990210_Don_Leandro_Rossi.jpgQuale castità per gli omosessuali?

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10 Febbraio 1999 – Il moralista don Leandro Rossi accetta di tenere una relazione al Guado. Il tema scelto: «Quale castità per gli omosessuali?». All’inizio il clima è un po’ teso, poi la comunicazione diventa intensa e ancora, quelli di noi che c’erano, si emozionano quando ripensano a quest’uomo, ormai minato nel fisico dalla malattia che l’avrebbe ucciso, testimoniarci con la sua presenza e con le sua parole l’amore che la Chiesa ha per noi omosessuali.

Sommario

La relazione di don Leandro Rossi 1

Il dibattito. 7

 

La relazione di don Leandro Rossi

Ho deciso di non venire più a compromessi, ho deciso che devo dire la verità fino in fondo, perché solitamente noi teologuzzi non facciamo altro che ripetere ciò che hanno detto altri, magari incensando o adulando, oppure facciamo i diplomatici e stiamo attenti a farci capire senza magari dire le cose che vorremmo dire. Anche questa fase, che è durata almeno vent’anni della mia vita e che non rinnego, perché era dettata dal rispetto per le persone, soprattutto per i laici che potevano scandalizzarsi se si diceva chiaramente tutto quello che si sentiva dentro, anche questa fase, dicevo, è finita. E prima di morire voglio chiedere la grazia di poter dire, almeno per una volta, la verità, e per fare questo chiedo la vostra collaborazione. Io, quello che si può dire, quello che ritengo di dover dire, lo dico, ma è il massimo del consentito, anzi, va oltre il massimo del consentito abitualmente. Allora permettetemi di fermarmi lì e offritemi la vostra collaborazione per giungere a quella chiarezza che vi aspettate.

Ma veniamo subito al tema: «Quale castità per le persone omosessuali?». A me è piaciuto molto. Pensate! La castità sui vecchi libri di morale era descritta come ‘astinenza sessuale’, per cui la nostra buona mamma e il nostro buon padre non si potevano considerare casti, perché, almeno per fare noi, hanno dovuto rompere questa astinenza. Ma la pura astinenza sessuale non coincide con la castità, ho allora provato a formulare una nuova definizione, che mi pare più appropriata: «Sessualità messa al servizio della vita e dell’amore, non solo del piacere». Ho aggiunto il termine ‘vita’ per dare maggiore completezza alla definizione che, in termini più vaghi, ma senz’altro più poetici può essere riassunta nell’espressione: «Essere casti significa essere liberi per amare».

Come vedete non ci si chiede anzitutto: astinenza si o astinenza no; sessualità si o sessualità no. Quel che si chiede a chi vuole praticare la castità è di poter avere la libertà dentro, una libertà che si manifesta dicendo anche: «Si! Ti voglio bene!». Poi è logico dire che il comportamento di una persona che vuole bene sarà caratterizzato da alcuni momenti di dedizione sessuale e da alcuni momenti di astinenza sessuale. A questo punto c’è chi conclude che, per le persone non sposate, i momenti di astinenza sessuale sono gli unici, che non c’è niente da fare, che tutte le porte sono chiuse e che qualunque altro discorso è privo di senso. E allora il discorso diventa fin troppo semplice, ma, chiediamoci, è ancora vero questo discorso troppo semplice? Addirittura per gli stessi sposi, siamo praticamente ancora al tempo dei santi padri come San Cesario d’Arles o Sant’Agostino che dicevano: «Come quando tu fai l’agricoltore e semini un campo, non sei così stupido da perdere altro seme prima del raccolto. Così, poiché la sessualità è il seminare, devi attendere il raccolto per poi, un anno dopo, poter inseminare di nuovo». Ecco. Questo è quello che si diceva allora, ma sono molti i cattolici che sono ancora fermi lì.

Ma guardiamo un po’ più in profondità i vari problemi che sorgono a questo punto: io ne ho in testa tanti, ma se voi mi aiutate, riusciremo a tirare fuori quelli che, per voi, possono risultare più interessanti. Un problema, quasi sempre (dico ‘quasi’ per non sembrare troppo assertivo), è legato al fatto che la morale, per gli omosessuali, risulta essere uguale a quella che si di propone agli eterosessuali (fatte naturalmente i debiti parallelismi). Il fatto è che il tema dell’omosessualità non è percepito come importante. Io, quando trattavo certi argomenti, cercavo sempre di dare delle risposte problematiche, ma quello che i miei interlocutori volevano subito sapere era se fossi favorevole oppure contrario ai rapporti sessuali per una determinata categoria di persone. Io cercavo di mediare per raccogliere più valori, ma per quelli che mi ascoltavano o ero pro o ero contro: se ero pro, andavo bene alle sinistre e venivo odiato dalle destre; viceversa, se ero contro.

L’argomento che avete scelto: «Quale castità per gli omosessuali?» sembra supporre che ci sia una castità per quelli come voi. E, perbacco se c’è! Ma quale? Qui alcuni dicono che, per la posizione tradizionale cattolica, l’unica castità possibile per voi implica l’astinenza sessuale. A questo punto voi mi potete dire: «Ma io non posso sposarmi! Ieri mi spingevano anche a sposarmi, facendo l’infelicità di tre o più persone. Oggi pare che questo si faccia di meno o che, addirittura, non si faccia affatto». Ma c’è sempre il problema di un’astinenza che può durare una vita. E che non è una scelta, perché anche la mia astinenza di prete dovrebbe durare tutta una vita, ma è il frutto di una scelta iniziale chiara, precisa e decisa. Per voi, invece, si tratta di una situazione in cui uno si sente tirato dentro senza sapere il perché Una situazione di cui cercheremo ora di vedere le motivazioni essenziali. Queste motivazioni le ha tirate fuori, in maniera molto dura, il papa, prima di partire per il Messico durante lo scorso mese di gennaio. Prima di parlarne vorrei ricordare che, su questo argomento, in passato, ho difeso oltre ogni limite l’istituzione ecclesiastica, compatibilmente con la mia coscienza. Mi viene in mente un giovane sacerdote che, quarant’anni, mi aveva interrogato circa un articolo e mi chiedeva: «Perché far soffrire ulteriormente della gente che già soffre? Perché unire sofferenza a sofferenza?» Per dare una spiegazione io gli avevo risposto: «Questi poveretti sono dei malati». Oggi voi mi sparereste. Allora molti gay mi avevano ringraziato: erano riusciti a trovare, in qualche maniera, il mio indirizzo di piccolo prete nascosto nelle campagne sulle colline, per dirmi grazie. Vent’anni dopo mi sono ancora sbagliato (Ma ci credevo, ci credevo in quello che dicevo!) quando l’argomento ‘omosessualità’ è comparso sui documenti del vaticano. Per spiegare questi documenti io avevo detto: «Guardate che non ce l’hanno con voi. Bisogna distinguere omosessuale e omosessualità. Ce l’hanno con l’omosessualità, perché è sbagliata e deviante a quanto dicono loro. Con voi non ce l’hanno in nessun modo!». E invece mi sbagliavo io. Sia perché sotto certe affermazioni c’era una avversione che non credevo di trovare, sia perché l’omosessualità è una realtà astratta, che non esiste. Ci sono solo gli omosessuali e quindi la carica negativa di certe condanne raggiungeva, innanzi tutto, loro.

Quando papa Giovanni, nella Pacem in Terris (un’enciclica formidabile che, secondo me, è la migliore del secolo) diceva: «Bisogna distinguere tra peccato e peccatore, tra errore ed errante» la frase chiariva tante cose, perché allora, ad esempio,  non si distingueva a sufficienza in materia di libertà religiosa. Fino ad allora non la si poteva concedere a chi la chiedeva. Naturalmente non c’era bisogno di chiederla perché, la libertà religiosa, ciascuno ce l’ha: l’ha dalla natura, l’ha da Dio la libertà religiosa. Ecco quindi la necessità di distinguere l’errante dall’errore. Ma nel vostro caso l’errore non c’è senza una persona che se lo ritrova addosso. Eppure io avevo cercato di applicare quella distinzione all’omosessualità.

