La Santa Sede sulle unioni di fatto
Prima di affrontare
in maniera specifica il tema delle unioni omosessuali la Santa sede aveva già
condannato qualunque forma di riconoscimento legale delle unioni di fatto attraverso
numerosi interventi alcuni dei quali vi proponiamo e vi commentiamo di seguito.
Sommario
Incongrua la pretesa di attribuire realtà “coniugale” all’unione fra persone
Ma la legge naturale vieta davvero i rapporti omosessuali?
Famiglia, matrimonio e unioni di fatto
II - La famiglia fondata sul matrimonio e le unioni di fatto
III - Le unioni di fatto nell'insieme della società
IV - Giustizia e bene sociale della famiglia
V - Matrimonio cristiano e unione di fatto.
VI - Linee di orientamento cristiane
Un documento che propone argomenti inconsistenti
Perché riconoscere le unioni di fatto?
Ma davvero il riconoscimento delle unioni di fatto danneggia il matrimonio?
Il nodo delle unioni di fatto tra persone dello stesso sesso
Il 21 Gennaio scorso, parlando ai membri della Sacra Rota, Giovanni Paolo II, ha affrontato il tema delle unioni omosessuali. Nell’intento di sollecitare da parte vostra un ampio dibattito sull’intervento del Papa ve lo proponiamo nella sua interezza.
La solenne inaugurazione dell’attività giudiziaria del Tribunale della Rota Romana mi offre la gioia di riceverne i componenti, per esprimere loro la considerazione e la gratitudine con cui la Santa Sede ne segue ed incoraggia il lavoro. Saluto e ringrazio monsignor Decano, che ha degnamente, interpretato i sentimenti di tutti voi qui presenti, dando espressione appassionata e profonda agli intendimenti pastorali che ispirano la vostra quotidiana fatica. Saluto il Collegio dei Prelati Uditori in servizio ed emeriti, gli Officiali maggiori e minori del Tribunale, gli Avvocati Rotali e gli Alunni dello Studio Rotale con i rispettivi familiari. A tutti un augurio cordiale per l’anno da poco iniziato.
Monsignor Decano si è soffermato sul significato pastorale del vostro lavoro, mostrandone la grande rilevanza nella quotidiana vita della Chiesa. Condivido una simile visione e vi incoraggio a coltivare in ogni vostro intervento questa prospettiva, che vi pone in piena sintonia con la finalità suprema dell’attività della Chiesa. Già altra volta ho avuto occasione di accennare a questo aspetto del vostro ufficio giudiziario, con particolare riferimento a questioni processuali. Anche oggi vi esorto a dare prevalenza, nella soluzione dei casi, alla ricerca della verità, facendo uso delle formalità giuridiche soltanto come mezzo per tale fine. L’argomento su cui intendo soffermarmi nell’odierno incontro è l’analisi della natura del matrimonio e delle sue essenziali connotazioni alla luce della legge naturale. E’ ben noto l’apporto che la giurisprudenza del vostro Tribunale ha dato alla conoscenza dell’istituto matrimoniale, offrendo un validissimo punto di riferimento dottrinale agli altri Tribunali ecclesiastici. Ciò ha consentito di focalizzare sempre meglio il contenuto essenziale del coniugio sulla base di una più adeguata conoscenza dell’uomo. All’orizzonte del mondo contemporaneo, tuttavia, si profila un diffuso deterioramento del senso naturale e religioso delle nozze, con riflessi preoccupanti sia nella sfera personale che in quella pubblica. Come tutti sanno, oggi non si mettono in discussione soltanto le proprietà e le finalità del matrimonio, ma il valore e l’utilità stessa dell’istituto. Pur escludendo indebite generalizzazioni, non è possibile ignorare, al riguardo, il fenomeno crescente delle semplici unioni di fatto, e le insistenti campagne d’opinione volte ad ottenere dignità coniugale ad unioni anche fra persone appartenenti allo stesso sesso. Non è mio intendimento in una sede come questa, dove è prevalente il progetto correttivo e redentivo di situazioni dolorose e spesso drammatiche, insistere nella deplorazione e nella condanna. Desidero piuttosto richiamare, non soltanto a coloro che fanno parte della Chiesa di Cristo Signore, ma altresì a tutte le persone sollecite del vero progresso umano, la gravità e l’insostituibilità di alcuni principi che sono basilari per l’umana convivenza, ed ancor prima per la salvaguardia della dignità di ogni persona.
Nucleo centrale ed elemento portante di tali principi è l’autentico concetto di amore coniugale fra due persone di pari dignità, ma distinte e complementari nella loro sessualità. L’affermazione, ovviamente, deve essere intesa in modo corretto, senza cadere nel facile equivoco, per cui talora si confonde un vago sentimento od anche una forte attrazione psicofisica con l’amore effettivo dell’altro, sostanziato di sincero desiderio del suo bene, che si traduce in impegno concreto per realizzarlo. Questa è la chiara dottrina espressa dal Concilio Vaticano II, ma è altresì una delle ragioni per le quali proprio i due Codici di Diritto Canonico, latino e orientale, da me promulgati, hanno dichiarato e posto come naturale finalità del connubio anche il bonum coniugum. Il semplice sentimento è legato alla mutevolezza dell’animo umano; la sola reciproca attrazione poi, spesso derivante soprattutto da spinte irrazionali e talora aberranti non può avere stabilità ed è quindi facilmente, se non fatalmente, esposta ad estinguersi. L’amor coniugalis, pertanto, non è solo né soprattutto sentimento; è invece essenzialmente un impegno verso l’altra persona, impegno che si assume con un preciso atto di volontà. Proprio questo qualifica tale amor rendendolo coniugalis. Una volta dato ed accettato l’impegno per mezzo del consenso l’amore diviene coniugale, e mai perde questo carattere. Qui entra in gioco la fedeltà dell’amore, che ha la sua radice nell’obbligo liberamente assunto. Il mio predecessore, il papa Paolo VI in un suo incontro con la Rota, sinteticamente affermava: «Ex ultroneo affectus sensu, amor fit officium devinciens». Già di fronte alla cultura giuridica dell’antica Roma, gli autori cristiani si sentirono spinti dal dettato evangelico a superare il noto principio per cui tanto sta il vincolo coniugale quanto perdura l’affectio maritalis. A questa concezione, che conteneva in sé il germe del divorzio, essi contrapposero la visione cristiana, che riportava il matrimonio alle sue origini di unità e di indissolubilità.
Sorge qui talora l’equivoco secondo il quale il matrimonio è identificato o comunque confuso col rito formale ed esterno che lo accompagna. Certamente, la forma giuridica delle nozze rappresenta una conquista di civiltà, poiché conferisce ad esse rilevanza ed insieme efficacia dinanzi alla società, che conseguentemente ne assume la tutela. Ma a voi giuristi non sfugge il principio per cui il matrimonio consiste essenzialmente, necessariamente ed unicamente nel consenso mutuo espresso dai nubendi. Tale consenso altro non è che l’assunzione cosciente e responsabile di un impegno mediante un atto giuridico col quale, nella donazione reciproca, gli sposi si promettono amore totale e definitivo. Liberi essi sono di celebrare il matrimonio, dopo essersi vicendevolmente scelti in modo altrettanto libero, ma nel momento in cui pongono questo atto essi instaurano uno stato personale in cui l’amore diviene qualcosa di dovuto, con valenze di carattere anche giuridico. La vostra esperienza giudiziaria vi fa toccare con mano come detti principi siano radicati nella realtà esistenziale della persona umana. In definitiva, la simulazione del consenso, per portare un esempio, altro non significa che dare al rito matrimoniale un valore puramente esteriore, senza che ad esso corrisponda la volontà di una donazione reciproca di amore, o di amore esclusivo, o di amore indissolubile o di amore fecondo. Come meravigliarsi che un simile matrimonio sia votato al naufragio? Una volta cessato il sentimento o l’attrazione esso risulta privo di ogni elemento di coesione interna. Manca, infatti, quel reciproco impegno oblativo che, solo, potrebbe assicurarne il perdurare. Qualcosa di simile vale anche per i casi in cui dolosamente qualcuno è stato indotto al matrimonio. Ovvero quando una costrizione esterna grave ha tolto la libertà che è il presupposto di ogni volontaria dedizione amorosa.
Alla luce di questi principi può essere stabilita e compresa l’essenziale differenza esistente fra una mera unione di fatto - che pur si pretenda originata da amore - e il matrimonio, in cui l’amore si traduce in impegno non soltanto morale, ma rigorosamente giuridico. Il vincolo che reciprocamente s’assume, sviluppa di rimando un’efficacia corroborante nei confronti dell’amore da cui nasce, favorendone il perdurare a vantaggio della comparte, della prole e della stessa società. E alla luce dei menzionati principi che si rivela anche quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà “coniugale” all’unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzitutto, l’oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell’essere umano. E’ di ostacolo, inoltre, l’assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina. E’ soltanto nell’unione fra due persone sessualmente diverse che può attuarsi il perfezionamento del singolo, in una sintesi di unità e di mutuo completamento psicofisico. In questa prospettiva l’amore non è fine a se stesso, e non si riduce all’incontro corporale fra due esseri, ma è una relazione interpersonale profonda, che raggiunge il suo coronamento nella donazione reciproca piena e nella cooperazione con Dio Creatore, sorgente ultima di ogni nuova esistenza umana.
Com’è noto, queste deviazioni dalla legge naturale, inscritta da Dio nella natura della persona, vorrebbero trovare la loro giustificazione nella libertà che è prerogativa dell’essere umano. In realtà, si tratta di giustificazione pretestuosa. Ogni credente sa che la libertà è - come dice Dante - «lo maggior don che Dio per sua larghezza fe’sse creando ed alla sua bontade più conformato» (Paradiso 5, 19-21), ma è dono che va bene inteso per non trasformarsi in occasione di inciampo per l’umana dignità. Concepire la libertà come liceità morale, od anche giuridica, di infrangere la legge significa travisarne la vera natura. Questa infatti, consiste nella possibilità che l’essere umano ha di uniformarsi responsabilmente, cioè con scelta personale, al volere divino espresso nella legge, per diventare così sempre più somigliante al suo Creatore (Gn 1, 26). Scrivevo già nell’Enciclica Veritatis splendor: «L’uomo è certamente libero, dal momento che può comprendere ed accogliere i comandi di Dio. Ed è in possesso d’una libertà quanto mai ampia, perché può mangiare ‘di tutti gli alberi del giardino’. Ma questa libertà non è illimitata: deve arrestarsi di fronte all’albero ‘della conoscenza del bene e del male’, essendo chiamata ad accettare la legge morale che Dio dà all’uomo. In realtà, proprio in questa accettazione la libertà dell’uomo trova la sua vera e piena realizzazione. Dio, che solo è buono, conosce perfettamente ciò che è buono per l’uomo, e in forza del suo stesso amore glielo propone nei comandamenti». La cronaca quotidiana reca, purtroppo, ampie conferme circa i miserevoli frutti che tali aberrazioni dalla norma divino-naturale finiscono per produrre. Sembra quasi che si ripeta ai nostri giorni la situazione di cui Paolo Apostolo parla nella lettera ai Romani: «Sicut non probaverunt Deum habere in notitia, tradidit eos Deus in reprobum sensum, ut faciant quae non conveniunt». (Rom 1, 28).
L’accenno doveroso ai problemi dell’ora presente non deve indurre allo scoraggiamento né alla rassegnazione. Deve anzi stimolare ad un impegno più deciso e più mirato. La Chiesa e, conseguentemente, la legge canonica riconoscono ad ogni uomo la facoltà di contrarre matrimonio; una facoltà, tuttavia, che può essere esercitata soltanto da coloro «qui iure non prohibentur». Tali sono in primo luogo coloro che hanno una sufficiente maturità psichica nella duplice componente intellettiva e volitiva, insieme con la capacità di adempiere gli oneri essenziali dell’istituto matrimoniale. In proposito non posso non richiamare ancora una volta quanto ebbi a dire, proprio dinanzi a questo Tribunale, nei discorsi degli anni 1987 e 1988: una indebita dilatazione di dette esigenze personali riconosciute dalla legge della Chiesa finirebbe per infliggere un gravissimo vulnus a quel diritto al matrimonio che è inalienabile e sottratto a qualsiasi potestà umana. Non mi soffermo qui sulle altre condizioni poste dalla normativa canonica per un valido consenso matrimoniale. Mi limito a sottolineare la grave responsabilità che incombe ai Pastori della Chiesa di Dio di curare una adeguata e seria preparazione dei nubendi al matrimonio: solo così infatti, si possono suscitare nell’animo di coloro che si apprestano a celebrare le nozze le condizioni intellettuali, morali e spirituali, necessarie per realizzare la realtà naturale e sacramentale del matrimonio.
Queste riflessioni, carissimi Prelati ed Officiali, affido alle vostre menti e ai vostri cuori, ben conoscendo lo spirito di fedeltà che anima il vostro lavoro, mediante il quale intendete dare attuazione piena alle norme della Chiesa, nella ricerca del vero bene del Popolo di Dio. A conforto della vostra fatica imparto con affetto a tutti voi qui presenti, ed a quanti sono in qualche modo collegati al Tribunale della Rota Romana la Benedizione Apostolica.
Giovanni Paolo II, 21 Gennaio 1999
Abbiamo chiesto a un magistrato di commentare il discorso di Giovanni Paolo II. Ecco il testo del suo commento.
Innanzi tutto una osservazione stilistica. Il discorso del Papa è piuttosto contorto e rende necessaria, per intenderne esattamente io significato (in fondo chiaro), una lettura molto attenta alle desinenze e alle virgole. Parrebbe trattarsi di una traduzione da altra lingua (il Papa comunque ha letto il suo discorso in italiano): forse il Papa aveva pensato e scritto il discorso in polacco; o forse esso è stato predisposto da un consultore teologo non italiano e il Papa, ovviamente, prima di leggerlo in pubblico, lo ha visto e approvato senza che, peraltro, le sue eventuali correzioni, ne abbiano migliorato la forma (e forse la hanno peggiorata).
Venendo alla sostanza del discorso, il Papa sembra opporsi con forza, non solo al matrimonio tra persone dello stesso sesso (la cui possibilità si pensa di introdurre nella legislazione di qualche Stato), ma anche a un qualunque riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali. Sembra addirittura esserci una condanna per la libertà di cui oggi gli omosessuali godono quasi dovunque (almeno in Europa) di convivere di fatto tra loro senza incorrere in sanzioni punitive. Infatti il Papa ha detto che non può ammettersi la libertà, anche solo come ‘liceità giuridica’ (si noti l’aggettivo ‘giuridica’, in contrapposizione alla ‘liceità morale’, anche questa, peraltro, esclusa dal Papa), di trasgredire un precetto della legge naturale e, più precisamente quel precetto che (secondo il Papa) vieta a due uomini (o a due donne) di avere rapporti sessuali tra loro. La legislazione non dovrebbe quindi mai consentire (ecco la ‘liceità giuridica’ che il Papa non ammette) una convivenza tra due omosessuali e dovrebbe anzi proibire il compimento di atti che siano espressione della loro particolare inclinazione sessuale. Altro che riconoscere le unioni omosessuali! Lo Stato dovrebbe addirittura vietarle!
Questa conclusione (che si desume in maniera del tutto logica dalle parole del Papa) è, in realtà, contraria alla comune e costante dottrina della Chiesa cattolica, in quanto che essa ha sempre insegnato che è lecita la tolleranza e, altresì (questo lo si insegna nella Chiesa cattolica da almeno un secolo a questa parte), che spetta al legislatore statale decidere, secondo il suo prudente apprezzamento e avendo di mira il bene comune, se sia il caso di tollerare, oppure, al contrario, di vietare le azioni cattive (ossia immorali) dei cittadini, di modo che non ogni peccato deve essere necessariamente punito (o comunque vietato) dalla legislazione statale.
A parte ciò, il discorso del Papa appare inacettabile per motivi più radicali che attengono alla asserita immoralità dei rapporti omosessuali. Al fondo di tutto, il Papa (che su questo punto, bisogna pur riconoscerlo, è in linea con la comune dottrina cattolica, dai primi secoli ad oggi) afferma che la legge naturale (e quindi divina e universale, valevole cioè per tutti, cristiani e non cristiani, in ogni tempo e in ogni luogo) vieta ogni rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso. Da questo divieto (posto, si afferma, da Dio stesso, autore della legge naturale) il Papa trae poi tutte le conseguenze enunciate nel discorso che ora andiamo commentando. Ora, l’affermazione dell’esistenza di una legge naturale (divina) di questo tipo, e cioè con quel contenuto normativo (divieto dei rapporti omosessuali), dovrebbe essere dimostrata razionalmente, con argomenti convincenti. Infatti la legge naturale non si trova pubblicata su alcuna Gazzetta Ufficiale e neppure è scritta da qualche parte. Pertanto i suoi precetti (o divieti) vanno dimostrati razionalmente, come in effetti il Papa tenta di fare. Ma entrambi gli argomenti da lui addotti a dimostrazione del suo assunto sono, in realtà, assai deboli.
Il primo argomento è quello della necessaria infecondità (o sterilità) di ogni relazione omosessuale, dalla quale, come è ovvio, mai potrà nascere un figlio. Ma, ci chiediamo, da dove mai si deduce che un qualsiasi rapporto sessuale, per essere lecito, debba necessariamente, come insegna la dottrina cattolica, essere tale da rendere quantomeno possibile la procreazione? Ciò non è affatto dimostrato. E invero non v’è dubbio che la conservazione della specie umana esiga che si dia corso a rapporti sessuali tra uomini e donne. Ma questi rapporti (eterosessuali) non fanno e non hanno mai fatto difetto; anzi, grazie ad essi il genere umano sembra oggi propagarsi addirittura al di là di ogni ragionevole limite numerico, tanto da far temere che le risorse della terra (tutt’altro che illimitate) non siano, a un certo punto, più sufficienti a far sopravvivere tanta gente. Quindi, se alcuni rapporti (quelli omosessuali) sono, per forza di cosa, infecondi, ciò non arreca alcun danno nè ai singoli uomini né all’umanità in genere. Inoltre, poiché, quasi sempre, gli omosessuali non si ritengono capaci (né comunque disponibili) in ordine a un rapporto con persona dell’altro sesso, e poiché, in ogni caso, a nessuno, la legge naturale (almeno questo è certo) fa obbligo di avere un figlio ad ogni costo, ne consegue che l’ipotetico divieto di ogni rapporto omosessuale, ancorché fosse osservato da tutti gli interessati, non porterebbe mai a far nascere un bambino in più, ma solo a far soffrire il genitore mancato, privandolo, per tutta la vita, non tanto dei figli, quanto di ogni soddisfazione sessuale, e cioè costringendolo, di fatto, a una continenza assoluta (resa così obbligatoria). Il divieto di relazioni omosessuali, dunque, non può giustificarsi in alcun modo con esigenze legate alla natalità, ossia alla conservazione della specie. Su questo punto il Papa menziona anche la «trasmissione della vita» come un «progetto inscritto da Dio nella natura stessa dell’essere umano». Ciò è sicuramente esatto, se per ‘essere umano’ si intende l’umanità, che certo non è destinata ad estinguersi come i dinosauri; ma non esatto, per le ragioni ora spiegate, se per ‘essere umano’ si intende ogni essere umano. Del resto, nemmeno il Papa ha detto: «di ogni essere umano», bensì «dell’essere umano», usando, quindi, un linguaggio ambiguo.
