gumbleton «metterebbe in discussione l'integrità di tutto il nostro sistema sacramentale».

La prova del palloncino

Nel suo recente articolo su America (30/9), monsignor Andrew R. Baker segue diverse linee di pensiero per giustificare il divieto all'ordinazione dei gay. In primo luogo egli offre un argomento prudenziale sul fatto che i gay nel nostro tempo non dovrebbero essere ordinati. In secondo luogo, e in modo più polemico, usa l'argomento teologico secondo cui l'orientamento omosessuale è oggettivamente disordinato, come base per il suo argomento secondo il quale i gay non possono essere né veramente celibi né vere immagini di Dio. Dal momento che padre Baker è membro della Congregazione per i vescovi a Roma, e i suoi argomenti riassumono quelli riportati in altre occasioni dal Vaticano, è importante esaminarli entrambi. Padre Baker introduce questi argomenti con la norma secondo la quale i vescovi non devono ordinare un uomo quando hanno un ragionevole dubbio circa il fatto che possa essere un buon prete. Nel gergo ecclesiastico, un dubbio di solito significa che non si può prendere una decisione. Ai vescovi viene detto che se non possono decidere sull'idoneità di un candidato al sacerdozio, non devono risolvere il dubbio a favore dell'ordinazione del candidato. Questa posizione è parallela alla pratica di vecchia data, nei casi di divorzio, della risoluzione del dubbio a favore dell'istituzione del matrimonio piuttosto che a favore della coppia divorziata (anche se oggi alcuni spingono a mettere le persone prima dell'istituzione). La posizione, tuttavia, è abbastanza plausibile. Secondo la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, questo «dubbio prudenziale» riguarda la idoneità del candidato. Idoneità per cosa? La risposta del diritto canonico è ovvia: idoneità per il sacerdozio. La risposta di padre Baker, tuttavia, non è così scontata. Padre Baker non elenca le qualità che un prete deve avere per poi dimostrare che i gay non hanno o non possono avere tali qualità. Il fatto che tanti buoni preti siano gay renderebbe molto difficile o impossibile dimostrare che i gay non siano adatti al sacerdozio. L'articolo del vescovo Gumbleton, per esempio, parla di numerosi preti gay eccellenti, la cui vita dimostra che almeno alcuni gay sono piuttosto idonei per l'ordinazione. Al contrario, padre Baker ha diverse altre preoccupazioni, una delle quali è che i gay sono in qualche modo non idonei alla vita a stretto contatto dei seminari. Si preoccupa della dissolutezza dei gruppetti nel seminario. Anche se questo può ancora rappresentare un problema, nella mia esperienza sembra sempre più una questione appartenente al passato, visto che gli uomini gay non si considerano più rifiuti sociali o avanguardia sociale. Oggi vi sono gruppi di gay così come ci sono gruppi di africani o di asiatici che si incontrano per banchetti particolari, gruppi di tipi artistici che fanno musica insieme e così via. Vi sono persone che appartengono anche a più gruppi, e questi raggruppamenti informali non tendono ad essere distruttivi o isolanti. Al contrario, si adattano alla polifonia che è la vita contemporanea del seminario. Forse alcuni hanno la fantasia che i gay abbiano la tentazione di fare sesso con altri gay in seminario. Senza dubbio, questo accade. Ma è anche noto che i seminaristi eterosessuali talvolta sono coinvolti in relazioni sessuali con donne nel corso dei loro anni di seminario. Queste cose succedono, e normalmente vengono affrontate.

Vorrei aggiungere, tuttavia, alcune osservazioni. In primo luogo, i moderni seminari spesso hanno camere da letto, bagni e docce individuali. In secondo luogo, i gay imparano presto come stare a proprio agio in mezzo a membri del loro sesso. La questione nella sua semplicità è che i seminaristi gay ed etero di oggi possono vivere e vivono tranquillamente sotto lo stesso tetto. Presumibilmente, nel momento in cui fa ingresso in seminario, la maggior parte degli uomini, se non la totalità, non è pronta all’ordinazione. Ecco perché la Chiesa li sottopone a 4 o 5 anni di rigorosa formazione ed educazione. La questione è se alla fine di questo percorso siano pronti all’ordinazione. E questa particolare questione sembra di natura empirica. Padre Baker stesso scrive che il seminarista eterosessuale può essere psicosessualmente immaturo, vulnerabile e incerto circa la sua umanità. Egli afferma anche che alcuni gay possono guarire, per così dire, dai loro problemi. Così sembrerebbe che ai gay debba essere concesso quanto meno l’ingresso in seminario.

Padre Baker sottolinea giustamente che alcuni gay soffrono un rifiuto culturale. Commenta poi che se, come conseguenza, un uomo diventa un bugiardo patologico, un ubriaco, un drogato, gravemente depresso o sessualmente confuso, ci può essere un dubbio prudenziale sul fatto che debba essere ordinato. D’accordo. Eppure, è un errato sillogismo ritenere che poiché alcuni gay hanno questi problemi, allora tutti i gay debbano essere esclusi dall’ordinazione. Un esempio: alcuni vescovi eterosessuali hanno commesso adulterio, quindi nessun eterosessuale deve essere consacrato vescovo. L’idea che tali difficoltà possano essere più problematiche per i gay che per gli etero sostiene un’importante affermazione di padre Baker. Qualsiasi giudizio di «dubbio prudenziale", afferma, deve essere "fondato su fatti che sono obiettivi e debitamente verificati». In particolare, allora, chiunque esprima tali giudizi deve essere soprattutto vigile sulla possibilità che le sue posizioni riflettano un’omofobia latente. Così il vescovo che pronuncia un giudizio simile sarebbe ben consigliato se avesse, per esempio, un prete gay di buona reputazione come consigliere. La Chiesa deve evitare persino l’apparenza esterna dell’omofobia, che la Washington State Catholic Conference ha definito nel 1983 come un male più grave degli atti omosessuali.

«Oggettivamente disordinato»

Il punto focale della posizione vaticana è che l’omosessualità è un «disordine oggettivo». Ai fini del presente articolo, mi sia concesso di chiarire questo termine. Nell’opinione del Vaticano, per gli eterosessuali c’è un solo, e non più di un solo, esito per i desideri sessuali. Non è altrettanto vero per gli omosessuali. Il significato di questo punto, tuttavia, non è chiaro. La frase «disordine oggettivo» è stata recepita spesso ed a ragione come inutilmente offensiva. Ma per coloro che conoscono la tradizione cattolica, la frase non sorprende. In realtà, abbiamo una lunga storia che definisce l’eterosessualità come oggettivamente disordinata. Perché oltre ad essere un’inclinazione al sesso procreativo, l’eterosessualità comprende un’inclinazione verso pensieri lussuriosi, masturbazione, fornicazione ed altri mali. Da Paolo ed Agostino, attraverso Tommaso d’Aquino e Alfonso de’ Liguori, fino al Concilio Vaticano II, abbiamo constatato nella nostra teologia e nel nostro diritto canonico che il matrimonio è un «rimedio al disordine». La nostra tradizione vive un conflitto quando si parla di sesso. Ad un certo punto alcuni nella gerarchia insegnavano che, per usare termini chiari, nessun uomo ha un rapporto sessuale con sua moglie senza commettere almeno peccato veniale. Quindi per alcuni il celibato era, in parte, un modo per evitare il peccato (persino adesso, il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la castità è la virtù, mai pienamente raggiunta, del superare il disordine e del cercare di raggiungere l'integrazione). I preti, che siano eterosessuali o omosessuali, non sono asessuati. Essi hanno urgenze nei confronti dell'attività sessuale che sono disordinate. Ma ogni prete ha il compito di crescere nella virtù della castità. Alcuni ci riescono più facilmente di altri. Soprattutto, il fine della castità che il catechismo descrive come «integrità» e «integralità» resta all'orizzonte per i preti gay e per quelli eterosessuali. Inoltre, sarebbe sciocco, persino adolescenziale, limitare l'orientamento dell'eterosessualità e dell'omosessualità ad un livello genitale. I due orientamenti, che raramente si trovano nella loro forma pura, includono un'ampia attrazione sessuale rivolta più ad una metà della razza umana che all'altra. Gli uomini eterosessuali non sono attratti solo da una donna; hanno un'attrazione generica verso molte se non tutte le donne. Analogamente, gli omosessuali hanno un'attrazione generica per gli uomini, e non vi è sicuramente nulla di disordinato in una simile attrazione. Quando la Chiesa afferma che l'omosessualità è «oggettivamente disordinata», fa riferimento invece al particolare desiderio di sesso genitale con membri dello stesso sesso. Mentre per i celibi gay ed etero queste attrazioni generiche possono diventare particolari ed esclusive, per la maggior parte non è così.

Celibato

Padre Baker afferma anche che i gay non possono essere veramente celibi per due motivi, ognuno dei quali ha conseguenze negative per la teologia della Chiesa. Primo, egli giudica «superfluo» per un gay il voto di astensione da qualcosa che è già portato a evitare dalla legge naturale. Purtroppo questo ragionamento rende anche superfluo il voto del celibato fatto da tutti gli uomini e le donne negli ordini religiosi; la Chiesa insegna che, come le persone non sposate, essi sono già portati dalla legge naturale ad astenersi dal sesso. Secondo, padre Baker afferma che il celibato implica necessariamente il sacrificio, ma che non costituisce sacrificio per un uomo gay rinunciare al matrimonio eterosessuale che non desidera. Perciò, dice, non sono veramente celibi. Questo punto sembra una dottrina nuova ed inutile, e non solo perché rende persino gli eterosessuali che non hanno un particolare desiderio di sposarsi inidonei al matrimonio. Qui padre Baker sembra anche invalidare il voto del celibato che i preti gay hanno fatto nei secoli. A suo giudizio, possono avere vissuto castamente, ma non hanno vissuto una vita celibe. Quindi, sembrerebbe che i voti della loro ordinazione siano stati vuoti. Di conseguenza, sembrerebbe che la Chiesa abbia partecipato ed esortato alla frode.  Di sicuro, i preti gay spesso sentono di star compiendo un sacrificio. Mi sia concessa un'analogia che funziona all'interno dell'affermazione vaticana che l'orientamento omosessuale è disordinato. Se una donna rinuncia al cioccolato come parte del digiuno quaresimale e un altro rinuncia al cioccolato per lo stesso digiuno quaresimale, ma anche perché è sovrappeso in modo dannoso per la sua salute, entrambe le persone fanno un sacrificio ed entrambe meritano la benedizione di Dio. I celibi gay ed etero fanno sacrifici simili. Inoltre, ciò a cui il celibato fa rinunciare primariamente è il matrimonio, non il semplice rapporto eterosessuale. Il Vaticano II ha chiarito a sufficienza che il matrimonio è in primo luogo la vita condivisa, di alleanza tra due persone sessuate. Le benedizioni di tale alleanza - come con l'alleanza tra Dio e la Chiesa - vanno ben oltre e possono anche non includere l'attività genitale. I celibi gay godono di queste benedizioni.

Argomenti metaforici

Il mio insegnante di teologia del college ci metteva in guardia dai pericoli insiti nel trarre conclusioni dalle metafore. La metafora della Genesi, la creazione dell’uomo a "immagine di Dio" ha ricevuto nel corso delle epoche diverse interpretazioni. Ma p. Baker offre una nuova posizione teologica quando colloca l'immagine di Dio non nel nostro essere razionali, o relazionali, maschi o femmine, quanto piuttosto nel nostro orientamento sessuale. L'omosessualità, scrive, è una «aberrazione» della creazione di Dio di «un'immagine di se stesso nell'orientamento di maschio in femmina e di femmina in maschio». Questa posizione sembra affermare che gli uomini gay, poiché non orientati in modo eterosessuale, non sono immagine di Dio. Se è così, le belle cose che Giovanni Paolo II ha detto sulla dignità dell'essere creati a immagine di Dio non si applica agli uomini gay e alle donne lesbiche (forse questa posizione sottolinea il commento nel documento della Congregazione per la Dottrina della fede La cura pastorale delle persone omosessuali del 1986. che sembrava riconciliarsi con la violenza contro le persone omosessuali).

Il mio insegnante di inglese delle superiori metteva in guardia dal mescolare le metafore. Perciò le mie orecchie da scrittore si sono drizzate quando padre Baker scrive che «il prete riorienta la sua attrazione sessuale verso il sesso opposto ad un altro corpo, la Chiesa, che è una sposa». L'intenzione, ovviamente, è dire che solo i preti maschi eterosessuali sono in grado di avere una relazione corretta e sponsale con la sposa, la Chiesa. Nel leggere questa affermazione le mie orecchie teologiche hanno iniziato a farmi male. Consideriamo le implicazioni che derivano da tale pensiero metaforico. In primo luogo, i preti devono essere in qualche modo attratti sessualmente dalla Chiesa. In secondo luogo, i desideri sessuali vengono immaginati come rivolti ad un corpo, non ad una persona (l'alternativa che i preti gay possano essere in qualche maniera attratti più dalla persona di Gesù Cristo, non solo dal suo corpo, non è considerata). In terzo luogo, dal momento che anche le religiose fanno voto di celibato, esse potrebbero apparentemente riorientare la loro attrazione sessuale alla sposa solo se fossero lesbiche. Infine, e ben peggio, potremmo dire che dal momento che il corpo di Cristo è la sua sposa, Cristo è sposato al suo corpo e quel corpo è femminile. Il mio punto di vista: evitare di trarre conclusioni da queste metafore.