Come vedete ho fatto il possibile per difendere le posizioni istituzionali. Adesso però voglio dirvi le cose a cui mi appello. Innanzi tutto c’è quel discorso del ‘contro natura’. Si tratta di un discorso che non tiene conto del fatto che ci sono omosessuali che lo sono dalla nascita, mentre altri, se lo sono poi diventati, lo sono diventati in maniera irrevocabile. In questi casi la natura di queste persone è quella omosessuale. E Dio, che ha creato tutto, ha creato anche queste persone pur sapendo benissimo che sarebbero state così. E, nonostante questo, l’ha fatto ugualmente. Questo significa che queste persone hanno una loro propria vocazione, che la loro omosessualità è una vocazione che Dio ha dato loro al momento della creazione. E poi c’è la vocazione di Cristo redentore che è venuto a liberarmi, a tirarmi fuori. A dire: «Guarda che non sei mica scartato, se c’è qualcuno che deve scartare e potrebbe farlo sono io. Ma io ti voglio bene. Non sei la pecorella smarrita. Sono gli altri che ti considerano tale. Sei uno che per giunta ha tanto sofferto e allora mi immedesimo ancora di più nella tua situazione». Questo è quello che dice il Signore. Poi, se siamo figli del Padre creatore. Se siamo fratelli di Cristo redentore. Siamo anche pronti a seguire la guida dello Spirito Santo. Ma diremo poi di questo Spirito Santo. E vedrete che alla luce di questa verità le cose non hanno più bisogno di essere tamponate, di trovare a tutti i costi una giustificazione e possono essere affrontate con una maggiore serenità. Poi, dai tempi del Concilio, si deve tenere presente anche la libertà di coscienza di ciascuno di voi, una libertà che tutti debbono rispettare. Ciascuno di noi ha una libertà religiosa che dipende da lui e che, pur dovendosi confrontare con i tanti consigli che gli vengono, resta il criterio ultimo in base al quale fare qualsiasi scelta.

Ma torniamo al discorso del papa, che, parlando dei rapporti omosessuali li ha definiti: «Incontro corporale fine a se stesso perché infecondo». Ora, io dico: l’incontro corporale non lo si può considerare ancora solo un mezzo per procreare, è una visione parziale e mi spiace che siano sempre quei quattro monsignori retrogradi e quei quattro cardinali in età avanzata che gli preparano brutta e bella, a far dire al papa certe cose. Questo lo dico per pensare bene, perché se si volesse pensare male, basterebbe ricordare i soliti quattro che, per fare carriera, si fanno dei meriti per il sistema sottolineando quelli che sono i punti che sanno essere graditi al papa, invece di dire: «Ma Santità, senta un po’. Questi sono al mondo solo per essere bastonati e prendere pedate nel sedere? Non ci può essere una vocazione un po’ migliore?”. Eccoli quindi portare avanti argomenti come l’infecondità dell’unione. Si è vero c’è infecondità nell’unione omosessuale. Ma c’è anche il matrimonio dei vecchi che sono sterili. C’è anche la sterilità che può venire anche nei giovani e che causa l’infecondità dell’unione. Ma in questi casi nessuno pensa di togliere l’unione, di togliere il matrimonio!.

C’è poi un secondo argomento, quello della «non complementarità che c’è in una coppia di omosessuali». Si tratta di un’affermazione parziale. Infatti, quella che non c’è, è la ‘totale complementarità’, ma una complementarità c’è sempre, come del resto c’è complementarità tra uomini di generazioni diverse. Tra l’atro c’è una considerazione di San Tommaso che, dopo aver osservato che: «Il Signore ha creato l’uomo, poi ha voluto creare la donna per dargli un aiuto simile a lui (audiutorium silìmilem sibi)», prosegue dicendo che: «In realtà un uomo può farsi aiutare da un altro uomo, molto meglio, in tutto, tranne che per la generazione, per fare cioè dei figli». Come vedete non c’era un grande rispetto per le donne. Ora la complementarità è una cosa da raggiungere quando si può, fin che si può. Ma non può essere tirata fuori per dire: «O c’è una complementarità totale o non c’è niente». Un atteggiamento del genere si chiama ‘integrismo’, un integrismo che dice: «O tutto, o niente!». Ma tra il niente e il massimo c’è di mezzo l’infinità delle cose che si possono fare. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Non solo le relazioni interpersonali feconde sono ‘relazioni interpersonali’. Il fatto che la relazione interpersonale ci sia da già una giustificazione molto forte!

La visione che presuppone il discorso che il papa ha fatto alla Sacra Rota è riduttiva, perché vede tutto in funzione della procreazione. Ma perbacco, parlando dei rapporti sessuali, siamo arrivati a metterci dentro l’amore, che era fine in subordine ed è diventato fine collaterale e a volta addirittura superiore rispetto alla procreazione, ed ecco che qui si parla solo di procreazione. Adesso, poi, si stanno studiando altre finalità: la finalità ludica ad esempio, che presuppone una dimensione di gioco che è presente nell’erotismo sano e che può essere vissuta con coscienza sicura. Già Ambrogio Valsecchi (importante teologo morale ambrosiano n.d.r.), prima di morire (e sono già circa quindici anni che è morto), parlava: «Dell’eros che ci dà gioia e che ci fa raggiungere perfino il trascendente. Che arriva fino a Dio, l’autore della gioia che noi ritroviamo nel ‘giusto amplesso’» (Lui lo chiamava così perché nell’amplesso c’erano l’eros e l’amore insieme, in una situazione tale per cui non si poteva dire che fosse una ‘brutta cosa’. Una situazione che, anzi, lo rendeva un incanto, qualcosa di mistico, qualcosa di misterioso, che, però, veniva percepito come qualcosa di positivo). Come vedete si potrebbe andare avanti a lungo nel trovare significati alla sessualità capaci di integrare quello procreativo che, secondo il discorso del papa, sembra essere l’unico, ma credo che si il caso di fermarsi qui.

Ma, andando avanti su questa pista, emergono anche tanti altri problemi che il discorso del papa solleva. Per esempio il fatto che con le coppie omosessuali si siano prese in considerazione anche le coppie eterosessuali non sposate. Ci pensavo su stamattina: il ministro Balbo ha detto di essere a favore del riconoscimento delle coppie omosessuali, delle adozioni estese ai single e di tante altre cose che verranno anche perché sono in linea con un reale riconoscimento dell’uguaglianza tra i sessi, l’uguaglianza fra la condizione omosessuale e la condizione di chi ha un orientamento sessuale diverso. Ma io credo che ci siano dei tempi da rispettare. Il ministro in questione ha rischiato il suo incarico perché ha voluto pretendere troppo e questo non è giusto. Il tempo che ha bisogno una persona onesta, per capire delle cose nuove, è sacrosanto, e noi glielo dobbiamo dare. Se non glielo diamo, lui se lo prende lo stesso, magari con rabbia. Se non rispetto il diritto che una persona ha di giudicare con perplessità certe innovazioni, corro il rischio di bloccare, o addirittura di fare arretrare nella società quegli stessi valori che vorrei portare avanti. Adesso puntiamo innanzi tutto sul diritto che le coppie di fatto eterosessuali hanno, di essere riconosciute dallo stato. Poi ci domanderemo se queste coppie abbiano qualcosa di sostanzialmente diverso da quelle formate da persone dello stesso sesso: se non emerge nulla di sostanzialmente diverso lo Stato dovrà concedere agli omosessuali quello che avrà già concesso agli eterosessuali che vivono nella stessa situazione.