Peraltro molti teologi moralisti sostengono (questo il Papa non lo ha detto, ma forse lo ha sottinteso) che, tanto per esprimersi chiaramente, gli organi genitali sono destinati alla procreazione e non possono essere lecitamente usati per altri scopi. Questa affermazione va respinta, siccome irrazionale. Che gli organi genitali servano per procreare, è più che evidente. Ma è altrettanto certo che essi non servono soltanto a questo. Come ognun sa, essi possono essere usati, all’occorrenza, in maniera tale da procurare piacere al soggetto cui appartengono e a chi a lui si accosta: e questo, sia nell’ipotesi in cui l’uso di ‘piacere’ (libidico o ludico che dir si voglia), fatto in concreto di tali organi, lasci intatta la possibilità di procreare, sia invece che detto uso, per le sue intrinseche modalità (omosessuali o altre), escluda ogni possibilità di trasmissione della vita. Sia nella prima che nella seconda ipotesi rimane indimostrata e indimostrabile la ragione del divieto (che si afferma contenuto nella legge naturale) dell’atto sessuale. Invero ogni atto sessuale, fecondo o sterile che sia, nel mentre che arreca piacere a coloro che ne sono coinvolti, non porta danno nè ad essi nè ad altri (si prescinde qui, ovviamente, dal caso dell’adulterio). E quindi, una volta escluso qualunque danno (fisico o morale) di chicchessia (compreso lo stesso agente), ogni piacere o godimento, sia spirituale che corporale (sesso compreso), che ogni essere umano ricerchi e provochi , è senz’altro buono e fruibile, poiché esso fa parte del mondo creato che il Creatore lascia nella libera disponibilità e fruizione (purché non dannosa per alcuno) di ogni creatura ragionevole.
D’altra parte, le moderne acquisizioni scientifiche della psicologia hanno dimostrato quello che il buon senso aveva fatto comprendere da sempre, e cioè che l’esercizio della sessualità è (salvo alcuni casi del tutto eccezionali che confermano la regola) è condizione indispensabile per il benessere psicofisico di ogni essere umano, indipendentemente dal fatto che si procrei o meno; e che la totale astinenza sessuale per tutta la vita (soprattutto poi se la rinunzia non sia il frutto di una libera scelta, fatta da chi possa lecitamente scegliere di non rinunciare, ma venga invece imposta da una legge che si afferma esistente) determina, quasi sempre, nel soggetto così deprivato sessualmente, disturbi e malesseri psichici di varia intensità che, anche quando vengano fortunatamente ad essere compensati e superati (e non si traducano quindi in malattie), non per questo cessano di esistere e di essere dolorosamente avvertiti dal soggetto (che costui poi spesso non palesi la sua sofferenza ad alcuno o addirittura non voglia ammetterla nemmeno con se stesso, è un altro discorso). Ciò conferma che qualunque atto sessuale è un bene in sé, serva o non serva a fare figli. Perciò il divieto di porre in essere l’atto sessuale non procreativo, se esistesse, sarebbe un divieto irrazionale. Dunque questo divieto (di legge naturale) non esiste, perché la legge naturale (opera di Dio) è sempre razionale e giammai arbitraria.
Oltre tutto, postulare il divieto del sesso non procreativo, conduce a conseguenze ancor più illogiche. Infatti, se fosse lecito soltanto l’atto sessuale che lasci possibile la procreazione (ancorché di fatto questa, nel caso concreto, non segua), come insegna la dottrina cattolica, il fare sesso dovrebbe, coerentemente, essere vietato a tutte le donne dopo la menopausa e ai loro mariti (giovani o vecchi che siano), poiché da questi rapporti coniugali giammai possono nascere figli. In realtà però la dottrina cattolica ha sempre ammesso la liceità dei rapporti sessuali tra coniugi, ancorché vecchi, in tal modo contraddicendosi o facendo ricorso, per superare la aporia, ad argomentazioni sofistiche, quale quella fondata sulla distinzione tra l’atto coniugale sterile ‘per sè’ e l’atto sterile ‘per accidente’, quasi che, per una moglie ultracinquantenne e quindi in menopausa, la sterilità fosse una condizione accidentale, e non invece, come è, una condizione del tutto fisiologica e irreversibile. Argomentazioni di questo genere (di natura filosofica, scolastica e speculativa) sono proprie di un’epoca remota in cui nulla, praticamente, si conosceva di fisiologia e di biologia e in cui tutto il sapere umano era un sapere non scientifico; ma oggi esse sono assolutamente improponibili.
Più moderno è il secondo argomento addotto dal Papa nell’intento di dimostrare l’esistenza del divieto (per legge naturale) di ogni atto sessuale tra due uomini (o tra due donne); e cioè che in questo atto farebbe difetto la «complementarietà interpersonale tra il maschio e la femmina», che si afferma «voluta dal Creatore tanto sul piano fisico-biologico, quanto su quello psicologico».
Ora, che tra il maschio e la femmina (nella specie umana) vi sia questa complementarietà, è indubbio (anche se occorre precisare che essa va poi verificata di volta in volta nel caso concreto, soprattutto sul piano psicologico, poiché non di rado accade che un uomo e una donna, magari marito e moglie, tra di loro non si completino affatto).
Ma, ammesso ciò, rimane indimostrato e indimostrabile che l’esercizio della sessualità tra due esseri umani che questa complementarietà si presume non abbiano e non possano avere (perché dello stesso sesso) sia, per ciò solo, vietato. Di certo, anche senza la complementarietà reciproca dei soggetti coinvolti nell’atto sessuale, quest’ultimo non fa loro male (o, per lo meno, non fa loro male per questa sola ragione), né tanto meno esso può fare male agli altri. E allora perché mai esso dovrebbe essere vietato? Si richiamano qui le considerazioni fatte poc’anzi circa l’intrinseca bontà di ogni atto che sia fonte di piacere e privo di danno.
Sempre su questo argomento il Papa afferma con risolutezza che «è soltanto nell’unione tra due persone diverse che può attuarsi il perfezionamento del singolo» (in una prospettiva di fede). Questa affermazione è, nella sua assolutezza, discutibile. Essa poi non considera che anche nel matrimonio può mancare talvolta (anzi spesso, come è esperienza comune) il ‘perfezionamento’ del singolo coniuge, e non per questo il matrimonio viene reputato illecito. In ogni caso, anche a voler ritenere che due omosessuali stabilmente conviventi in una relazione d’amore non sappiano mai raggiungere il loro personale ‘perfezionamento’, non per questo la loro condotta potrebbe mai qualificarsi illecita, e cioè vietata dalla legge naturale. Infatti è dottrina comune che non ogni atto meno perfetto è, per ciò solo, peccato. D’altra parte, nel caso specifico, l’ipotetico mancato raggiungimento del ‘perfezionamento’ personale del singolo in una coppia omosessuale non dipenderebbe certo da cattiva volontà, ma (proprio a voler seguire il ragionamento del Papa) da una oggettiva impossibilità di conseguire lo scopo. Nè l’omosessuale potrebbe mai raggiungere, almeno nella grande maggioranza dei casi, l’auspicato ‘perfezionamento’ sposandosi, poiché, come è noto, il vero omosessuale è, per sua stessa natura, quasi sempre refrattario ai rapporti sessuali con persona dell’altro sesso. Appare quindi del tutto irrazionale vietare ogni rapporto sessuale a chi non può averne altri che omosessuali, sotto il pretesto dell’impossibilità di raggiungere il proprio ‘perfezionamento’. Infatti quest’ultimo gli riuscirebbe impossibile in ogni caso (anche astenedosi dal sesso, oppure sposandosi); e nulla vieta che la sessualità possa essere esercitata anche in maniera non perfetta, ma, nel caso concreto, l’unica possibile.
Concludendo, anche il secondo argomento addotto dal Papa a fondamento del divieto (per legge naturale) di ogni atto sessuale tra persone dello stesso sesso (che si assumono prive della necessaria ‘complementarietà’ e impedite dall’attuare il loro ‘perfezionamento’) manifesta tutta la sua inconsistenza. Perciò il postulato divieto, se esistesse, sarebbe irrazionale. Dunque questo divieto (di legge naturale) non esiste in quanto che (lo si ripete ancora una volta) la legge naturale è sempre saggia e razionale, non potendosi neppure immaginare che Dio Padre e Creatore, che vuole il bene degli uomini e che è l’autore della legge naturale, imponga ai suoi figli precetti (o divieti) arbitrari.
Che poi il contrario (ossia il divieto dei rapporti omosessuali) abbia potuto essere creduto e insegnato nella Chiesa per secoli (almeno fino ad oggi) con consenso unanime (o quasi), e che tale colossale equivoco abbia condannato di fatto, per secoli, a sofferenze inaudite, quando non addirittura al rogo, tantissime persone che, oltre tutto, non avevano scelto (come ancor oggi non scelgono) la loro condizione omosessuale, rientra nei disegni imperscrutabili della provvidenza divina. Riconoscere ciò significa riconoscere, con serenità e senza alcun rancore, che per strade misteriose, ma che un giorno saranno disvelate, la storia dell’umanità e della Chiesa persegue sempre il suo fine ultimo e che il patire degli uomini, per quanto ingiusto, non è mai inutile e privo di senso come a noi sembra. Ciò peraltro non può e non deve mai impedire di denunziare, una volta scoperti, errori e ingiustizie e di esigerne la cessazione.
Piergiovanni Palminota
Ecco invece il testo del lungo documento con cui il Pontificio Consiglio per la Famiglia, il 26 Giugno del 2000, si è pronunciato contro qualunque forma di riconoscimento giuridico delle unioni di fatto.
Uno dei fenomeni oggi più diffusi e che interpellano fortemente la coscienza della comunità cristiana, è il numero crescente delle unioni di fatto nell'insieme della società, con la conseguente disaffezione per la stabilità del matrimonio che ne deriva. Nel suo discernimento dei segni dei tempi, la Chiesa non poteva dunque mancare di prestare attenzione a questa realtà. Consapevole delle gravi ripercussioni sociali e pastorali di questa situazione, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha organizzato, nel corso del 1999 e nei primi mesi del 2000, una serie di riunioni di studio cui hanno partecipato eminenti personalità e prestigiosi esperti di tutto il mondo, al fine di analizzare adeguatamente questo delicato problema, di così vasta portata per la Chiesa e per il mondo.
Il presente documento è frutto di questo lavoro. Esso affronta una problematica attuale e difficile, che tocca da vicino il nucleo centrale delle relazioni umane, la questione più delicata dell'intima unione tra famiglia e vita, le zone più sensibili del cuore umano. Allo stesso tempo, di fronte all'innegabile portata pubblica dell'attuale congiuntura politica internazionale, si rende necessaria e urgente una parola di orientamento, diretta soprattutto a quanti hanno responsabilità in questa materia. Sono loro, in effetti, che, nelle loro attività legislative, possono dare consistenza giuridica all'istituzione matrimoniale o, al contrario, diminuire la consistenza del bene comune che questa istituzione naturale protegge, partendo da una visione dei problemi personali che non corrisponde alla realtà. Queste riflessioni sono dirette altresì ai pastori d'anime, che devono accogliere e guidare tanti cristiani d'oggi, e accompagnarli in un itinerario di apprezzamento del valore naturale, protetto dall'istituto matrimoniale e confermato dal sacramento cristiano. La famiglia fondata sul matrimonio corrisponde al disegno del Creatore «fin da principio» (Mt 19,4). Nel Regno di Dio non può essere seminato altro seme di quello della verità già iscritta nel cuore umano, l'unica capace di «produrre frutto con la perseveranza» (Lc 8,15); una verità che si fa misericordia, comprensione e invito a riconoscere in Gesù la «luce del mondo» (Gv 8,12) e la forza che libera dai vincoli del male.
Questo documento intende inoltre contribuire in modo positivo al dialogo al fine di mettere in luce la verità delle cose e le esigenze che procedono dallo stesso ordine naturale, partecipando al dibattito socio-politico e alla responsabilità verso il bene comune. Voglia Dio che queste considerazioni, serene e responsabili, condivise da tanti uomini di buona volontà, siano di beneficio per quella comunità di vita, necessaria per la Chiesa e per il mondo, che è la famiglia.
(1) In questi ultimi anni le cosiddette "unioni di fatto" hanno acquisito un rilievo particolare nella società. Ci sono iniziative che reclamano il loro riconoscimento istituzionale e perfino la loro equiparazione alle famiglie nate dall'impegno matrimoniale. Di fronte a una questione di una tale importanza, che può avere tante ripercussioni future sull'intera comunità umana, il Pontificio Consiglio per la Famiglia si propone, attraverso le riflessioni che seguono, di attirare l'attenzione sui pericoli che scaturirebbero da un tale riconoscimento ed equiparazione per l'identità dell'unione matrimoniale e sul grave deterioramento che ne deriverebbe per la famiglia e per il bene comune della società. Dopo aver esaminato l'aspetto sociale delle unioni di fatto, i loro elementi costitutivi e le loro motivazioni esistenziali, il presente documento affronta il problema del loro riconoscimento e della loro equiparazione giuridica, rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio e all'insieme della società. Considera poi la famiglia come bene sociale, insistendo sui valori oggettivi da stimolare e sul dovere di giustizia che la società ha di difendere e promuovere la famiglia fondata sul matrimonio. Esamina quindi in maniera approfondita alcuni aspetti di questa rivendicazione in rapporto al matrimonio cristiano. Presenta infine alcuni criteri generali di discernimento pastorale per orientare le comunità cristiane. Le considerazioni qui esposte non si rivolgono soltanto a quanti riconoscono espressamente nella Chiesa cattolica «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1 Tim 3,15), ma a tutti i cristiani delle diverse Chiese e comunità cristiane, come pure a quanti sono sinceramente impegnati a favore del bene prezioso della famiglia, cellula fondamentale della società. Come insegna il Concilio Vaticano II, «la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa stessa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi grazie ai quali gli uomini oggi progrediscono nel favorire questa comunità di amore e nel rispetto della vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori nella loro preminente missione» [1].
Aspetto sociale delle "unioni di fatto"
(2) L'espressione "unione di fatto" abbraccia un insieme di realtà umane molteplici ed eterogenee, che hanno come elemento comune quello di essere delle convivenze (di tipo sessuale) senza matrimonio. Le unioni di fatto sono caratterizzate precisamente dal fatto che esse ignorano, rimandano o perfino rifiutano l'impegno coniugale. Da ciò derivano gravi conseguenze. Con il matrimonio si assumono pubblicamente, mediante il patto d'amore coniugale, tutte le responsabilità che derivano dal vincolo così stabilito. Da questa assunzione pubblica di responsabilità risulta un bene non solo per i coniugi e i figli nella loro crescita affettiva e formativa, bensì anche per gli altri membri della famiglia. La famiglia fondata sul matrimonio è così un bene fondamentale e prezioso per l'intera società, le cui fondamenta riposano solidamente sui valori che si concretizzano nei rapporti familiari e che trova la propria garanzia nel matrimonio stabile. Il bene generato dal matrimonio è ugualmente essenziale per la Chiesa, che riconosce nella famiglia la "Chiesa domestica" [2]. Tutto ciò si trova minacciato dall'abbandono dell'istituzione matrimoniale, abbandono implicito nelle unione di fatto.
(3) Può succedere che si desideri fare o che si faccia un uso della sessualità diverso da quello iscritto da Dio nella natura umana e nella finalità specificamente umana dei suoi atti. In questo modo viene negato il linguaggio interpersonale dell'amore e gravemente compromesso, mediante un disordine oggettivo, il dialogo autentico di vita disposto dal Creatore e Redentore del genere umano. Essendo la dottrina della Chiesa cattolica ben conosciuta dall'opinione pubblica, non è necessario tornarvi in questa sede [3]. La dimensione sociale del problema richiede tuttavia uno sforzo supplementare di riflessione per mostrare, specialmente a coloro che detengono responsabilità pubbliche, la non auspicabilità di elevare queste situazioni private al rango di pubblico interesse. Con il pretesto di regolamentare un quadro di convivenza sociale e giuridica, si cerca di giustificare il riconoscimento istituzionale delle unioni di fatto, che diventano istituzioni sanzionate a livello legislativo da diritti e da doveri, a detrimento della famiglia fondata sul matrimonio. Le unioni di fatto vengono poste così ad un livello giuridico simile a quello del matrimonio. Una tale convivenza viene qualificata pubblicamente di "bene", elevandola ad una condizione simile, o perfino equiparandola al matrimonio, a pregiudizio della verità e della giustizia. In questo modo, si contribuisce fortemente al deterioramento di questa istituzione naturale, assolutamente vitale, fondamentale e necessaria all'insieme del corpo sociale, che è il matrimonio.
Elementi costitutivi delle unioni di fatto
(4) Le unioni di fatto non hanno tutte la stessa portata sociale né le stesse motivazioni. Quando si cerca di determinare le loro caratteristiche positive, oltre ai loro punti comuni negativi che consistono nel rimandare, ignorare o rifiutare l'unione matrimoniale, risaltano alcuni elementi. Anzitutto, il carattere puramente pratico (fattuale) di un tale rapporto. È opportuno precisare che esso suppone una coabitazione accompagnata da una relazione sessuale (il che le distingue da altri tipi di convivenza) e da una relativa tendenza alla stabilità (che le distingue dai legami con coabitazioni sporadiche o occasionali). Le unioni di fatto non comportano diritti e doveri matrimoniali, né pretendono una stabilità basata sul vincolo matrimoniale. Si distinguono per la ferma rivendicazione di non implicare alcun vincolo. L'instabilità costante, dovuta alla possibilità di interrompere la vita in comune è, di conseguenza, caratteristica delle unioni di fatto. Esiste anche un certo "impegno", più o meno esplicito, di "fedeltà" reciproca, per così dire, fintanto che dura la relazione.