Dopo aver insegnato per vent'anni etica sessuale, sono giunto alla conclusione che nell'etica sessuale molti di noi iniziano col trarre le proprie conclusioni, per esempio, che lo stupro è male. Poi, semmai, cerchiamo le ragioni che giustifichino le nostre conclusioni. Se il saggio di padre Baker indica qualcosa, è che il Vaticano sembra essere impelagato in questo processo. Lo stesso vale per me. La mia conoscenza di molti ottimi preti gay mi fa ritenere che ci dev'essere qualcosa di sbagliato in ogni sistema di pensiero che cerchi di dimostrare che questi preti non sono buoni sacerdoti. La mia tesi è semplice. Dal fatto che ci sono ottimi uomini gay che sono ottimi preti celibi, consegue che gli uomini gay possono essere ottimi preti celibi. Non vi è fondamento per il grande dubbio prudenziale di padre Baker. Se la mia analisi è corretta, spero che gli ufficiali di curia riconosceranno che, come minimo, hanno bisogno di motivi più seri per escludere gli uomini gay dal sacerdozio. In realtà, spero che essi si accorgano che questi motivi più seri non esistono. Infine, spero che «agendo in modo più umano» essi accetteranno i molti ottimi uomini gay che desiderano ogni giorno salire all'altare di Dio.

Edward Vacek (Docente di Teologia Morale alla Weston Jesuit School of Theology)

Adista, 4 Gennaio 2003

Papa cambiato, documento pubblicato

Agosto 2005. Riprendono le indiscrezioni

Non vanno «ammessi al sacerdozio» candidati che rivelano tendenza omosessuale se non dimostrano di riuscire a vivere castamente da almeno un triennio. Verranno esclusi anche quanti manifestano pubblicamente la loro omosessualità e quelli che rivelano un'attrazione invincibile, anche se solo intellettuale, per la cultura omosessuale. Sono indiscrezioni verbali sul contenuto di un documento vaticano che il Papa ha da poco approvato e che verrà pubblicato forse all'inizio di novembre. Si tratterebbe di un'istruzione di 16 pagine, firmata dal cardinale polacco Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica (Seminari e Istituti di studi). Essendo - secondo il magistero cattolico - «gli atti di omosessualità intrinsecamente disordinati», da sempre nelle direttive per la «formazione dei candidati al sacerdozio» c'era l'invito a un vaglio più accurato di seminaristi e novizi che rivelassero tendenze omosessuali. L'istruzione che sta per essere pubblicata ne sostituisce una del 1961, aggiornandola alle acquisizioni medico-psicologiche in materia e tenendo conto dello scandalo dei preti pedofili statunitensi, che per l'80% dei casi - secondo un'indagine dell'episcopato Usa pubblicata nel 2004 - riguardava rapporti omosessuali e solo per il resto veri e propri episodi di pedofilia. Il rapporto su quell'indagine affermava che «ci sono molti eccellenti preti di orientamento omosessuale che vivono una vita celibe e casta», ma invitava anche a «una più accurata selezione, formazione e supervisione» dei candidati per appurare la loro capacità di vivere in maniera «matura» quell'inclinazione.

Per l'istruzione vaticana, non mostra adeguata capacità di autocontrollo e quindi non può essere ordinato prete chi non vive in castità da almeno tre anni: verranno cioè esclusi i candidati che hanno avuto rapporti omosessuali lungo l'ultimo triennio dell'iter formativo. Un secondo titolo per l'esclusione verrebbe dalla dichiarazione pubblica della propria inclinazione omosessuale e si può immaginare che riguardi ogni forma di ostentazione dell'orientamento gay, dalla partecipazione a raduni alla frequentazione di club.

Infine la terza fattispecie: non verrebbe ammesso chi non riesce a controllare il proprio interesse culturale per il pianeta omosessuale, magari coltivato nel chiuso della propria camera: letture, film, Internet e simili. Il settimanale Panorama, che dà la notizia dell'approvazione papale dell'istruzione nel numero oggi in edicola, informa che il documento sarà accompagnato da un commento affidato a uno psicologo. Alla redazione dell'istruzione avrebbe collaborato un gruppo di studiosi della facoltà di Psicologia dell'Università Gregoriana. La Conferenza episcopale italiana ha in preparazione una nota sulla formazione dei sacerdoti che - a quanto ci risulta - dovrebbe avere toni anche più severi rispetto all'istruzione vaticana. Ma verrà pubblicata dopo il documento vaticano, per poterne recepire le indicazioni.

Luigi Accattoli, Corriere della Sera del 18 Agosto 2005

Novembre 2005. Arriva il documento.

Niente più gay nei seminari e negli ordini religiosi, niente più sacerdoti che «praticano» l'omosessualità, che hanno «tendenze omosessuali profondamente radicate» o che addirittura sostengono «la cosiddetta cultura gay».  Il Vaticano chiude loro definitivamente le porte con un’Istruzione che nega agli omosessuali l'accesso al sacerdozio, appositamente elaborata dalla Congregazione per l'Educazione cattolica e resa oggi pubblica in forma ufficiale.

Il documento di nove pagine, con una ventina di note, approvato il 31 agosto scorso da papa Benedetto XVI e siglato il 4 novembre dal prefetto della Congregazione, card. Zenon Grocholewski, e dal segretario, arcivescovo J. Michael Miller, dedicato ai Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri, non risulta diverso dal testo finora trapelato tramite un'anticipazione on-line.

Oltre che di una breve introduzione secondo cui - con un indiretto riferimento ai casi di cronaca sui preti pedofili - la «questione particolare» dell'ammissione o meno di omosessuali nei seminari è «resa più urgente dalla situazione attuale», il testo consta di tre capitoletti: Maturità affettiva e paternità spirituale, L'omosessualità e il ministero ordinato, Il discernimento dell'idoneità dei candidati da parte della Chiesa.

Nel primo viene stabilito, in particolare, che «il candidato al ministero ordinato deve raggiungere la maturità affettiva», cosa che «lo renderà capace di porsi in una corretta relazione con uomini e donne». Quindi, dopo aver posto l'accento sulla distinzione del Catechismo tra «atti omosessuali» (presentati dalle Scritture come peccati gravi e considerati dalla tradizione «intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale») e «tendenze omosessuali» («oggettivamente disordinate») e aver ricordato che le persone in cui si riscontrano «devono essere accolte con rispetto e delicatezza», evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione», il testo aferma che «la Chiesa, pur rispettando le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l' omosessualità, che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o che sostengono la cosiddetta cultura gay».

 Per gli estensori, la situazione di tali persone «ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne», nè sono da trascurarsi «le conseguenze negative» che possono derivare dalla loro Ordinazione. «Qualora, invece - si legge ancora nel documento - si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale».

L' Istruzione avverte inoltre che «il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la sacra Ordinazione». Compete, invece, alla Chiesa «discernere l'idoneità di colui che desidera entrare nel seminario» e, nel caso dell'ammissione all'Ordinazione diaconale, «verificare che sia stata raggiunta la maturità affettiva del candidato al sacerdozio». Della chiamata agli ordini sacri sono responsabili il vescovo o i superiori maggiore che, prima di ammettere il candidato all'Ordinazione, «devono pervenire ad un giudizio moralmente certo sulle sue qualità. Nel caso di un dubbio serio al riguardo - viene ribadito - non devono ammetterlo all' Ordinazione».

Un ruolo-chiave viene affidato, insieme al rettore del seminario, anche al direttore spirituale, che nei colloqui col candidato «deve segnatamente ricordare le esigenze della Chiesa circa la castità sacerdotale e la maturità affettiva specifica del sacerdote», oltre ad «accertarsi che il candidato non presenti disturbi sessuali incompatibili col sacerdozio». E «se un candidato pratica l'omosessualità - recita ancora il documento - o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l'Ordinazione».

Nel richiamare la necessità di un «attento discernimento» da parte di tutti i responsabili e della vigilanza di vescovi e superiori maggiori sull'attuazione delle norme, l’Istruzione ammonisce, infine, che «sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all'Ordinazione».

«Un atteggiamento così inautentico - conclude il testo - non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale».

ANSA, 29 Novembre 2005

Testo integrale dell’istruzione vaticana sull’ammissione degli omosessuali agli Ordini sacri

Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri

 

Introduzione

In continuità con l'insegnamento del Concilio Vaticano II e, in particolare, col decreto Optatam totius [1] sulla formazione sacerdotale, la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha pubblicato diversi documenti per promuovere un'adeguata formazione integrale dei futuri sacerdoti, offrendo orientamenti e norme precise circa suoi diversi aspetti [2]. Nel frattempo anche il Sinodo dei Vescovi del 1990 ha riflettuto sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, con l’intento di portare a compimento la dottrina conciliare su questo argomento e di renderla più esplicita ed incisiva nel mondo contemporaneo. In seguito a questo Sinodo, Giovanni Paolo II pubblicò l'Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis [3]. Alla luce di questo ricco insegnamento, la presente Istruzione non intende soffermarsi su tutte le questioni di ordine affettivo o sessuale che richiedono un attento discernimento durante l'intero periodo della formazione. Essa contiene norme circa una questione particolare, resa più urgente dalla situazione attuale, e cioè quella dell’ammissione o meno al Seminario e agli Ordini sacri dei candidati che hanno tendenze omosessuali profondamente radicate.

 

1. Maturità affettiva e paternità spirituale

Secondo la costante Tradizione della Chiesa, riceve validamente la sacra Ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile [4]. Per mezzo del sacramento dell’Ordine, lo Spirito Santo configura il candidato, ad un titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo: il sacerdote, infatti, rappresenta sacramentalmente Cristo, Capo, Pastore e Sposo della Chiesa [5]. A causa di questa configurazione a Cristo, tutta la vita del ministro sacro deve essere animata dal dono di tutta la sua persona alla Chiesa e da un'autentica carità pastorale [6]. Il candidato al ministero ordinato, pertanto, deve raggiungere la maturità affettiva. Tale maturità lo renderà capace di porsi in una corretta relazione con uomini e donne, sviluppando in lui un vero senso della paternità spirituale nei confronti della comunità ecclesiale che gli sarà affidata [7].

 

2. L’omosessualità e il ministero ordinato

Dal Concilio Vaticano II ad oggi, diversi documenti del Magistero – e specialmente il Catechismo della Chiesa Cattolica – hanno confermato l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità. Il Catechismo distingue fra gli atti omosessuali e le tendenze omosessuali.

Riguardo agli atti, insegna che, nella Sacra Scrittura, essi vengono presentati come peccati gravi. La Tradizione li ha costantemente considerati come intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale. Essi, di conseguenza, non possono essere approvati in nessun caso. Per quanto concerne le tendenze omosessuali profondamente radicate, che si riscontrano in un certo numero di uomini e donne, sono anch'esse oggettivamente disordinate e sovente costituiscono, anche per loro, una prova. Tali persone devono essere accolte con rispetto e delicatezza; a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Esse sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare [8]. Alla luce di tale insegnamento, questo Dicastero, d'intesa con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ritiene necessario affermare chiaramente che la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione [9], non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay [10].

Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall'Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate. Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale.

 

3. Il discernimento dell'idoneità dei candidati da parte della Chiesa

Due sono gli aspetti indissociabili in ogni vocazione sacerdotale: il dono gratuito di Dio e la libertà responsabile dell’uomo. La vocazione è un dono della grazia divina, ricevuto tramite la Chiesa, nella Chiesa e per il servizio della Chiesa. Rispondendo alla chiamata di Dio, l’uomo si offre liberamente a Lui nell’amore [11]. Il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la sacra Ordinazione. Compete alla Chiesa – nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l'idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario[12], accompagnarlo durante gli anni della formazione e chiamarlo agli Ordini sacri, se sia giudicato in possesso delle qualità richieste[13]. La formazione del futuro sacerdote deve articolare, in una complementarità essenziale, le quattro dimensioni della formazione: umana, spirituale, intellettuale e pastorale[14]. In questo contesto, bisogna rilevare la particolare importanza della formazione umana, fondamento necessario di tutta la formazione[15]. Per ammettere un candidato all’Ordinazione diaconale, la Chiesa deve verificare, tra l'altro, che sia stata raggiunta la maturità affettiva del candidato al sacerdozio[16].

La chiamata agli Ordini è responsabilità personale del Vescovo[17] o del Superiore Maggiore. Tenendo presente il parere di coloro ai quali hanno affidato la responsabilità della formazione, il Vescovo o il Superiore Maggiore, prima di ammettere all'Ordinazione il candidato, devono pervenire ad un giudizio moralmente certo sulle sue qualità. Nel caso di un dubbio serio al riguardo, non devono ammetterlo all’Ordinazione[18].

Il discernimento della vocazione e della maturità del candidato è anche un grave compito del rettore e degli altri formatori del Seminario. Prima di ogni Ordinazione, il rettore deve esprimere un suo giudizio sulle qualità del candidato richieste dalla Chiesa[19]. Nel discernimento dell'idoneità all’Ordinazione, spetta al direttore spirituale un compito importante. Pur essendo vincolato dal segreto, egli rappresenta la Chiesa nel foro interno. Nei colloqui con il candidato, il direttore spirituale deve segnatamente ricordare le esigenze della Chiesa circa la castità sacerdotale e la maturità affettiva specifica del sacerdote, nonché aiutarlo a discernere se abbia le qualità necessarie[20]. Egli ha l'obbligo di valutare tutte le qualità della personalità ed accertarsi che il candidato non presenti disturbi sessuali incompatibili col sacerdozio. Se un candidato pratica l'omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’Ordinazione. Rimane inteso che il candidato stesso è il primo responsabile della propria formazione[21]. Egli deve offrirsi con fiducia al discernimento della Chiesa, del Vescovo che chiama agli Ordini, del rettore del Seminario, del direttore spirituale e degli altri educatori del Seminario ai quali il Vescovo o il Superiore Maggiore hanno affidato il compito di formare i futuri sacerdoti. Sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale.

 

Conclusioni

Questa Congregazione ribadisce la necessità che i Vescovi, i Superiori Maggiori e tutti i responsabili interessati compiano un attento discernimento circa l'idoneità dei candidati agli Ordini sacri, dall’ammissione nel Seminario fino all’Ordinazione. Questo discernimento deve essere fatto alla luce di una concezione del sacerdozio ministeriale in concordanza con l’insegnamento della Chiesa.