Come vedete si tratta di fare un passo alla volta, anche se l’impianto repressivo che il cardinale Ratzinger ha costruito tende a raggiungere tutto: perché ormai è stato ‘dogmatizzato’ tutto; ormai tutte le affermazioni sono infallibili. Abbiamo passato tanti anni per distinguere: «L’infallibilità arriva qui, mentre là non arriva affatto». E per risolvere il problema alla radice ecco che ti fanno fare il giuramento, e se non sei d’accordo ti dicono: «Ma come? Tu l’hai giurato! Allora sei anche uno spergiuro!».

Ci fosse di mezzo un valore grande! Invece si tratta di un disvalore. Perché la famiglia è certamente un valore, la famiglia ritenuta sempre uguale lungo tutto lo scorrere dei secoli, questa qui è un assurdo, una cosa impossibile. Quella che ci deve stare a cuore è la famiglia come centro di amore: come luogo dove uno non vale per quello che sa, ma vale per quello che è; dove uno non vale per quello che ha, in soldi o altro, ma vale ed è amato di più se è bisognoso (la brava mamma bacia due volte tanto il bambino che è un handicappato).

Allora a chi ci dice: «Avete offeso la famiglia». Possiamo tranquillamente rispondere: «La famiglia? Ma semmai la stiamo esaltando proponendo di vivere, nelle coppie di fatto, quell’amore che dovrebbe tenere insieme le famiglie».

In realtà, quello che si vuole, è l’imposizione del matrimonio a quanti vivono in una situazione irregolare. Ma questa è una limitazione della libertà di coscienza, della libertà religiosa: qui, per essere con il Concilio Vaticano II, non si può più stare con il cardinal Ratzinger e occorre lasciarlo andare per la sua strada. Come si fa, infatti, a dire, con tutte disunioni e i divorzi che ci sono, che: «Dove c’è matrimonio, là c’è ambiente adatto all’educazione. Dove invece c’è coppia di fatto, là si alleveranno male i figli»? Ma dato e non concesso che questo si verifichi, neppure una presunzione (fosse anche una presunzione) ci permette di privare un figlio di quelle agevolazioni che avrebbe nascendo da una coppia regolarmente sposata. Presuntio cedit veritatis, il bene di quanti fanno parte di una coppia di fatto è una certezza, il fatto che favorire questo tipo di convivenze danneggi le famiglie fondate sul matrimonio è una presunzione.

C’è dietro l’impianto coercitivo che c’era già stato sul divorzio, che è poi venuto fuori sull’aborto, che viene fuori sulla droga e verrà fuori, probabilmente, sull’eutanasia. Attenti che non sto sostenendo che la chiesa non ha il diritto di tirare fuori i suoi valori di riferimento su queste materie (valori che peraltro condivido), sto invece dicendo che questi valori si difendono con la testimonianza, con la forza delle proprie convinzioni e con la capacità di trasformarle in un progetto di vita condivisibile. Non è con la forza che si difendono certi valori. Non è dicendo: «Se non ti sposi in Chiesa non sei più sposato», oppure: «Se fai l’aborto io ti mando in prigione». Queste sono cose dell’altro mondo: il Vangelo, lo si dovrebbe annunciare con la gioia e con la bontà e non con la repressione. Quello che si propone, imponendo delle leggi, non è il Vangelo, ma un codice. IL fatto è che, invece di chiedere ai cristiani di essere testimoni dei valori in cui credono, si chiede loro di essere il braccio secolare, di sostenere il potere mentre le impone. Sono cose dell’altro mondo! Cose talmente incredibili che spesso mi chiedo se dietro non ci sia qualche cosa che non riesco a vedere.

Tra l’altro c’è stata un’evoluzione grossissima negli ultimi trent’anni. Quando ero piccolo (e ancora adesso, secondo la dottrina ufficiale) si diceva che il matrimonio cristiano è la stessa unione naturale di due che si sposano senza essere cristiani che diventa Sacramento e si sosteneva che, se non si arrivava al sacramento, quell’unione non era valida (e quindi nemmeno il matrimonio civile poteva considerarsi valido). Ricordo il mio povero padre che, bravo cristiano militante, era anche l’ufficiale di stato civile del paese e doveva quindi sposare civilmente quelli che lo chiedevano. Il parroco lo tormentava dicendogli: e gli diceva: «Tu non devi sposare la gente civilmente!», tanto è vero che lui si tormentava: «Se non posso sposare civilmente quelli che me lo chiedono, non posso nemmeno lavorare in comune. - e gli rispondeva - Quando io sposo civilmente due persone non tolgo loro la possibilità di chiedere a te, parroco, in un momento successivo, di perfezionare il loro matrimonio, benedicendo la loro unione». Ecco: mentre una volta si diceva «Non dovete sposarvi in comune, perché il matrimonio civile non vale niente ed è un’offesa al sacramento», oggi si dice: «Sposatevi almeno civilmente!». E hanno ragione quanti lo sottoscrivono quest’ultimo invito, perché quello che conta veramente è l’amore per il matrimonio. Ma allora, visto che il fatto giuridico è giustamente ritenuto poco significativo, visto che matrimonio civile e matrimonio religioso sono considerati alla stessa stregua, perché negare, a quanti rifiutano qualunque implicazione burocratica nella loro relazione, gli stessi diritti di cui godono quelli che sono sposati? Per vendetta? Ma quale vendetta? Ma che male hanno fatto? Ci si comporta così per una fissazione? E se questo è vero, è giusto ragionare così? E allora, se non sei sposato, ecco che ti negano anche l’aiuto per avere un figlio. Ti tirano via il medico, ti lasciano da solo con il dramma della tua sterilità, perché così facendo credono di educarti al rispetto per la famiglia fondata sul matrimonio. E non si rendono conto, invece, di rendere ai valori cristiani un pessimo servizio. Poveri valori cristiani: essere difesi dal bastone invece che dalla testimonianza sincera di chi li vive!

É tutto il discorso che meriterebbe un tono più elevato, un tono rispettoso per i tanti valori che ci sono in gioco: il rispetto per la persone, per la sua sessualità, per la sua dignità, per la sua libertà; il rispetto per il segno che si pone con sincerità, per la promessa d’amore che si pone con fedeltà; il rispetto per la capacità di pentirsi e di cambiare vita e per il perdono che di tale pentimento diventa il corollario; il rispetto per la vita che il Signore dona e l’impegno nel difenderla nella usa dignità. Come vedete si tratta cose bellissime, che spesso anche le coppie sposate in chiesa vivono con difficoltà. E allora, visto che è difficile testimoniarle con la vita ecco che c’è chi pensa di testimoniarle con il bastone: se non dici di rispettarle ti danno una bella legnata e così gli altri, per non prendere la legnata, si vanno a sposare in chiesa e si scambiano promesse di cui non sono affatto convinti.

Bisogna superare questa impostazione e bisogna lavorare per far cambiare l’atteggiamento della Chiesa. Da un po’ di tempo mi chiedo: «Queste cose qui perché le dico alla povera gente e non le dico ai luminari che hanno scritto il contrario? E come faccio a dirlo ai luminari del vaticano che se parlano, parlano non per dialogare, ma per ammazzare? Non è che abbia paura di essere ammazzato, ma vorrei trovare la via giusta ed il modo corretto di dirlo e, poiché non ho diplomazia, chiedo a quanti hanno un po’ di diplomazia, fra quelli che mi ascoltano, di aiutarmi in questa missione». Quello che posso fare è mostrare che, se si prende in mano la Gaudium et Spes, nei punti che vanno dal 47 al 52, lì trovi tanti valori del matrimonio e della coppia che non si finisce mai di scoprirne di nuovi. Quelli sono i valori da difendere, non le discriminazioni che si vogliono mantenere tra le famiglie fondate sul matrimonio e le unioni di fatto.