(5) Alcune unioni di fatto sono chiaramente la conseguenza di una scelta ben precisa. L'unione di fatto "ad esperimento" è frequente tra coloro che progettano di sposarsi nel futuro, ma che condizionano il loro matrimonio all'esperienza di un'unione senza vincolo matrimoniale. Essa costituisce in qualche modo una "tappa condizionata" al matrimonio, paragonabile al matrimonio "per esperimento"[4], però, a differenza di questo, aspira ad un certo riconoscimento sociale. Alcune persone che convivono giustificano la loro scelta con motivi economici o per evitare difficoltà legali. Molte volte i veri motivi sono più profondi. Non è raro che questo genere di pretesti nasconda una mentalità che valorizza poco la sessualità. È una mentalità che porta l'impronta del pragmatismo, dell'edonismo e di una concezione dell'amore senza alcuna responsabilità. Permette di evitare l'impegno di stabilità, le responsabilità, i diritti e i doveri, inerenti all'amore coniugale autentico. In altri casi, le unioni di fatto vengono stabilite tra persone divorziate. Rappresentano allora un'alternativa al matrimonio. Con la legislazione divorzista il matrimonio tende spesso a perdere la propria identità nella coscienza individuale. A questo proposito bisogna sottolineare che la sfiducia verso l'istituzione matrimoniale nasce a volte dall'esperienza negativa e traumatica di un divorzio precedente, o dal divorzio dei propri genitori. Questo preoccupante fenomeno comincia ad essere socialmente rilevante nei paesi economicamente sviluppati. Non è raro che le persone che convivono in una unione di fatto rifiutino esplicitamente il matrimonio per motivi ideologici. Si tratta allora della scelta di un'alternativa, di un modo ben preciso di vivere la propria sessualità. Queste persone considerano il matrimonio inaccettabile, contrario alla propria ideologia, una "violenza inammissibile al loro benessere personale" o perfino la "tomba dell'amore selvaggio", espressioni queste che denotano un'errata conoscenza della vera natura dell'amore umano, della sua oblatività, nobiltà e bellezza nella costanza e nella fedeltà dei rapporti umani.
(6) Tuttavia non sempre le unioni di fatto sono il risultato di una chiara scelta positiva: a volte le persone che convivono in queste unioni mostrano di tollerare o subire questa situazione. In alcuni paesi, la maggior parte delle unioni di fatto è dovuta ad una disaffezione al matrimonio, non per motivi ideologici, bensì per l'assenza di una formazione adeguata alla responsabilità, prodotta della situazione di povertà e di emarginazione dell'ambiente in cui vivono. La mancanza di fiducia nel matrimonio, può essere ugualmente dovuta a condizionamenti familiari, soprattutto nel Terzo Mondo. Inoltre le situazioni di ingiustizia e le strutture di peccato rappresentano un fattore non trascurabile, di cui bisogna tenere conto. La predominanza culturale di atteggiamenti machisti o razzisti contribuisce ad aggravare notevolmente queste situazioni di difficoltà. In questo contesto non è raro trovare unioni di fatto in cui sia espressa, fin dall'inizio, un volontà di convivenza, in principio autentica, in cui i conviventi si considerano uniti come se fossero marito e moglie, e si sforzano di assolvere obblighi simili a quelli del matrimonio [5]. La povertà, risultato spesso di squilibri nell'ordine economico mondiale, e le lacune strutturali in materia di istruzione, rappresentano per loro gravi ostacoli alla formazione di una vera famiglia. Altrove, è più frequente che ci sia coabitazione (per periodi di tempo più o meno lunghi) fino al concepimento o alla nascita del primo figlio. Questi costumi corrispondono a pratiche ancestrali e tradizionali, particolarmente forti in certe regioni dell'Africa e dell'Asia, legate a quello che viene chiamato "matrimonio a tappe". Sono pratiche contrarie alla dignità umana, difficili da sradicare, e che configurano un deterioramento negativo, con una problematica sociale caratteristica e ben definita. Questo tipo di unioni non deve essere classificato tra le unioni di fatto di cui ci occupiamo qui (che si manifestano al di fuori di un'antropologia culturale di tipo tradizionale) e rappresentano una sfida per l'inculturazione della fede nel terzo millennio dell'era cristiana. La complessità e la diversità della problematica delle unioni di fatto, appaiono chiaramente se si considera, ad esempio, che a volte la loro causa più immediata può corrispondere a motivi assistenziali. È il caso, ad esempio, nei sistemi più sviluppati, di persone in età avanzata che stabiliscono relazioni solo di fatto per paura che il matrimonio comporti maggiori carichi fiscali o la perdita della pensione.
I motivi personali e il fattore culturale
(7) E' importante interrogarsi sui motivi profondi che, nella società contemporanea, sono all'origine della crisi del matrimonio, tanto nella sua dimensione religiosa quanto in quella civile, e delle iniziative per ottenere il riconoscimento delle unioni di fatto e la loro equiparazione. In questo modo, situazioni instabili che si definiscono più per il loro aspetto negativo (l'omissione del vincolo matrimoniale), che per quello positivo, sembrano collocate ad un livello simile a quello del matrimonio. Effettivamente, tutte queste situazioni si consolidano in forme diverse di relazione, ma tutte sono in contrasto con una vera e totale donazione reciproca, stabile e socialmente riconosciuta. La complessità dei motivi di ordine economico, sociologico e psicologico, iscritti in un contesto di privatizzazione dell'amore e di soppressione del carattere istituzionale del matrimonio, suggerisce l'opportunità di esaminare più approfonditamente la prospettiva ideologica e culturale a partire dalla quale si è andato progressivamente sviluppando ed affermando il fenomeno delle unioni di fatto, così come lo conosciamo oggi. La progressiva diminuzione del numero dei matrimoni e delle famiglie riconosciute come tali dalla legge di diversi Stati, e l'aumento in alcuni paesi del numero di coppie non sposate conviventi, non possono essere sufficientemente spiegati da un movimento culturale isolato e spontaneo, bensì rispondono a cambiamenti storici intervenuti nelle società contemporanee, in questo momento culturale che alcuni autori chiamano "post-moderno". È certo che la minore incidenza del mondo agricolo, lo sviluppo del settore terziario dell'economia, l'aumento della durata media di vita, l'instabilità dell'impiego e delle relazioni personali, la riduzione del numero dei membri della famiglia che vivono sotto lo stesso tetto, la globalizzazione dei fenomeni sociali ed economici, hanno avuto come risultato una maggiore instabilità della famiglia ed hanno favorito un ideale di famiglia meno numeroso. Ma basta questo a spiegare la situazione attuale del matrimonio? L'istituzione matrimoniale conosce una crisi meno forte laddove le tradizioni familiari sono più forti.
(8) In questo processo che potremmo denominare di graduale destrutturazione culturale e umana dell'istituzione matrimoniale, non deve essere sottovalutata la diffusione di una certa ideologia di "gender". L'essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura. Tale ideologia attacca le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali. Occorre fare alcune considerazioni al riguardo, data l'importanza di questa ideologia nella cultura contemporanea, e la sua influenza sul fenomeno delle unioni di fatto. Nella dinamica integrativa della personalità umana, un fattore molto importante è quello dell'identità. Durante l'infanzia e l'adolescenza, la persona acquisisce progressivamente coscienza del proprio "io", della propria identità. Tale coscienza della propria identità si iscrive in un processo di riconoscimento di sé e, di conseguenza, della propria dimensione sessuale. È pertanto una coscienza di identità e di differenza. Gli esperti sono soliti distinguere tra identità sessuale (cioè la coscienza di identità psico-biologica del proprio sesso, e della differenza rispetto all'altro sesso) e identità di genere (cioè la coscienza dell'identità psico-sociale e culturale del ruolo che le persone di un determinato sesso svolgono nella società). In un processo di integrazione armonico e corretto, l'identità sessuale e di genere si complementano, poiché le persone vivono in società in modo concorde ai modelli culturali corrispondenti al proprio sesso. La categoria di identità sessuale di genere ("gender") è pertanto d'ordine psico-sociale e culturale. Essa corrisponde armonicamente all'identità sessuale, d'ordine psico-biologico, quando l'integrazione della personalità si accompagna al riconoscimento della pienezza della verità interiore della persona, unità d'anima e corpo.
Nel decennio 1960-70, si sono affermate alcune teorie (che oggi gli esperti qualificano generalmente come "costruzioniste") secondo le quali l'identità sessuale di genere ("gender") sarebbe, non solo il prodotto dell'interazione tra la comunità e l'individuo, ma anche indipendente dall'identità sessuale personale. In altri termini, nella società, i generi maschile e femminile sarebbero esclusivamente il prodotto di fattori sociali, senza alcuna relazione con la dimensione sessuale della persona. In questo modo, ogni azione sessuale sarebbe giustificabile, inclusa l'omosessualità, e spetterebbe alla società cambiare per fare posto, oltre a quello maschile e femminile, ad altri generi nella configurazione della vita sociale [6].
L'ideologia di "gender" ha trovato nell'antropologia individualista del neo-liberalismo radicale un ambiente favorevole [7]. La rivendicazione di uno statuto analogo, per il matrimonio e per le unioni di fatto (incluse quelle omosessuali) è oggi generalmente giustificato facendo ricorso a categorie e termini derivanti dall'ideologia di "gender" [8]. Esiste così una certa tendenza a designare come "famiglia" ogni tipo di unioni consensuali, ignorando la naturale inclinazione della libertà umana alla donazione reciproca, e le sue caratteristiche essenziali, che sono la base di questo bene comune dell'umanità che è l'istituzione matrimoniale.
Famiglia, vita e unione di fatto
(9) Occorre comprendere le differenze sostanziali tra matrimonio e unioni di fatto. È qui che si radica la differenza tra la famiglia d'origine matrimoniale e la comunità originata da un'unione di fatto. La comunità familiare nasce dal patto d'alleanza dei coniugi. Il matrimonio che sorge da questo patto d'amore coniugale non è una creazione del potere pubblico, bensì un'istituzione naturale e originaria che lo precede. Nelle unioni di fatto, al contrario, si mette in comune l'affetto reciproco, ma allo stesso tempo manca quel vincolo coniugale di natura pubblica e originaria che fonda la famiglia. Famiglia e vita formano una unità che deve essere protetta dalla società, in quanto si tratta del nucleo vivente della successione (procreazione e educazione) delle generazioni umane. Nelle società aperte e democratiche di oggi, lo Stato e i poteri pubblici non devono istituzionalizzare le unioni di fatto, accordando loro uno statuto simile a quello del matrimonio e della famiglia. Tanto meno equipararle alla famiglia fondata sul matrimonio. Si tratterebbe di un uso arbitrario del potere che non contribuirebbe al bene comune, poiché la natura originaria del matrimonio e della famiglia precede e supera, in maniera assoluta e radicale, il potere sovrano dello Stato. Una prospettiva serenamente distante dall'aspetto arbitrario o demagogico, invita a riflettere molto seriamente, all'interno alle diverse comunità politiche, sulle differenze essenziali tra l'apporto vitale e necessario al bene comune della famiglia fondata sul matrimonio e l'altra realtà delle semplici convivenze affettive. Non sembra ragionevole sostenere che le funzioni vitali delle comunità familiari centrate sull'istituzione matrimoniale stabile e monogamica possano essere svolte in forma massiva, stabile e permanente, dalle unioni basate unicamente su relazioni affettive. Come fattore essenziale di esistenza, stabilità e pace, la famiglia fondata sul matrimonio deve essere attentamente protetta e promossa in una visione più ampia che tenga conto dell'avvenire e dell'interesse comune della società.
(10) L'uguaglianza di fronte alla legge deve rispettare il principio di giustizia, che esige che si tratti ciò che è uguale come uguale, e ciò che è diverso come diverso; cioè che ciascuno abbia ciò che gli è dovuto in giustizia. Questo principio di giustizia si infrangerebbe se si desse alle unioni di fatto un trattamento giuridico simile o equivalente a quello spettante alla famiglia fondata sul matrimonio. Se la famiglia matrimoniale e le unioni di fatto non sono simili né equivalenti nei loro doveri, funzioni e servizi alla società, non possono neanche essere simili né equivalenti nello status giuridico. Il pretesto addotto da coloro che premono per il riconoscimento delle unioni di fatto (cioè la "non discriminazione"), comporta una vera discriminazione della famiglia matrimoniale, che sarebbe posta su un piano di uguaglianza con tutte le altre forme di convivenza, senza tenere assolutamente conto dell'esistenza o meno di un impegno di fedeltà reciproca e di generazione-educazione dei figli. La tendenza attuale di alcune comunità politiche a discriminare il matrimonio riconoscendo alle unioni di fatto uno statuto istituzionale simile o equivalente a quello del matrimonio e della famiglia o perfino equiparandolo, è un grave segno di deterioramento della coscienza morale sociale, di "pensiero debole" di fronte al bene comune, quando non si tratta di una vera e propria imposizione ideologica esercitata da gruppi di pressione influenti.
(11) Occorre tenere ben presente, nello stesso ordine di principi, la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato. Nel primo caso, la società e i poteri pubblici hanno il dovere di proteggerlo e promuoverlo. Nel secondo caso, lo Stato deve limitarsi a garantire la libertà. Dove l'interesse è pubblico, interviene il diritto pubblico. E ciò che risponde a interessi privati, deve essere rimesso, al contrario, all'ambito privato. Il matrimonio e la famiglia rivestono un interesse pubblico e sono il nucleo fondamentale della società e dello Stato; come tali, devono essere riconosciuti e protetti. Due o più persone possono decidere di vivere insieme, con o senza relazione sessuale, però questa convivenza o coabitazione non riveste per questo interesse pubblico. I poteri pubblici possono evitare di intromettersi in questa scelta, che ha carattere privato. Le unioni di fatto sono la conseguenza di comportamenti privati e su questo piano privato dovrebbero restare. Il loro riconoscimento pubblico o la loro equiparazione al matrimonio, con la conseguente elevazione degli interessi privati al rango di interessi pubblici, sarebbero pregiudizievoli per la famiglia fondata sul matrimonio. Nel matrimonio, l'uomo e la donna costituiscono tra di loro un'alleanza di tutta la vita, ordinata, per sua stessa natura, al bene dei coniugi, alla generazione e all'educazione della prole. A differenza delle unioni di fatto, nel matrimonio si assumono pubblicamente e formalmente impegni e responsabilità di rilevanza per la società, esigibili nell'ambito giuridico.
Le unioni di fatto e il patto coniugale
(12) La valorizzazione delle unioni di fatto presenta anche una dimensione soggettiva. Siamo di fronte a persone concrete, con una visione propria della vita, con la loro intenzionalità, in una parola, con la loro "storia". Dobbiamo considerare la realtà esistenziale della libertà individuale di scelta e della dignità delle persone, che possono sbagliare. Però nell'unione di fatto, la pretesa di riconoscimento pubblico non riguarda solo l'ambito individuale delle libertà. È opportuno pertanto affrontare questo problema dal punto di vista dell'etica sociale: l'individuo umano è una persona e pertanto un essere sociale; l'essere umano non è meno sociale che razionale [9]. Le persone si possono incontrare nel dialogo e riferirsi a valori condivisi e ad esigenze comuni per ciò che riguarda il bene comune. In questo campo, il riferimento universale, il criterio non può essere altro che quello della verità sul bene umano, una verità oggettiva, trascendente e uguale per tutti. Raggiungere questa verità e rimanervici è condizione di libertà e di maturità personale, vero scopo di una convivenza sociale ordinata e feconda. L'attenzione esclusiva al soggetto, all'individuo, alle sue intenzioni e alle sue scelte, senza il minimo riferimento a una loro dimensione sociale e oggettiva, orientata al bene comune, è il risultato di un individualismo arbitrario e inaccettabile, cieco ai valori oggettivi, contrario alla dignità della persona e nocivo per l'ordine sociale. Occorre dunque promuovere una riflessione che aiuti non solo i credenti, ma tutti gli uomini di buona volontà, a riscoprire il valore del matrimonio e della famiglia. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: «La famiglia è la cellula originaria della vita sociale. È la società naturale in cui l'uomo e la donna sono chiamati al dono di sé nell'amore e nel dono della vita. L'autorità, la stabilità e la vita di relazione in seno alla famiglia costituiscono i fondamenti della libertà, della sicurezza, della fraternità nell'ambito della società».[10] Alla riscoperta della famiglia può arrivare la stessa ragione, ascoltando la legge morale inscritta nel cuore umano. Comunità fondata e vivificata dall'amore, [11] la famiglia trae la sua forza dall'alleanza definitiva di amore con cui un uomo e una donna si donano reciprocamente, diventando sempre collaboratori di Dio nel dono della vita" [12]. Il Concilio Vaticano II segnala che il cosiddetto amore libero («amore sic dicto libero») [13] costituisce un fattore disgregante e distruttore del matrimonio, mancando dell'elemento costitutivo dell'amore coniugale, che si fonda sul consenso personale e irrevocabile mediante il quale gli sposi si donano e si ricevono reciprocamente, dando origine in questo modo a un vincolo giuridico e a un'unità suggellata da una dimensione pubblica di giustizia. Ciò che il Concilio qualifica come amore "libero", contrapponendolo al vero amore coniugale, era allora - ed è ora - il germe che genera le unioni di fatto. In seguito, con la rapidità con cui si producono oggi i cambiamenti socio-culturali, ha fatto ugualmente sorgere il progetto attuale di conferire uno status pubblico a queste unioni di fatto.
(13) Come qualsiasi altro problema umano, anche quello delle unioni di fatto deve essere affrontato da un punto di vista razionale, più precisamente dal punto di vista della "recta ratio" [14]. Con questa espressione dell'etica classica si vuole indicare che la lettura della realtà e il giudizio della ragione devono essere oggettivi, liberi da ogni condizionamento quali l'emotività disordinata, la debolezza di fronte a situazioni penose che inclinano a una compassione superficiale, o eventuali pregiudizi ideologici, pressioni sociali o culturali, influenza di gruppi di pressione o partici politici. Certamente il cristiano ha una visione del matrimonio e della famiglia il cui fondamento antropologico e teologico affonda le sue radici, in maniera armonica, nella verità che procede dalla Sacra Scrittura, dalla Sacra Tradizione e dal Magistero della Chiesa [15]. Ma la luce della fede insegna che la realtà del sacramento matrimoniale non è posteriore o estrinseca, come una semplice aggiunta "sacramentale" esterna all'amore dei coniugi, bensì che al contrario è la realtà naturale dell'amore coniugale assunta da Cristo come segno e mezzo di salvezza nell'ordine della Nuova Alleanza. Il problema delle unioni di fatto, di conseguenza, può e deve essere affrontato a partire dalla "recta ratio". Non è tanto una questione di fede cristiana quanto di razionalità. La tendenza a contrapporre su questo punto un "pensiero cattolico" confessionale a un "pensiero laico" è un errore [16].