I Vescovi, le Conferenze Episcopali e i Superiori Maggiori vigilino perché le norme di questa Istruzione siano osservate fedelmente per il bene dei candidati stessi e per garantire sempre alla Chiesa dei sacerdoti idonei, veri pastori secondo il cuore di Cristo.  

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, in data 31 agosto 2005, ha approvato la presente Istruzione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, il 4 novembre 2005, Memoria di S. Carlo Borromeo, Patrono dei Seminari.

Zenon Card. Grocholewski (Prefetto)

+ J. Michael Miller, c.s.b. Arcivescovo titolare di Vertara (Segretario)

 

Note

[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius (28 ottobre 1965): AAS 58 (1966), 713-727.

[2] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (6 gennaio 1970; edizione nuova, 19 marzo 1985); L’insegnamento della filosofia nei Seminari (20 gennaio 1972); Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (11 aprile 1974); Insegnamento del Diritto Canonico per gli aspiranti al sacerdozio (2 aprile 1975); La formazione teologica dei futuri sacerdoti (22 febbraio 1976); Epistula circularis de formatione vocationum adultarum (14 luglio 1976); Istruzione sulla formazione liturgica nei Seminari (3 giugno 1979); Lettera circolare su alcuni aspetti più urgenti della formazione spirituale nei Seminari (6 gennaio 1980); Orientamenti educativi sull’amore umano – Lineamenti di educazione sessuale (1 novembre 1983); La Pastorale della mobilità umana nella formazione dei futuri sacerdoti (25 gennaio 1986); Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti della comunicazione sociale (19 marzo 1986); Lettera circolare riguardante gli studi sulle Chiese Orientali (6 gennaio 1987); La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale (25 marzo 1988); Orientamenti per lo studio e l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale (30 dicembre 1988); Istruzione sullo studio dei Padri della Chiesa nella formazione sacerdotale (10 novembre 1989); Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari (4 novembre 1993); Direttive sulla formazione dei seminaristi circa i problemi relativi al matrimonio ed alla famiglia (19 marzo 1995); Istruzione alle Conferenze Episcopali circa l'ammissione in Seminario dei candidati provenienti da altri Seminari o Famiglie religiose (9 ottobre 1986 e 8 marzo 1996); Il periodo propedeutico (1 maggio 1998); Lettere circolari circa le norme canoniche relative alle irregolarità e agli impedimenti sia ad Ordines recipiendos, sia ad Ordines exercendos (27 luglio 1992 e 2 febbraio 1999).

[3] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992): AAS 84 (1992), 657-864.

[4] Cfr. C.I.C., can. 1024 e C.C.E.O., can. 754; Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis sull'Ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (22 maggio 1994): AAS 86 (1994), 545-548.

[5] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965), n. 2: AAS 58 (1966), 991-993; Pastores dabo vobis, n. 16: AAS 84 (1992), 681-682. Riguardo alla configurazione a Cristo, Sposo della Chiesa, la Pastores dabo vobis afferma: «Il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa […]. È chiamato, pertanto, nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo Sposo nei riguardi della Chiesa Sposa. La sua vita dev’essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo» (n. 22): AAS 84 (1992), 691.

[6] Cfr. Presbyterorum ordinis, n. 14: AAS 58 (1966), 1013-1014; Pastores dabo vobis, n. 23: AAS 84 (1992), 691-694.

[7] Cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri (31 marzo 1994), n. 58.

[8] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica (edizione tipica, 1997), nn. 2357-2358. Cfr. anche i diversi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede: Dichiarazione Persona humana su alcune questioni di etica sessuale (29 dicembre 1975); Lettera Homosexualitatis problema a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (1 ottobre 1986); Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali (23 luglio 1992); Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003). Riguardo all’inclinazione omosessuale, la Lettera Homosexualitatis problema afferma: «La particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé un peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata» (n. 3).

[9] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica (edizione tipica, 1997), n. 2358; cfr. anche C.I.C., can. 208 e C.C.E.O., can. 11.

[10] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, A memorandum to Bishops seeking advice in matters concerning homosexuality and candidates for admission to Seminary (9 luglio 1985); Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Lettera (16 maggio 2002): Notitiae 38 (2002), 586.

[11] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 35-36: AAS 84 (1992), 714-718.

[12] Cfr. C.I.C., can. 241, § 1: «Il Vescovo diocesano ammetta al seminario maggiore soltanto coloro che, sulla base delle loro doti umane e morali, spirituali e intellettuali, della loro salute fisica e psichica e della loro retta intenzione, sono ritenuti idonei a consacrarsi per sempre ai ministeri sacri» e C.C.E.O., can. 342, § 1.

[13] Cfr. Optatam totius, n. 6: AAS 58 (1966), 717. Cfr. anche C.I.C., can. 1029: «Siano promossi agli ordini soltanto quelli che, per prudente giudizio del Vescovo proprio o del Superiore maggiore competente, tenuto conto di tutte le circostanze, hanno fede integra, sono mossi da retta intenzione, posseggono la scienza debita, godono buona stima, sono di integri costumi e di provate virtù e sono dotati di tutte quelle altre qualità fisiche e psichiche congruenti con l’ordine che deve essere ricevuto» e C.C.E.O., can. 758.  Non chiamare agli Ordini colui che non ha le qualità richieste non è una ingiusta discriminazione: cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali.

[14] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 43-59: AAS 84 (1992), 731-762.

[15] Cfr. ibid., n. 43: «Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa, deve cercare di riflettere in sé, nella misura del possibile, quella perfezione umana che risplende nel Figlio di Dio fatto uomo e che traspare con singolare efficacia nei suoi atteggiamenti verso gli altri»: AAS 84 (1992), 732.

[16] Cfr. ibid., nn. 44 e 50: AAS 84 (1992), 733-736 e 746-748. Cfr. anche: Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Carta circular Entre las más delicadas a los Exc.mos y Rev.mos Señores Obispos diocesanos y demás Ordinarios canónicamente facultados para llamar a las Sagradas Ordenes, sobre Los escrutinios acerca de la idoneidad de los candidatos (10 novembre 1997): Notitiae 33 (1997), 495-506, particolarmente l’Allegato V.

[17] Cfr. Congregazione per i Vescovi, Direttorio per il Ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), n. 88.

[18] Cfr. C.I.C., can. 1052, § 3: «Se […] il Vescovo per precise ragioni dubita che il candidato sia idoneo a ricevere gli ordini, non lo promuova». Cfr. anche C.C.E.O., can. 770.

[19] Cfr. C.I.C., can. 1051: «Per quanto riguarda lo scrutinio circa le qualità richieste nell’ordinando […] vi sia l’attestato del rettore del seminario o della casa di formazione, sulle qualità per ricevere l’ordine, vale a dire la sua retta dottrina, la pietà genuina, i buoni costumi, l’attitudine ad esercitare il ministero; ed inoltre, dopo una diligente indagine, un documento sul suo stato di salute sia fisica sia psichica».

[20] Cfr. Pastores dabo vobis, nn. 50 e 66: AAS 84 (1992), 746-748 e 772-774. Cfr. anche Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 48.

[21] Cfr. Pastores dabo vobis, n. 69: AAS 84 (1992), 778.

I commenti al documento del Vaticano

 

Noi Siamo Chiesa e il Coordinamento Gruppi di Omosessuali Cristiani in Italia

Negli ultimi decenni, in una buona parte del mondo cattolico, la ricerca teologia, la prassi pastorale e la stessa presenza, all'interno della Chiesa, di migliaia di persone omosessuali profondamente legati alla Fede in Gesù di Nazareth, hanno creato le condizioni perché le autorità ecclesiastiche potessero fare un passo avanti nel processo di piena accettazione di lesbiche e gay. L’Istruzione della Congregazione per l'educazione cattolica rappresenta invece un ulteriore tentativo con cui la curia vaticana cerca di ostacolare questo processo. I suoi contenuti sconfessano in maniera plateale l'invito, ribadito in maniera ipocrita e senza alcuna analisi delle implicazioni che esso  avrebbe, ad accogliere le persone omosessuali con «comprensione e delicatezza».

Del tutto sbagliata è soprattutto l'idea che ci sia incompatibilità tra maturità affettiva e orientamento omosessuale. Le migliaia di omosessuali sereni che conosciamo e le migliaia di sacerdoti eterosessuali che non vivono la loro castità, sono una conferma dello strabismo con cui il Vaticano vede il problema.

Le difficoltà e le sofferenze per una persona omosessuale non nascono infatti dal proprio orientamento sessuale, ma  dall'impegno serio, faticoso e continuo che deve affrontare,  per arrivare a vivere la propria sessualità alla luce del sole, senza ipocrisie e con trasparenza. In questo senso ci sembra che il documento sui Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, partendo da una visione non corretta dell'omosessualità (vista sempre e comunque come «intrinsecamente disordinata»), neghi l'universalità del Vangelo e ne tradisce il messaggio.

Noi preghiamo affinché la testimonianza dei milioni di omosessuali credenti che vivono la loro Fede all'interno della Chiesa, aiuti tutte e tutti, nella  Chiesa,  a superare le  paure e a vincere l'ipocrisia colpevole con cui, ancora oggi, sono spesso affrontati  molti dei  temi connessi alla sessualità umana.

Gianni Geraci (Coordinamento Gruppi Omosessuali Cristiani in Italia)

Vittorio Bellavite (Noi Siamo Chiesa)

 

Don Franco Barbero della CDB Viottoli di Pinerolo

 Ho letto con attenzione il documento vaticano sull'esclusione degli omosessuali dal sacerdozio, anticipato dall'agenzia ADISTA. La stessa agenzia di stampa presenta un riassunto dei contenuti della istruzione della Congregazione per l'educazione cattolica e il lungo periodo della sua gestazione in questi termini: se un candidato pratica l'omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l'Ordinazione.

È questo, in sostanza, il contenuto dell'Istruzione Circa i poteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri: un documento che ha avuto una lunghissima gestazione, che è stato approvato da papa Ratzinger il 31 agosto scorso e firmato il 4 novembre dal card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica, e dal segretario mons. J. Michel Miller.

Lunghissima la gestazione, si diceva (circa otto anni), nonostante le scarne dimensioni: cinque pagine appena di testo, suddivise in tre capitoletti. Il documento ribadisce la posizione del Catechismo della Chiesa cattolica, che distingue tra atti omosessuali (intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale) e tendenze omosessuali (oggettivamente disordinate). Ma ai fini dell'ammissione al seminario e al sacerdozio, questa distinzione non serve: se è vero, infatti, che le persone che manifestano tale tendenza - afferma il documento - «devono essere accolte con rispetto e delicatezza» la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay.

Voglio aggiungere alcune personali riflessioni.

1) L'attuale presa di posizione è lo sbocco di un pensiero vaticano ormai trentennale. Si tratta, in verità, di un pensiero che di anno in anno, di documento in documento, si è fatto sempre più ossessivo, aggressivo e mistificatorio, ma non si può dire che manchi di coerenza.

2) Infatti, dietro il ribadimento del rispetto, della delicatezza e della comprensione, si nascondono una concezione chiaramente discriminatoria e una pratica pastorale di aperta emarginazione di gay e lesbiche all'interno della chiesa.

3) Il documento vaticano che proibiva due anni fa ai politici cattolici di appoggiare qualunque legge che riconoscesse i diritti delle coppie omosessuali significava il passaggio dall'emarginazione all'aperta opposizione al riconoscimento di un diritto civile fondamentale.

4) Ora con quest'ultimo documento siamo giunti alle estreme conseguenze. Solo la natura eterosessuale è dichiarata idonea al ministero. Le altre persone o sono donne, o sono immature, o presentano «disturbi sessuali incompatibili con il sacerdozio». La chiesa buttafuori continua il suo progetto di purificazione e la sua pratica di ateizzazione della società.

5) Ma non può sfuggire a nessuno quanto questo documento instauri anche un clima di caccia alle streghe e di delazione nei riguardi dei numerosissimi preti e prelati gay che sono ulteriormente spinti o al nascondimento o all'ipocrisia.

6) Gli omosessuali vengono definiti «persone che si trovano in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Si dimentica che milioni di persone omosessuali ogni giorno svolgono con amore e competenza, con dignità e fecondità, il compito di genitori, di educatori, di insegnanti, di terapeuti, di medici, di onesti lavoratori nelle più variegate aree dell'esistenza quotidiana, culturale, professionale, artistica, religiosa.

7) D'ora in poi i sacerdoti e i candidati al ministero ordinato nella chiesa cattolica devono sapere di essere dei sorvegliati speciali a rischio quotidiano di espulsione. «Nel caso di dubbio serio al riguardo, il vescovo non deve ammetterlo all'Ordinazione». Confessore, padre spirituale e superiori del seminario avranno il dovere, qualora si tratti di un gay incorreggibile, di dissuaderlo dal procedere verso l'Ordinazione. E, si noti, agirà in modo «gravemente disonesto quel candidato che occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all'Ordinazione». Le porte sono davvero sbarrate.

8) Eccoli, dunque, i nuovi pericoli pubblici. Non pensate ai guerrafondai, ai corrotti che ci governano, ai mafiosi, ai palazzinari, agli speculatori. Tutta brava gente che in fin dei conti non fa male a Santa Romana Chiesa; anzi, a volte, fa laute offerte e intrattiene ottimi rapporti con cardinali e curie. I nuovi mostri, la rovina della chiesa sono quei giovani che osano vivere secondo la loro natura, hanno il coraggio di mettere la loro vita a servizio del Vangelo e portano nel mondo e nella chiesa il dono della loro omosessualità, come una delle possibili forme di esistenza e di amore. Eccoli i nuovi delinquenti! Siccome non sono più di moda né i roghi né le lapidazioni, mettiamoli al bando come uomini e come cristiani di terza categoria: immaturi, disturbati, contro natura, anormali, peccatori, affamati di sesso, potenziali violentatori.  Questo, dice la gerarchia, non è assolutamente un «marchio di una ingiusta discriminazione», ma è la espressione evangelica ed ecclesiale del nostro rispetto.