Ma torniamo all’argomento di questa relazione e chiediamoci: «Alla luce di quanto detto è possibile definire dei criteri che ci permettano di dire di un omosessuale che vive castamente, senza per questo identificare la castità con l’astensione dal sesso?».

Io credo che si sia un per uscire in qualche maniera da questo ginepraio di concetti e di problemi con cui ho introdotto la domanda che ho appena fatto che, in un certo senso, rappresenta il succo del titolo che mi avete proposto. Naturalmente uno può risolvere tutto dicendo che basta obbedire al Vaticano. Non posso però condividere una simile semplificazione: se uno decide di accettare acriticamente quello che gli dice il magistero (ammesso che il magistero gli dica sempre tutto quel che deve fare) non fa altro che assumere nella propria coscienza l’argomento dell’autorità. Può farlo, ma deve pur sapere che San Tommaso, giudica debolissime e malate le sue motivazioni (Argumentum auctoritatis est infirmissimus). La coscienza infatti non la si può mai scavalcare, perché anche quando si sceglie di affidarsi a un’autorità esterna si deve sempre passare dalla coscienza che dice che il magistero di questa autorità è da accettare come valido. Sull’argomento San Tommaso si sofferma nel De Veritate (cfr. questio 17, articolo 5) quando si chiede: «Se c’è conflitto tra parola della Chiesa (preceptum prelati) e la mia coscienza a chi debbo ubbidire?». E risponde meravigliato: «Come! Me lo domandi? È così semplice! - e spiega che - Il magistero non è che parola d’uomo, mentre la coscienza è voce di Dio» («Praeceptum prelati non est nisi praeceptum prelati, consientiam autem est vox Dei»). Caspita! Siamo nell’ortodossia più pura! C’è un primato della coscienza alla luce del quale vanno affrontati i tre principi che ci permettono di parlare, anche per gli omosessuali di una sessualità ‘casta’.

Eccone di seguito una breve presentazione.

Il primo il principio è quello dell’amore. Un principio che abbiamo dimenticato, ma che stava a cuore anche ai ‘conservatori del sesso’ come Sant’Agostino che, poveretto, avendo avuto le sue esperienze di devianza in gioventù, ne è rimasto influenzato in tutta la sua trattazione teologica (e prima di questo secolo, nello studiare il sesso, non siamo andati molto oltre Sant’Agostino). Occorre dire che il principio dell’amore ha una sua ambiguità, perché io potrei chiamare amore quello che amore non è. Ma si tratta pur sempre di un principio evangelico e autentico che necessita solo di essere applicato bene. Il vescovo di Como, Maggiolini, ha scritto un articolo su quest’argomento sul Messaggero di Sant’Antonio, il giornale della basilica del Santo di Padova (di solito non leggo mai i suoi articoli, ma quella volta mi è capitato di leggerlo). Quello che sosteneva era questo: per le cose che piacciono a lui il principio dell’amore è applicabile, per le cose che non gli piacciono il principio dell’amore non può essere applicato. Si tratta dello stesso discorso che si fa per il principio del minor male, Per cui si argomenta una posizione morale dicendo: «Per il principio del minor male», salvo poi dire che, in casi analoghi, ma su argomenti diversi il principio del minor male non lo si può applicare. I risultati sono talvolta grotteschi. Secondo la morale tradizionale, per il principio del minor male, è lecito ammazzare in tre casi (pena di morte comminata con giustizia, guerra giusta e legittima difesa). A chi si richiama allo stesso principio per giustificare l’uso del profilattico quando uno dei coniugi è sieropositivo, la morale tradizionale risponde che lì il principio del minor male non si applica e che l’uso del profilattico è sempre ‘intrinsecamente’ un male. Ma allora è più intrinsecamente un male l’uso del profilattico che l’uccisione di una persona? Non posso crederlo!

Ma ritorniamo al nostro principio dell’amore. Su questo argomento mi viene in mente un film, di cui ricordo solo una parte della trama. La vicenda era quella di un prete che, dopo avere iniziato il suo ministero con tanta buona volontà, si era scoraggiato e aveva finito per innamorarsi, innamorarsi seriamente di una donna. La gente quando ha scoperto la relazione del prete si è infuriata e con i forconi, con i bastoni e con le zappe si era messa a cercare il prete per dargli una lezione. Nel frattempo era capitato, non ricordo più per quale motivo, che la ragazza di cui si era innamorato il prete si era ridotta in fin di vita. Lui, naturalmente è corso subito e quando l’ha raggiunta se l’è messa sul grembo e la sollevava standole vicino per farla soffrire un po’ meno. Se voleva salvarsi avrebbe dovuto fuggire, perché i contadini che lo stavano cercando ormai avevano capito dove potevano trovarlo. Ricordo che vicino a me c’era un altro prete (il film era stato infatti proiettato durante un incontro clericale) che ogni tanto esclamava: «Via! Via! Scappa! Va!». Ma lì era evidente che era l’amore che contava, un amore che in quel momento non poteva che essere casto, e che magari era stato casto anche prima. Io credo che il regista di quel film sia riuscito ad esprimere l’idea della castità dell’amore molto meglio di quanto ho mai fatto io.

Ma guardiamo ora al secondo principio a cui dobbiamo fare riferimento per parlare di castità. Si tratta del principio della coscienza. Quando si parla di coscienza c’è la coscienza certa, o che si dice certa e poi magari è erronea; c’è la coscienza vera, o che si dice vera e magari non lo è. Papa Giovanni nella Pacem in Terris ha trovato un’espressione molto bella e molto diversa: l’espressione ‘coscienza retta’, un espressione che ha avuto anche altri significati, ma che nel significato che le ha assegnato papa Roncalli è veramente molto bella. Secondo Giovanni XXIII la coscienza retta è la coscienza, magari erronea (ma ricordiamo che si ha il dovere di seguire la coscienza erronea) che emerge in una persona retta, onesta. Cerchiamo quindi di essere onesti e facciamo quello che ci suggerisce la nostra coscienza onesta: poi possiamo essere nel vero o nel falso; possiamo essere sicuri o cadere nell’errore; non importa, l’importante è che ciascuno di noi abbia agito secondo la coscienza retta del momento in cui si è chiamati a compiere una scelta.

Ci sono due principi fondamentali nel De Coscienza. Il primo dice: «Occorre seguire sempre la coscienza». C’è però il problema delle cose che non si sanno, dell’errore che può portarmi continuamente a fare delle scelte sbagliate. Ecco perché occorre ricordare anche il secondo principio che dice: «Forma sempre la tua coscienza».

«Ma come la forma, la mia coscienza?» mi chiederete voi. La risposta ce la dà Bernard Haering che ci risponde senza esitazione: «Col magistero! - e continua osservando - Il magistero di mia madre innanzi tutto, che era una santa donna. Il magistero di mio padre, che era un bravo lavoratore, infaticabile per i suoi figli. Il magistero del mio parroco e così via fino ad arrivare al magistero dei vescovi e del papa». Vedete quanti magisteri ci sono? Il problema è che abbiamo ridotto il magistero a quello che pensano un gruppetto di monsignori ben introdotti e quattro o cinque cardinali che occupano posti importanti. Il De Coscientia ci dice quindi che dobbiamo formare la nostra coscienza, perché potrebbe essere errata, ma ci dice anche che dobbiamo seguirla perché non abbiamo nessun altro mezzo per scegliere se non quello di farci guidare dalla nostra coscienza.

Ma la cosa più bella, il principio più bello, che concorre a definire la castità per una persona omosessuale, è quello più nuovo e più dimenticato (hanno incominciato a dimenticarlo prima ancora di formularlo) anche se la sua formulazione precede la sintesi di san Tommaso. Questo principio ci dice che la nostra legge non è la legge antica, ma la legge nuova. Ci dice che il Signore non è venuto per abolire quella antica, ma è venuto a portarci un’0alleanza nuova. E la nuova legge è la grazia dello Spirito Santo: è lo Spirito Santo che ci parla nel cuore. Si tratta di una verità che anche il catechismo ha recepito, anche se gli autori hanno deciso di metterla nella parte scritta in piccolo (solo le grandi palle, infatti, si vendono in grande!). Ma cosa dice il catechismo? Die che la grazia dello Spirito Santo è la nuova legge.