Dimensione sociale e politica del problema dell'equiparazione
(14) Taluni influssi culturali radicali (come l'ideologia del "gender" di cui abbiamo trattato precedentemente), hanno come conseguenza il deterioramento dell'istituzione familiare. «Preoccupante è l'attacco diretto all'istituto familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale che nell'ambito politico, legislativo e amministrativo. E' chiara la tendenza a equiparare alla famiglia altre e ben diverse forme di convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico» [17]. È prioritario, pertanto, definire l'identità propria della famiglia. Questa identità comporta la stabilità del rapporto coniugale tra uomo e donna, considerata come un valore e un'esigenza, e che trova espressione e conferma nella prospettiva di procreare e di educare la prole, a beneficio dell'intero tessuto sociale. La stabilità coniugale e familiare non si fonda unicamente sulla buona volontà dei singoli, bensì riveste un carattere istituzionale in ragione del riconoscimento pubblico, da parte dello Stato, della scelta di vita coniugale. Il riconoscimento, la difesa e la promozione di detta stabilità risponde all'interesse generale, e in particolare a quello dei più deboli, cioè, dei figli.
(15) Un altro rischio in cui si può incorrere nell'esame delle implicazioni sociali del problema in questione, è quello della banalizzazione. Alcuni sostengono che il riconoscimento e l'equiparazione delle unioni di fatto non dovrebbero preoccupare eccessivamente visto che il loro numero è relativamente ristretto. Piuttosto si dovrebbe concludere, in questo caso, il contrario, visto che una considerazione quantitativa del problema dovrebbe condurre a mettere in dubbio l'interesse a porre il problema delle unioni di fatto come un problema di grande portata, tanto più che si presta un'attenzione appena sufficiente al grave problema (del presente e del futuro) della protezione del matrimonio e della famiglia attraverso politiche familiari appropriate che abbiano un'incidenza reale sulla vita sociale. L'esaltazione indifferenziata della libertà di scelta degli individui, senza alcun riferimento a un ordine di valori di importanza sociale, obbedisce a una concezione completamente individualista e privatizzata del matrimonio e della famiglia, cieca alla loro dimensione sociale oggettiva. Non bisogna dimenticare che la procreazione è il principio "genetico" della società, e che l'educazione dei figli è luogo primordiale di trasmissione e di coltura del tessuto sociale, il nucleo essenziale della sua configurazione strutturale.
Il riconoscimento e l'equiparazione delle unioni di fatto discriminano il matrimonio
(16) Accordando un riconoscimento pubblico alle unioni di fatto, si crea un quadro giuridico asimmetrico: mentre la società assume obblighi rispetto ai conviventi delle unioni di fatto, questi non assumono verso la stessa gli obblighi propri del matrimonio. L'equiparazione aggrava questa situazione poiché privilegia le unioni di fatto rispetto al matrimonio, esonerandole dai doveri essenziali verso la società. Si accetta così una dissociazione paradossale che si traduce in pregiudizio per l'istituzione familiare. Per quanto riguarda le recenti proposte legislative di equiparare le unioni di fatto, incluso quelle omosessuali, alla famiglia (occorre tener presente che il loro riconoscimento giuridico è il primo passo verso la loro equiparazione), è opportuno ricordare ai parlamentari che essi hanno una seria responsabilità di opporvisi, poiché «i legislatori, e in modo particolare i parlamentari cattolici, non dovrebbero favorire con il loro voto questo tipo di legislazione poiché contraria al bene comune e alla verità dell'uomo e quindi veramente iniqua» [18]. Tali iniziative legali presentano tutte le caratteristiche di non conformità alla legge naturale che le rendono incompatibili con la dignità di legge. Come dice Sant'Agostino «Non videtur esse lex, quae iusta non fuerit» [19]. Occorre riconoscere un fondamento ultimo all'ordinamento giuridico [20]. Non si tratta, pertanto, di pretendere di imporre un determinato "modello" di comportamento all'insieme della società, ma che sia riconosciuto, nell'ordinamento legale, il contributo imprescindibile apportato al bene comune della famiglia fondata sul matrimonio. Laddove la famiglia è in crisi, la società vacilla.
(17) La famiglia ha diritto ad essere protetta e sostenuta dalla società, come riconoscono numerose Costituzioni vigenti in tutto il mondo [21]. È un riconoscimento, in giustizia, della funzione essenziale che la famiglia fondata sul matrimonio svolge per la società. A questo diritto originario della famiglia corrisponde, da parte della società, un dovere non solo morale, ma anche civile. Il diritto della famiglia fondata sul matrimonio ad essere protetta e sostenuta dalla società e dallo Stato deve essere iscritto nella legge. Si tratta di un punto che riguarda il bene comune. Sulla base di un'argomentazione limpida, San Tommaso d'Aquino rifiuta l'idea che la legge morale e la legge civile possano trovarsi in opposizione: esse sono distinte, ma non opposte; si distinguono, ma non si dissociano; tra di loro non c'è univocità, ma neanche contraddizione [22]. Come afferma Giovanni Paolo II, «è importante che quanti sono chiamati a condurre i destini delle nazioni riconoscano ed affermino l'istituzione matrimoniale; in effetti, il matrimonio possiede uno statuto giuridico specifico che riconosce diritti e doveri da parte dei coniugi, l'uno verso l'altro e nei confronti dei figli; il ruolo delle famiglie nella società, della quale assicurano la continuità, è primordiale. La famiglia favorisce la socializzazione dei giovani e contribuisce ad arginare i fenomeni di violenza, mediante la trasmissione dei valori, così come attraverso l'esperienza della fraternità e della solidarietà che permette di vivere ogni giorno. Nella ricerca di soluzioni legittime per la società moderna, essa non può essere messa sullo stesso piano di semplici associazioni o unioni, e queste ultime non possono beneficiare di diritti particolari, legati esclusivamente alla tutela dell'impegno coniugale e della famiglia, fondata sul matrimonio, come comunità di vita e di amore stabile, frutto del dono totale e fedele dei coniugi, aperta alla vita» [23].
(18) I responsabili politici devono prendere coscienza della gravità del problema. In Occidente, l'attuale azione politica tende, con una certa frequenza, a privilegiare in generale gli aspetti pragmatici e la cosiddetta "politica degli equilibri" su punti concreti evitando di entrare nella discussione dei principi che rischierebbe di pregiudicare difficili e precari compromessi tra partiti, alleanze o coalizioni. Detti equilibri però non dovrebbero essere fondati piuttosto sulla chiarezza dei principi, il rispetto dei valori essenziali, la chiarezza dei postulati fondamentali? «Se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» [24]. La funzione legislativa corrisponde alla responsabilità politica; spetta dunque ai responsabili politici di vegliare (non solo al livello dei principi bensì anche delle applicazioni) al fine di evitare un deterioramento, di gravi conseguenze presenti e future, del rapporto legge morale-legge civile e difendere il valore educativo-culturale dell'ordinamento giuridico [25]. La maniera più efficace di difendere l'interesse pubblico non consiste in concessioni demagogiche ai gruppi di pressione che cercano di promuovere le unioni di fatto, bensì nella promozione energica e sistematica di politiche familiari organiche che intendano la famiglia fondata sul matrimonio come il centro e il motore della politica sociale, e che coprano l'ampio ventaglio dei diritti della famiglia [26]. A questa questione la Santa Sede ha dedicato spazio nella Carta dei Diritti della Famiglia [27], superando una concezione meramente assistenzialista dello Stato.
Fondamenti antropologici della differenza tra matrimonio e "unioni di fatto"
(19) Il matrimonio si fonda dunque su alcuni presupposti antropologici ben definiti, che lo distinguono da altri tipi di unione e che - al di là del campo dell'azione concreta, del "fattuale" - lo ancorano nell'essere personale della donna e dell'uomo. Tra questi presupposti troviamo: l'uguaglianza della donna e dell'uomo, in quanto "ambedue, ugualmente, sono persone" [28] (benché in modo diverso); il carattere complementare di entrambi i sessi [29] dal quale nasce la naturale inclinazione tra di loro e li porta a generare i figli; la possibilità dell'amore per l'altro proprio perché sessualmente diverso e complementare, di modo che "questo amore è espresso e reso perfetto in maniera tutta particolare dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio" [30]; la possibilità - che ha la libertà - di stabilire una relazione stabile e definitiva, cioè, dovuta in giustizia [31]; e infine, la dimensione sociale della condizione coniugale e familiare che costituisce il primo luogo di educazione e di apertura alla società attraverso le relazioni parentali (che contribuiscono a configurare l'identità della persona umana) [32].
(20) Se si accetta la possibilità di un amore specifico tra l'uomo e la donna, è evidente che questo amore inclini (per sua stessa natura) a una certa intimità ed esclusività, a generare la prole e a formulare un progetto comune di vita. Quando si vuole questo, e lo si vuole in manieria tale che si dà all'altro la facoltà di esigerlo, allora si può parlare di vera donazione e accettazione reciproca tra la donna e l'uomo, che crea la comunione coniugale. Nella comunione coniugale c'è una donazione e un'accettazione reciproche della persona umana. «Pertanto l'amor coniugalis non è solo né soprattutto sentimento; è invece essenzialmente un impegno verso l'altra persona, impegno che si assume con un preciso atto di volontà. Proprio questo qualifica tale amor rendendolo coniugalis. Una volta dato ed accettato l'impegno per mezzo del consenso, l'amore diviene coniugale e mai perde questo carattere» [33]. Questo, nella tradizione storica cristiana dell'occidente, viene chiamato matrimonio.
21) Si tratta pertanto di un progetto comune stabile che nasce dalla donazione libera e totale dell'amore coniugale fecondo, come una cosa dovuta in giustizia. La dimensione di giustizia, trattandosi di un'istituzione sociale originaria (e che dà origine alla società), è inerente alla coniugalità stessa: «liberi essi sono di celebrare il matrimonio, dopo essersi vicendevolmente scelti in modo altrettanto libero, ma nel momento in cui pongono questo atto essi instaurano uno stato personale in cui l'amore diviene qualcosa di dovuto, con valenza di carattere anche giuridico» [34]. Possono esistere altri modi di vivere la sessualità - anche contro le tendenze naturali - altre forme di convivenza in comune, altre relazioni di amicizia - basate o meno sulla differenziazione sessuale - altri mezzi per mettere al mondo dei figli. Ma la famiglia fondata sul matrimonio ha come aspetto distintivo quello di essere la sola istituzione che comprenda tutti gli elementi citati, simultaneamente e dall'origine.
(22) E' necessario, dunque, sottolineare la gravità e il carattere insostituibile di alcuni principi antropologici relativi al rapporto uomo-donna, fondamentali per la convivenza umana e ancor più per la salvaguardia della dignità di ogni persona. Il nucleo centrale e l'elemento essenziale di questi principi è l'amore coniugale tra due persone di pari dignità, ma distinte e complementari nella loro sessualità. È la natura del matrimonio come realtà naturale e umana ad essere in gioco, ed è il bene dell'intera società ad essere in causa. «Come tutti sanno, oggi non si mettono in discussione soltanto le proprietà e le finalità del matrimonio, ma il valore e l'utilità stessa dell'istituto. Pur escludendo indebite generalizzazioni, non è possibile ignorare, al riguardo, il fenomeno crescente delle semplici unioni di fatto (cfr. Familiaris consortio, n. 18) e le insistenti campagne d'opinione volte ad ottenere dignità coniugale ad unioni anche fra persone appartenenti allo stesso sesso» [35]. Si tratta di un principio basilare: per essere amore coniugale vero e libero, l'amore deve essere trasformato in un amore dovuto in giustizia, mediante l'atto liberamente scelto del consenso matrimoniale. «Alla luce di questi principi può essere stabilita e compresa l'essenziale differenza esistente fra una mera unione di fatto - che pur si pretenda originata da amore - e il matrimonio, in cui l'amore si traduce in impegno non soltanto morale, ma rigorosamente giuridico. Il vincolo, che reciprocamente s'assume, sviluppa di rimando un'efficacia corroborante nei confronti dell'amore da cui nasce, favorendone il perdurare a vantaggio del coniuge, della prole e della stessa società» [36].
In effetti, il matrimonio - che fonda la famiglia - non è un «modo di vivere la sessualità in coppia»: se fosse solo questo, si tratterebbe di una modalità in più tra le varie possibili [37]. Non è neanche la semplice espressione di un amore sentimentale tra due persone: questa caratteristica è attribuita all'amore in generale nel quadro di un'amicizia. Il matrimonio è più di questo: è unione tra una donna e un uomo, in quanto tali, nella totalità del loro essere maschile e femminile. Se questa unione può essere stabilita soltanto mediante un atto di libera volontà dei contraenti, il suo contenuto specifico è determinato dalla struttura dell'essere umano, donna e uomo, e cioè donazione reciproca e trasmissione della vita. Questo dono di sé in tutta la dimensione complementare della donna e dell'uomo, con la volontà di doversi l'uno all'altro in giustizia, si chiama coniugalità e i contraenti si costituiscono quindi in coniugi: «questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarietà che esiste tra l'uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l'intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò la comunione è il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana» [38].
Gravità maggiore dell'equiparazione del matrimonio alle relazioni omosessuali
(23) La verità sull'amore coniugale permette di meglio comprendere le gravi conseguenze sociali che l'istituzionalizzazione dei rapporti omosessuali presenterebbe: «si rivela anche quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà coniugale all'unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzitutto, l'oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell'essere umano. È di ostacolo, inoltre, l'assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina» [39]. Il matrimonio non può essere ridotto a una condizione simile a quella di un rapporto omosessuale; ciò è contrario al senso comune [40]. Nel caso delle relazioni omosessuali che rivendicano di essere considerate unioni di fatto, le conseguenze morali e giuridiche presenterebbero una rilevanza particolare [41]. «Le 'unioni di fatto' tra omosessuali costituiscono d'altra parte una deplorevole distorsione di ciò che dovrebbe essere una comunione di amore e di vita tra un uomo e una donna, in una donazione reciproca aperta alla vita» [42]. Ancor più grave è la pretesa di equiparare tali unioni al "matrimonio legale", come reclamano alcune iniziative recenti [43]. Per di più, le iniziative tendenti a rendere legalmente possibile l'adozione di bambini nel quadro dei rapporti omosessuali aggiungono a ciò che precede un fattore di grande pericolo [44]. «Non può costituire una vera famiglia il legame di due uomini o di due donne, e molto meno si può attribuire a questa unione il diritto di adottare bambini senza famiglia» [45]. Ricordare la trascendenza sociale della verità sull'amore coniugale e sottolineare, di conseguenza, che il riconoscimento o l'equiparazione del matrimonio ai rapporti omosessuali, sarebbe un grave errore, non vuol dire discriminare, in alcun modo, queste persone. È lo stesso bene comune della società ad esigere che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, che sarebbe, invece, pregiudicata [46].
La famiglia, bene sociale da difendere in giustizia
(24) Il matrimonio e la famiglia rappresentano un bene sociale di prim'ordine: «La famiglia esprime sempre una nuova dimensione del bene per gli uomini, e per questo genera una nuova responsabilità. Si tratta della responsabilità per quel singolare bene comune nel quale è racchiuso il bene dell'uomo: di ogni membro della comunità familiare; un bene certamente 'difficile' (bonum arduum), ma affascinante» [47]. È vero che, di fatto, non tutti i coniugi né tutte le famiglie sviluppano tutto il bene personale e sociale possibile [48]. Spetta allora alla società intervenire mettendo a loro disposizione nel modo più accessibile i mezzi necessari per facilitare lo sviluppo dei valori a loro propri, poiché «occorre davvero fare ogni sforzo, perché la famiglia sia riconosciuta come società primordiale e, in un certo senso, 'sovrana'! La sua 'sovranità' è indispensabile per il bene della società» [49].
Valori sociali oggettivi da promuovere
(25) Inteso in questo modo, il matrimonio e la famiglia costituiscono un bene per la società perché proteggono un bene prezioso per gli stessi coniugi. In effetti «la famiglia, società naturale, esiste anteriormente allo Stato e a qualsiasi altra comunità e possiede diritti propri, che sono inalienabili» [50]. Da una parte, la dimensione sociale della condizione di coniuge implica un principio di sicurezza giuridica: il fatto di divenire coniuge appartiene all'essere - e non soltanto all'agire -, la dignità di questo nuovo segno di identità personale deve essere oggetto di un riconoscimento pubblico, e il bene che costituisce per la società deve essere stimato nel suo giusto valore [51]. È evidente che il buon ordine della società è facilitato quando il matrimonio e la famiglia si presentano come ciò che realmente sono: una realtà stabile [52]. Inoltre, l'integralità della donazione dell'uomo e della donna nella loro potenziale paternità e maternità, e l'unione che ne deriva - anch'essa esclusiva e permanente - tra genitori e figli, esprimono una fiducia incondizionata che si traduce in forza e arricchimento per tutti [53].
(26) Da una parte, la dignità della persona umana esige che essa nasca da genitori uniti in matrimonio; dall'unione intima, totale, mutua e permanente - dovuta - che deriva dalla condizione di sposi. Si tratta, pertanto, di un bene per i figli. Tale origine è l'unica capace di salvaguardare realmente il principio di identità dei figli, non soltanto dal punto di vista genetico o biologico, ma anche da quello biografico o storico [54]. D'altra parte, il matrimonio costituisce l'ambito umano e umanizzante più propizio ad accogliere i figli: quello che più facilmente garantisce una sicurezza affettiva, una maggiore unità e continuità nel processo di integrazione sociale e di educazione. «L'unione tra madre e concepito e l'insostituibile funzione del padre richiedono che il figlio sia accolto in una famiglia che gli garantisca, per quanto possibile, la presenza di entrambi i genitori. Lo specifico contributo da loro offerto alla famiglia e, attraverso di essa, alla società, è degno della più alta considerazione» [55]. Infine, la continuità ininterrotta tra coniugalità, maternità/paternità, e parentela (filiazione, fratellanza, ecc.), evita alla società i molti e gravi problemi che sorgono quando si rompe la concatenazione dei diversi elementi e ciascuno di essi viene ad agire indipendentemente dagli altri [56].
(27) Anche per gli altri membri della famiglia l'unione matrimoniale come realtà sociale è un bene. In effetti, in seno alla famiglia nata da un vincolo coniugale, non solo le nuove generazioni sono accolte e imparano a partecipare ai compiti comuni, ma anche le generazioni precedenti (nonni) hanno l'occasione di contribuire all'arricchimento comune: trasmettere le loro esperienze, sentire ancora una volta la validità del loro servizio, confermare la loro piena dignità di persone per il fatto di essere valorizzati e amati per se stessi, partecipando al dialogo intergenerazionale, spesso così fecondo. In effetti, «la famiglia è il luogo dove diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a crescere nella sapienza umana e ad armonizzare i diritti degli individui con le altre istanze della vita sociale» [57]. Allo stesso tempo, le persone della terza età possono guardare all'avvenire con fiducia e sicurezza, sapendo che saranno circondate e curate da coloro che hanno curato per lunghi anni. A questo proposito, sappiamo che, quando una famiglia assolve veramente il proprio ruolo, la qualità d'attenzione agli anziani non può essere sostituita - almeno sotto certi aspetti - da quella delle istituzioni estranee al loro ambiente, per quanto eccellenti e dotate delle attrezzature più avanzate sul piano tecnico [58].