9) Questi sono i sacri pastori o le guide cieche da cui bisogna guardarsi?

10) Caro fratello gay, che cerchi un ministero di amore e servizio nella chiesa. E' tempo di non mollare e di cercare strade nuove perché tu sei prezioso agli occhi di Dio e le comunità hanno bisogno anche di te per riscoprire i mille volti e i mille sentieri sui quali Dio fa fiorire l'amore degli uomini e delle donne.

don Franco Barbero, ADISTA del 24 Novembre 2005

L’agenzia dei Legionari di Cristo costruisce l’entusiasmo di alcuni episcopati

Con un tempismo impressionante l’agenzia Zenit.org, vicina alla congregazione dei Legionari di Cristo, ha pubblicato alcuni articoli dal cui titolo emergeva un vero e proprio entusiasmo degli episcopati che più avevano contrastato l’istruzione sull’ammissione dei candidati omosessuali al sacerdozio. In realtà i testi sono molto più sfumati e sottolineano tutti che, indipendentemente dall’orientamento sessuale, è importante verificare la maturità affettiva dei candidati agli ordini sacri. Un’altra non notizia su un argomento che scotta.

 

Il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.

Il Presidente della Conferenza episcopale USA ha accolto con favore la nuova Istruzione del Vaticano che regola l’ammissione ai Seminari e agli Ordini sacri degli uomini che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate definendola «un documento tempestivo». Il documento dal titolo Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri è stato emanato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica il 29 novembre. All’indomani della pubblicazione dell’istruzione, il Vescovo di Spokane, William Skylstad, Presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha diffuso un comunicato in cui ha osservato: «Viviamo in un’era in cui la questione dell’orientamento sessuale è molto discussa».

Il presule ha poi ricordato che la Chiesa afferma «la dignità di tutti gli esseri umani e il rispetto che dovrebbe essere dimostrato ad ognuno, a prescindere dall’orientamento sessuale», insegnando che «Dio ha concesso il dono della sessualità all’umanità per una relazione d’amore tra un uomo e una donna in un’unione matrimoniale indissolubile, aperta alla creazione di nuova vita».

Monsignor Skylstad ha affermato che, nel documento, «la Congregazione per l’educazione cattolica esprime un realismo cristiano in merito ai requisiti dei canditati al sacerdozio; un realismo che comprende le problematiche del nostro tempo». Il Presidente dell’episcopato statunitense ha osservato che l’Istruzione «esprime l’esigenza che ogni candidato possegga una maturità affettiva che gli consenta di entrare in relazione con gli altri in modo adeguato, come sacerdote casto e celibe, in grado di rappresentare fedelmente l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, compresa l’immoralità dell’attività genitale omosessuale».

In questo senso «è certamente inaccettabile che un candidato pratichi l’omosessualità o che, attivo o non attivo, si identifichi principalmente come chi ha un’inclinazione o un orientamento omosessuale», ha affermato il vescovo Skylstad. Altrettanto inaccettabile è che un candidato «sostenga la cultura gay e condivida le questioni degli omosessuali a tal punto da non poter rappresentare in modo autentico l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità», ha affermato il vescovo dello Stato di Washington. Monsignor Skylstad, di 71 anni, ha riconosciuto che il dibattito sui mezzi di comunicazione verte sulla questione «se un uomo con inclinazione omosessuale possa essere un buon prete».

«La risposta sta nella vita di quegli uomini che, con la grazia di Dio, sono stati veri sacerdoti devoti, che hanno cercato ogni giorno non di essere serviti ma di servire la loro gente, di rappresentare fedelmente con la parola e con l’esempio l’insegnamento della Chiesa nella sua integrità, compresa la rivelazione di Dio secondo cui l’espressione sessuale è destinata solo al rapporto tra marito e moglie, uniti in matrimonio d’amore, fedele e aperto alla vita», ha affermato. Intervistato dal quotidiano statunitense Washington Post (29 novembre 2005), il Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti ha tuttavia precisato che la questione sollevata dall’istruzione non riguarda tanto l’orientamento, quanto se questo «domina la personalità, indipendentemente dal fatto che si parli di orientamento omosessuale o eterosessuale». «Anche una persona eterosessuale che non vive il celibato nella fedeltà alla sua missione, nella fedeltà a limiti appropriati, non verrà chiamata dalla Chiesa al sacerdozio», ha constatato. Alla domanda del giornalista del Washington Post se un uomo che va nei bar a parlare solo di sport e fa commenti poco appropriati sulle donne non sia ugualmente poco adatto al sacerdozio, il presule ha quindi risposto: «Anche questo dimostra una sorta di immaturità»,sottolineando poi che l’attenzione della Chiesa si concentra sulla valutazione della «maturità affettiva da entrambe le parti». E’ ovvio che «anche un eterosessuale deve avere una maturità affettiva che dimostri un impegno profondo nei confronti della Chiesa e di un’autentica carità pastorale», e «chiunque oltrepassi questi confini in termini di orientamento sessuale», «semplicemente non sarebbe un candidato idoneo al sacerdozio», ha aggiunto. Monsignor Skylstad ha quindi invitato «tutti i Vescovi e Superiori Generali a fare di questa Istruzione l’occasione per svolgere un dibattito generale con i Rettori dei seminari e i direttori vocazionali, sulla maturità affettiva che ogni candidato al sacerdozio deve manifestare». Egli ha anche chiesto che si svolga una «discussione onesta, in un atteggiamento di preghiera, sulle norme contenute nell’Istruzione, da parte dei Vescovi e dei Superiori Generali con i presbiteri, le comunità religiose e i candidati dei seminari».

In chiusura, il Vescovo Skylstad ha affermato che «i Vescovi e i Superiori Generali dovrebbero rendersi disponibili a parlare direttamente con i fratelli sacerdoti e i seminaristi che affrontano personalmente il problema delle inclinazioni omosessuali». Ed ha aggiunto che «queste discussioni dovrebbero manifestare fedeltà alla verità sul sacerdozio espressa nell’Istruzione, nonché un atteggiamento di rispetto, compassione e delicatezza che secondo il Catechismo della Chiesa cattolica deve essere riservato a tutti coloro che si trovano in questa condizione».

 

I vescovi tedeschi

I Vescovi tedeschi si sono detti favorevoli alle conclusioni presentate da un‘Istruzione redatta dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, secondo cui la Chiesa «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».

Questo il parere espresso in un comunicato della Conferenza Episcopale Tedesca e dalla Conferenza dei Vescovi Svizzeri nel commentare l’Istruzione Circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, diffusa recentemente dall’agenzia Adista – senza che vi sia stata alcuna smentita da parte della Santa Sede – e la cui pubblicazione ufficiale è prevista per il 29 novembre prossimo.

L’Istruzione, approvata da Benedetto XVI il 31 agosto 2005, intende rispondere ad una questione urgente dettata dalla situazione attuale e che concerne l’ammissione o meno al Seminario e agli Ordini sacri di candidati che mostrano di avere tendenze omosessuali profondamente radicate, senza tuttavia trattare tutte le problematiche di ordine affettivo o sessuale legate alla formazione dei futuri sacerdoti.

Il documento vaticano reca la data del 4 novembre 2005, Memoria di San Carlo Borromeo, Patrono dei Seminari, e la firma del Cardinale Zenon Grocholennwski e dell’Arcivescovo J. Michael Miller, C.S.B., rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Le norme di questo documento vaticano risultano essere in continuità con l’insegnamento del Concilio Vaticano II, e in particolare col Decreto Optatam totius (28 ottobre 1965) sulla formazione sacerdotale, oltre che con l’Esortazione apostolica post sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992) di Giovanni Paolo II, che ha fatto seguito al Sinodo dei Vescovi del 1990 sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali.

In una nota diffusa il 23 novembre, i Vescovi tedeschi specificano che nel documento non si allude a «tendenze omosessuali passeggere o che si presentano in età giovanile, quanto piuttosto a tendenze omosessuali profondamente radicate che possono condurre ad una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne».

«L’Istruzione – ricordano i presuli dell’episcopato tedesco – sottolinea il significato particolare della dimensione umana della formazione, che accanto a quella spirituale, intellettuale e pastorale, rappresenta il fondamento necessario di tutta la formazione». Per questa ragione viene fatto rilevare al Vescovo, al Superiore Maggiore, al Rettore del Seminario così come al direttore spirituale o agli altri educatori del Seminario – afferma la nota citando il documento – il loro dovere di «pervenire ad un giudizio moralmente certo sulle qualità» del candidato e «nel caso di un dubbio serio al riguardo, non devono ammetterlo all’Ordinazione».

«Di conseguenza, alla fine dell’Istruzione è il candidato stesso ad essere richiamato alla sua responsabilità, che nessuno può togliergli» commentano i presuli tedeschi, ricordando tuttavia che il documento invita a mostrare rispetto nei confronti delle persone omosessuali, evitando ogni atto discriminatorio.

 

I vescovi Svizzeri

In una nota datata 23 novembre, i Vescovi svizzeri affermano invece che «chi prende liberamente la decisione di vivere il celibato al servizio della Chiesa non può onestamente condurre uno stile di vita in contrasto con questa decisione o assumere atteggiamenti incompatibili con la Chiesa».

«Se in un uomo le tendenze omosessuali rendono impossibile l’astinenza sessuale, l'ammissione al sacerdozio è impossibile», hanno affermato.

«Al centro del nostro chiarimento per l’ammissione al ministero sacerdotale non vi è l’orientamento sessuale, ma l’idoneità alla conseguente sequela di Cristo», scrivono i presuli svizzeri. «Ciò che ci preme con una certa urgenza è che ciascun seminarista e ciascun sacerdote benefici di un accompagnamento umano e spirituale che li aiuti a vivere in piena libertà la forma di vita da loro scelta, con convinzione e in modo convincente», si legge poi nella nota dell’episcopato svizzero.

Nell’esprimere parole di ringraziamento per «tutti i sacerdoti che vivono la loro vocazione con grande fedeltà», i presuli si sono poi detti “consapevoli che nel nostro collegio sacerdotale e nei nostri seminari vivono confratelli che vivono un orientamento di persone eterosessuali e confratelli che vivono un orientamento di persone omosessuali. Ciascuno deve essere accettato e rispettato come persona e come confratello». I Vescovi hanno poi accennato al passaggio in cui l’Istruzione stabilisce che qualora ci si trovasse in presenza di tendenze omosessuali transitorie, esse devono essere superate «almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale». Comunque, hanno ricordato i Vescovi svizzeri, «indipendentemente dal nostro orientamento sessuale noi abbiamo deciso di vivere un casto celibato».

Fonte: http://www.zenit.org, 24 Novembre 2005

L’Osservatore Romano rincara la dose

L'omosessualità è «destabilizzante per la persona e la società», non «rappresenta un valore sociale» ma ha piuttosto il carattere di «un'incompiutezza e di un'immaturità sessuale». Induce ad atteggiamenti «narcisistici» e a rapporti interpersonali improntati alla «seduzione». Costituisce una «controindicazione per il sacerdozio», al quale vanno ammessi soltanto «uomini ben fondati nella maturità della propria mascolinità». Queste affermazioni trancianti sono contenute in un articolo di commento alla dichiarazione vaticana su sacerdozio e omosessualità, pubblicato ieri dall'Osservatore romano e firmato dallo psicologo e prete francese Tony Anatrella.

Se la dichiarazione - ufficialmente pubblicata ieri, ma già nota ai media per una fuga del testo - aveva provocato reazioni critiche, questo commento scatenerà una tempesta polemica. Ecco un brano che - si può immaginare - sarà contestato parola per parola: «Negli ultimi anni l'omosessualità si è rivelata come un fenomeno sempre più preoccupante ed è stata ritenuta in diversi paesi come un'attitudine normale, mentre in passato era stata sempre considerata un problema nell'organizzazione psichica della sessualità e non era stata mai determinante nelle scelte della società. Essa non rappresenta un valore e ancor meno una virtù morale che potrebbe concorrere all'umanizzazione della sessualità. Non è un bene a partire dal

quale si possano educare i giovani».

Citando documenti ufficiali - sui quali si basa la dichiarazione che esclude gli omosessuali comprovati dall'ordinazione sacerdotale - il commentatore afferma che «l'omosessualità è un disordine». E questa è dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, contenuta in testi (per esempio la lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali del 1986) che portano la firma del cardinale Ratzinger.

Ma Tony Anatrella non si attiene alla sobrietà dei documenti ufficiali e abbonda nell'esame delle inclinazioni omosessuali con un linguaggio improntato a una valutazione sempre negativa. Ecco un brano destinato ai formatori dei seminari, per farli «attenti ai candidati che hanno incontrato difficoltà di identificazione con il proprio padre, che tendono a isolarsi, che fanno fatica a interrogarsi su se stessi, che si chiudono in una sessualità immaginaria e narcisistica, che hanno avuto esperienze omosessuali e tendono a minimizzarle, che visitano siti pornografici su Internet, che si lamentano degli altri e manifestano atteggiamenti vittimistici».

E' verosimile che il testo provochi reazioni anche all'interno del clero cattolico, quando per esempio afferma che omosessuali ordinati sacerdoti - da vescovi che hanno «mancato di lucidità e di saggezza tendono a sviare la propria paternità spirituale verso scopi narcisistici e arrivano a militare a favore dell'omosessualità e persino a praticare l'omosessualità dando luogo a scandali che colpiscono la comunità ecclesiale». Sottotraccia si avverte una riconduzione della pedofilia all'omosessualità, su cui la disputa è quanto mai accesa. Assunto centrale del commentatore è la denuncia dell'«atteggiamento permissivo» invalso nella Chiesa «da parecchi anni» tendente ad ammettere all'ordinazione «candidati con tendenza omosessuale come se il loro impegno a vivere nella continenza potesse bastare a evitare «conseguenze negative». Egli si preoccupa anche di chiarire che la dichiarazione pubblicata ieri non mette in discussione la validità dell'ordinazione di sacerdoti con inclinazione omosessuale e che sarebbe malsano che si sviluppasse un clima di denuncia e di sospetto nei loro confronti.