Se allora mi domandate: «Cosa dobbiamo fare?», io vi rispondo: «Dobbiamo rientrare in noi stessi, pensare a quello che il Signore ci suggerisce e deciderei di conseguenza». Queste cose, i preti, non le hanno mai predicata e adesso, quando qualcuno la predica, si sente dire: «Ma da che parte semini?».

E allora io rispondo: «Ma guarda! Guarda quante volte la Bibbia ti dice che devi fare quello che ti suggerisce il cuore, che devi seguire lo spirito: se le cerchi ci sono espressioni a bizzeffe che ti dicono questo».

Qualche tempo fa, dovevo predicare le virtù a un gruppo di suore. A un certo punto mi hanno chiesto di parlare dell’obbedienza e mi chiedono: «A chi dobbiamo obbedire? Visto che sono in tanti quelli che ci parlano». La mia risposta è stata molto semplice: «Occorre obbedire allo Spirito Santo». Non vi dico le domande! «E allora l’ubbidienza alla superiora? L’ubbidienza alla madre generale?» mi hanno chiesto tutte allarmate. «Vengono dopo. - ho risposto io - Vengono dopo, perché prima c’è lo Spirito Santo che, per me è il superiore unico. Voi che siete suore tenete magari un po’ di posto per la superiora e per la madre generale, ma ricordatevi che al primo posto ci deve essere sempre lo Spirito Santo». Non esagero: erano ormai due anni che predicavo gli esercizi a quelle suore. Dopo quella volta non mi hanno invitato più.

Ma io non so cosa farci. Continuo a dire, in tutte le occasioni e in tutti i momenti che la nuova legge è lo Spirito Santo. Cerchiamo allora di sentirlo dentro, lasciamogli spazio nel nostro cuore. Se poi uno, in nome dello Spirito Santo si metterà a farneticare allora lo chiuderemo in manicomio, ma lo Spirito Santo non è matto, non lo può essere e quindi, se lo ascoltiamo nella preghiera sarà sempre la nostra guida. Ecco, ho finito e quindi mi fermo. Ogni tanto mia sorella mi chiede: «Ma quando ti fermerai?». Allora io le rispondo: «Il dottore mi ha detto che mi fermerò quando non sarò più vivo: la malattia che ha lei è una di quelle che accompagnano fino alla tomba». Bene! Allora andremo a vedere se c’è lo Spirito Santo e a intervistare i santi per capire chi, alla fin fine, ha ragione.

Il dibattito

Domenico P.

A cosa serve alla Chiesa assumere questa posizione di intransigenza? C’è per caso un disegno che ci è sconosciuto? Quando il papa dice certe cose nelle piazze, le piazze sono piene. Ma poi, mentre le piazze si riempiono le chiese sono sempre più vuote. Un simile modo di fare che frutti può portare alla Chiesa?

Don Leandro Rossi

Io non presumo dare una valutazione. Dico anzi che quella buona fede che hanno negato tante volte ai poveri diavoli, io la riconosco negli uomini che agiscono in nome della Chiesa, perché, non dimentichiamolo mai che il Concilio (in conformità con la tradizione della chiesa) ci dice chiaramente che ‘noi siamo chiesa’. Ma non voglio fare il processo alle intenzioni. Dico solo che è facile, che è comodo, ma è comodo anche per noi e dovremmo dire grazie.

Si ha l’impressione che la repressione arrivi prima, arrivi più sicuramente là dove si vuole che arrivi. Analogamente il non violento è tentato di credere che la violenza sia efficace e, in certi casi, sia quello che ci vuole. Ma qui l’alternativa è: «O l’amore o la forza». Noi sappiamo che il vangelo sceglie l’amore. Noi sappiamo che quando deviamo scegliamo la forza. E allora l’alternativa è: «Credo in Cristo o credo nei detentori del potere?». Se credo in Cristo devo credere e avere tanta fede, ma poiché è più facile credere a certi potenti che, quando ti danno intascano cento volte di più, è necessario avere coraggio. Il coraggio di dire: «No grazie! Ne faccio a meno, ma voglio la mia libertà di coscienza. La libertà di poter parlare, testimoniare e predicare». E allora quello che posso fare è appellarmi alla coscienza di ciascuno, anche a quella di chi comanda. Non si può dire: «Non cambieranno mai». Non posso togliere la possibilità di salvezza a un fratello (badate: un fratello).

Poi per valutare gli effetti di certe scelte, i bilanci lasciamoli fare al Padre eterno.

Gianni S.

L’argomento di questa sera è la castità. Come si può conciliare la castità in un omosessuale con certi aspetti ‘promiscui’ che si osservano nella vita di molti omosessuali come l’andare a battere?

Don Leandro Rossi

Si è difficile che la coscienza, il principio dell’amore, il principio della nuova legge e Spirito Santo suggeriscano a qualcuno che l’andare a battere sia un bene. Questo di norma. Poi ci sono i casi personali di ciascuno: se uno, ad esempio sta morendo di fame, dovrà pur sopravvivere. Ma normalmente no, certe cose non possono essere approvate dalla coscienza di qualcuno. Il problema è che bisogna rientrare in se stessi, vedere cosa dice la voce della coscienza (che è poi la voce dello Spirito Santo se si evitano i termini teologici). Poi io non posso dire niente di nessuno. Né nel ben né nel male. Non posso mettermi al posto del Padre eterno, o al posto dello Spirito Santo e pretendere di giudicare un fratello. Io credo che chi fa questo compie uno di quei peccati contro lo Spirito per cui Gesù dice che non c’è remissione. Ma forse non ho capito bene la domanda.

Gianni S.

Ci sono persone che vivono contraddizioni enormi e hanno portato avanti una sessualità promiscua anche a causa dell’insegnamento della Chiesa che dice che delle relazioni stabili non potranno mai essere approvate.

Gianni Geraci

Sul discorso dell’andare a battere lancio un’idea. A me è piaciuto molto l’intervento di don Leandro perché mi ha chiarito alcune cose che vi racconterò dopo. Ma quando lui ha tirato fuori il discorso del minor male e ha tirato fuori il grande scandalo per cui si permette, in nome del minor male, di uccidere, mentre non si permette di usare il preservativo per non prendere l’AIDS. Forse lavorando in questa direzione si può vedere una qualche via d’uscita. Nel senso che, pur non essendo delle situazioni ottimali, ciascuno deve però anche confrontarsi con le necessità che ha.

Gianni S.

Io non vorrei cedere alla tentazione di dire: «Visto che la coscienza mi dice fallo, allora tutto è all’acqua di rose»

Nunzio R.

Ma chi va a battere per il gusto di battere? C’è anche la solitudine che ti spinge a fare certe cose. Naturalmente ci sono anche i ‘viziosi’. Ma tanti sono spinti solo dalla solitudine che spesso c’è dentro di noi.

Gianni Geraci

In realtà, chi vive una sessualità promiscua, non la vive molto serenamente. In genere la sessualità promiscua è legata a situazioni di malessere quali l’estrema solitudine di molti omosessuali.

Ma c’è un altro aspetto che va sottolineato, non è la sessualità promiscua quella che fa più problemi per la chiesa. Perché uno va, fa sesso male (perché certi modi di fare sesso non sono certo dei buoni modi di fare sesso), allora sta male per quello che ha fatto e quando va a confessarsi è realmente pentito di quello che ha fatto e quando il confessore lo invita a non fare più certe cose risponde convinto: «Si, si! Non voglio fare più certe cose!». I problemi vengono fuori quando uno abbandona la sessualità promiscua e inizia ad avere dei rapporti sessuali in cui c’è anche un componente affettiva che integra la sessualità in un contesto più ampio.