(28) Possiamo considerare anche altri beni per l'insieme della società derivanti dalla comunione coniugale, fondamento del matrimonio e origine della famiglia. Ad esempio, il principio di identificazione del cittadino; il principio del carattere unitario della parentela - fondamento delle relazioni originarie della vita nella società - e della sua stabilità; il principio di trasmissione dei beni e dei valori culturali; il principio di sussidiarietà: la scomparsa della famiglia costringerebbe in effetti lo Stato a sostituirsi ad essa nelle funzioni che le sono proprie per natura; il principio di economia, anche in materia procedurale: poiché quando la famiglia si rompe, lo Stato deve moltiplicare i suoi interventi per risolvere direttamente dei problemi che dovrebbero restare e trovare soluzione nella sfera del privato, con costi elevati tanto sul piano psicologico quanto su quello economico. È opportuno ricordare inoltre che «la famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico, sociale ed economico, una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società» [59]. Infine, lungi dal contribuire ad accrescere la libertà individuale, lo smembramento della famiglia rende gli individui maggiormente vulnerabili e inermi di fronte al potere dello Stato, che da parte sua ha bisogno di una giurisdizione sempre più complessa che lo impoverisce. La società e lo Stato devono difendere e promuovere la famiglia fondata sul matrimonio.
(29) In breve, la promozione umana, sociale e materiale della famiglia fondata sul matrimonio, e la protezione giuridica degli elementi che la compongono nel suo carattere unitario, sono un bene non solo per i singoli componenti della famiglia, ma anche per la struttura e il buon funzionamento dei rapporti interpersonali, l'equilibrio dei poteri, la garanzia delle libertà, gli interessi educativi, l'identità dei cittadini e la ripartizione delle funzioni tra le diverse istituzioni sociali: «determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia nel costruire la cultura della vita» [60]. Non bisogna dimenticare che se la crisi della famiglia è stata, in talune circostanze e sotto certi aspetti, una delle cause di un intervenzionismo accresciuto dello Stato nel campo a lei proprio, non è meno vero che in ripetute altre occasioni e sotto altri aspetti le iniziative dei legislatori hanno favorito o provocato difficoltà e perfino la rottura di numerosi matrimoni e famiglie. «L'esperienza di diverse culture attraverso la storia ha mostrato come sia necessario per la società riconoscere e difendere l'istituzione familiare (...) La società, e in particolar modo lo Stato e le Organizzazioni Internazionali, devono proteggere la famiglia con misure di carattere politico, economico, sociale e giuridico, miranti a consolidare l'unità e la stabilità della famiglia in modo che essa possa esercitare la sua specifica funzione» [61]. Oggi più che mai è necessario - per la famiglia e per la stessa società - accordare la giusta attenzione ai problemi ai quali il matrimonio e la famiglia devono far fronte attualmente, nel rispetto assoluto della loro libertà. A questo scopo, c'è bisogno di creare una legislazione che protegga i suoi elementi essenziali, senza limitare la loro libertà di decisione, in particolare per ciò che riguarda il lavoro femminile, quando è incompatibile con lo stato di sposa e di madre [62], la "cultura del successo" che impedisce a coloro che sono nella vita attiva di rendere i loro obblighi professionali compatibili con la loro vita familiare [63], la decisione di accogliere i bambini, che i coniugi devono prendere secondo la loro coscienza [64], la difesa del carattere permanente al quale le coppie sposate aspirano legittimamente [65], la libertà religiosa e la dignità e uguaglianza di diritti [66], i principi e le scelte relative all'educazione voluta per i figli [67], il trattamento fiscale e le altre disposizioni di natura patrimoniale (successioni, alloggio, ecc.), il trattamento dell'autonomia legittima della famiglia, e infine il rispetto e il sostegno delle sue iniziative nel campo politico, specialmente quelle che riguardano l'ambiente familiare [68]. Di qui la necessità di stabilire una chiara distinzione, sul piano sociale, tra fenomeni di natura differente nei loro aspetti giuridici e nel loro contributo al bene comune, e di trattarli come tali. "Il valore istituzionale del matrimonio deve essere sostenuto dalle pubbliche autorità; la situazione delle coppie non sposate non deve essere messa sullo stesso piano del matrimonio debitamente contratto" [69].
Matrimonio cristiano e pluralismo sociale
(30) Da alcuni anni la Chiesa insiste in maniera rinnovata sulla fiducia dovuta alla persona umana, alla sua libertà, alla sua dignità e ai suoi valori, e sulla speranza nell'azione salvifica di Dio nel mondo, che aiuta a superare ogni debolezza. Allo stesso tempo, esprime la sua profonda preoccupazione di fronte ai numerosi attentati contro la persona umana e la sua dignità, facendo notare certi presupposti ideologici propri della cultura detta "postmoderna" che oscurano i valori derivanti dalle esigenze della verità sull'essere umano, e che li rendono difficili da vivere. «Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche. Alla loro radice sta l'influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità» [70]. Quando la libertà è separata dalla verità, «viene meno ogni riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita» [71]. Questa messa in guardia può certamente essere applicata alla realtà del matrimonio e della famiglia, fonte unica e alveo pienamente umano della realizzazione di questo diritto primordiale. Questo succede quando si tollera «una corruzione dell'idea e dell'esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma come autonoma forma di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio egoistico benessere» [72].
(31) Allo stesso modo, la comunità cristiana ha vissuto fin dal principio l'istituzione del matrimonio cristiano come segno efficace dell'unione di Cristo con la sua Chiesa. Gesù Cristo ha elevato il matrimonio al rango di avvenimento salvifico nel nuovo ordine instaurato nell'economia della Redenzione. In altri termini, il matrimonio è un sacramento della Nuova Alleanza [73], aspetto questo essenziale per comprendere il contenuto e la portata dell'alleanza matrimoniale tra due battezzati. Dal canto suo, il Magistero della Chiesa ha precisato che «il sacramento del matrimonio ha questo di specifico fra tutti gli altri: di essere il sacramento di una realtà che già esiste nell'economia della creazione, di essere lo stesso patto coniugale istituito dal Creatore al principio» [74].
In una società spesso scristianizzata, e lontana dai valori della verità della persona umana, è necessario insistere oggi sul contenuto di questo «patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole» [75] come fu istituito da Dio «fin dal principio» [76] nell'ordine naturale della Creazione. Ciò richiede una riflessione serena, non soltanto da parte dei fedeli praticanti, ma anche di coloro che sono, in questo momento, lontani dalla pratica religiosa, di coloro che non hanno fede, o che aderiscono ad altre convinzioni, in breve da parte di ogni persona umana, donna o uomo, membro di una comunità civile e responsabile del bene comune. Occorre ricordare la natura della famiglia fondata sul matrimonio, il cui carattere non è soltanto storico e congiunturale, ma ontologico, al di là dei cambiamenti d'epoca, di luogo e di cultura, nonché la dimensione di giustizia che ne deriva.
Il processo di secolarizzazione della famiglia in Occidente
(32) All'inizio, il processo di secolarizzazione dell'istituto matrimoniale riguardava soprattutto, e quasi esclusivamente, le nozze, cioè le modalità di celebrazione del matrimonio, almeno nei paesi occidentali di tradizione cattolica. Malgrado tutto, tanto nella coscienza popolare quanto nei sistemi giuridici secolari, i principi fondamentali del matrimonio perdurarono per un certo tempo, principi quali il valore prezioso dell'indissolubilità del matrimonio, e in particolare l'indissolubilità assoluta del matrimonio sacramentale tra due battezzati, rato e consumato [77]. L'introduzione generalizzata, nei diversi sistemi legislativi, di ciò che il Concilio Vaticano II qualifica come «epidemia del divorzio», diede origine ad un progressivo oscuramento, nella coscienza sociale, del valore di questa grande conquista dell'umanità nel corso dei secoli. La Chiesa primitiva non aveva voluto sacralizzare o cristianizzare la concezione romana del matrimonio, ma dare a questa istituzione il significato delle sue origini creazionali, secondo la volontà espressa da Gesù Cristo. Senza alcun dubbio, la Chiesa primitiva percepiva già chiaramente che il carattere naturale del matrimonio era stato concepito dal Creatore, fin dalle origini, come il segno dell'amore di Dio per il suo popolo, e dopo la venuta della pienezza dei tempi, come il segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa. In effetti, la prima cosa che fece, guidata dal Vangelo e dagli espliciti insegnamenti di Cristo, suo Signore, fu di ricondurre il matrimonio ai suoi principi, cosciente che «Dio stesso è l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini» [78]. D'altra parte, essa era cosciente del fatto che questo istituto naturale è «di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e il destino eterno di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana» [79]. Abitualmente, coloro che si sposano seguendo le modalità stabilite (dalla Chiesa o dallo Stato, secondo i casi) possono e vogliono contrarre un vero matrimonio. La tendenza all'unione coniugale è connaturale alla persona umana, e da questa decisione derivano l'aspetto giuridico del patto coniugale e la nascita di un autentico vincolo coniugale.
Il matrimonio, istituzione dell'amore coniugale di fronte ad altri tipi d'unione
(33) La realtà naturale del matrimonio è contemplata dalle leggi canoniche della Chiesa [80]. La legge canonica descrive in sostanza lo stato matrimoniale dei battezzati, tanto in fieri - al momento del patto coniugale - quanto come stato permanente in cui si iscrivono le relazioni coniugali e familiari. A questo proposito, la giurisdizione ecclesiastica sul matrimonio è decisiva, e rappresenta un'autentica salvaguardia dei valori familiari. Ma i principi fondamentali dello stato matrimoniale relativi all'amore coniugale e alla sua natura sacramentale non sono sempre pienamente compresi e rispettati.
(34) Per quanto riguarda il primo punto, si dice spesso che l'amore è il fondamento del matrimonio, e che questo è una comunità di vita e d'amore, ma non si afferma sempre con chiarezza che esso è istituto coniugale, trascurando in questo modo la dimensione di giustizia propria al consenso. Il matrimonio è un'istituzione. Il non tener conto di ciò è spesso origine di una grave confusione tra il matrimonio cristiano e le unioni di fatto: quanti convivono in un'unione di fatto possono affermare che la loro relazione è fondata sull' "amore" (ma si tratta di un amore che il Concilio Vaticano II qualifica come sic dicto libero), e che formano una comunità di vita e d'amore, ma questa comunità si distingue sostanzialmente dalla communitas vitae et amoris coniugalis che è il matrimonio [81].
(35) Per ciò che riguarda i principi fondamentali relativi alla natura sacramentale del matrimonio, la questione è più complessa. I pastori della Chiesa devono in effetti tener conto dell'immensa ricchezza di grazia che emana dalla natura sacramentale del matrimonio cristiano, e dell'influenza che essa esercita sui rapporti familiari fondati sul matrimonio. Dio ha voluto che il patto coniugale originario, il matrimonio della Creazione, fosse un segno permanente dell'unione di Cristo con la Chiesa, diventando così un sacramento della Nuova Alleanza. Il problema sta nel comprendere adeguatamente che questo carattere sacramentale non va ad aggiungersi o è estrinseco alla natura del matrimonio. Al contrario, il matrimonio stesso, che il Creatore ha voluto indissolubile, è elevato al rango di sacramento dall'azione redentrice di Cristo, senza che ciò comporti la minima "snaturalizzazione" della sua realtà. Il non conoscere la peculiarità di questo sacramento in rapporto agli altri, dà spesso luogo a malintesi che oscurano la nozione di matrimonio sacramentale. Questa nozione acquista un'importanza particolare nella preparazione al matrimonio: i lodevoli sforzi per preparare i nubendi alla celebrazione di questo sacramento sarebbero inutili se essi non comprendessero chiaramente la natura assolutamente indissolubile del matrimonio che si apprestano a contrarre. I battezzati non si presentano davanti alla Chiesa soltanto per celebrare una festa secondo riti speciali, ma per contrarre un matrimonio per tutta la vita, sacramento della Nuova Alleanza. Mediante questo sacramento, essi partecipano al mistero dell'unione di Cristo con la Chiesa e esprimono la loro unione intima e indissolubile [82].
Enunciato di base del problema "al principio non fu così"
(36) La comunità cristiana si sente interpellata dal fenomeno delle unioni di fatto. Le unioni sprovviste di ogni vincolo istituzionale legale - tanto civile quanto religioso -, costituiscono un fenomeno sempre più frequente al quale la Chiesa deve accordare la sua attenzione pastorale [83]. Il credente, non soltanto mediante la ragione, ma anche e soprattutto per mezzo dello "splendore della verità" che gli viene dalla fede, è in grado di chiamare le cose con il loro nome; il bene, bene, e il male, male. Nel contesto attuale impregnato di relativismo e portato a smussare ogni differenza - anche essenziale - tra il matrimonio e le unioni di fatto, bisogna far prova di una grande saggezza e di una libertà coraggiosa per evitare di prestarsi agli equivoci o ai compromessi, sapendo che «la crisi più pericolosa che può affliggere l'uomo» è «la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità» [84]. In vista di una riflessione propriamente cristiana sui segni dei tempi, e di fronte all'apparente oscuramento della verità profonda dell'amore umano nel cuore di molti nostri contemporanei, è opportuno tornare alle acque pure del Vangelo.
(37) «Gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: 'È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?'. Ed egli rispose: 'Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 'Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola'. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi!'. Gli obiettarono: 'Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di mandarla via?' Rispose loro Gesù: 'Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra, commette adulterio» (Mt 19,3-9). Queste parole del Signore sono note, come pure la reazione dei discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Tale reazione si iscrive visibilmente nella mentalità dominante dell'epoca, una mentalità che aveva voltato le spalle al progetto originale del Creatore [85]. La concessione fatta da Mosè traduce la presenza del peccato, che riveste la forma della duritia cordis. Oggi, forse, più ancora che in altri tempi, bisogna tener conto di questo ostacolo dell'intelligenza, sclerosi della volontà, fissazione delle passioni, radice nascosta di molti fattori di fragilità che contribuiscono all'attuale diffusione delle unioni di fatto.
Unioni di fatto, fattori di fragilità e grazia sacramentale
(38) Grazie alla presenza della Chiesa e del matrimonio cristiano, la società civile ha riconosciuto nel corso dei secoli il matrimonio nella sua condizione originaria, quella a cui allude Cristo nella sua risposta [86]. La condizione originaria del matrimonio è sempre d'attualità, come lo è anche la difficoltà di riconoscerla e di viverla, come intima verità nella profondità del proprio essere, propter duritiam cordis. Il matrimonio è un'istituzione naturale le cui caratteristiche essenziali possono essere riconosciute dall'intelligenza, al di là delle culture [87]. Questo riconoscimento della verità sul matrimonio è anche d'ordine morale [88]. Ma non bisogna dimenticare che la natura umana, ferita dal peccato e redenta da Cristo, non arriva sempre a distinguere chiaramente le verità che Dio ha iscritto nel suo cuore. Il messaggio cristiano della Chiesa e del suo Magistero devono essere un insegnamento e una testimonianza vivente nel mondo [89]. A questo proposito, occorre mettere l'accento sull'importanza della grazia, che dona alla vita matrimoniale la sua autentica pienezza [90]. Nel discernimento pastorale della problematica delle unioni di fatto, bisogna tener conto anche della fragilità umana e dell'importanza di una esperienza e di una catechesi veramente ecclesiali, che orientino verso una vita di grazia, verso la preghiera e i sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione.
(39) Bisogna distinguere diversi elementi tra i fattori di fragilità che sono all'origine delle unioni di fatto, caratterizzate dall'amore cosiddetto "libero" che omette o esclude il legame proprio e caratteristico dell'amore coniugale. Bisogna inoltre distinguere, come abbiamo visto in precedenza, tra le unioni di fatto alle quali alcuni si ritengono come obbligati a causa di situazioni difficili, e quelle che sono volute per se stesse, in «un atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società, dell'istituto familiare, dell'ordinamento socio-politico, o di sola ricerca del piacere» [91]. Bisogna infine considerare il caso di coloro che sono spinti a un'unione di fatto «dall'estrema ignoranza e povertà, talvolta da condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia, o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e definitivo» [92]. Di conseguenza, il discernimento etico, l'azione pastorale e l'impegno cristiano nella realtà politica devono tener conto della molteplicità delle situazioni che ricopre il termine generale di "unioni di fatto", descritte prima [93]. Qualunque siano le cause, tali unioni comportano «ardui problemi pastorali, per le gravi conseguenze che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del senso religioso del matrimonio, visto alla luce dell'Alleanza di Dio con il suo popolo; privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche sociali (distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli; affermazione dell'egoismo)» [94]. Per questo la Chiesa è particolarmente sensibile al proliferare di questi fenomeni delle unioni non matrimoniali, data la dimensione morale e pastorale del problema.
Testimonianza del matrimonio cristiano
(40) Le iniziative lanciate in molti paesi di tradizione cristiana per ottenere una legislazione favorevole alle unioni di fatto, fanno nascere non poche preoccupazioni tra i pastori e i fedeli. Sembrerebbe che, spesso, non si sappia quale risposta dare a questo fenomeno, e che la reazione sia puramente difensiva, rischiando così di dare l'impressione che la Chiesa voglia semplicemente mantenere lo status quo, come se la famiglia fondata sul matrimonio fosse il modello culturale (un modello "tradizionale") della Chiesa, che si vuole conservare malgrado le grandi mutazioni della nostra epoca. Per far fronte a questa situazione, occorre approfondire gli aspetti positivi dell'amore coniugale, per poter inculturare ancora una volta la verità del Vangelo, alla maniera dei cristiani dei primi secoli della nostra era. Il soggetto privilegiato di questa nuova evangelizzazione della famiglia sono le famiglie cristiane perché esse, soggetto di evangelizzazione, sono anche le prime evangelizzatrici, apportando la "buona novella" del "bell'amore" [95] non soltanto con le parole, ma anche e soprattutto con la loro testimonianza personale. È urgente riscoprire il valore sociale di questa meraviglia che è l'amore coniugale, poiché il fenomeno delle unioni di fatto non è indipendente dai fattori ideologici che lo oscurano e che nascono da una concezione errata della sessualità umana e del rapporto uomo-donna. Di qui l'importanza primordiale della vita di grazia in Cristo dei matrimoni cristiani: «Anche la famiglia cristiana è inserita nella Chiesa, popolo sacerdotale: mediante il sacramento del matrimonio, nel quale è radicata e da cui trae alimento, essa viene continuamente vivificata dal Signore Gesù, e da Lui chiamata e impegnata al dialogo con Dio mediante la vita sacramentale, l'offerta della propria esistenza e la preghiera. È questo il compito sacerdotale che la famiglia cristiana può e deve esercitare in intima comunione con tutta la Chiesa, attraverso le realtà quotidiana della vita coniugale e familiare: in tal modo la famiglia cristiana è chiamata a santificarsi ed a santificare la comunità ecclesiale e il mondo» [96].