Luigi Accattoli, Corriere della Serra del 30 Novembre 2005

Avvenire sceglie l’ipocrisia

Proponiamo questo articolo pubblicato da Avvenire perché mostra in maniera esemplare l’ipocrisia di chi dice e non dice. Dopo aver dichiarato che il testo dell’istruzione non cerca di «rimediare agli scandali della pedofilia equiparando questo grave delitto al disordine morale del comportamento omosessuale» l’autore di questo commento afferma che la comunità cristiana non può non «considerare il dolore di chi, non potendo difendersi, è stato vittima di abusi da parte di persone che pensano di poter considerare il proprio comportamento come una delle tante tendenze naturali» sostenendo che l’esclusione degli omosessuali dagli ordini sacri va incontro a questa preoccupazione. Ma questo Lagomarsini è schizofrenico o finge di esserlo?

 

Nella seconda metà del ’600, Niccolò Stenone esplorò da pioniere, con grandi risultati, molte branche delle scienze sperimentali. Ordinato prete a Firenze, venne poi inviato in Germania come vescovo missionario itinerante. Svolse il suo ministero con zelo esemplare ed esercitò quelle eroiche virtù che lo hanno portato nel 1988 alla beatificazione. Sul letto di morte, circondato da cristiani cattolici e luterani tutti egualmente addolorati e commossi, poiché un prete tardava a venire fece una pubblica confessione, dove spiccava una affermazione dolorosa: «Ho consacrato preti indegni, che hanno certamente macchiato i vostri santi altari e riempito la vostra chiesa di scandali». Stenone, per la verità, era stato vittima di alcuni inganni, ma si sentiva schiacciato dalla severità della prima lettera a Timoteo: «Non imporre a nessuno le mani troppo affrettatamente, per non renderti partecipe degli altrui peccati».

Ho ritrovato la preoccupazione dolorosa del grande vescovo Stenone nel documento, appena pubblicato, che riformula i criteri – già comparsi in altri testi ufficiali – del «discernimento vocazionale di persone con

tendenze omosessuali». Il tema è delicato e un’accentuata sensibilità per i diritti della persona è pronta a

denunciare ovunque i pericoli di discriminazione. Tanto più utile, quindi, una lettura attenta. Va premessa, anzitutto, la constatazione della limpidezza con cui il tema è da tempo affrontato. In un passato non troppo lontano, nei luoghi di formazione si mettevano in guardia gli studenti dalle «amicizie particolari», ma l’ambiente chiuso poteva far mancare le occasioni per maturare una affettività equilibrata. Sugli educatori gravava poi la responsabilità (a loro esclusivo giudizio) di «allontanare» gli inadatti, col rischio che rimanesse negli adatti una penosa sensazione di essere i pochi scelti in un mare di scarti umani.

Oggi la Chiesa espone pubblicamente le proprie regole, ma non si affida, nell’applicazione, alle risorse della psicologia e delle sue tecniche (che pure in un recente passato sono state talvolta sperimentate), ma solo alle dinamiche di coscienze leali. Appena sono circolate le prime indiscrezioni sul documento, è pure comparsa l’obiezione che si potesse rimediare agli scandali della pedofilia equiparando questo grave delitto al disordine morale del comportamento omosessuale. Il testo non contiene una affermazione del genere. Il rispetto assoluto dell’infanzia e dell’adolescenza è pertanto un’esigenza che resta al di sopra di ogni altra considerazione.

C’è da dire però che, mentre la comunità cristiana non può ignorare la condizione di sofferenza inevitabilmente sperimentata dai credenti di tendenze omosessuali, ancora più doveroso è considerare il dolore di chi, non potendo difendersi, è stato vittima di abusi da parte di persone che (il documento lo fa intendere) pensano di poter considerare il proprio comportamento come una delle tante tendenze naturali. La Scrittura continua ad ammonirci che nessuno deve «trarre in inganno» su questa materia il proprio fratello. La preoccupazione della Chiesa è che i servitori del popolo di Dio vivano in una serena integrazione con la propria gente, senza essere gravati da un sovrappiù di pesi dolorosi. Non per sfuggire dalla realtà o tenere alla larga chi soffre, ma proprio per poter offrire un’accoglienza forte e discreta, libera da coinvolgimenti equivoci.

Sandro Lagomarsini, Avvenire del 29 Novembre 2005  

Due testimonianze e una riflessione

Io prete gay! Finalmente un coming out

«Provo un grande disappunto. E' un grave passo indietro. Il Vaticano vuol cercare un capro espiatorio sulla tragedia dei preti pedofili bandendo dal seminario e impedendo di prendere i voti sacerdotali a chi si riconosce gay. Dio ha chiamato alla sua tavola e invitato a predicare il Vangelo tutti quanti, gay, lesbiche e tutti gli esseri umani senza distinzione. Credo si stia commettendo un atto profondamente ipocrita da parte delle gerarchie della chiesa cattolica. I più grandi studiosi della nostra religione stanno dimostrando oggi con importanti scritti che non può più essere la Bibbia il testo guida su questo problema».

Il reverendo Fred Daley 58 anni, parla con una voce calma e rassegnata dagli uffici della sua parrocchia a Utica una cittadina a più di 4 ore di macchina da Manhattan. Daley è un sacerdote gay adorato dai parrocchiani di questa parte povera dello Stato di New York. E' stato ordinato prete 31 anni fa, è a Utica da 16 e la sua condotta è sempre stata eccellente. Il 25 marzo del 2004 durante la sua predica alla messa delle 10 ha sorpreso tutti dicendo: «Oggi voglio farvi una rivelazione molto intima: sono gay, ma sono il vostro parroco e continuerò a servire questa comunità dando il meglio di me».

Lo stupore dei parrocchiani è durato pochi secondi. «Ho ricevuto un paio di lettere non gentili - dice il reverendo Daley - Ma centinaia e centinaia sono state di incoraggiamento per il mio sacerdozio. Un prete deve essere giudicato per quello che fa, per la disponibilità che ha con i parrocchiani, per come conduce il suo celibato, non certo per i suoi orientamenti sessuali. Ma questo il Vaticano lo sa benissimo».

Si spieghi meglio.

«A Roma, dal Papa in giù, sanno perfettamente che ci sono non solo tanti sacerdoti, ma vescovi e cardinali dichiaratamente gay. E sono ottimi preti, vescovi e cardinali. Usare l'orientamento sessuale di un individuo come discriminante per il sacerdozio è ormai assurdo. Significa che molti invece di aprirsi senza vergogna perché la verità rende tutti più liberi, torneranno al segreto, se non alla bugia e rientreranno dentro l'armadio. Per questo il documento del Vaticano che sta per uscire è ipocrita e diventerà un grave danno per la chiesa perché ridurrà al silenzio molte persone. Dobbiamo essere onesti: invece di guardare al sesso e ai gay come a una devianza, giudichiamo il loro operato come sacerdoti, la loro condotta morale durante il sacerdozio o nella preparazione al sacerdozio. Essere gay nella chiesa, non ha nulla a che vedere con i preti pedofili o con gli abusi che i sacerdoti, soprattutto in America, hanno commesso nei confronti dei giovani. Credo pertanto che valga la pena sfidare proprio le gerarchie ecclesiastiche su questo: invitarle ad assumersi le responsabilità per i gravi errori commessi in passato quando un sacerdote veniva semplicemente rimosso da una parrocchia e mandato in un'altra senza affrontare seriamente il suo problema».

Dopo l'ammissione di essere gay davanti ai parrocchiani il suo sacerdozio ne ha risentito?

«No. Io l'ho ammesso pubblicamente il giorno dell'annunciazione, e l'ho fatto con orgoglio. I miei parrocchiani non avevano alcuna notizia dei miei orientamenti sessuali. Mi hanno salutato con una standing ovation in tutte le messe delle domenica. La ragione per la quale l'ho fatto è stata perché non potevano rimanere più a lungo in silenzio quando mi sono accorto che le gerarchie della Chiesa cominciavano a prendere come bersaglio i preti gay associandoli direttamente agli abusi sessuali, mentre questo non aveva nulla a che vedere con l'orientamento sessuale di ciascuno. La mia esperienza mi ha insegnato che la comunità cattolica americana su questa vicenda è molto più avanti delle gerarchie ecclesiastiche che ci guidano. Il parrocchiano medio non solo a Utica ma nel resto dell'America è molto più interessato a quello in cui il sacerdote crede e a quello che fa ogni giorno che non al suo orientamento

sessuale. Ma ripeto, questo documento del vaticano non impedirà ai seminaristi gay di diventare sacerdoti. Lo diventeranno ugualmente, semplicemente saranno meno aperti. E sono certo che questo è un danno che la chiesa cattolica già così in crisi di vocazioni in Usa si sta facendo da sola».

Avrà problemi col Vaticano per questi suoi commenti verso l'autorità? La chiesa è noto non è una democrazia.

«Non credo. Ho la coscienza tranquilla, sono in pace con me stesso, sono un buon prete, vivo il mio celibato con grande coerenza e seguo i miei parrocchiani. La mia dichiarazione sull'orientamento sessuale

è stata soltanto un gesto privato che non ha nulla a che vedere col sacerdozio».   

Il Giorno, 27 Novembre 2005

Io prete gay! Qualcun altro pensa di andarsene

Sono un sacerdote, 27 anni, e credo di poter dare anche io un piccolo contributo alla discussione. Prima di tutto mi preme comunicarvi che non molto tempo fa ho preso la decisione di rivelare la mia omosessualità ai miei genitori, ad alcuni amici etero e anche ad alcuni amici preti. Questo per me è stato fonte di serenità e mi ha spinto a vivere con più concretezza e responsabilità la mia vita cristiana. I recenti interventi della Chiesa mi stanno spingendo a prendere delle decisioni in merito alla mia consacrazione. Non so quando lo farò ma sarà prossima l'intenzione di andare dal mio Vescovo, comunicargli la mia condizione omosessuale e manifestargli l'intenzione di abbandonare il mio ministero. E questo lo dico con la testa sulle spalle. Da sacerdote sarò sempre interpellato a presentarmi come il garante dei costumi e della morale cattolica che, come gay, spesso non condivido. Molti mi chiederanno: non potevi pensarci prima di essere ordinato? Io rispondo che non avevo la serenità e la consapevolezza che ho ora. Il mio è un discorso di coerenza. Desidero rimanere nella mia Chiesa, lottare per farla crescere ma non come prete, non ho assolutamente intenzione di fingere una eterosessualità per far contento il mio vescovo. Un laicato seriamente impegnato: a questo mi sento chiamato, non accuso la chiesa di nulla, anzi come istituzione umana la perdono per gli errori che sta commettendo ma ho deciso di lottare perchè cerchi di commetterne di meno. Non sono un santo, non mi ritengo un profeta, ma devo rendere conto solo al Signore Gesù del mio operato. A proposito, non ho e non ho avuto nessuna relazione durante il mio sacerdozio per il semplice motivo che sarebbe stato lacerante. Un caro saluto a tutti.

Dalla mailing list Amare con il cuore di Dio

Perché la Chiesa cattolica ha paura degli omosessuali?

Dopo aver visto il cardinale Ratzinger mentre presentava il documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede sulle unioni omosessuali, un amico mi ha chiesto: «Ma perché ce l’hanno su così tanto con noi?».

Gli ho spiegato che, leggendo con attenzione il documento, la vera ostilità del Vaticano non ha tanto come obiettivo tutti gli omosessuali in generale, ma quanti, fra costoro, riescono finalmente a vivere la loro omosessualità serenamente, senza atteggiamenti schizofrenici, senza ipocrisie e senza strazianti sensi si colpa. Un’omosessualità che diventa una scelta rispettabile e si integra, alla luce del sole, in un progetto di vita capace di portare la persona verso una sua specifica pienezza, mette in crisi un intero sistema basato sulla repressione della sessualità e sulla sublimazione delle pulsioni omosessuali come quello da cui la Chiesa Cattolica trae tante energie.

Come spiega molto bene il teologo Eugen Drewermann, autore di un poderoso saggio dedicato al clero cattolico e alle sue nevrosi (cfr. Funzionari di Dio, Raetia, Bolzano, 1996), si può parlare di una vera e propria ‘omosessualità clericale’ che si alimenta, durante la pubertà, a quel sistema di prescrizioni e di divieti che tendono a reprimere il contatto del giovane adolescente con le donne. In questo sistema il giovane omosessuale riconosce una risposta al suo scarso interesse per il mondo femminile, qualcosa che lo giustifica e lo tranquillizza nel momento in cui si accorge di essere ‘diverso’ dai suoi coetanei eterosessuali.

D’altra parte, al di là delle analisi di Drewermann, è questa la mia esperienza personale: l’invito che ci veniva rivolto dai preti a non bruciare i tempi e a non buttare via la nostra purezza mi aiutava a vivere con un certo orgoglio il disagio che provavo quando i miei amici parlavano delle ragazze e di quello che avrebbero volentieri fatto con loro. Non a caso, mentre loro, negli anni dell’adolescenza, si sono allontanati da una chiesa percepita come troppo rigida e incapace di comprendere il loro desiderio di intimità con le donne, io restavo l’unico giovane che si impegnava nella parrocchia e che cercava di vivere fino in fondo le indicazioni che la chiesa stessa dava in materia di sessualità.

