061124_Relazione_Tamayo.jpgSpagna: dalla teologia parole incoraggianti.

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24 Novembre 2006, Josè Tamayo partecipa al convegno «Una fedeltà scandalosa? L’amore nella coppia gay e lesbica. Credenti e non credenti a confronto». È stata l’occasione per scoprire alcuni testi che questo teologo ha dedicato al tema dell’omosessualità.

Sommario

Un teologo libero. Un breve ritratto di José Tamayo. 1

Tre articoli sull’omosessualità. 1

Omosessualità e cristianesimo. Incompatibilità senza fondamento. 1

L’ordine morale e la Chiesa d’ordine. 3

Cammino verso l’integralismo?. 4

Un teologo libero. Un breve ritratto di José Tamayo

Juan Josè Tamayo Acosta è uno dei più importanti esponenti di quel movimento che, nei paesi di lingua spagnola, ha iniziato a riflettere con serietà sulle sfide che la modernità sta mettendo di fronte alla Chiesa contemporanea. Fedele al magistero del Vaticano II ha creato l’ Associazione Spagnola di teologhe e teologi Giovanni XXIII di cui è anche segretario generale. Direttore del Dipartimento di Teologia e Scienza della Religioni Ignacio Ellacuria dell’Università Carlos III di Madrid ha il privilegio di poter esprimere liberamente il suo pensiero anche su quei temi scottanti che hanno spinto la Congregazione per la Dottrina della Fede di Ratzinger a intervenire con i suoi provvedimenti disciplinari.

Tra questi argomenti c’è anche il problema del rapporto tra Fede e Omosessualità. I due testi che vi proponiamo di seguito lo dimostrano.

Tre articoli sull’omosessualità

Omosessualità e cristianesimo. Incompatibilità senza fondamento.

La relazione tra omosessualità e cristianesimo è un tema complesso su cui generalmente non si parla con serenità ed equilibrio. Si affronta con stereotipi, pregiudizi e concezioni mitiche, legati ad un'educazione religiosa e civica caratterizzata dall'omofobia. Mancano obiettività, rigore e rispetto nel trattamento del tema. C'è la tendenza a squalificare. La gente si pronuncia prima di informarsi, e non per cercare di comprendere ma per condannare.

La Chiesa cattolica è una delle organizzazioni internazionali che più volte si è pronunciata pubblicamente sull'omosessualità, e sempre in tono negativo e di condanna. Altri organismi internazionali, come l'Organizzazione Mondiale della Salute, il Consiglio d'Europa, il Parlamento Europeo, si sono mostrati più comprensivi, tolleranti e aperti.

Il primo dato da considerare in questa materia è l'ampio pluralismo esistente tra i gruppi di cristiani e cristiane (qui mi limiterò ai cattolici). Da una parte si trovano le posizioni della gerarchia cattolica in blocco, senza crepe, almeno all'esterno, e di alcune organizzazioni cattoliche che considerano eticamente disordinata la mera inclinazione della persona omosessuale; qualificano la pratica omosessuale come immorale e abominevole; accusano gay e lesbiche di essere persone depravate e moralmente cattive, un virus per la società; paragonano i matrimoni omosessuali alle monete false, definendoli in questi termini: «corruzione e falsificazione legale dell'istituzione matrimoniale, regresso nel cammino della civiltà, grave lesione ai diritti fondamentali del matrimonio e della famiglia, attentato all'armonia della creazione, rottura della stabilità sociale nella sua essenza più profonda e distorsione dell'immagine dell'essere umano e della famiglia». Allo stesso modo, esprimono il proprio dolore per i danni causati ai bambini dati in adozione a queste «false coppie». Dall'altra parte vi sono le posizioni di numerosi gruppi di teologi, teologhe, comunità di base, lesbiche e gay cristiani che dissentono dalla gerarchia, definendola aggressiva e totalitaria. Questi gruppi difendono un modello di convivenza caratterizzato dal rispetto e dalla libertà, giustificano l'omosessualità come una forma legittima di esercitare la sessualità, rivendicano il diritto delle coppie omosessuali a contrarre matrimonio sia civile che religioso, in quanto unità di convivenza e di affetto a parità di condizioni con le persone eterosessuali, e all'adozione.

I punti di accordo tra le due parti sono minimi e la frattura non potrebbe essere maggiore. Cercando di oggettivare il tema, ritengo che il problema di fondo sia radicato in una serie di distorsioni che passo ad esplicitare. La prima è la tendenza a considerare come legge naturale e divina quelle che in realtà sono norme ecclesiastiche. È la strategia dei vescovi di imporre a tutta la cittadinanza una concezione del matrimonio e della sessualità che appartiene alla dottrina morale della Chiesa cattolica di una determinata epoca storica oggi in via di revisione. La gerarchia pretende di porre limiti ai legislatori nell'esercizio della loro funzione, accusandoli, nel caso della legge che regola il matrimonio omosessuale, di andare contro la legge naturale, di negare in maniera flagrante dati antropologici fondamentali e di portare avanti un autentico sovvertimento dei principi morali più elementari dell'ordine sociale. Quello che soggiace a tale posizione è la resistenza a riconoscere lo Stato non confessionale e ad accettare il pluralismo ideologico, religioso e morale della società spagnola. La seconda distorsione, conseguenza di quella precedente, è la non accettazione di un'etica laica, valida per tutti i cittadini e le cittadine, indipendentemente dalle loro fedi ed ideologie. Il processo di secolarizzazione ha stabilito una giustificata separazione tra la sfera religiosa e quella laica che i vescovi farebbero bene a rispettare, collaborando, a partire da qui, alla ricerca comune di alcuni minimi fondamenti di etica laica condivisi da tutti i cittadini e le cittadine, nel rispetto delle morali delle diverse tradizioni religiose.