(41 ) Mediante la loro presenza nei diversi ambiti della società, i matrimoni cristiani costituiscono un mezzo privilegiato per mostrare concretamente all'uomo contemporaneo (in parte distrutto nella sua soggettività, sfinito dalla ricerca vana di un amore "libero", opposto al vero amore coniugale, mediante una serie di esperienze frammentarie) che esiste una possibilità che l'essere umano ritrovi se stesso, e per aiutarlo a comprendere la realtà di una soggettività pienamente realizzata nel matrimonio in Gesù Cristo. Questa specie di choc con la realtà è l'unico modo possibile per far emergere, nel cuore, la nostalgia di una patria di cui ogni persona custodisce un ricordo incancellabile. Agli uomini e alle donne delusi, che si chiedono con cinismo: «Può venire qualcosa di buono dal cuore umano?» bisognerà poter rispondere: "Venite a vedere il nostro matrimonio, la nostra famiglia". Ciò può rappresentare un punto di partenza decisivo, la testimonianza reale con la quale la comunità cristiana, con la grazia di Dio, manifesta la misericordia di Dio verso gli uomini. In molti ambienti, si constata quanto possa essere altamente positiva la considerevole influenza dei fedeli cristiani. Con la loro scelta cosciente di fede e di vita, essi sono, tra i loro contemporanei, come il lievito nella pasta, come la luce che brilla nelle tenebre. L'attenzione pastorale nella preparazione al matrimonio e alla famiglia, e l'accompagnamento nella vita coniugale e familiare, sono dunque essenziali alla vita della Chiesa e del mondo [97].
Una preparazione adeguata al matrimonio
(42) Il Magistero della Chiesa ha ripetutamente insistito, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, sull'importanza e il carattere insostituibile della preparazione al matrimonio nella pastorale ordinaria. Tale preparazione non dovrebbe limitarsi a una semplice informazione su ciò che è il matrimonio per la Chiesa, ma essere un vero cammino di formazione delle persone, basato sull'educazione alla fede e alle virtù. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha trattato questo importante aspetto della pastorale della Chiesa nei documenti Sessualità umana: verità e significato, dell'8 dicembre 1995, e Preparazione al sacramento del matrimonio, del 13 maggio 1996, mettendo l'accento sul carattere fondamentale della preparazione al matrimonio e sul contenuto di questa preparazione.
(43) «La preparazione al matrimonio, alla vita coniugale e familiare, è di rilevante importanza per il bene della Chiesa. Di fatto il sacramento del Matrimonio ha un grande valore per l'intera comunità cristiana e, in primo luogo, per gli sposi, la cui decisione è tale che non potrebbe essere soggetta all'improvvisazione o a scelte affrettate. In altre epoche tale preparazione poteva contare sull'appoggio della società, la quale riconosceva i valori e i benefici del matrimonio. La Chiesa, senza intoppi o dubbi, tutelava la sua santità, consapevole del fatto che il sacramento del matrimonio rappresentava una garanzia ecclesiale, quale cellula vitale del Popolo di Dio. L'appoggio ecclesiale era, almeno nelle comunità realmente evangelizzate, fermo, unitario, compatto. Erano rare, in genere, le separazioni e i fallimenti dei matrimoni e il divorzio veniva considerato come una 'piaga' sociale (cf GS 47). Oggi, al contrario, in non pochi casi, si assiste ad un accentuato deterioramento della famiglia e ad una certa corrosione dei valori del matrimonio. In numerose nazioni, soprattutto economicamente sviluppate, l'indice di nuzialità si è ridotto. Si suole contrarre matrimonio in un'età più avanzata e aumenta il numero dei divorzi e delle separazioni, anche nei primi anni di tale vita coniugale. Tutto ciò porta inevitabilmente ad una inquietudine pastorale, mille volte ribadita: chi contrae matrimonio, è realmente preparato a questo? Il problema della preparazione al sacramento del Matrimonio, e alla vita che ne segue, emerge come una grande necessità pastorale innanzitutto per il bene degli sposi, per tutta la comunità cristiana e per la società. Perciò crescono dovunque l'interesse e le iniziative per fornire risposte adeguate e opportune alla preparazione al sacramento del Matrimonio» [98].
(44) Ai nostri giorni, il problema non consiste più tanto, come in altre epoche, nel fatto che i giovani arrivino al matrimonio non sufficientemente preparati. A causa in parte di una visione antropologica pessimistica, destrutturante, che annulla la soggettività, molti di loro dubitano perfino che possa esistere nel matrimonio un dono reale che crea un vincolo fedele, fecondo e indissolubile. Frutto di questa visione è, in alcuni casi, il rifiuto dell'istituzione matrimoniale, considerata come una realtà illusoria a cui potrebbero accedere solo persone con una preparazione molto speciale. Di qui l'importanza dell'educazione cristiana a una nozione giusta e realistica della libertà in rapporto al matrimonio, come capacità di scoprire il bene del dono coniugale e di orientarsi verso di esso.
(45) In questo senso, l'azione di prevenzione mediante la catechesi familiare è importante. La testimonianza delle famiglie cristiane è insostituibile, tanto nei confronti dei figli quanto in seno alla società in cui vivono. I pastori non devono essere i soli a difendere la famiglia, ma le famiglie stesse devono esigere il rispetto dei loro diritti della loro identità. Va sottolineato che oggi le catechesi familiari occupano un posto di primo piano nella pastorale familiare. Vi si affrontano le realtà familiari in modo organico, completo e sistematico, sottoponendole al criterio della fede, alla luce della Parola di Dio interpretata ecclesialmente nella fedeltà al Magistero della Chiesa da pastori legittimi e competenti che contribuiscono veramente, in tale processo catechetico, ad approfondire la verità salvifica sull'uomo. Bisogna sforzarsi di mostrare la razionalità e la credibilità del Vangelo in rapporto al matrimonio e alla famiglia, riorganizzando il sistema educativo della Chiesa [99]. La spiegazione del matrimonio e della famiglia a partire da una visione antropologica corretta continua a destare sorpresa, anche tra gli stessi cristiani, che scoprono che non è soltanto una questione di fede e che vi trovano le ragioni per affermarsi nella loro fede e per agire, proponendo una testimonianza personale di vita e svolgendo una missione apostolica specificatamente laicale.
(46) Ai giorni nostri, la crisi dei valori familiari e della nozione di famiglia nell'ordinamento degli Stati e nei mezzi di trasmissione della cultura - stampa, televisione, internet, cinema, ecc. - richiedono uno sforzo particolare per assicurare la presenza dei valori familiari nei mezzi di comunicazione. Si consideri, ad esempio, la forte influenza che hanno avuto i media nella perdita di sensibilità sociale di fronte a situazioni quali l'adulterio, il divorzio o anche le unioni di fatto, o ancora la deformazione perniciosa dei "valori" (o meglio dei "contro-valori") che essi a volte presentano come proposte normali di vita. Bisogna anche tener conto del fatto che in alcune occasioni e malgrado il contributo meritorio dei cristiani impegnati che collaborano a questi mezzi di comunicazione, alcuni programmi e serie televisive, ad esempio, non soltanto non contribuiscono alla formazione religiosa, ma favoriscono la disinformazione e la diffusione dell'ignoranza religiosa. Anche se questi fattori non sono elementi fondamentali della conformazione di una cultura, rientrano in misura non trascurabile tra i fattori sociologici di cui tener conto in una pastorale ispirata a criteri realistici.
(47) Per molti nostri contemporanei, la cui soggettività è stata per così dire "demolita" dalle ideologie, il matrimonio è quasi impensabile; la realtà coniugale non ha alcun significato per queste persone. Come può la pastorale della Chiesa diventare, anche per loro, un avvenimento di salvezza? A questo proposito, l'impegno politico e legislativo dei cattolici che hanno responsabilità in questi campi è decisivo. Le legislazioni conformano, in larga misura, l'ethos di un popolo. A tale proposito, è particolarmente importante chiamare a vincere la tentazione di indifferenza negli ambienti politici e legislativi, insistendo sulla necessità di rendere pubblicamente testimonianza della dignità della persona. L'equiparazione delle unioni di fatto alla famiglia implica, come abbiamo visto, un'alterazione dell'ordinamento orientato verso il bene comune della società, e comporta una svalutazione dell'istituzione matrimoniale fondata sul matrimonio. Essa costituisce dunque un male per le persone, le famiglie e la società. Il "politicamente possibile" e la sua evoluzione nel tempo non può fare astrazione dei principi fondamentali della verità sulla persona umana, che devono ispirare gli atteggiamenti, le iniziative concrete e i programmi per l'avvenire [100]. Risulta ugualmente utile rimettere in discussione il "dogma" del vincolo indissociabile tra democrazia e relativismo etico, sul quale si fondano numerose iniziative legislative tendenti ad equiparare le unioni di fatto alla famiglia.
(48) Il problema delle unioni di fatto rappresenta una grande sfida per i cristiani, che devono essere capaci di mostrare l'aspetto razionale della fede, la razionalità profonda del Vangelo del matrimonio e della famiglia. Ogni annuncio di questo Vangelo che non sia in grado di rispondere a tale sfida alla razionalità (intesa come intima corrispondenza tra desiderium naturale dell'uomo e Vangelo annunciato dalla Chiesa) sarebbe inefficace. Per questo è necessario, oggi più che mai, mostrare la credibilità interiore della verità sull'uomo che è alla base dell'istituzione dell'amore coniugale. A differenza degli altri sacramenti, il matrimonio appartiene anche all'economia della Creazione, iscrivendosi in una dinamica naturale nel genere umano. È necessario, in secondo luogo, intraprendere uno sforzo di riflessione sulle basi fondamentali, sui principi essenziali che ispirano le attività educative nei diversi ambiti e istituzioni. Quale è la filosofia delle istituzioni educative oggi nella Chiesa, e come tradurre questi principi in un'educazione appropriata al matrimonio e alla famiglia, come strutture fondamentali e necessarie alla società?
Attenzione e avvicinamento pastorale
(49) Un atteggiamento di comprensione nei confronti della problematica esistenziale e delle scelte delle persone che vivono un'unione di fatto è legittimo, e in alcune circostanze un dovere. Alcune di queste situazioni devono perfino suscitare vera e propria compassione. Il rispetto della dignità delle persone non è messo in discussione. Tuttavia, la comprensione delle circostanze e il rispetto delle persone non equivalgono a una giustificazione. In tali circostanze, conviene piuttosto sottolineare che la verità è un bene essenziale delle persone e un fattore d'autentica libertà. L'affermazione della verità non costituisce un'offesa, ma è al contrario una forma di carità, di modo che il «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo» sia «eminente forma di carità verso le anime» [101], a condizione che questa sia accompagnata «con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l'esempio, nel trattare con gli uomini» [102]. I cristiani devono pertanto cercare di comprendere le cause individuali, sociali, culturali e ideologiche della diffusione delle unioni di fatto. Bisogna ricordare che una pastorale intelligente e discreta può, in certi casi, contribuire alla riabilitazione "istituzionale" di queste unioni. Le persone che si trovano in questa situazione devono essere prese in considerazione, caso per caso e in maniera prudente, nel quadro della pastorale ordinaria della comunità ecclesiale, mediante un'attenzione ai loro problemi e alle difficoltà che ne derivano, un dialogo paziente e un aiuto concreto, specialmente nei confronti dei figli. Anche in questo aspetto della pastorale, la prevenzione è un atteggiamento prioritario.
(50) Nel corso dei secoli, la saggezza delle nazioni ha riconosciuto sostanzialmente, malgrado alcune limitazioni, l'esistenza e la missione fondamentale e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio. La famiglia è un bene necessario e insostituibile per tutta la società. Essa ha un vero e proprio diritto, in giustizia, a essere riconosciuta, protetta e promossa dall'insieme della società. È tutta la società che subisce un pregiudizio quando si attenta, in un modo o nell'altro, a questo bene prezioso e necessario per l'umanità. La società non può restare indifferente di fronte al fenomeno sociale delle unioni di fatto, e al declassamento dell'amore coniugale che implica. La soppressione pura e semplice del problema mediante la falsa soluzione del riconoscimento delle unioni di fatto, collocandole pubblicamente a un livello simile e perfino equiparandole alle famiglie fondate sul matrimonio, non costituisce soltanto un pregiudizio comparativo per il matrimonio (danneggiando, ancor più, la famiglia, questa necessaria istituzione naturale che oggi avrebbe tanto bisogno, al contrario, di politiche familiari vere). Essa denota ugualmente un profondo disconoscimento della verità antropologica dell'amore umano tra l'uomo e la donna e dell'aspetto che le è indissociabilmente legato, quello di essere un'unità stabile e aperta alla vita. Tale disconoscimento diventa ancora più grave quando si ignora la differenza essenziale e molto profonda esistente tra l'amore coniugale derivante dall'istituto matrimoniale e i rapporti omosessuali. L' "indifferenza" delle amministrazioni pubbliche su questo punto rassomiglia molto all'apatia di fronte alla vita o alla morte della società, a una indifferenza di fronte alla sua proiezione nell'avvenire o al suo degrado. In assenza di misure opportune, questa "neutralità" rischia di sfociare in un grave deterioramento del tessuto sociale e della pedagogia delle generazioni a venire. La valorizzazione insufficiente dell'amore coniugale e della sua apertura intrinseca alla vita, con l'instabilità che ne deriva nella vita familiare, è un fenomeno sociale che richiede un discernimento appropriato da parte di tutti coloro che si sentono riguardati dal bene della famiglia, e in particolare dei cristiani. Si tratta anzitutto di riconoscere le vere cause (ideologiche ed economiche) di un tale stato di cose, e di non cedere alle rivendicazioni demogogiche di gruppi di pressione che non tengono conto del bene comune della società. Per la Chiesa Cattolica, nella sua sequela di Gesù Cristo, la famiglia e l'amore coniugale sono un dono di comunione del Dio della Misericordia con l'umanità, un tesoro prezioso di santità e di grazia che risplende in mezzo al mondo. Per questo essa invita tutti coloro che lottano per la causa dell'uomo a unire i loro sforzi in vista della promozione della famiglia e della sua intima fonte di vita che è l'unione coniugale.
Città del Vaticano, 26 luglio 2000, Festa di San Gioacchino e Sant'Anna
Cardinal Alfonso López Trujillo, Presidente
S.E. Monsignor Francisco Gil Hellín, Segretario
[1] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n. 47
[2] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen gentium n. 11, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 11.
[3] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2331-2400, 2514-2533; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 8-2-1995.
[4] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 80.
[5] In questi paesi, l'azione umanizzatrice e pastorale della Chiesa, nella sua opzione preferenziale per i poveri, è stata orientata, in generale, verso la "regolarizzazione" di queste unioni, mediante la celebrazione del matrimonio (o mediante la convalida o sanatoria, a seconda dei casi) in conformità all'atteggiamento ecclesiale di impegno a favore della santificazione delle famiglie cristiane.
[6] Diverse teorie costruzioniste sostengono oggi concezioni differenti sul modo in cui la società dovrebbe - secondo quanto sostengono - cambiare adattandosi ai diversi "generi" (ad esempio nell'educazione, la sanità, ecc.). Alcuni sostengono l'esistenza di tre generi, altri cinque, altri sette, altri ancora un numero che può variare in funzione di diverse considerazioni.
[7] Tanto il marxismo quanto lo strutturalismo hanno contribuito in misura differente al consolidamento di questa ideologia di "gender", che ha subito diversi influssi, quali la "rivoluzione sessuale", con postulati come quelli rappresentati da W. Reich (1897-1957) che appella alla "liberazione" da qualunque disciplina sessuale, o Herbert Marcuse (1898-1979) che invita a sperimentare ogni tipo di situazione sessuale (intesa a partire da un polimorfismo sessuale di orientamento indifferentemente "eterosessuale" - cioè l'orientamento sessuale naturale - o omosessuale), slegata dalla famiglia e da qualsiasi finalismo naturale di differenziazione tra i sessi, così come da qualsiasi ostacolo derivante dalla responsabilità procreativa. Un certo femminismo radicalizzato ed estremista, rappresentato da Margaret Sanger (1879-1966) e da Simone de Beauvoir (1908-1986) non può essere collocato al margine di questo processo storico di consolidamento di una ideologia. In questo modo, "eterosessualità" e monogamia sarebbero solo casi possibili di pratica sessuale.
[8] Questo atteggiamento ha incontrato, purtroppo, un'accoglienza favorevole presso numerose istituzioni internazionali importanti, e si è tradotto nel conseguente deterioramento del concetto stesso di famiglia, il cui fondamento è, necessariamente, il matrimonio. Tra queste istituzioni, alcuni Organismi della stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, sembrano aver aderito recentemente ad alcune di queste teorie, ignorando con ciò l'autentico significato dell'articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, che qualifica la famiglia come "nucleo naturale e fondamentale della società". Cfr. Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia e Diritti umani, 1999, n. 16.
[9] Aristotele, Politica, I, 9-10 (Bk 1253a)
[10] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2207
[11] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 18
[12] Giovanni Paolo II, Allocuzione durante l'Udienza generale del 1-12-1999
[13] Concilio vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n. 47
[14] "A prescindere dalle correnti di pensiero, esiste un insieme di conoscenze in cui è possibile ravvisare una sorta di patrimonio spirituale dell'umanità. È come se ci trovassimo dinanzi a una filosofia implicita per cui ciascuno sente di possedere questi principi, anche se in forma generica e non riflessa. Queste conoscenze, proprio perché condivise in qualche misura da tutti, dovrebbero costituire come un punto di riferimento delle diverse scuole filosofiche. Quando la ragione riesce a intuire e a formulare i principi primi e universali dell'essere e a far correttamente scaturire da questi conclusioni coerenti di ordine logico e deontologico, allora può dirsi una ragione retta o, come la chiamavano gli antichi, orthòs logos, recta ratio". Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, n. 4.
[15] Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 10.
[16] "Il rapporto fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell'oceano sconfinato della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare". Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, n. 23. "Il vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani ." Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, n. 101.
[17] Giovanni Paolo II, Allocuzione al Forum delle Associazioni Cattoliche d'Italia, 27-6-1998.