Proprio per seguire fino in fondo queste indicazioni ho pensato che ci fosse in me una vocazione specifica alla vita consacrata, confortato in ciò anche dal mio confessore, che vedeva in questa mia vocazione una possibile soluzione dei conflitti che nascevano da un’omosessualità di cui acquistavo progressivamente consapevolezza. Solo più tardi, incontrando centinaia di omosessuali credenti, tra cui alcune persone consacrate, mi sono accorto che il mio percorso non era per nulla originale ed era lo stesso che ciascuno di loro aveva seguito nel maturare una vocazione che, se da un lato sembrava rispondere pienamente al rifiuto del mondo femminile, dall’altro non risolveva certo il problema della solitudine affettiva e della riconciliazione con la propria omosessualità.

Non a caso lo stesso Drewermann illustra con grande lucidità le tappe di questo percorso quando afferma che la Chiesa: «farà l’impossibile per proteggere e corteggiare l’omosessualità latente e caratteriale» e proteggendo, in ogni modo, quanti, tra i membri del clero, pur vivendo in maniera attiva la propria omosessualità, lo fanno in modo discreto, che non desta scandalo. E’ facile capire che a una chiesa del genere nulla può dare più fastidio di un’omosessualità vissuta alla luce del sole, senza vergogna e con dignità: migliaia di percorsi vocazionali costruiti sul rifiuto del mondo femminile e sulla rimozione di pulsioni inconfessabili, andrebbero in frantumi e costringerebbero la chiesa stessa a fare finalmente i conti con un messaggio evangelico in cui non c’è posto per l’ipocrisia e la menzogna.

Ma questo, in Vaticano, non lo vogliono.

Gianni Geraci (Portavoce Gruppo del Guado)

«Roma locuta, quaestio non soluta». Ecco un altro documento.

La notizia

Coloro che manifestano «tendenze omosessuali fortemente radicate» o un'identità sessuale «incerta» non posso entrare in seminario e diventare preti: lo riafferma esplicitamente un nuovo documento pubblicato dal Vaticano, che prevede l'uso di psicologi per valutare eventuali patologie e «ferite» psichiche dei candidati al sacerdozio. La tonaca deve essere negata anche a chi - spiega il testo - trova difficoltà «a vivere la castità del sacerdozio».

Il documento, dal titolo Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio presentato dalla Congregazione per l'Educazione cattolica, è stato approvato da papa Benedetto XVI lo scorso 9 giugno 2008. Il libriccino suggerisce ai rettori dei seminari e ai vescovi di utilizzare psicologi, naturalmente di fede cattolica, per valutare eventuali problematiche non risolte dei candidati al sacerdozio. «Il cammino formativo - si avverte tuttavia - dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità di affrontare realisticamente, se pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate)».

«Lo stesso - aggiunge - deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltà a vivere la castità nel celibato, vissuto come un obbligo così pesante da compromette l'equilibrio affettivo e relazionale». Inoltre, in un altro passaggio, il documento avverte che «non basta accertarsi della capacità di astenersi dall'esercizio della genitalità, ma è necessario anche valutare l'orientamento sessuale».

Il documento presentato riprende e rafforza le indicazioni già contenute in una precedente nota del 2005, redatta dalla Santa Sede in seguito alla profonda crisi dei preti pedofili negli Stati Uniti e ai tanti casi di omosessualità attiva tra membri del clero.

«Il Vaticano dice no ai preti gay? Verrebbe da dire “e chi se ne frega...” se non fossimo in presenza di un vero e proprio razzismo e della solita ossessione omofoba propria degli apparati clericali». A dirlo è Franco Grillini, presidente di Gaynet, Associazione omosessuale d'informazione. «Se per fare il prete il requisito principale è la castità- aggiunge Grillini- ovvero la (impossibile) rinuncia a qualsiasi attività di carattere genitale, l'orientamento sessuale dovrebbe essere irrilevante e invece no, se uno è gay niente sacerdozio. Siamo qui di fronte ad una brutale discriminazione che contribuisce a diffondere il veleno dell'esclusione e del razzismo omofobico». Con ogni probabilità, spiega Grillini, «l'intento è quello di fugare il sospetto di essere un'organizzazione omosessuale di massa come accade inevitabilmente alle strutture monosessuali coatte basate sulla rigida separazione tra donne e uomini. La conseguenza sarà quel crollo nel numero dei preti cattolici che è già un dato di fatto sotto gli occhi di tutti perché il celibato è, quello sì, decisamente e incontrovertibilmente contronatura».

Corriere della Sera del 30 Ottobre 2008

Testo del documento: «Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio»

I. La Chiesa e il discernimento vocazionale

1. «Ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio. Essa però non viene mai elargita fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa sempre nella Chiesa e mediante la Chiesa (…) luminoso e vivo riflesso del mistero della Trinità santissima» (1). La Chiesa, «generatrice ed educatrice di vocazioni» (2), ha il compito di discernere la vocazione e l’idoneità dei candidati al ministero sacerdotale. Infatti, «la chiamata interiore dello Spirito Santo ha bisogno di essere riconosciuta come autentica chiamata dal vescovo» (3). Nel promuovere tale discernimento e nell’intera formazione al ministero, la Chiesa è mossa da una duplice attenzione: salvaguardare il bene della propria missione e, allo stesso tempo, quello dei candidati. Come ogni vocazione cristiana, la vocazione al sacerdozio, infatti, unitamente alla dimensione cristologica, ha un’essenziale dimensione ecclesiale:  «non solo essa deriva dalla Chiesa e dalla sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie nella Chiesa, ma si configura – nel fondamentale servizio a Dio – anche e necessariamente come servizio alla Chiesa. La vocazione cristiana, in ogni sua forma, è un dono destinato all’edificazione della Chiesa, alla crescita del Regno di Dio nel mondo» (4). Quindi, il bene della Chiesa e quello del candidato non sono tra loro contrapposti, bensì convergenti. I responsabili della formazione sono impegnati ad armonizzarli tra loro, considerandoli sempre simultaneamente nella loro dinamica interdipendenza:  è, questo, un aspetto essenziale della grande responsabilità del loro servizio alla Chiesa e alle persone (5).

2. Il ministero sacerdotale, inteso e vissuto come conformazione a Cristo Sposo, Buon Pastore, richiede doti nonché virtù morali e teologali, sostenute da equilibrio umano e psichico, particolarmente affettivo, così da permettere al soggetto di essere adeguatamente predisposto a una donazione di sé veramente libera nella relazione con i fedeli in una vita celibataria (6). Trattando delle diverse dimensioni della formazione sacerdotale – umana, spirituale, intellettuale, pastorale – l’Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, prima di soffermarsi su quella spirituale, «elemento di massima importanza nell’educazione sacerdotale» (7), rileva che la dimensione umana è il fondamento dell’intera formazione. Essa elenca una serie di virtù umane e di capacità relazionali che sono richieste al sacerdote affinché la sua personalità sia «ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo Redentore dell’uomo» (8). Esse vanno dall’equilibrio generale della personalità alla capacità di portare il peso delle responsabilità pastorali, dalla conoscenza profonda dell’animo umano al senso della giustizia e della lealtà (9). Alcune di queste qualità meritano particolare attenzione:  il senso positivo e stabile della propria identità virile e la capacità di relazionarsi in modo maturo con altre persone o gruppi di persone; un solido senso di appartenenza, fondamento della futura comunione con il presbiterio e di una responsabile collaborazione al ministero del vescovo (10); la libertà di entusiasmarsi per grandi ideali e la coerenza nel realizzarli nell’azione d’ogni giorno; il coraggio di prendere decisioni e di restarvi fedeli; la conoscenza di sé, delle proprie doti e limiti integrandoli in una visione positiva di sé di fronte a Dio; la capacità di correggersi; il gusto per la bellezza intesa come “splendore di verità” e l’arte di riconoscerla; la fiducia che nasce dalla stima per l’altro e che porta all’accoglienza; la capacità del candidato di integrare, secondo la visione cristiana, la propria sessualità, anche in considerazione dell’obbligo del celibato (11). Tali disposizioni interiori devono essere plasmate nel cammino di formazione del futuro presbitero, il quale, uomo di Dio e della Chiesa, è chiamato a edificare la comunità ecclesiale. Egli, innamorato dell’Eterno, è proteso all’autentica e integrale valorizzazione dell’uomo e a vivere sempre più la ricchezza della propria affettività nel dono di sé al Dio uno e trino e ai fratelli, particolarmente a quelli che soffrono. Si tratta, ovviamente, di obiettivi che si possono raggiungere soltanto attraverso la diuturna corrispondenza del candidato all’opera della grazia in lui e che sono acquisiti con un graduale, lungo e non sempre lineare cammino di formazione (12). Consapevole del mirabile e impegnativo intreccio delle dinamiche umane e spirituali nella vocazione, il candidato non può che trarre vantaggio da un attento e responsabile discernimento vocazionale, teso a individuare cammini personalizzati di formazione e a superare con gradualità eventuali carenze sul piano spirituale e umano. È dovere della Chiesa fornire ai candidati un’efficace integrazione delle dimensioni umana e morale, alla luce della dimensione spirituale a cui esse si aprono e in cui si completano (13).

 

II. Preparazione dei formatori

3. Ogni formatore dovrebbe essere buon conoscitore della persona umana, dei suoi ritmi di crescita, delle sue potenzialità e debolezze e del suo modo di vivere il rapporto con Dio. Per questo, è auspicabile che i vescovi, fruendo di esperienze, di programmi e di istituzioni ben collaudate, provvedano a una idonea preparazione dei formatori nella  pedagogia vocazionale, secondo le indicazioni già emanate dalla Congregazione  per  l’Educazione  Cattolica (14). I formatori hanno bisogno di adeguata preparazione per operare un discernimento che permetta, nel pieno rispetto della dottrina della Chiesa circa la vocazione sacerdotale, sia di decidere in modo ragionevolmente sicuro in ordine all’ammissione in seminario o alla casa di formazione del clero religioso, ovvero alla dimissione da essi per motivi di non idoneità, sia di accompagnare il candidato verso l’acquisizione di quelle virtù morali e teologali necessarie per vivere in coerenza e libertà interiore la donazione totale della propria vita per essere “servitore della Chiesa comunione” (15).

4. Il documento Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, di questa Congregazione per l’Educazione Cattolica, riconosce che «gli errori di discernimento delle vocazioni non sono rari, e troppe inettitudini psichiche, più o meno patologiche, si rendono manifeste soltanto dopo l’ordinazione sacerdotale. Il discernerle in tempo  permetterà di evitare tanti drammi» (16). Ciò esige che ogni formatore abbia la sensibilità e la preparazione psicologica adeguate (17) per essere in grado, per quanto possibile, di percepire le reali motivazioni del candidato, di discernere gli ostacoli nell’integrazione tra maturità umana e cristiana e le eventuali psicopatologie. Egli deve ponderare accuratamente e con molta prudenza la storia del candidato. Da sola, però, essa non può costituire il criterio decisivo, sufficiente per giudicare l’ammissione o la dimissione dalla formazione. Il formatore deve saper valutare sia la persona nella sua globalità e progressività di sviluppo – con i suoi punti di forza e i suoi punti deboli – sia la consapevolezza che essa ha dei suoi problemi, sia la sua capacità di controllare responsabilmente e liberamente il proprio comportamento. Per questo, ogni formatore va preparato, anche con adeguati corsi specifici, alla più profonda comprensione della persona umana e delle esigenze della sua formazione al ministero ordinato. A tale scopo, molto utili possono essere gli incontri di confronto e chiarificazione con esperti in scienze psicologiche su alcune specifiche tematiche.

 

III. Contributo della psicologia al discernimento e alla formazione

5. In quanto frutto di un particolare dono di Dio, la vocazione al sacerdozio e il suo discernimento esulano dalle strette competenze della psicologia. Tuttavia, per una valutazione più sicura della situazione psichica del candidato, delle sue attitudini umane a rispondere alla chiamata divina, e per un ulteriore aiuto nella sua crescita umana, in alcuni casi può essere utile il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche. Essi possono offrire ai formatori non solo un parere circa la diagnosi e l’eventuale terapia di disturbi psichici, ma anche un contributo nel sostegno allo sviluppo delle qualità umane e relazionali richieste dall’esercizio del ministero (18), suggerendo utili itinerari da seguire per favorire una risposta vocazionale più libera. Anche la formazione al sacerdozio deve fare i conti sia con le molteplici manifestazioni di quello squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo (19) – e che ha una sua particolare manifestazione nelle contraddizioni tra l’ideale di oblatività, cui coscientemente il candidato aspira, e la sua vita concreta – sia con le difficoltà proprie di un progressivo sviluppo delle virtù umane e relazionali. L’aiuto del padre spirituale e del confessore è fondamentale e imprescindibile per superarle con la grazia di Dio. In alcuni casi, tuttavia, lo sviluppo di queste qualità umane e relazionali può essere ostacolato da particolari ferite del passato non ancora risolte. Infatti, coloro che oggi chiedono di entrare in seminario riflettono, in modo più o meno accentuato, il disagio di un’emergente mentalità caratterizzata da consumismo, da instabilità nelle relazioni familiari e sociali, da relativismo morale, da visioni errate della sessualità, da precarietà delle scelte, da una sistematica opera di negazione dei valori, soprattutto da parte dei mass-media. Tra i candidati si possono trovare alcuni che provengono da particolari esperienze – umane, familiari, professionali, intellettuali, affettive – che in vario modo hanno lasciato ferite non ancora guarite e che provocano disturbi, sconosciuti nella loro reale portata allo stesso candidato e spesso da lui attribuiti erroneamente a cause esterne a sé, senza avere, quindi, la possibilità di affrontarli adeguatamente (20). È evidente che tutto ciò può condizionare la capacità di progredire nel cammino formativo verso il sacerdozio. Si casus ferat (21) – ossia nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà – il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche, sia prima dell’ammissione al seminario sia durante il cammino formativo, può aiutare il candidato nel superamento di quelle ferite, in vista di una sempre più stabile e profonda interiorizzazione dello stile di vita di Gesù Buon Pastore, Capo e Sposo della Chiesa (22). Per una corretta valutazione della personalità del candidato, l’esperto potrà fare ricorso sia a interviste, sia a test, da attuare sempre con il previo, esplicito, informato e libero consenso del candidato (23). Consideratane la particolare delicatezza, dovrà essere evitato l’uso di specialistiche tecniche psicologiche o psicoterapeutiche da parte dei formatori.