Gianni S.

È vero! La chiesa mi dice: «Vai pure a battere che poi, se vieni qui a confessarti, ti assolvo purché tu sia pentito»

Gianni Geraci

Non è proprio quello che dice la Chiesa, ma è certo quello che alla fine intendono molti omosessuali. Ma il problema che ha sollevato don Leandro è un altro. Lui dice: «E se invece provassimo ad applicare il principio dell’amore, il principio della coscienza e il principio del della nuova legge dello Spirito a una realtà omosessuale vissuta serenamente cosa salta fuori?». Questa è la domanda che dobbiamo porci.uesta Questa

Don Leandro Rossi

La cosa strana è che se la prendono con le coppie di fatto omosessuali più ancora che contro la pratica della promiscuità.

Nunzio R.

Ma la coppia di fatto è un minor male?

Don Leandro Rossi

Diciamo pure di si, ma ricordiamo che un male minore è sempre un ‘maggior bene’. Si tratta di una affermazione a cui si arriva per passaggi graduali. Nel libro di don Domenico Pezzini c’è una nota di su cui vorrei chiedere qualche delucidazione in più, perché il teologo che lì viene citato io l’ho conosciuto bene. Si tratta del moralista che aveva presentato il documento Persona humana in cui, nel 1976, si affrontava anche l’argomento omosessualità. Lui, in quella nota sostiene che l’amicizia stabile tra due persone è un minor male. Non capisco allora perché abbia presentato un documento che stronca questo minor male. Se fosse vero quello che ha detto, si tratterebbe di un atteggiamento doppio che non posso condividere: l’atteggiamento di chi, in privato sostiene certe cose e poi, davanti alla stampa, dice il contrario.

Carlos S.

Il relatore ha sottolineato il concetto di coscienza retta. Vorrei chiederle con quale parametro si possa stabilire la rettitudine della coscienza. Poi vorrei sottolineare che non ci si può assolutamente fidare della voce dello Spirito che parla da dentro, anche perché, di locuzioni interiori false, sono piene le cronache.

Don Leandro Rossi

Rivolgetevi ai filosofi per risolvere il problema dell’errore. Qualunque azione io faccia, posso cadere in errore. E allora cosa posso fare? Diventare scettico? Oppure mi comporto umanamente e il giorno in cui mi accorgessi di avere aderito a un errore, cambio. Il papa, in questo tipo di discorsi fa comodo perché è l’elemento risolutorio a cui ci si appella. Ma stare con il Papa non risolve niente, perché ci vuol sempre una coscienza che mi dice: «Credi al papa». A meno che uno non voglia essere spersonalizzato, decoscientizzato. Dice il concilio: «Credi e poi, anche allora sei soggetto ad errore: non c’è né una persona, né un macchina che ti possano dire che le cose stanno di sicuro in un certo modo. C’è solo la tua coscienza che elabora e che ti dice cosa vuol dire il principio dell’amore, cosa vuol dire il rispetto dell’altro e così via». In questo senso quello di papa Giovanni era un tentativo di soluzionequando sosteneva che l’importante non è stabilire ciò che è vero o ciò che è falso, ciò che è certo e ciò che non lo è, ma valutare gli effetti che ci sono nelle vita di una persona che agisce secondo coscienza. Se vedo che quella persona ama Dio e ama il prossimo; se vedo che è contenta, che fa del bene e più ne fa più si trova contenta. Allora quando questa persona mi dice qualche cosa è buona cosa crederle, perché la coscienza retta di quella persona può aiutarmi a trovare una norma di condotta a cui riferirmi nel fare le mie scelte.

Carlos S.

Quindi alla base di un comportamento retto potrebbero esserci i dieci comandamenti.

Don Leandro Rossi

Certo! Certo! Magari!

Roberto C.

Se fossero tradotti correttamente, perché ci sono anche traduzioni errate.

Gianni Geraci

Direi che i dieci comandamenti sono dei criteri a cui occorre riferirsi per fare poi le scelte. Ma pretendere che diano sempre e comunque una risposta è un assurdo. Il problema, infatti, non è se uccidere o meno, il problema è decidere cosa va fatto in un determinato momento, in una determinata situazione che drammaticamente unica. E allora le scelte le dobbiamo fare noi in prima persona con gli strumenti che abbiamo. Va benissimo fare riferimento ai dieci comandamenti anche se non si risolve di molto il problema di valutare la bontà di una scelta: una scelta che ciascuno di noi è chiamato a fare in base alle mediazioni che fa in un determinato contesto. Alla luce di quello che ci ha detto prima don Leandro, io credo che i parametri su cui fondare questa mediazione siano tre, traducibili in tre semplici espressioni: «Quanto amo?»; «Cosa penso che sia veramente giusto fare?»; «Signore se sbaglio aiutami tu a cambiare strada». Ecco allora che, quando dovrò decidere se dare uno schiaffo a un bambino che ha attraversato malamente la strada, sarò cosciente del fatto che mai potrò cogliere tutti i fattori che sono in gioco (la violenza, il dovere di correggere l’altro che sbaglia, le responsabilità ediucative che ho nei suoi confronti e così via). Solo Dio non sbaglia mai. Noi invece, pur agendo in buona fede, siamo sempre soggetti al rischio di sbagliare.

Carlos S.

Si tratta di chiedere il dono del consiglio.

Gianni Geraci

Che non a caso è un dono dello Spirito Santo il cui primato ha, in questo tipo di discorsi, una grande importanza.

Carlos S.

Vorrei fare un’altra osservazione a proposito della coppie di fatto. Il relatore mi sembra voler irreggimentare anche quella che io considero una assoluta affermazione della propria libertà. Come fa lei a pretendere di attribuire dei diritti e dei doveri a persone che in nome della libertà hanno deciso di non formalizzare la loro unione?

Nunzio R. (rivolgendosi a Carlos)

Io non ho capito. Tu sei contro o sei a favore delle coppie di fatto?

Carlos S.

Io sono contro qualunque tentativo di irreggimentare le coppie di fatto.

Don Leandro Rossi

Qui non si tratta di irreggimentare. Qui si tratta di cambiare la realtà per fare un po’ di giustizia!

Gianni Geraci

Don Leandro ha sottolineato un altro concetto che, secondo me, può aiutarci a rispondere alle domande di Carlos. Si tratta del fatto che la realtà non è mai solamente bianca oppure nera, ma che esistono anche infinite sfumature intermedie. Questa idea è emersa molto bene quando don Leandro ha fatto quel discorso su matrimonio religioso e matrimonio civile. Per tanto tempo si è detto: «O ci si sposa in chiesa o altrimenti si è fuori dalla Chiesa». Ma, se si guarda la realtà, ci si rende conto che esistono, tra la situazione ottimale di due persone che osservano in tutto gli insegnamenti della chiesa e la situazione opposta di due che, professandosi anarchici, rifiutano qualunque progettualità nella loro unione ci sono veramente un’infinità di forme intermedie di relazione. Ma allora cosa facciamo: classifichiamo come cattive tutte le situazioni che non coincidono con la prima, oppure cerchiamo di tirare fuori il buono che c’è in ciascuno di quei casi intermedi? Il problema non diventa più allora quello di dire: «Sono contro o sono a favore delle coppie di fatto», ma quello di chiedersi: «Fino a che punto siamo rispettosi del positivo che c'è in ciascuna delle unioni che ho l’occasione di incontrare?».