[18] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Dichiarazione sulla Risoluzione del Parlamento Europeo che equipara la famiglia alle 'unioni di fatto', comprese quelle omosessuali, 17-3-2000
[19] Sant'Agostino, De libero arbitrio, I, 5, 11
[20] "La vita sociale e il suo apparato giuridico esige un fondamento ultimo. Se non esiste altra legge oltre la legge civile, dobbiamo ammettere allora che qualsiasi valore, perfino quelli per i quali gli uomini hanno lottato e considerato passi avanti cruciali nella lunga marcia verso la libertà, possono essere cancellati da una semplice maggioranza di voti. Quelli che criticano la legge naturale, non debbono chiudere gli occhi di fronte a questa possibilità, e quando promuovono leggi - in contrasto con il bene comune nelle sue esigenze fondamentali - debbono tener conto di tutte le conseguenze delle proprie azioni, perché possono sospingere la società verso una direzione pericolosa". Discorso del Card. A. Sodano al Secondo Incontro di politici e legislatori d'Europa, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, 22-24 ottobre 1998.
[21] In Europa, ad esempio, nella Costituzione della Germania: "Il matrimonio e la famiglia trovano particolare protezione nell'ordinamento dello Stato" (Art. 6); Spagna: "I pubblici poteri assicurano la protezione sociale, economica e giuridica della famiglia" (Art. 39); Irlanda: "Lo Stato riconosce la famiglia come il gruppo naturale primario e fondamentale della società e come istituzione morale dotata di diritti inalienabili e imprescrittibili, anteriori e superiori a ogni diritto positivo. Per questo lo Stato si impegna a proteggere la costituzione e l'autorità della famiglia come fondamento necessario dell'ordine sociale e come elemento indispensabile per il benessere della Nazione e dello Stato" (Art. 41); Italia: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" (Art. 29); Polonia: "Il matrimonio, cioè l'unione di un uomo e di una donna, così come la famiglia, la paternità e la maternità, devono trovare protezione e cura nella Repubblica di Polonia" (Art. 18); Portogallo: "La famiglia, come elemento fondamentale della società, ha diritto alla protezione della società e dello Stato e alla realizzazione di tutte le condizioni che permettano la realizzazione personale dei loro membri" (Art.67). Anche nelle Costituzioni del resto del mondo: Argentina: "La legge stabilirà . la protezione integrale della famiglia" (Art. 14); Brasile: "La famiglia, base della società, è oggetto di speciale protezione da parte dello Stato" (Art. 226); Cile: "La famiglia è il nucleo fondamentale della società. E' dovere dello Stato assicurare protezione alla popolazione e alla famiglia ." (Art.1); Repubblica Popolare di Cina: "Lo Stato protegge il matrimonio, la famiglia, la maternità e l'infanzia" (Art. 49); Colombia: "Lo Stato riconosce, senza alcuna discriminazione, la primazia dei diritti inalienabili della persona e protegge la famiglia come istituzione fondamentale della società" (Art. 5); Corea del Sud: "Il matrimonio e la vita familiare si fondano sulla dignità individuale e l'uguaglianza tra i sessi; lo Stato metterà in atto tutti i mezzi a sua disposizione per raggiungere questo scopo" (Art. 36); Filippine: "Lo Stato riconosce la famiglia filippina come fondamento della Nazione. Di conseguenza deve essere intensamente favorita la solidarietà, la sua attiva promozione e il suo totale sviluppo. Il matrimonio è un'istituzione sociale inviolabile, è fondamento della famiglia e deve essere protetto dallo Stato" (Art. 15); Messico: "La Legge . proteggerà l'organizzazione e lo sviluppo della famiglia" (Art. 4); Perù: "La comunità e lo Stato . proteggono anche la famiglia e promuovono il matrimonio; li riconoscono come istituzioni naturali e fondamentali della società" (Art. 4); Ruanda: "La famiglia, in quanto base naturale del popolo ruandese, sarà protetta dallo Stato" (Art. 24).
[22] "Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha valore di legge, in quanto è derivata dalla legge naturale. Se poi in qualche cosa contrasta con la legge naturale non è più legge, ma corruzione della legge". San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, I-II, q.95, a.2.
[23] Giovanni Paolo II, Discorso al Secondo Incontro di Politici e Legislatori d'Europa organizzato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, 23-10-1998.
[24] Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus annus, n. 46
[25] "In quanto responsabili politici e legislatori che intendono essere fedeli alla Dichiarazione Universale, ci impegniamo a promuovere e a difendere i diritti della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. Ciò deve essere fatto a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale e internazionale. Solo così potremo essere veramente al servizio del bene comune, a livello sia nazionale che internazionale", Conclusioni del Secondo Incontro di politici e legislatori d'Europa, 4.1.
[26] "La famiglia è il nucleo centrale della società civile. Ha certamente un ruolo economico importante, che non può essere dimenticato, in quanto costituisce il più grande capitale umano, ma la sua missione include molti altri compiti. È prima di tutto una comunità naturale di vita, una comunità fondata sul matrimonio e che quindi presenta una coesione superiore a quella di qualsiasi altra comunità sociale", Dichiarazione finale del III Incontro di politici e legislatori d'America, Buenos Aires, 3-5 agosto 1999, 7.
[27] Cfr. Carta dei Diritti della Famiglia, Preambolo.
[28] Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), n. 8
[29] Cfr. Catechismo della Chiesa Catotlica, n. 2333; Gratissimam sane (Lettera alle famiglie), n. 8.
[30] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n. 49.
[31] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2332; Giovanni Paolo II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 21-1-1999.
[32] Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), nn. 7-8.
[33] Giovanni Paolo II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 21-1-1999.
[34] Ibid.
[35] Ibid.
[36]Ibid.
[37] "Il matrimonio determina il quadro giuridico che favorisce la stabilità della famiglia. Permette il rinnovamento delle generazioni. Non è un semplice contratto o un affare privato, bensì costituisce una delle strutture fondamentali della società, di cui mantiene la coerenza". Dichiarazione del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Francese, a proposito della proposta di legge di "patto civile di solidarietà", 17-9-1998.
[38] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 19.
[39] Giovanni Paolo II, Discorso al Tribunale della Rota Romana, 21-1-1999
[40] "Non c'è equivalenza tra la relazione di due persone dello stesso sesso e quella formata da un uomo e una donna. Solo quest'ultima può essere qualificata di coppia, perché implica la differenza sessuale, la dimensione coniugale, la capacità di esercizio della paternità e della maternità. L'omosessualità, evidentemente, non può rappresentare questo insieme simbolico". Dichiarazione del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Francese, a proposito della proposta di legge di "patto civile di solidarietà", 17-9-1998.
[41] Riguardo al grave disordine morale intrinseco, contrario alla legge naturale, degli atti omosessuali cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Ist. Persona humana, 29-12-1975; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 8-12-1995, n. 104.
[42] Giovani Paolo II, Discorso ai partecipanti della XIV Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Cfr. Giovanni Paolo II, parole pronunciate durante l'Angelus del 19-6-1994.
[43] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Dichiarazione sulla Risoluzione del Parlamento Europeo che equipara la famiglia alle 'unioni di fatto', comprese quelle omosessuali, 17-3-2000.
[44] "Non possiamo ignorare che, come riconoscono alcuni dei suoi promotori, una tale legislazione costituisce un primo passo, ad esempio, verso l'adozione di bambini da parte di persone che vivono un rapporto omosessuale. Abbiamo paura per il futuro, mentre deploriamo quanto successo nel passato". Dichiarazione del Presidente della Conferenza Episcopale Francese, dopo la promulgazione del "patto civile di solidarietà", 13-10-1999.
[45] Giovanni Paolo II, parole pronunciate durante l'Angelus del 20-2-1994.
[46] Cfr. Nota della Commissione Permanente della Conferenza Episcopale Spagnola (24-6-1994), in occasione della Risoluzione dell'8 febbraio 1994 del Parlamento Europeo su uguaglianza di diritti di omosessuali e lesbiche.
[47] Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), n. 11.
[48] Ibid., n. 14.
[49] Ibid., n. 17 in fine
[50] Carta dei diritti della famiglia, Preambolo, D
[51] Ibid., Preambolo (passim) e art. 6.
[52] Ibid., Preambolo B e I.
[53] Ibid., Preambolo C e G.
[54] Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), nn. 9-11.
[55] Giovanni Paolo II, Allocuzione del 26-12-1999
[56] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 21; cfr. Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), nn. 13-15.
[57] Carta dei Diritti della Famiglia, Preambolo, F; cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 21.
[58] Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, n. 91 e 94.
[59] Carta dei Diritti della Famiglia, Preambolo, E.
[60] Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, n. 92.
[61] Carta dei Diritti della Famiglia, Preambolo, H-I.
[62] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, nn. 23-24.
[63] Ibid. n. 25.
[64] Ibid., nn. 28-35; Carta dei Diritti della Famiglia, art. 3.
[65] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 20; Carta dei Diritti della Famiglia, art. 6.
[66] Carta dei Diritti della Famiglia, art. 2, b e c; art. 7.
[67] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, nn. 36-41; Carta dei Diritti della Famiglia, art. 5; Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie), n. 16.l
[68] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, nn. 42-48; Carta dei Diritti della Famiglia, art. 8-12;
[69] Carta dei Diritti della Famiglia, art. 1, c.
[70] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, n. 4.
[71] Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, n. 20; cfr. ibid., n. 19.
[72] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 6; cfr. Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettere alle Famiglie), n. 13.
[73] Concilio di Trento, Sessioni VII e XXIV.
[74] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 68.
[75] Codice di Diritto Canonico, c. 1055 § 1; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1601.
[76] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n.. 48-49.
[77] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 21-1-2000.
[78] Concilio vaticano II, Cost. Gaudium et spes, n. 48
[79] Ibid.
[80] Cfr. Codice di Diritto Canonico e Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, rispettivamente del 1983 e del 1990.
[81] Concilio Vaticano II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 49.
[82] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 68.
[83] Ibid., n. 81.
[84] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, n. 93.
[85] Giovanni Paolo II, Allocuzione durante l'Udienza generale del 5-9-1979. Con questa Allocuzione inizia il Ciclo di catechesi conosciuto come "Catechesi sull'amore umano".
[86] "Cristo non accetta di entrare nella discussione al livello in cui i suoi interlocutori volevano introdurla. In un senso, egli non approva la dimensione che vogliono dare al problema. Evita di lasciarsi implicare in controversie giuridico-casuistiche, e al contrario si riferisce, in due occasioni, al 'principio' ". Giovanni Paolo II, Allocuzione all'Udienza generale del 5-9-1979.
[87] "Non si può negare che l'uomo si dà sempre in una cultura particolare, ma pure non si può negare che l'uomo non si esaurisce in questa stessa cultura. Del resto, il progresso stesso delle culture dimostra che nell'uomo esiste qualcosa che trascende le culture. Questo 'qualcosa' è precisamente la natura dell'uomo: proprio questa natura è la misura della cultura ed è la condizione perché l'uomo non sia prigioniero di nessuna delle sue culture, ma affermi la sua dignità personale nel vivere conformemente alla verità profonda del suo essere". Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, n. 53.
[88] La legge naturale "non è altro che la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare. Dio ha donato questa luce e questa legge nella Creazione". San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II p. 93, a.3, ad 2um. Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, nn. 35-53.
[89] Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor nn. 62-64.
[90] Per mezzo della grazia matrimoniale i coniugi "si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale e nell'accettazione ed educazione della prole" Concilio Vaticano II, Cost. Lumen Gentium, n. 11. Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1641-1642.
[91] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 81.
[92] Ibid., infra.
[93] Cfr. prima, numeri 4-8
[94] Giovanni Paolo II,Es. Ap. Familiaris consortio, n. 81
[95] Giovanni Paolo II, Gratissimam sane (Lettera alle Famiglie). N. 29.
[96] Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 55.
[97] Cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Familiaris consortio, n. 66.
[98] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Preparazione al Sacramento del Matrimonio, n. 1.
[99] Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, n. 97.
[100] Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, n. 73.
[101] Paolo VI, Enc. Humanae vitae, n. 29.
[102] Ibid.
Ecco di seguito un commento in cui il nostro portavoce ha riassunto le riflessioni che il gruppo ha fatto sul documento pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia nel Luglio del 2000.
Scrivo un po’ trepidando: mi hanno chiesto di commentare il documento con cui il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha condannato qualunque forma di riconoscimento delle coppie di fatto e mi ritrovo un po’ spiazzato. Non ho infatti competenze giuridiche e teologiche specifiche e l’unica competenza che ho è quella di una persona che, essendo omosessuale, non potrà mai accedere al matrimonio così come è concepito nella nostra cultura. Nel leggere le parole con cui il documento viene presentato mi ritrovo nei panni dell’uomo della strada che è chiamato a dire la sua su un testo elaborato al termine di un percorso che ha coinvolto numerosi specialisti e che si rivolge non tanto a quelli come me, ma a quanti ricoprono posizioni importanti. Il documento esordisce infatti osservando che: «Il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha organizzato, nel corso del 1999 e nei primi mesi del 2000, una serie di riunioni di studio cui hanno partecipato eminenti personalità e prestigiosi esperti di tutto il mondo, al fine di analizzare adeguatamente questo delicato problema, di così vasta portata per la Chiesa e per il mondo. Il presente documento è frutto di questo lavoro» e continua la premessa osservando che «Si rende necessaria e urgente una parola di orientamento, diretta soprattutto a quanti hanno responsabilità in questa materia. Sono loro, in effetti, che, nelle loro attività legislative, possono dare consistenza giuridica all'istituzione matrimoniale o, al contrario, diminuire la consistenza del bene comune che questa istituzione naturale protegge, partendo da una visione dei problemi personali che non corrisponde alla realtà».
Credo che sia naturale che io scriva con l’imbarazzo dell’intruso che interviene in una discussione in cui nessuno l’ha interpellato. Starei senz’altro zitto se non sapessi che questa stessa discussione tocca nel vivo la mia vita e quella di tutti quelli che sono come me e che, per tanti motivi, non hanno la fortuna che ho io di poter esprimere liberamente la loro opinione. Con l’umiltà di chi sa di essere un intruso in un mondo di addetti ai lavori, e con la fierezza di chi fonda la propria autorità su esperienze vissute sulla propria pelle mi accingo quindi a scrivere il mio commento.
Tutto il documento che il Pontificio Consiglio per la Famiglia propone all’attenzione dell’opinione pubblica è attraversato da un equivoco terminologico che va chiarito una volta per tutte: troppo spesso infatti si sostituisce alla corretta espressione di “famiglia fondata sul matrimonio” la più sbrigativa, ma oggettivamente più generica espressione di “famiglia”. Si tratta di una confusione che, nel linguaggio comune, è senz’altro giustificata. Questa giustificazione, però, viene meno quando si ha a che fare con un documento che si propone di valutare le differenze che possono esserci tra la famiglia fondata sul matrimonio e quelli che potremmo tranquillamente definire come altre forme famigliari fondate sull’intimità sessuale.
La chiesa stessa utilizza la parola famiglia per indicare forme di convivenza diverse da quelle fondate sull’istituto matrimoniale: si parla infatti di ‘famiglie religiose’, si parla ancora di ‘famiglie di elezione’. Perché la società non può quindi utilizzare il termine famiglia per indicare altre forme di convivenza fondate sull’intimità sessuale? Se le parole hanno infatti una storia (ed è questo il motivo che mi ha sempre spinto a non usare mai il termine ‘matrimonio’ per indicare un’unione omosessuale, anche quando sembra essere fondata su una amore che ha tutte le caratteristiche dell’amore coniugale), è anche vero che questa storia non può essere improvvisamente stravolta da qualcuno che si arroga una sorta di diritto di proprietà su quelle stesse parole.
Il termine ‘famiglia’ indica un’unione di vita tra persone che scelgono, per motivi diversi, di condividere la quotidianità e con questa accezione comprende sia le famiglie fondate sul matrimonio (indicate spesso erroneamente come famiglie tout court dalla Santa Sede), sia le famiglie fondate su scelte che non hanno nulla a che fare con l’intimità sessuale (si pensi alle comunità religiose, oppure alle convivenze tra una persona anziana e la persona che l’assiste), sia infine le unioni di fatto così come sono definite nel documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia quando dice che: «L'espressione "unione di fatto" abbraccia un insieme di realtà umane molteplici ed eterogenee, che hanno come elemento comune quello di essere delle convivenze (di tipo sessuale) senza matrimonio. Le unioni di fatto sono caratterizzate precisamente dal fatto che esse ignorano, rimandano o perfino rifiutano l'impegno coniugale».
Nel suo processo di distinzione tra famiglia fondata sul matrimonio e famiglia fondata sull’unione di fatto il Pontificio Consiglio per la Famiglia afferma che: «Con il matrimonio si assumono pubblicamente, mediante il patto d'amore coniugale, tutte le responsabilità che derivano dal vincolo così stabilito» e, riprendendo un discorso di Giovanni Paolo II osserva che l’amore coniugale: «Non è solo né soprattutto sentimento; è invece essenzialmente un impegno verso l'altra persona, impegno che si assume con un preciso atto di volontà. Proprio questo qualifica tale amore rendendolo coniugalis. Una volta dato ed accettato l'impegno per mezzo del consenso, l'amore diviene coniugale e mai perde questo carattere». Come si vede la caratteristica specifica dell’amore coniugale è un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’altro, un’assunzione che va al di là di un particolare sentimento o di un particolare stato d’animo. Un’assunzione di responsabilità che rende il rapporto di coppia qualche cosa di ‘socialmente significativo’, perché porta le due persone che lo vivono ad assumersi compiti di assistenza reciproca che altrimenti non esisterebbero.
Ma questo tipo di amore è possibile solo all’interno di una famiglia fondata sul matrimonio? O magari può sussistere anche in una coppia di persone che, per motivi diversi, non arriva a dare forma matrimoniale al suo tipo di unione? Direi che la risposta la fornisce lo stesso Pontificio Consiglio per la Famiglia, quando analizza i vari tipi di unione di fatto. Accanto alle unioni che non sfociano nel matrimonio per ragioni che potremmo definire ‘ideologiche’, legate fondamentalmente al rifiuto di qualunque vincolo che implica l’assunzione di una responsabilità nei confronti del partner, vengono infatti ricordati altri tipi di unione che non sfociano in un matrimonio per motivi molto più concreti: di tipo economico («Alcune persone che convivono giustificano la loro scelta con motivi economici o per evitare difficoltà legali»); di tipo sociale («In alcuni paesi, la maggior parte delle unioni di fatto è dovuta ad una disaffezione al matrimonio, non per motivi ideologici, bensì per l'assenza di una formazione adeguata alla responsabilità, prodotta della situazione di povertà e di emarginazione dell'ambiente in cui vivono»); di tipo culturale («Altrove è più frequente che ci sia coabitazione, per periodi di tempo più o meno lunghi, fino al concepimento o alla nascita del primo figlio. Questi costumi corrispondono a pratiche ancestrali e tradizionali, particolarmente forti in certe regioni dell'Africa e dell'Asia»). Tra questi motivi si potrebbero inserire anche le situazioni che vivono persone dello stesso sesso che, pur sentendosi chiamate a vivere la loro relazione d’amore in maniera responsabile, secondo le modalità che sono proprie di quello che sopra abbiamo definito come ‘amore coniugale’, non possono accedere all’istituto del matrimonio.