6. È utile che il rettore e gli altri formatori possano contare sulla collaborazione di esperti nelle scienze psicologiche, che comunque non possono fare parte dell’équipe dei formatori. Essi dovranno aver acquisito competenza specifica in campo vocazionale e, alla professionalità, unire la sapienza dello Spirito. Nella scelta degli esperti cui fare ricorso per la consulenza psicologica, per garantire meglio l’integrazione con la formazione morale e spirituale, evitando deleterie confusioni o contrapposizioni, si tenga presente che essi, oltre a distinguersi per la loro solida maturità umana e spirituale, devono ispirarsi a un’antropologia che condivida apertamente la concezione cristiana circa la persona umana, la sessualità, la vocazione al sacerdozio e al celibato, così che il loro intervento tenga conto del mistero dell’uomo nel suo personale dialogo con Dio, secondo la visione della Chiesa. Là ove non fossero disponibili tali esperti, si provveda alla loro specifica preparazione (24). L’ausilio delle scienze psicologiche deve integrarsi nel quadro della globale formazione del candidato, così da non ostacolare, ma da assicurare in modo particolare la salvaguardia del valore irrinunciabile dell’accompagnamento spirituale, il cui compito è di mantenere orientato il candidato alla verità del ministero ordinato, secondo la visione della Chiesa. Il clima di fede, di preghiera, di meditazione della Parola di Dio, di studio della teologia e di vita comunitaria – fondamentale per la maturazione di una generosa risposta alla vocazione ricevuta da Dio – permetterà al candidato una corretta comprensione del significato e l’integrazione del ricorso alle competenze psicologiche nel suo cammino vocazionale.

7. Il ricorso agli esperti nelle scienze psicologiche dovrà essere regolato nei diversi Paesi dalle rispettive Rationes institutionis sacerdotalis e nei singoli seminari dagli ordinari o superiori maggiori competenti, con fedeltà e coerenza ai principi e alle direttive del presente documento.

 

a. Discernimento iniziale

8. È necessario, fin dal momento in cui il candidato si presenta per essere accolto in seminario, che il formatore possa conoscerne accuratamente la personalità, le attitudini, le disposizioni, le risorse, le potenzialità e i diversi eventuali tipi di ferite, valutandone la natura e l’intensità. Non bisogna dimenticare la possibile tendenza di alcuni candidati a minimizzare o a negare le proprie debolezze:  essi non parlano ai formatori di alcune loro gravi difficoltà, temendo di poter non essere capiti e di non essere accettati. Coltivano così attese poco realistiche nei confronti del proprio futuro. Al contrario, vi sono candidati che tendono a enfatizzare le loro difficoltà, considerandole ostacolo insormontabile per il cammino vocazionale. Il discernimento tempestivo degli eventuali problemi che ostacolassero il cammino vocazionale – quali l’eccessiva dipendenza affettiva, l’aggressività sproporzionata, l’insufficiente capacità di essere fedele agli impegni assunti e di stabilire rapporti sereni di apertura, fiducia e collaborazione fraterna e con l’autorità, l’identità sessuale confusa o non ancora ben definita – non può che essere di grande beneficio per la persona, per le istituzioni vocazionali e per la Chiesa. Nella fase del discernimento iniziale, l’aiuto di esperti nelle scienze psicologiche può essere necessario anzitutto a livello propriamente diagnostico, qualora ci fosse il dubbio di presenza di disturbi psichici. Se si constatasse la necessità di una terapia, dovrebbe essere attuata prima dell’ammissione al seminario o alla casa di formazione. L’aiuto degli esperti può essere utile ai formatori anche per delineare un cammino formativo personalizzato secondo le specifiche esigenze del candidato. Nella valutazione della possibilità di vivere, in fedeltà e gioia, il carisma del celibato, quale dono totale della propria vita a immagine di Cristo Capo e Pastore della Chiesa, si tenga presente che non basta accertarsi della capacità di astenersi dall’esercizio della genitalità, ma è necessario anche valutare l’orientamento sessuale, secondo le indicazioni emanate da questa Congregazione (25). La castità per il Regno, infatti, è molto di più della semplice mancanza di relazioni sessuali. Alla luce delle finalità indicate, la consultazione psicologica può in alcuni casi risultare utile.

 

b. Formazione successiva

9. Nel periodo della formazione, il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche, oltre a rispondere alle necessità generate da eventuali crisi, può essere utile a sostenere il candidato nel suo cammino verso un più sicuro possesso delle virtù umane e morali; può fornire al candidato una più profonda conoscenza della propria personalità e può contribuire a superare, o a rendere meno rigide, le resistenze psichiche alle proposte formative. Una maggiore padronanza, non solo delle proprie debolezze, ma anche delle proprie forze umane e spirituali (26), permette di donarsi con la dovuta consapevolezza e libertà a Dio, nella responsabilità verso se stessi e verso la Chiesa. Non si sottovaluti, tuttavia, il fatto che la maturità cristiana e vocazionale raggiungibile, grazie anche all’aiuto delle competenze psicologiche, benché illuminate e integrate dai dati dell’antropologia della vocazione cristiana, e quindi della grazia, non sarà mai esente da difficoltà e tensioni che richiedono disciplina interiore, spirito di sacrificio, accettazione della fatica e della croce (27), e affidamento all’aiuto insostituibile della grazia (28).

10. Il cammino formativo dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, e così via). Lo stesso deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltà a vivere la castità nel celibato, vissuto come un obbligo così pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale.

 

IV. La richiesta di indagini specialistiche e il rispetto dell’intimità del candidato

11. Spetta alla Chiesa scegliere le persone che ritiene adatte al ministero pastorale ed è suo diritto e dovere verificare la presenza delle qualità richieste in coloro che essa ammette al ministero sacro (29). Il canone 1051 1 del Codice di Diritto Canonico prevede che per lo scrutinio delle qualità richieste in vista dell’ordinazione si provveda, tra l’altro, all’indagine sullo stato di salute fisica e psichica del candidato (30). Il canone 1052 stabilisce che il vescovo, per poter procedere all’ordinazione, deve avere la certezza morale sull’idoneità del candidato, «provata con argomenti positivi» ( 1) e che, nel caso di un dubbio fondato, non deve procedere all’ordinazione (cfr. 3). Da ciò deriva che la Chiesa ha il diritto di verificare, anche con il ricorso alla scienza medica e psicologica, l’idoneità dei futuri presbiteri. Infatti, è proprio del vescovo o del superiore competente non solo sottoporre a esame l’idoneità del candidato, ma anche riconoscerla. Il candidato al presbiterato non può imporre le proprie personali condizioni, ma deve accettare con umiltà e gratitudine le norme e le condizioni che la Chiesa stessa, per la sua parte di responsabilità, pone (31). Per cui, in casi di dubbio circa l’idoneità, l’ammissione al seminario o alla casa di formazione sarà possibile, talvolta, soltanto dopo una valutazione psicologica della personalità.

12. Il diritto e il dovere dell’istituzione formativa di acquisire le conoscenze necessarie per un giudizio prudenzialmente certo sull’idoneità del candidato non possono ledere il diritto alla buona fama di cui la persona gode, né il diritto a difendere la propria intimità, come prescritto dal canone 220 del Codice di Diritto Canonico. Ciò significa che si potrà procedere alla consulenza psicologica solo con il previo, esplicito, informato e libero consenso del candidato. I formatori assicurino un’atmosfera di fiducia, così che il candidato possa aprirsi e partecipare con convinzione all’opera di discernimento e di accompagnamento, offrendo «la sua personale convinta e cordiale collaborazione» (32). A lui è richiesta un’apertura sincera e fiduciosa con i propri formatori. Solo facendosi sinceramente conoscere da loro può essere aiutato in quel cammino spirituale che egli stesso cerca entrando in seminario. Importanti, e spesso determinanti per superare eventuali incomprensioni, saranno  sia il clima educativo tra alunni e formatori – contrassegnato da apertura e trasparenza – sia le motivazioni e le modalità con cui i formatori presenteranno al candidato il suggerimento di una consulenza psicologica. Si eviti l’impressione che tale suggerimento significhi preludio di un’inevitabile dimissione dal seminario o dalla casa di formazione. Il candidato potrà rivolgersi liberamente o a un esperto, scelto tra quelli indicati dai formatori, oppure a uno scelto da lui stesso e accettato da loro. Secondo le possibilità, dovrebbe essere sempre garantita ai candidati una libera scelta tra vari esperti che abbiano i requisiti indicati (33). Qualora il candidato, davanti a una richiesta motivata da parte dei formatori, rifiutasse di accedere a una consulenza psicologica, essi non forzeranno in alcun modo la sua volontà e procederanno prudentemente nell’opera di discernimento con le conoscenze di cui dispongono, tenendo conto del citato canone 1052 1.

 

V. Il rapporto dei responsabili della formazione con l’esperto

 

a. I responsabili del foro esterno

13. In spirito di fiducia reciproca e collaborazione alla propria formazione, il candidato potrà essere invitato a dare liberamente il proprio consenso scritto affinché l’esperto nelle scienze psicologiche, tenuto al segreto professionale, possa comunicare gli esiti della consultazione ai formatori, da lui stesso indicati. Essi si serviranno delle informazioni, in tal modo acquisite, per elaborare un quadro generale della personalità del candidato e per trarre le opportune indicazioni in vista del suo ulteriore cammino formativo o dell’ammissione all’ordinazione. Onde proteggere, nel presente e nel futuro, l’intimità e la buona fama del candidato si presti particolare cura affinché le esternazioni dell’esperto siano accessibili esclusivamente ai responsabili della formazione, con il preciso e vincolante divieto di farne uso diverso da quello proprio del discernimento vocazionale e della formazione del candidato.

 

b. Carattere specifico della direzione spirituale

14. Al padre spirituale spetta un compito non lieve nel discernimento della vocazione, sia pure nell’ambito della coscienza. Fermo restando che la direzione spirituale non può in alcun modo essere scambiata per o sostituita da forme di analisi o di aiuto psicologico e che la vita spirituale di per sé favorisce una crescita nelle virtù umane, se non ci sono blocchi di natura psicologica (34), il padre spirituale può trovarsi, per chiarire dubbi altrimenti non risolvibili, nella necessità di suggerire una consulenza psicologica, senza comunque mai imporla, onde procedere con maggior sicurezza nel discernimento e nell’accompagnamento spirituale (35). Nel caso di una richiesta di consulenza psicologica da parte del padre spirituale, è auspicabile che il candidato, oltre a rendere edotto lo stesso padre spirituale dei risultati della consultazione, informi altresì il formatore di foro esterno, specialmente se lo stesso padre spirituale lo avrà invitato a questo. Qualora il padre spirituale ritenga utile acquisire direttamente lui stesso informazioni dal consulente, proceda secondo quanto indicato al numero 13 per i formatori di foro esterno. Dai risultati della consulenza psicologica il padre spirituale trarrà le indicazioni opportune per il discernimento di sua competenza e per i consigli da dare al candidato, anche in ordine al proseguimento o meno del cammino formativo.

 

c. Aiuto dell’esperto al candidato e ai formatori

15. L’esperto – in quanto richiesto – aiuterà il candidato a raggiungere una maggiore conoscenza di sé, delle proprie potenzialità e vulnerabilità. Lo aiuterà anche a confrontare gli ideali vocazionali proclamati con la propria personalità, onde stimolare una adesione personale, libera e consapevole alla propria formazione. Sarà compito dell’esperto fornire al candidato le opportune indicazioni sulle difficoltà che egli sta sperimentando e sulle loro possibili conseguenze per la sua vita e per il suo futuro ministero sacerdotale. Effettuata l’indagine, tenendo conto anche delle indicazioni offertegli dai formatori, l’esperto, solo con il previo consenso scritto del candidato, darà loro il suo contributo per comprendere il tipo di personalità e le problematiche che il soggetto sta affrontando o deve affrontare. Egli indicherà anche, secondo la sua valutazione e le proprie competenze, le prevedibili possibilità di crescita della personalità del candidato. Suggerirà, inoltre, se necessario, forme o itinerari di sostegno psicologico.

 

VI. Le persone dimesse o che liberamente hanno lasciato seminari o case di formazione

16. È contrario alle norme della Chiesa ammettere al seminario o alla casa di formazione persone già uscite o, a maggior ragione, dimesse da altri seminari o da case di formazione, senza assumere prima le dovute informazioni dai loro rispettivi vescovi o superiori maggiori, soprattutto circa le cause della dimissione o dell’uscita (36). È preciso dovere dei precedenti formatori fornire informazioni esatte ai nuovi formatori.

Si presti particolare attenzione al fatto che spesso i candidati lasciano l’istituzione educativa di spontanea volontà per prevenire una dimissione forzata. Nel caso di passaggio ad altro seminario o casa di formazione, il candidato deve informare i nuovi formatori della consultazione psicologica precedentemente effettuata. Solo con il libero consenso scritto del candidato, i nuovi formatori potranno avere accesso alle comunicazioni dell’esperto che aveva effettuato la consultazione. Nel caso si ritenga di poter accogliere in seminario un candidato che, dopo la precedente dimissione, si sia sottoposto a trattamento psicologico, si verifichi prima, per quanto è possibile, con accuratezza la sua condizione psichica, assumendo, tra l’altro, dopo aver ottenuto il suo libero consenso scritto, le dovute informazioni presso l’esperto che lo ha accompagnato. Nel caso in cui un candidato chiede il passaggio a un altro seminario o casa di formazione dopo essere ricorso a un esperto in psicologia, senza voler accettare che la perizia sia a disposizione dei nuovi formatori, si tenga presente che l’idoneità del candidato deve essere provata con argomenti positivi, a norma del citato canone 1052, e quindi deve essere escluso ogni ragionevole dubbio.