Mi viene in mente un episodio. Ho conosciuto un uomo che adesso gode di molta considerazione all’interno della chiesa che, quando ancora era giovane e professava il più assoluto ateismo, si era sposato con una sua coetanea e aveva avuto un figlio da lei. Poi ha divorziato e si è risposato qualche anno fa con una donna molto più giovane di lui. Per la chiesa la sua situazione è perfettamente regolare: il primo matrimonio era stato infatti celebrato colo con rito civile e quindi non aveva nessun valore canonico. Io non mi permetterei mai di giudicare quest’uomo, ma non posso fare a meno di osservare che, nella chiesa, la morale viene intesa ancora troppo secondo un approccio di tipo giuridico e questo a scapito del Vangelo.

Carmelo R.

Io volevo sollevare un problema, che salta fuori spesso nei nostri gruppi. Si tratta del problema della confessione. Quanti infatti non hanno la possibilità di avere un padre spirituale che conosca bene la loro situazione e sia cosciente del cammino che hanno fatto, si trovano di fronte dei confessori che dicono le cose più strane. I sacerdoti, infatti, rispetto al problema dell’omosessualità sono veramente impreparati e non riescono a dare valore alla progettualità che ci può essere in un rapporto di coppia stabile. Come dobbiamo comportarci con questi confessori?

Se mi permette di raccontare la mia esperienza che è simile a quella di un missionario che deve aiutare i confessori che si bloccano quando sentono che ho una relazione stabile. Di recente un sacerdote mi ha detto: «Non preoccuparti, perché dopo due o tre volte che verrai da me ti passerà». Ma quando gli ho chiesto cosa dovevo fare mi sono sentito rispondere che dovevo buttare via le tutte le cassette pornografiche che avevo. Sa qual è stata la sua delusione quando ha saputo che io di cassette pornografiche non ne ho? Poi mi ha intimato di separare i letti in cui io e il mio compagno dormiamo. Peccato che i letti siano già molto separati  visto che dormiamo in due case diverse. Insomma, poiché non rientravo negli stereotipi che lui aveva, mi sono sentito dire che non collaboravo, perché non accettavo di fare quello che mi consigliava lui.

Qui saltano fuori tutti i problemi che i sacerdoti hanno con la fisicità, al punto da esserne ossessionati. E allora cosa posso fare? Se ricorro alla mia coscienza rimango sempre nel dubbio di sbagliare, anche perché non ho davanti a me la testimonianza di qualcuno che è approdato alla santità attraverso il proprio essere omosessuale. Non ci sono strade precostituite. La strada dobbiamo tracciarla noi, mettendoci in coscienza davanti al Signore e dicendogli: «Aiutaci a capire se le azioni che facciamo, io e il mio amico, ti sono gradite o meno», E allora, magari, scopriremo che anche nell’amore che ci lega c’è il Signore. Certo. Qualche volta di fronte a un pensiero del genere mi scandalizzo, ma poi mi rispondo che occorre andare in fondo al cuore per vedere cosa, alla fine, rimane. Quando ero bambino, ho sentito tantissime condanne che mi hanno bloccato. Poi, pian piano, è emerso dentro di me il desiderio di non restare solo, di avere un amico con cui condividere un tratto importante del mio cammino. E secondo me, dietro a questo desiderio c’era lo Spirito di Dio che agiva dentro di me. Allora, il compito che abbiamo è quello di andare incontro agli altri superando la paura. Io ci ho messo trentacinque anni per capirlo, ma adesso mi sento finalmente vivo.

Don Leandro Rossi

La situazione penosa dei confessori la conoscevo, ma non è da addebitare a loro, dietro c’è tutto un tipo di cultura. Guardiamo un attimo di capire il significato della confessione. Detto in parole molto semplici è questo: «Due peccatori che narrano la misericordia di Dio mentre Dio interviene con la sua grazia e con la sua benedizione». Ma allora non sono, io sacerdote il giudice e tu penitente, l’imputato! Siamo due peccatori che narriamo quello che facciamo non per il gusto macabro di macerare nel rimorso, ma per dare gloria alla misericordia di Dio che è stata così buona con noi nonostante tutti i nostri sbagli. E vista in quest’ottica la penitenza diventa la prosecuzione, nel tempo, di uno stato d’animo lieto, della riconoscenza per il dono che la misericordia di Dio ci ha fatto. Si è scoperto, abbastanza di recente, che la confessione, durante il Medio Evo, la si faceva anche davanti ai laici. In sostanza, succedeva che si poteva scegliere la persona con cui svolgere il dialogo penitenziale a cui seguiva l’assoluzione da parte di un prete. Un’assoluzione che diventava pertanto il gesto conclusivo di un percorso segnato dal confronto con un altro laico (scelto per la sua esperienza e per la sua saggezza).

Capisco comunque il vostro dilemma che vi spinge ad allontanarvi dal sacramento della confessione perché avente paura di trovare qualcuno incapace di comprendere la vostra situazione. E allora il rischio è quello di aprire inutilmente una ferita che vi fa soffrire. Ma, se ve la sentite, andate a confessarvi anche se non sapete chi è il confessore: non andateci con l’atteggiamento di chi dice al prete: «Lei taccia, io sono qui a insegnare a lei»; ma andateci pure convinti delle vostre idee. Perché questi preti qualcuno deve pure aiutarli a capire quelli che sono come voi. Andate e sentite la disapprovazione che vi da fastidio? Confrontatela con la vostra coscienza, perché ci può anche essere una disapprovazione giusta, da accogliere e da accettare. D’altra parte ci può anche essere un’approvazione sbagliata, perché l’ultima parola, ricordatevelo, non è mai del confessore che ha il compito di istruirvi e di aiutarvi a cogliere il senso di quanto vi succede. L’ultima parola è sempre della vostra coscienza.

Roberto C.

Sono contento che il ministro Balbo sia stato illuminato dallo Spirito santo. Ho apprezzato anche gli articoli che lei ha scritto su Rocca. Volevo sapere se questi articoli hanno provocato, a livello ecclesiale, un certo dibattito.

Don Leandro Rossi

Non ho ancora avuto notizia di reazioni. Per quel che so si tende a squalificare una persona puntando sulla forma: perché non porta il doppio petto, perché si lascia scappare una parolina può essere interpretata come non garbata. E allora dicono che quello che scrivi non vale la pena di essere considerato. Io vorrei avere invece tanta carità e avere tanto coraggio di verità: perché non si può dire che è meglio, per un gay, vivere da solo, accostandosi a tutti quelli che gli garbano, invece si impegnarsi in un percorso comune di fedeltà. Perché non si deve poter dire ai gay che: l’amore, la fedeltà reciproca, il rispetto per l’altro sono anche per loro un valore? Si vogliono difendere i valori o i disvalori?

Gianni Geraci

Io ho un paio di domande. Alla prima ha appena risposto, quando di ha ricordato l’esigenza di parlar chiaro nella chiesa. Mi hanno molto commosso le parole con cui lei ha esordito. Sono infatti convinto che uno dei principali problemi che oggi ha la chiesa, una delle piaghe che la feriscono è proprio questa incapacità di vivere con chiarezza il dibattito al suo interno. E anche noi omosessuali abbiamo le nostre colpe, perché ci arrabbiamo quando certi ecclesiastici dicono stupidate sull’omosessualità, ma poi andiamo dal prete solo per raccontargli che stiamo male e che non ce la facciamo più ad andare avanti, dando loro un’idea completamente negativa dell’omosessualità che si ripercuote poi nei discorsi che fanno.

La seconda domanda si riferisce all’evoluzione che il magistero della chiesa ha avuto, negli ultimi vent'anni a proposito di omosessualità. Nel 1975, la Congregazione per la  dottrina della Fede aveva emanato un documento su alcune questioni di etica sessuale in cui gli omosessuali erano trattati con grande rispetto e con grande carità (anche se gli atti omosessuali erano condannati esplicitamente). Nel 1986, lo stesso dicastero vaticano, dedicava una lettera ai vescovi della chiesa cattolica all’argomento omosessualità in cui, accanto alla conferma della condanna per gli atti omosessuali, già affermata nel 1975, si parlava dell’omosessualità come di una condizione ‘intrinsecamente disordinata’ anche se si stigmatizzava qualunque forma di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Ora, se si guardano i discorsi che si fanno sulle unioni civili, sembra che anche quest’ultimo baluardo di comprensione presente nei documenti della Santa Sede sia venuto meno. E allora le chiedo: «Non le sembra che, al posto di andare avanti, si stia andando indietro?»

