090220_Althaus_Reid.jpgMarcela Maria Althaus-Reid: la Teologia diventa queer

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20 Febbraio 2009. La morte della teologa argentina Marcella Maria Althaus-Reid ci spinge a proporre a quanti seguono il nostro sito il bellissimo intervento che aveva pubblicato per il dossier «Diversità sessuale e teologia in America Latina».

Sommario

Appunti per una biografia. 1

Un Dio queer 2

Teologia queer 2

Il cambio di paradigma: le altre donne. 2

Teologia indecente. 2

Appunti per una biografia

Marcella Maria Althaus-Reid, quacchera argentina naturalizzata inglese, è nata a Rosario nel 1952. Dopo gli studi presso l'Istituto Teologico Ecumenico (ISEDET) di Buenos Aires è stata una delle prime donne del suo Paese ad accedere ai gradi accademici teologici. Dopo essersi trasferita in Gran Bretagna ha coordinato un progetto di educazione popolare ispirato alla Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire in un quartiere povero di Dundee. Prima di insegnare Teologia contestuale all’Università di Edimburgo è stata senior lecturer in Etica cristiana presso la facoltà di teologia del New College, sempre ad Edimburgo.

La sua ricerca teologica, muovendosi dalla teologia della liberazione latinoamericana, ha approfondito le tematiche connesse alla sessualità e gender theory, con un approccio ermeneutico biblico di taglio materialista e femminista. È stata una delle fondatrici della queer theology, in cui la tematica della liberazione è declinata nella condizione di discriminazione degli omosessuali. Ha al suo attivo numerosi saggi di teologia, tra cui: «Indecent Theology. Theological Perversions in Sex, Gender and Politics», Londra (2001);

«The Queer God», Londra (2003); «From Feminist Theology to Indecent Theology», Londra (2004); «From Liberation Theology to Indecent Theology. A Trouble for Sexuality», New York (2005); «Liberation Theology and Sexuality», London (2006). È stato membro del comitato internazionale della rivista di Teologia «Concilium».

Parlando di Marcela Maria Althaus-Reid, la teologa Lisa Isherwood, che con lei ha diretto la collana Queering Theology della casa editrice inglese Continuum ha scritto: « Il suo contributo alla teologia della liberazione e della sessualità è stato onesto, coraggioso e provocatorio. Riteneva che solo una teologia radicale, che osasse andare oltre i limiti comunemente accettati, potesse rivelare la presenza di Dio nel nostro tempo. Ha sfidato i poteri oppressivi dell'ortodossia e ha trovato coraggio e ispirazione nei margini. Nel suo libro Indecent Theology ha saputo riflettere sulle esperienze sessuali dei poveri e, facendo uso di analisi economiche e politiche, ha esposto l'ideologia sessuale della teologia sistematica. In The Queer God ha elaborato un' idea di santità che supera i pregiudizi sessuali e colonialisti e mostra come la teologia queer sia una ricerca della liberazione di Dio. Le persone che hanno lavorato con lei hanno potuto conoscere con quanto impegno e con quale profondo acume si sia dedicata alla ricerca teologica. Il lavoro di Marcella sarà ricordato nelle generazioni a venire».

Un Dio queer

Il Dio queer è un Dio che esce dall’armadio dicendo «non posso essere Dio, ho un’altra identità, ho bisogno di essere uomo».

Non è un gesto di donazione agli uomini, ma una necessità di Dio di rivelarsi. Dire: «Sono fragile, sono umano».

Uscire da questo armadio gli è costato caro. Questa è un’interpretazione nuova di Dio, a partire da un altro modo di rapportarsi con la divinità.

Le metafore del Dio perfetto, della suprema sapienza, del terminato, derivano da un modo di pensare premoderno. Il Dio queer è un Dio inconcluso, in progress, ambiguo, dalle molteplici identità, che non finiamo mai di conoscere perché, quando arriviamo al termine, sfugge, è di più.

Non voglio un Dio del centro egemonico, un re che ti visita nella favela, ti dà la mano e dice: «Io sono Dio, ho un regno e sono così buono da venirti a far visita. Però adesso, scusa, devo tornare nel Regno dei Cieli».

Parlo di un Dio che apre il suo armadio e diverte gli amici dicendo: «Ora sono Marlene Dietrich».

Marcela Maria Althaus-Reid

Teologia queer

La prima Teologia femminista aveva al centro l’uguaglianza dei ruoli. Quindi si preoccupava dell’ordinazione delle donne nelle chiese, del loro diritto di studiare e insegnare teologia, della loro posizione nei processi decisionali ecclesiali. La Teologia femminista della liberazione mise in discussione il quadro neoliberale, proponendo una solidarietà tra uomini e donne nella lotta per la liberazione dei popoli, ma sviluppò la tipica agenda di genere (per esempio con l’enfasi sulla mariologia) che finisce sempre per rafforzare le strutture esistenti.