 

Conclusione

17. Tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nella formazione offrano la loro convinta collaborazione, nel rispetto delle specifiche competenze di ciascuno, affinché il discernimento e l’accompagnamento vocazionale dei candidati siano adatti a “portare al sacerdozio solo coloro che sono stati chiamati e di portarli adeguatamente formati, ossia con una risposta cosciente e libera di adesione e di coinvolgimento di tutta la loro persona a Gesù Cristo che chiama all’intimità di vita con lui e alla condivisione della sua missione di salvezza” (37).

 

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel corso dell’udienza concessa il 13 giugno 2008 al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato il presente documento e ne ha autorizzato la pubblicazione.

 

Roma, 29 giugno 2008, solennità dei santi Pietro e Paolo, Apostoli.

Zenon cardinale Grocholewski - Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica

Jean-Louis Bruguès - Arcivescovo Segretario della Congregazione

 

Note

1) Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), n. 35b-c:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 714.

2) Ibidem, n. 35d:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.

3) Ibidem, n. 65d:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 771.

4) Ibidem, n. 35e:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.

5) Cfr. ibidem, nn. 66-67:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 772-775.

6) Di tali condizioni viene data una descrizione molto ampia in Pastores dabo vobis, nn. 43-44:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 731-736; cfr. Codex Iuris Canonici, canoni 1029 e 1041, 1.

7) In quanto essa, «per ogni presbitero (…) costituisce il cuore che unifica e vivifica il suo essere prete e il suo fare il prete»: Pastores dabo vobis, n. 45c:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 737.

8) Pastores dabo vobis, n. 43:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 731-733.

9) Cfr. ibidem; cfr. anche concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius (28 ottobre 1965), n. 11:  Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 720-721; Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965), n. 3:  Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 993-995; Congregazione per l’Educazione Cattolica, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (19 marzo 1985), n. 51.

10) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 17:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 682-684.

11) Paolo VI, nella Lettera enciclica Sacerdotalis cælibatus (24 giugno 1967), tratta esplicitamente di questa necessaria capacità del candidato al sacerdozio ai nn. 63-64:  Acta Apostolicae Sedis, 59 (1967), 682-683. Egli conclude al n. 64:  «Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente equilibrio psicofisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura». Cfr. anche Pastores dabo vobis, n. 44:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 733-736. Nel percorso evolutivo assume un’importanza speciale la maturità affettiva, un ambito dello sviluppo che richiede, oggi più di ieri, una particolare attenzione. «Si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale. Perché ciò accada, serve l’onestà con se stessi, l’apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia», Benedetto XVI, Discorso ai sacerdoti e ai religiosi nella Cattedrale di Varsavia (25 maggio 2006), in:  «L’Osservatore Romano» (26-27 maggio 2006), p. 7. Cfr. Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al sacerdozio e alla Vita consacrata in Europa (Roma, 5-10 maggio 1997), a cura delle Congregazioni per l’Educazione Cattolica, per le Chiese Orientali, per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (6 gennaio 1998), n. 37, pp. 111-120.

13) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 45a:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 736.

14) Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari (4 novembre 1993), nn. 36 e 57-59; cfr. soprattutto Optatam totius, n. 5:  Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 716-717.

15) Pastores dabo vobis, n. 16e:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 682.

16) Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (11 aprile 1974), n. 38.

17) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 66c:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 773; Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari, n. 57-59.

18) Cfr. Optatam totius, n. 11:  Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 720-721.

19) Cfr. concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 10:  Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 1032-1033.

20) Per meglio comprendere queste affermazioni, è opportuno fare riferimento alle seguenti affermazioni di Giovanni Paolo II:  «L’uomo, dunque, porta in sé il germe della vita eterna e la vocazione a far propri i valori trascendentali; egli, però, resta interiormente vulnerabile e drammaticamente esposto al rischio di fallire la propria vocazione, a causa di resistenze e difficoltà che egli incontra nel suo cammino esistenziale sia a livello conscio, ove è chiamata in causa la responsabilità morale, sia a livello subconscio, e ciò sia nella sua vita psichica ordinaria, che in quella segnata da lievi o moderate psicopatologie, che non influiscono sostanzialmente sulla libertà della persona di tendere agli ideali trascendenti, responsabilmente scelti» Allocuzione alla Rota Romana (25 gennaio 1988):  Acta Apostolicae Sedis, 80 (1988), 1181.

21) Cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 39; Congregazione per i vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), n. 88.

22) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 29d:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 704.

23) Cfr. Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, Istruzione sull’aggiornamento della formazione alla vita religiosa (6 gennaio 1969), n. 11 iii:  Acta Apostolicae Sedis, 61 (1969), 113.

24) Cfr. Giovanni Paolo II:  «Sarà opportuno curare la preparazione di esperti psicologi i quali, al buon livello scientifico, uniscano una comprensione profonda della concezione cristiana circa la vita e la vocazione al sacerdozio, così da essere in grado di fornire supporti efficaci alla necessaria integrazione tra la dimensione umana e quella soprannaturale. (Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica 4 febbraio 2002, n. 2:  Acta Apostolicae Sedis, 94, 2002, 465).

25) Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli Ordini Sacri (4 novembre 2005):  Acta Apostolicae Sedis, 97 (2005), 1007-1013.

26) Cfr. Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, n. 38.

27) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 48d:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 744.

28) Cfr. 2 Corinzi, 12, 7-10.

29) Cfr. Codex Iuris Canonici, canoni 1025, 1051 e 1052; Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Carta circular Entre las más delicadas a los excelentísimos y reverendísimos señores obispos diocesanos y demás ordinarios canónicamente facultados para llamar a las sagradas ordenes, sobre los escrutinios acerca de la idoneidad de los candidatos (10 novembre 1997):  Notitiae 33 (1997), pp. 495-506.

30) Cfr. Codex Iuris Canonici, canoni  1029,  1031 1 e 1041, 1; Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 39.

31) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 35g:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.

32) Ibidem, n. 69b:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 778.

33) Cfr. n. 6 di questo documento.

34) Cfr. nota n. 20.

35) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 40c:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 725.

36) Cfr. Codex Iuris Canonici, canone 241, 3; Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione alle Conferenze Episcopali circa l’ammissione in Seminario di candidati provenienti da altri Seminari o Famiglie religiose (8 marzo 1996).

37) Pastores dabo vobis, n. 42c:  Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 730.

Un breve commento

Ecco di seguito alcune brevi osservazioni che scaturiscono dalla lettura del documento Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio che la Congregazione per l’Educazione cattolica ha presentato il 30 Ottobre scorso.

1.     

Si tratta dell’ennesimo documento che la Santa sede dedica a questo argomento durante i pontificati di Benedetto XVI e del suo predecessore. Di sicuro si tratta di un elenco incompleto, ma a me vengono in mente almeno cinque documenti: l’esortazione apostolica postsinodale Pastores Dabo Vobis dedicata, nel 1992, da Giovanni Paolo II alla formazione del clero; le Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari  promulgate nel 1993 dalla Congregazione per l’educazione cattolica; l’istruzione sull’ammissione di candidati provenienti da altri seminari del 1996; la circolare ai vescovi sulla idoneità dei candidati al ministero sacerdotale, spedita dalla Congragazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti nel 1997; l’ Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli Ordini Sacri pubblicata dalla Congregazione per l’Educazione cattolica nel 2005. Per non parlare delle decine di discorsi che i vari pontefici hanno dedicato all’argomento. Qualcuno potrebbe dire che questa attenzione dimostra come, alla Santa Sede, stia particolarmente a cuore il problema della formazione del clero. In realtà vien da pensare che questa ipertrofia magisteriale abbia come obiettivo quello di compensare la progressiva perdita di autorità che si registra, su questo argomento, all’interno della Chiesa cattolica. Una regola non scritta che però ha dimostrato, nella storia, una sua validità empirica ci dice che quando la Santa Sede affronta troppo spesso un determinato argomento vuol dire che su quello stesso argomento non c’è unanimità di vedute all’interno dell’episcopato.

2.     

 Nel documento in questione il tema dell’omosessualità viene trattato in maniera molto marginale all’interno del paragrafo 8. L’argomento non era stato neppure citato nel corso della conferenza stampa di presentazione del documento che si è tenuta il 30 Ottobre. Eppure la stampa, come dimostra l’articolo del Corriere della Sera che abbiamo riportato a titolo di esempio, non solo sottolinea l’esclusione delle persone omosessuali dai scari ministeri, ma mette l’accento su questo aspetto marginale del documento, affidando il commento a esponenti di spicco del movimento omosessuale. Questo fatto mette in evidenza un grosso problema di comunicazione che compromette la corretta comprensione dei documenti del Magistero. Le responsabilità non vanno però date esclusivamente agli organi di informazione, se infatti il documento sull’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio è stato interpretato in maniera distorta, la colpa è anche di chi non ha ritenuto opportuno rettificare le interpretazioni parziali degli organi di informazione. Dopo una conferenza stampa ufficiale in grande stile nessuno si è preoccupato di correggere certe interpretazioni date dalla stampa: la cosa fa pensare che queste stesse interpretazioni non fossero considerato poi così fuori luogo e che dicessero, alla fine, quello che il documento e i relatori della conferenza stampa non potevano dire.

3.     

Tutto questo affannarsi intorno al problema di determinare l’adeguata formazione dei candidati al sacerdozio nasce dal fatto che, al di là dei continui richiami del Magistero, i risultati sono nettamente al di sotto di qualunque aspettativa: la qualità del clero cattolico, negli ultimi quarant’anni, è nettamente peggiorata; la fragilità psicologica e affettiva di molti presbiteri è sotto gli occhi di tutti e l’istituzione ecclesiastica non è quasi mai in grado di supportare i suoi ministri che si trovano in una situazione di difficoltà. Il fatto è che i documenti che si susseguono con un ritmo impressionante, descrivono un’ideale di sacerdote assolutamente teorico che non fa i conti con le difficoltà affettive che qualunque giovane incontra durante gli anni della sua formazione, anni che, per motivi che non dipendono dall’istituzione ecclesiastica, ma che l’istituzione ecclesiastica dovrebbe comunque tenere presenti, si stanno dilatando nel tempo, andando a coprire fasce d’età che quasi sempre includono l’età media di accesso al ministero sacerdotale. Che fare allora? Le risposte possibili sono tre.

La prima sarebbe quella di affrontare il problema della immaturità affettiva del clero, ammettere le difficoltà che ci sono in questo ambito e chiedere alla comunità cristiana di farsi carico di queste stesse difficoltà e di collaborare in maniera più attiva alla loro soluzione. Si tratterebbe però di togliere alla figura del sacerdote quell’aria di sacralità che lo circonda, umanizzandolo e ammettendo ciò che è sotto gli occhi di tutti: «Che i preti sono uomini come tutti gli altri». Ma questa ipotesi non piace, perché contraddice la deriva di recupero del sacro che c’è stato durante gli ultimi due pontificati.

La seconda opzione è quella di posticipare progressivamente l’ammissione agli ordini sacri, in attesa di avere finalmente dei candidati in grado di garantire una stabile adesione a quelle che sono le indicazioni che vengono dal Magistero in materia di modalità di esercizio del ministero sacerdotale. Il documento che è stato presentato va senz’altro in questa direzione, prevedendo il coinvolgimento di figure esterne al percorso di discernimento vocazionale. Questa opzione ha però due svantaggi: il primo è quello di non garantire comunque la piena adesione del sacerdote a un certo stile di vita, la seconda è quella di togliere all’esercizio del ministero anni preziosi che vengono invece dedicati alla formazione.

La terza risposta è quella di continuare ad indicare dei modelli teorici molto esigenti, adattandosi poi, di volta in volta, alle esigenze che vengono imposte dalla singole situazioni, senza però ammettere questo processo di adattamento. Se il candidato non sarà in grado di rispettare certe indicazioni, alla fine, si sentirà inadeguato e frustrato dal senso di colpa, ma proprio per questo motivo, sarà più docile e più disponibile nei confronti dell’autorità. Se il candidato continuerà ad essere convinto di essere l’unica eccezione che non è in grado di vivere in pienezza certe indicazioni che vengono ribadite con insistenza dal magistero inizierà a fare dell’ipocrisia il suo paradigma di riferimento, terrorizzato non tanto dal tradimento che sta vivendo, quanto dal fatto che questo tradimento possa emergere a qualunque livello. Si tratta, in altri termini, dell’applicazione del vecchio motto: «Nisi caste, saltem caute» che veniva ricordato ai sacerdoti di una volta quando la loro promessa di celibato vacillava. Si tratta però di una scelta ipocrita che non fa i conti con il Vangelo che condanna l’ipocrisia con decisione.

4.     

C’è un’ultima osservazione da fare in merito ai testi che questo documento cita per sostenere le sue affermazioni. Ho contato le note del testo: più di trenta rimandano a interventi degli ultimi due pontificati; cinque rimandano a documenti promulgati dalla curia vaticana durante il pontificato di Paolo VI; tre rimandano a documenti del Concilio Vaticano II (che, vale la pena ricordarlo, al tema della formazione del clero aveva dedicato uno specifico decreto) e uno alla Sacra Scrittura. Non è uno scherzo, la Bibbia, nell’intero documento, è citata una sola volta, mentre si sprecano le citazioni del’esortazione apostolica Pastores dabo vobis e del Codice di diritto canonico. Si tratta di un indice molto preoccupante che mette in evidenza il vero problema che sta alla base delle difficoltà che sono state indicate in precedenza: quello di una progressiva deriva autoreferenziale del magistero espresso dalla Curia romana, una deriva in cui non trovano posto né la tradizione della Chiesa cattolica né la Parola che Dio ha affidato alla sua Chiesa. Una deriva che non può non preoccupare coloro che, come noi, continuano a desiderare che «l’unica Chiesa di Cristo sussista nella chiesa cattolica».

Gianni Geraci (portavoce Gruppo del Guado)