Don Leandro Rossi

Alcuni santi dicevano: «Quando le cose vanno veramente male, è proprio allora che vanno bene». Lo dicevano i santi, ma erano santi proprio per questo. Io ho un altro principio molto più terra terra, che dice: «Le condanne diventano tanto più aspre quanto più un’idea si fa strada nella chiesa». Guardate ad esempio i discorsi che si stanno facendo sul celibato ecclesiastico, sul conferimento dell’ordinazione sacerdotale alle donne e su altre cose del genere. Più si insiste nel dire certi no, più il no prende piede. Siamo alle soglie di un secolo che inizia un nuovo millennio. In questo millennio certe cose non le abbiamo mai avute, ma fra meno di un anno siamo nel terzo millennio, quello in cui potrebbero avvenire certi cambiamenti che desideriamo. E a confortarci c’è un’altra osservazione che il buon senso ci suggerisce. Quanto più forte è la decisione e la forza con cui si difende un’idea, tanto più quell’idea vacilla. Cinquant’anni fa, nella chiesa cattolica, nessuno si sognava di dichiarare impossibile il sacerdozio femminile. Ora lo si respinge con un’insistenza che si giustifica solo con il fatto che cresce il favore con cui molti cristiani lo considerano positivamente. Ma forse voi volete sapere se certe cose succederanno presto, per avere la consolazione di vederle di persona. Ma ricordate che noi siamo nella mani di Dio e che, quindi, siamo in buone mani. La provvidenza ci farà arrivare là dove è giusto arrivare. Io credo, tu credi, noi crediamo, che il gioco della provvidenza si farà vivo presto e, per questo motivo, perseveriamo in questa speranza. Se succede dell’altro, domanderemo il perché, ma l’accetteremo offrendo a Dio la nostra delusione.

Domenico P.

Io dico sempre che i tempi degli uomini non sono i tempi di Dio.

Don Leandro Rossi

Ci sono delle volte in cui vorremmo prendere il posto dello Spirito Santo, ma..

Ma permettetemi una domanda su un argomento che mi sta a cuore. Cosa si può fare per educare i preti a fare una confessione che sia da una parte rispettosi della vostra coscienza e dall’altra un vero aiuto per andare avanti nella direzione giusta.

Gianni Geraci

Io un’idea ce l’avrei. Se si facesse un librettino, un testo molto concreto, molto pratico, in cui evitare qualunque espressione che potrebbe scandalizzare il prete che lo prende in mano. Un librettino intitolato, ad esempio: «Cosa dire a un omosessuale che viene a confessarsi?». Sarebbe uno strumento che potrebbe aiutare il confessore a maturare un atteggiamento corretto facendo i conti, ad esempio, con il disagio che prova nei confronti dell’omosessualità (un disagio che è abbastanza normale e che però va superato per maturare un atteggiamento corretto). Non so se la cosa si potrà mai fare, ma io ritengo che sia molto utile.

Don Leandro Rossi

Il fatto è vero e l’ho raccontato in un libro senza mai essere stato rimproverato (e la cosa mi stupisce ancora). Eravamo al Passo della Mendola, durante un convegno organizzato dall'Università Cattolica e un ragazzo mi ha chiesto di confessarlo. Durante la confessione mi ha detto: «Vede, io sono qui con la mia fidanzata. Ci vogliamo bene e non siamo mai andati insieme. L’altro ieri però lei era preoccupata per una cosa che l’angustiava e a un certo punto si è messa a piangere. Io l’ho stretta e ala fine abbiamo fatto l’amore, ma non sono pentito, perché l’ho fatto per consolarla, perché ero preoccupato per lei, solo per lei e il piacere che ho provato non è stato che una conseguenza inaspettata. Di questo non mi confesso. Ma mi confesso di aver ripetuto il giorno successivo la stessa cosa e questa volta per provare nuovamente le sensazioni piacevoli che avevamo provato il giorno prima».

Sembra che in molti siano rimasti colpiti da questo episodio. D’altra parte era una cosa sincera e poi metteva in evidenza un aspetto importante: «Che il peccato non è all’esterno dell’uomo, ma è nel suo cuore, dentro di lui».

Invece spesso si vede un automatismo che non tiene conto delle circostanze che accompagnano un determinato comportamento. Un automatismo che vede il Padre Eterno come un computer che fa tutti i suoi calcoli per stabilire se siamo stati cattivi o meno.

Gianni Geraci

Siamo arrivati al termine del nostro incontro e vorrei ringraziare don Leandro. Prima però vorrei condividere con voi una riflessione molto breve che mi pare sintetizzare abbastanza bene le tante cose che sci siamo detti.

«Quale castità per le persone omosessuali?» ci siamo chiesti. E abbiamo scoperto che  una persona omosessuale vive la castità, cioè mette la sua sessualità al servizio dell’amore nella misura in cui fa riferimento a tre principi essenziali.

Il principio dell’amore che ci dovrebbe spingere a chiederci: «Ma quel che faccio, lo faccio veramente per amore?»

Il principio della coscienza. Una coscienza che deve però essere retta, capace cioè di interrogarsi con sincerità sulla reale bontà delle scelte che compie.

E il principio dello Spirito, un principio che mi ricorda un suggerimento che, ormai tanti anni fa, un prete di grande santità mi aveva dato in un momento in cui gli avevo confidato la mia incapacità di osservare la continenza. «Guarda - mi ha detto - la tua situazione è veramente un macello (e potete ben immaginare quello che gli raccontavo), ma non preoccuparti troppo della tua sessualità disordinata. Fai quello che puoi, ma non diventare matto. Cerca invece di non mollare mai la preghiera». E allora, dire che c’è un primato dello Spirito. Dire che c’è un primato dello spirito significa proprio questo. Non preoccupiamoci tanto della contingenza e cerchiamo di conservare un’intensa vita di preghiera.

Io sono convinto che, se rispettiamo questi tre principi, anche noi omosessuali possiamo dire di vivere la castità. Una castità diversa da quella a cui sono chiamati i monaci. Una castità diversa da quella a cui sono chiamate le persone sposate. Una castità diversa a cui sono chiamati quelli che, come noi, vivono una loro specifica diversità. Don Leandro mi corregga se ho frainteso il senso della sua relazione.

Don Leandro Rossi

Direi che va bene e vi ringrazio per l’attenzione che mi avete prestato.

Vi ringrazio anche per le osservazioni che mi avete fatto. Perché è giusto contraddire il relatore. C’è sempre il rischio, quando si parla a un gruppo di persone, di dire: «Io sono il relatore! Io ho studiato, mentre voi che ascoltate non sapete niente!». Paulo Freire, a cui ho dedicato volentieri un mio libro, era solito dire che: «Non c’è persona che abbia studiato, che non debba anche imparare, e non c’è persona che non abbia studiato che non abbia qualcosa da insegnare a quelli che hanno studiato».

Io mi sento come uno che è venuto a dialogare con voi e che è contento di averlo fatto.

Perdonatemi se qualche volta mi sono lasciato prendere dall’enfasi dei discorsi: il fatto è che dentro ciascuno di noi si annida l’aspirazione di diventare il tutore unico dell’ortodossia contro il parere di chi non condivide le nostre idee. Si tratta di una cosa che capita spesso di cui occorre essere consapevoli.

Ma prima di finire desidero complimentarmi con voi per il fatto che vi ritrovate insieme. È bello infatti riconoscersi e volersi bene.

Andate aventi. Andate avanti pure che andate bene.