Il cambio di paradigma: le altre donne

La sfida al paradigma di genere doveva venire da altre voci. Le voci delle Altre. Io ho avuto il privilegio di studiare all’Istituto superiore evangelico di studi teologici (Isedet) di Buenos Aires con esponenti della prima Teologia della liberazione, ma anche con il reverendo Roberto Gonzalez (fondatore della Metropolitan Community Church di Buenos Aires) e con Fabiana Tron. Quest’ultima, una delle donne di maggiore profondità spirituale che io conosca, ha abbandonato la Chiesa per unirsi ai movimenti civili per i diritti umani e la giustizia sessuale in Argentina. Con lei anni fa discutevamo come il concetto di “donna” sia già una costruzione eterosessuale e patriarcale e a entrambe questa parola non dice nulla. La ascoltiamo, ma non siamo noi. La Teologia lesbica e gay  ha chiesto: Che vuol dire essere donna? Che vuol dire essere uomo? In teologia essere donna è un concetto quasi biologico, costruito attorno all’ossessione procreativa degli israeliti di millenni indietro. Però “donna” è un concetto eterosessuale, costruito socialmente e culturalmente, come diceva Pierre Bourdieu, rappresentato non tanto in individualità, ma in istituzioni. La Teologia lesbica e gay è stata una Teologia della liberazione, con teologi della giustizia sociale, come Gary Comstock, che hanno militato per i diritti umani mentre facevano traballare l’ideologia eterosessuale della teologia. Teologi della liberazione e teologi sessuali che hanno messo in discussione il funzionamento delle istituzioni, i loro meccanismi di potere e il loro rapporto con un modo di pensare eterosessuale (binario e gerarchico). Se si muovono i postulati eterosessuali cominciano a cadere molte cose del cristianesimo. A questo punto la teologia sistematica alternativa inizia a nascere. Già Paul Ricoeur diceva che la Bibbia presenta una sfida di esercizio ermeneutico, giacché, oltre a usare con essa i criteri di interpretazione di qualunque libro, c’è un presupposto di fede, di fiducia in un credo, in un insieme di affermazioni non discutibili.

La Teologia lesbica e gay rimuove l’eterosessualità come presupposto di fede. E identifica le componenti di pensiero eterosessuale in altre interpretazioni bibliche come quelle neoliberali, perché l’economia è una scienza basata sugli scambi umani, su affettività e valori, e ha un’epistemologia sessuale. Però fondamentalmente la Teologia lesbica e gay destabilizza la prospettiva di genere e problematizza la teologia femminista.

Teologia indecente

La Teologia indecente è un progetto teologico che ho sviluppato nella mia comunità, ma appartiene a un movimento più ampio cresciuto a partire dalla Teologia femminista della liberazione e dalla Teologia lesbica e gay: la Teologia queer. Queer è una parola la cui etimologia significa trasversale o obliquo e si applica nel significato sessuale in senso peggiorativo. Queer significa pure anormalità, quella di quanti non si conformano alle definizioni imperanti. L’anormalità che forma il nucleo sovversivo dei Vangeli. La Teologia queer nasce come parte di una non conformità con la Teologia lesbica e gay. Prima di tutto, stabilisce una differenza tra teologie della sessualità e teologie sessuali.

Le prime partono dalla teologia o dalla Bibbia per organizzare un discorso sulla sessualità, considerando poi le esperienze delle persone; sono queste ultime a doversi adattare o scontrare con un’ideologia sessuale presente teologicamente. Le seconde usano una metodologia simile alla Teologia della liberazione, che va dalla vita della gente alla teologia. Ci si domanda: che dice la nostra sessualità di Dio? La Teologia lesbica e gay affermava identità sessuali definite: lesbiche, gay, eterosessuali. Ma il paradigma queer apre la porta a una teologia e a una lettura della Bibbia che mettono in discussione il carattere ideologico della costruzione di tutte

le identità sessuali e la dipendenza della Teologia lesbica e gay dal paradigma eterosessuale nel momento in cui accetta che essere gay sia una categoria fissa e intesa storicamente attraverso una definizione data.

Così oggi facciamo teologie pensate a partire dall’esperienza di travestiti o bisessuali, sviluppando modelli teologici e istituzionali a partire dalle prospettive di un’epistemologia sessuale differente. Bisogna che la teologia sia indecente, cioè queer e politica. La teologia è sempre stata una riflessione dominata e ossessionata da una tematica sessuale, dal Credo che afferma un Dio dipendente da un concepimento e da una verginità, fino alla sua preoccupazione permanente di regolare la sessualità umana. Quello che ho chiamato ossessione di mantenere un’ideologia sessuale attraverso codici di decenza e indecenza che vanno al di là di quanto

una persona fa o non fa: si incarna in un modo di pensare, di organizzarsi sul piano istituzionale, di scambiare non solo affetti, ma beni e monete.