A questo punto occorre chiedersi se sia o meno il caso di riconoscere i diritti e i doveri di queste famiglie fondate comunque sull’amore coniugale prevedendo un istituto diverso dal matrimonio. La risposta che il Pontificio Consiglio per la Famiglia è negativa e si basa sull’osservazione che non tutti gli aspetti che riguardano la vita privata di una persona vanno regolamentati per legge ricorrendo al diritto pubblico. Non a caso si legge che: «Occorre tenere ben presente, nello stesso ordine di principi, la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato. Nel primo caso, la società e i poteri pubblici hanno il dovere di proteggerlo e promuoverlo. Nel secondo caso, lo Stato deve limitarsi a garantire la libertà. Dove l'interesse è pubblico, interviene il diritto pubblico. E ciò che risponde a interessi privati, deve essere rimesso, al contrario, all'ambito privato. Il matrimonio e la famiglia rivestono un interesse pubblico e sono il nucleo fondamentale della società e dello Stato; come tali, devono essere riconosciuti e protetti. Due o più persone possono decidere di vivere insieme, con o senza relazione sessuale, però questa convivenza o coabitazione non riveste per questo interesse pubblico. I poteri pubblici possono evitare di intromettersi in questa scelta, che ha carattere privato. Le unioni di fatto sono la conseguenza di comportamenti privati e su questo piano privato dovrebbero restare».
Se questa osservazione è comunque esatta, occorre però chiedersi se un’unione di fatto fondata su un impegno reciproco all’assistenza e alla fedeltà non abbia comunque una valenza pubblica il cui riconoscimento comporterebbe un vantaggio oggettivo per la società stessa, chiamando il partner della coppia di fatto ad assumersi delle responsabilità collegate al fatto che la sua unione è stata riconosciuta. Riconoscere un istituto giuridico significa infatti non solo definire i diritti che hanno coloro che accedono a questo stesso istituto, ma significa anche stabilire i doveri che queste stesse persone debbono assumersi per non essere sanzionati dalla legge.
La legge sulle Lebenpartnerschaft che, in Germania, regola le unioni di fatto è, ad esempio, molto rigorosa nello stabilire i doveri che i partner assumono reciprocamente nel momento in cui chiedono che la loro unione venga riconosciuta. Tra questi doveri ce ne sono alcuni che alleggeriscono il peso che eventuali situazioni di difficoltà di uno dei partner potrebbero avere sulla collettività, addossando all’altro partner il compito di garantire un concreto aiuto economico indipendentemente dal fatto che l’unione di fatto sia ancora vissuta o abbia cessato di esistere. In questo caso è una scelta politica saggia intervenire per stabilire quali sono i doveri che si assumono i partner di una coppia quando chiedono il riconoscimento della loro unione. Così come è altrettanto saggio stabilire le sanzioni in cui possono incorrere coloro che, dopo aver chiesto il riconoscimento del loro status di conviventi, non rispettano questi stessi doveri.
Purtroppo il Pontificio Consiglio per la Famiglia non sembra vedere ciò che è invece evidente, ovvero la possibilità, all’interno di un’unione di fatto, di vivere una relazione d’amore con quelle caratteristiche di responsabilità e di continuità che fanno di quello stesso amore un amore coniugale. Solo partendo da questa visione distorta della realtà si può infatti scrivere che: «Effettivamente, tutte queste situazioni (di unione di fatto) si consolidano in forme diverse di relazione, ma tutte sono in contrasto con una vera e totale donazione reciproca, stabile e socialmente riconosciuta». Questa stessa donazione, nel caso in cui ci fosse una legge sulle unioni di fatto che stabilisce non solo i diritti, ma anche i doveri di quanti accedono a questo istituto, potrebbe però avere quelle stesse caratteristiche di stabilità e di riconoscimento sociale che il Pontificio Consiglio per la Famiglia nega a priori. L’idea del cane che si morde la coda, giustificando le proprie posizioni con le conseguenze negative della situazione che si ostina a difendere sorge spontanea a chi si avvicina a questo documento.
La necessità di stabilire per legge diritti e doveri all’interno di un’unione di fatto sarebbe inconsistente nel caso in cui questo istituto riguardasse una minoranza insignificante. Purtroppo la complessità delle dinamiche sociali che caratterizzano la società contemporanea, hanno fatto levitare in maniera impressionante il numero di coloro che potrebbero alleggerire la società di alcuni compiti, facendosi carico dei doveri che il riconoscimento delle unioni di fatto comporterebbero. E a nulla vale l’appello a modelli di famiglia pre moderna che il documento della Santa Sede fa quando parla di famiglia come luogo in cui si realizza lo scambio di esperienze tra le varie generazioni. Si legge ad esempio nel documento Vaticano: «In effetti, in seno alla famiglia nata da un vincolo coniugale, non solo le nuove generazioni sono accolte e imparano a partecipare ai compiti comuni, ma anche le generazioni precedenti (nonni) hanno l'occasione di contribuire all'arricchimento comune: trasmettere le loro esperienze, sentire ancora una volta la validità del loro servizio, confermare la loro piena dignità di persone per il fatto di essere valorizzati e amati per se stessi, partecipando al dialogo intergenerazionale, spesso così fecondo. Allo stesso tempo, le persone della terza età possono guardare all'avvenire con fiducia e sicurezza, sapendo che saranno circondate e curate da coloro che hanno curato per lunghi anni. A questo proposito, sappiamo che, quando una famiglia assolve veramente il proprio ruolo, la qualità d'attenzione agli anziani non può essere sostituita - almeno sotto certi aspetti - da quella delle istituzioni estranee al loro ambiente, per quanto eccellenti e dotate delle attrezzature più avanzate sul piano tecnico». Purtroppo le statistiche ci dicono che sono ormai moltissime le coppie che sono costrette ad allevare i figli senza avvalersi dell’aiuto di qualche nonno. Solo in una società caratterizzata da una grande stabilità la cosa è la norma. In una società in cui le esigenze abitative e quelle collegate al lavoro impongono dei trasferimenti il quadretto idilliaco che così ben descrivono in Vaticano, viene per forza meno.
Tra l’altro, se ci si preoccupasse davvero del problema di salvaguardare i diritti dei minori, occorrerebbe farsi carico del problema di garantire continuità educativa agli eventuali figli presi in carico dalla coppia che si è venuta a creare. Al di là di tutte le polemiche che ci possono essere sull’eventualità di dare in adozione un minore a una coppia di fatto ci sono i problemi legati alle situazioni che vivono i figli che uno dei due partner ha avuto prima di conoscere il compagno attuale. Se infatti, per qualche motivo, questa persona è titolare dell’affido di questi figli è naturale che il processo educativo coinvolga anche il partner. Cosa succede quando il genitore naturale viene a mancare? La legge, in assenza di un riconoscimento giuridico degli eventuali diritti e dei doveri del partner di quest’ultimo, lascia il minore in balia di situazioni assurde che solo un pregiudiziale rifiuto della realtà si può ostinare a non voler regolamentare.
L’argomento principale che viene addotto per dire no a qualunque forma di riconoscimento delle unioni di fatto è che questa scelta danneggerebbe il matrimonio. Sinceramente faccio fatica a vedere in che modo possa realizzarsi questa eventualità a meno che il matrimonio stesso, così come è descritto dalla Chiesa non sia talmente in crisi da non reggere l’impatto del riconoscimento di forme di convivenza più leggere.
Quello che dicono le statistiche relative ai paesi in cui le Unioni di fatto sono riconosciute da anni è che non c’è alcun legame tra il loro riconoscimento e la crisi del matrimonio. Allo stesso modo non c’è nessun legame tra il riconoscimento delle Unioni di fatto e la capacità procreativa di una popolazione: da questo punto di vista è indicativo il fatto che l’Italia, ovvero lo Stato europeo con il tasso di fecondità più basso è anche uno dei pochi Stati occidentali in cui le unioni di fatto non sono riconosciute.
Una cosa che invece è emersa nelle ricerche sociologiche è la maggiore propensione di quanti decidono di chiedere il riconoscimento della loro unione di accedere, in un secondo momento, all’istituto del matrimonio. Da questo punto di vista sembra addirittura che una legge ben fatta, che regolamenta i diritti e i doveri di quanti vivono in una coppia di fatto, sia di vantaggio a un istituto matrimoniale la cui crisi non è legata alla concorrenza di altre forme di convivenza.
Alla luce di queste premesse risulta del tutto gratuita l’affermazione, fatta dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, secondo cui: «Le unioni di fatto diventano istituzioni sanzionate a livello legislativo da diritti e da doveri a detrimento della famiglia fondata sul matrimonio». Analogamente non si capisce la seguente argomentazione: «Accordando un riconoscimento pubblico alle unioni di fatto, si crea un quadro giuridico asimmetrico: mentre la società assume obblighi rispetto ai conviventi delle unioni di fatto, questi non assumono verso la stessa gli obblighi propri del matrimonio. L'equiparazione aggrava questa situazione poiché privilegia le unioni di fatto rispetto al matrimonio, esonerandole dai doveri essenziali verso la società. Si accetta così una dissociazione paradossale che si traduce in pregiudizio per l'istituzione familiare». Si parte infatti dalla premessa sbagliata (tra l’altro citata in mala fede, perché in altri punti del testo questa stessa premessa viene negata) che una legge che regolamenta le unioni di fatto consista esclusivamente nel riconoscimento di alcuni diritti a cui accedono quanti si avvalgono di questo istituto. Questo rischio potrebbe esserci se si intervenisse esclusivamente facendo riferimento al diritto privato. Nella misura in cui, come avviene in tutti i paesi europei, l’intervento fosse fatto ricorrendo a un istituto di diritto pubblico, ai diritti che verrebbero riconosciuti, si assocerebbero dei precisi doveri che i partner della coppia assumono reciprocamente quali l’assistenza, il riconoscimento di un assegno di mantenimento in caso di fine dell’unione oppure il mantenimento dei figli minori.
Il riconoscimento giuridico delle Unioni di fatto può danneggiare l’istituto matrimoniale solo nel caso in cui si dia alla norma giuridica un valore fondante nei confronti delle scelte morali della popolazione. Ma questa idea è legata a una concezione di Stato etico che, per fortuna, l’occidente democratico ha abbandonato da tempo. In realtà questa concezione viene fuori in maniera abbastanza evidente nel testo proposto dal Pontificio Consiglio per la Famiglia quando si legge: «Spetta dunque ai responsabili politici di vegliare (non solo al livello dei principi bensì anche delle applicazioni) al fine di evitare un deterioramento, di gravi conseguenze presenti e future, del rapporto legge morale-legge civile e difendere il valore educativo-culturale dell'ordinamento giuridico». A quanti non si accorgono della gravità di una simile affermazione è il caso di ricordare i guai che furono fatti, durante il secolo scorso, da quei regimi che decisero di farsi carico del valore educativo culturale dell’ordinamento giuridico. Guai che la stessa Santa Sede non esitò a denunciare quando si accorse i principi a cui si ispiravano questi stessi valori educativi e culturali erano incompatibili con una visione cristiana della persona.
Uno Stato che non vuole farsi carico di processi educativi e formativi che giustamente vanno demandati ad altre agenzie (quali ad esempio le chiese presenti in quello stesso Stato) sa benissimo che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio non viene portata avanti negando la realtà delle unioni di fatto, ma sostenendo tutte quelle forme di tutela e di sostegno che possono aiutare le famiglie stesse a vivere meglio la loro esperienza.
Uno dei tanti casi in cui la scelta di convivere non è legata a un rifiuto di quello che sopra è stato decritto come l’amore coniugale, un amore cioè che supera il sentimento e diventa decisione responsabile di condividere con il compagno il resto della vita, sono senz’altro le unioni che hanno come protagoniste le persone omosessuali. Anche se in alcuni stati l’istituto del matrimonio non è vincolato all’alterità sessuale dei partner, la maggior parte degli ordinamenti giudiziari vincola il matrimonio alla convivenza stabile tra un uomo e una donna.
Personalmente non ho problemi nel condividere questa limitazione. Il matrimonio è un istituto strettamente legato alla procreazione, come dimostra la stessa etimologia del termine che sottolinea la finalità stessa del vincolo matrimoniale. La radice della parola matrimonio è legata all’idea di fornire alla madre (Matris munere) alcune elementi di sicurezza per darle la possibilità di garantire alla prole mezzi adeguati per sostentarla e una paternità sicura. Niente a che vedere, quindi con l’unione omosessuale, in cui la paternità e la maternità, nel momento in cui si presentano, non riguardano esclusivamente i due partner della coppia. Sono però convinto che non ci siano argomenti validi per non arrivare a un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto costituite da persone dello stesso sesso.
Contro questa ipotesi il Pontificio Consiglio per la Famiglia solleva due obiezioni. La prima è legata all’impossibilità evidente che una coppia omosessuale ha di trasmettere la vita. Si legge infatti nel documento sulle unioni di fatto: «Si rivela quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà coniugale all'unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzitutto, l'oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell'essere umano». La seconda è invece legata al fatto che non c’è alterità sessuale tra i coniugi: «È di ostacolo, inoltre, l'assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina».
La seconda di queste obiezioni direi che non ha nessuna consistenza. Non ha consistenza teologica perché il racconto della creazione, così come è ricordato nella Genesi, mette in evidenza, piuttosto che l’alterità tra i due partner della coppia, la loro affinità. Adamo sceglie Eva perché finalmente trova una persone simile a sé. La stessa frase, più volte ricordata per condannare l’omosessualità: «Maschio e femmina li creò», nel testo originale ebraico utilizza un unico termine (declinato prima al maschile e poi al femminile) per indicare il maschio e la femmina. Sembra ancora che l’autore del testo sia più preoccupato di sottolineare le affinità tra Adamo ed Eva, piuttosto che mettere in evidenza la loro alterità. Se poi leggiamo questo stesso racconto alla luce della rivelazione neotestamentaria e ricordiamo il brano in cui Paolo sostiene che: «Non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna: tutti noi siamo uno in Cristo Gesù nostro Salvatore». Quello che viene proposto è un superamento di tutti i paradigmi del passato e, tra questi, anche del paradigma che si basa su quell’alterità sessuale che viene ricordata con così tanta insistenza nei documenti prodotti dalla Santa Sede. Questa stessa obiezione non ha poi consistenza giuridica, perché le leggi di uno Stato laico vanno adottate in funzione del bene comune e nel rispetto della volontà popolare indipendentemente da qualunque riferimento di tipo religioso. Citare (tra l’altro a sproposito, come abbiamo appena dimostrato) il disegno del Creatore per dire che una legge non può essere fatta significa non essere in grado di argomentare in maniera corretta la propria (pur sempre legittima) opinione che resta così senza alcun sostegno che faccia riferimento alla retta ragione.
Quanto alla prima obiezione, pur riprendendo un dato di fatto oggettivo (l’amore coniugale all’interno di una coppia omosessuale non può far fruttificare il connubio attraverso la trasmissione della vita) dimentica che lo la trasmissione della vita non è l’unico fine delle relazioni costruite su un amore di tipo coniugale. Se così fosse occorrerebbe introdurre la prassi, poco diffusa in occidente, ma abbastanza comune in altre culture, di permettere l’accesso al matrimonio, ovvero all’unico istituto giuridico che, al momento, si fonda sull’amore coniugale, solo dopo che la convivenza ha dimostrato di essere in grado di accedere alla trasmissione della vita (si tratta in sostanza di una di quelle forme di unione di fatto che lo stesso Pontificio Consiglio per la Famiglia condanna dopo averla descritta con queste parole: «Altrove è più frequente che ci sia coabitazione, per periodi di tempo più o meno lunghi, fino al concepimento o alla nascita del primo figlio. Questi costumi corrispondono a pratiche ancestrali e tradizionali, particolarmente forti in certe regioni dell'Africa e dell'Asia»).
Ma anche se fosse possibile dimostrare uno stretto legame tra matrimonio cristiano e procreazione questo legame non potrebbe certo condizionare le leggi di uno Stato sovrano che non ha mai condizionato alla procreazione il riconoscimento di un’unione coniugale. Si potrebbe addirittura dire che, con l’adozione da parte dei paesi occidentali di un diritto di famiglia in cui sono riconosciuti i diritti dei figli nati al di fuori del matrimonio, questo legame viene addirittura messo da parte in favore di un più corretto riconoscimento dei diritti della persona indipendentemente dalle caratteristiche della sua nascita. Dire quindi che tra tue persone dello stesso sesso non può sussistere un amore di tipo coniugale perché il legame che le unisce non è in grado di trasmettere la vita significa dimenticare la stessa definizione di amore coniugale che il Pontificio Consiglio per la Famiglia propone come corretta quando ricorda che l’amore coniugale: «É essenzialmente un impegno verso l'altra persona, impegno che si assume con un preciso atto di volontà».
La breve analisi che ho appena concluso mette in evidenza il vero limite del documento con cui il Pontificio Consiglio per la Famiglia condanna il riconoscimento giuridico delle Unioni di fatto. Questo limite è legato a una assoluta mancanza di coerenza interna al documento stesso. Si dice infatti che ciò che dà valore sociale a una relazione di coppia è la presenza di un amore che, in quando responsabile, diventa coniugale e poi si nega la possibilità di avvicinarsi a questa forma di amore, facendosi carico dei doveri connessi al riconoscimento della loro relazione di coppia. Si sostiene che l’amore coniugale si fonda su un atto di volontà con cui ci si prende in carico in maniera definitiva il bene del compagno e poi si nega la possibilità che questo stesso amore possa sussistere tra due persone dello stesso sesso solo perché non possono procreare. Si sostiene che le Unioni di fatto «sono tutte in contrasto con una vera e totale donazione reciproca, stabile e socialmente riconosciuta» e poi ci si ostina nell’ostacolare in tutti i modi quante, fra queste stesse unioni, vogliono accedere a quel riconoscimento sociale e a quella stabilità la cui assenza viene contestata.
Da un testo che riassume due anni di riflessioni che hanno coinvolto teologi, antropologi, sociologi e giuristi ci si sarebbe aspettato qualche argomento più solido a sostegno di una posizione che vuole fare comunque riferimento a una retta ragione. A meno che la retta ragione, così come il buon senso non consiglino di fare i conti con la realtà e di regolamentare un fenomeno che diventa giorno dopo giorno sempre più importante.
Gianni Geraci, Portavoce del Guado