È una domanda che mette in discussione il pensiero dualista e gerarchico comune al concetto medievale di famiglia (quello che usiamo oggi) e alla politica del Fondo monetario internazionale. Dall’«essere uguale all’élite maschile» della prima teologia femminista, passando per l’uguaglianza per la lotta della Teologia femminista della liberazione, si è giunti a mettere in discussione le categorie donna o uomo, divenute generiche. Un po’ come la categoria poveri della Teologia della liberazione: all’inizio si basava su un soggetto maschile, nell’ambito prevalentemente rurale; la Teologia femminista della liberazione vi aggiunse la donna nera, indigena, e quella povera delle grandi città latinoamericane. Il realismo critico investe anche la sessualità, riconoscendo che l’eterosessualità è una opzione sessuale degna, ma anche un’ideologia ampia e diffusa. E le connessioni tra ideologie sessuali e politiche nella riflessione cristiana non nascono ora.

Leggendo la biografia di Paul Tillich scritta dalla sua vedova, Hannah, scopriamo, per esempio, come il teologo tedesco ammirato per la sua riflessione ontologica avesse un problema sessuale nascosto. Peccato che nella sua riflessione teologica Tillich non sia stato capace di mettersi onestamente davanti alla propria sessualità. O che Karl Barth abbia lasciato riflessioni conservatrici sul ruolo della donna e sulla vita di una famiglia cristiana quando viveva nella stessa casa con le due donne che amava. Se essi avessero rotto il silenzio e sviluppato una teologia pertinente in tema di sessualità, basata sulle loro esperienze, sarebbe stata una teologia indecente, “anormale” dal punto di vista ideologico e basata su un dialogo esistenziale più autentico. E oggi non staremmo a perdere tempo cercando nella Bibbia la giustificazione del valore e della saggezza delle donne contadine della Palestina di migliaia di anni fa affinché ci indichino come dobbiamo vivere oggi.

Rivendicando l’indecenza della teologia si rivendica uno stato di allerta e sovversione permanente degli apparati ideologici del cristianesimo e delle tattiche neocoloniali della Chiesa. Al contempo si afferma che nel cristianesimo c’è qualcosa che resiste a ogni ideologia. In teologia molte volte la gente diventa “cosa” e le cose (come le tradizioni) diventano “gente”. Scoprire i processi ideologici sessuali nella prassi della Chiesa significa

liberare la gente dall’essere cosa, ma anche liberare un Dio che, seppure lo abbiamo fatto a nostra immagine e somiglianza, ancora si rivela e si ribella, sfugge alle nostre ideologie. È un Dio queer. Ma il Dio queer non è una novità del cristianesimo postmoderno; rappresenta un ritorno del concetto messianico presente nell’escatologia del Nuovo Testamento: è la presenza storica di un Dio in Cristo il cui significato non può essere calcolato, determinato o ristretto. È di più. Un Dio il cui significato finale non può essere chiuso o iscritto in nessuna dogmatica. Il Dio queer è il supplemento di eccedenza di Dio che trasforma i nostri contesti e ci mette davanti alla presenza di un Altro radicalmente differente da noi, e, per questo, necessario affinché la nostra identità sia vera. Questo Dio queer è la nostalgia che insidia il cristianesimo dell’aver fatto di Dio un tema della casistica ecclesiale, mentre Dio supera i margini e non può essere contenuto nei sistemi legali teologici.

Perciò il Dio queer porta in sé la nostalgia di un desiderio divino e il timore di una distruzione delle illusioni che includono un linguaggio teologico istituzionalizzato e riduzionista. Parafrasando la vecchia massima della Teologia della liberazione, secondo cui «l’oppresso in ultima istanza libererà l’oppressore», i margini dei sistemi teologici eterosessuali ci offrono una possibilità di redenzione di una Chiesa e una cristologia organizzate in base a un’ideologia sessuale, basata sulla sacralizzazione di una certa costruzione sessuale dipendente da determinati contesti politici e culturali. Questa è la «grande eresia sessuale» che, insieme alle costruzioni eretiche di razza e classe sociale, ha tenuto il cristianesimo nella cattività babilonese e di cui la Chiesa dovrebbe pentirsi e convertirsi pena continuare a divinizzare i propri interessi coloniali di potere che tanta sofferenza, in nome di Dio, hanno causato all’umanità.

Marcela Maria Althaus-Reid