La terza distorsione è interna allo stesso cattolicesimo e fondamentale dal punto di vista teologico. Consiste in una lettura fondamentalista dei testi biblici relativi all'omosessualità. Faccio un paio di esempi.

Il primo è quello di Sodoma e Gomorra (Gn 19,1-11). In base all'interpretazione tradizionale, il peccato degli abitanti di queste due città sarebbe stato quello di intrattenere relazioni omosessuali. Tuttavia, secondo l'interpretazione che oggi sembra più corretta, quello che si condanna non è l'omosessualità in sé, ma la durezza di cuore degli abitanti di Sodoma, la violenza dell'uomo sull'uomo, che implica un'umiliazione, l'offesa agli stranieri che Lot aveva accolto in casa esercitando la virtù dell'ospitalità. La teologa nordamericana Alice Winter mostra che il peccato delle due città si concretizza in un sistema di ingiustizia e di oppressione difeso da una piccola élite per garantirsi una vita di ricchezza e di ozio alle spalle dei poveri. In definitiva, è la mancanza di ospitalità nei riguardi degli stranieri quello che si condanna. Il secondo esempio sono le prescrizioni del Levitico. In un brano di questo libro (18,22) si definisce l'omosessualità maschile abominevole. In un altro (20,13) si dice che, se un uomo giace con un altro uomo, entrambi commettono abominio e devono morire. I due testi devono essere letti nel loro contesto. Nella legislazione ebraica si ordina la pena di morte per quanti maledicono i propri genitori, per gli adulteri, gli incestuosi e per quanti commettono peccato con gli animali. Si considera ugualmente abominevole avere relazioni sessuali con una donna durante le mestruazioni. Al contrario, si permette di vendere la propria figlia come schiava, di possedere schiavi, maschi e femmine, sempre che si acquistino in nazioni vicine. Si stabilisce la pena di morte per chi trasgredisce il precetto del riposo del sabato e osa lavorare il settimo giorno. Si proibisce di accedere all'altare a ogni persona con qualche difetto fisico. Bisogna interpretare questi testi nel loro senso letterale? Decisamente no. Ciò che tali proibizioni vogliono porre in rilievo è il carattere peculiare del popolo ebraico come popolo di Dio che si distingue dagli altri popoli. La condanna dell'omosessualità come di altre pratiche non si basa su ragioni sessuali ma su ragioni religiose. Il problema non si pone sul terreno morale, ma su quello dell'identità etnica e della purezza. Credo che il conflitto o l'incompatibilità tra cristianesimo e omosessualità manchino di una base tanto antropologica come teologica. Concordo con il teologo olandese Edward Schillebeeckx sul fatto che non esiste un'etica cristiana rispetto all'omosessualità. Si tratta di una realtà umana che deve assumersi come tale senza appellarsi a valutazioni morali escludenti. A mio giudizio, non esistono criteri specificamente cristiani per giudicarla. L'incompatibilità nel cristianesimo non si dà tra l'essere cristiani e l'essere omosessuali, ma tra l'essere cristiani e l'essere non solidali, tra l'essere cristiani e l'essere omofobi, o, come dice il Vangelo, tra il servire Dio e il servire il denaro. L'attuale teologia cristiana del matrimonio è stata elaborata in una cultura, una società e in una religione omofobe e patriarcali, che imponevano la sottomissione della donna all'uomo e l'esclusione degli omosessuali dall'esperienza dell'amore. Oggi c'è bisogno di riformulare tale teologia, affinché sia inclusiva delle diverse tendenze sessuali che devono essere vissute a partire dalla libertà, dal rispetto dell'alterità e all'interno di relazioni ugualitarie.

Josè Tamayo, Adista (70) 15 Ottobre 2005

L’ordine morale e la Chiesa d’ordine

Il cardinal Rouco sa che l'ordine morale in uno Stato non confessionale e in una società secolarizzata non è dettato da una morale religiosa, ma da un'etica laica fondata sull'uomo, fonte della moralità. Nella filosofia morale di Kant, che non era esattamente ateo, troviamo uno dei tentativi più solidi di fondazione autonoma dell'etica come condizione per la sua universalità e raggiungimento della maggiore età morale dell'uomo. L'Illuminismo rappresenta per Kant «l'uscita dell'uomo dalla propria autocolpevole minoranza d'età ». Minoranza che «significa l'incapacità di servirsi del proprio raziocinio senza la guida di un'altro». La permanenza in un tale stato diventa colpevole nel momento in cui la causa «non risiede nella carenza di raziocinio, bensì nella mancanza di decisione e di capacità di servirsene da soli». Il motto dell'Illuminismo per Kant è «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo raziocinio!» senza ricorrere a tutori, i quali abitualmente assumono le vesti di censori. La ragione è in grado di raggiungere l'obiettivo quando se ne fa un utilizzo pubblico, superando la resistenza di chi, dal mondo politico o religioso, cerca di dissuadere dal pensare.

La religione non serve più a fondare la morale. La motivazione ultima dell'azione morale è il dovere per il dovere, non il dovere basato su una legge o su un comandamento divino. «La morale, essendo fondata sul concetto di uomo come essere libero, il quale, appunto perché tale, sottopone se stesso, mediante la propria ragione, a leggi incondizionate, non ha bisogno né di un altro essere superiore all'uomo per conoscere il proprio dovere, né di un altro movente oltre la stessa legge per adempierlo» afferma Kant nel suo scritto La religione nei limiti della semplice ragione. La religione non è necessaria per fondare le buone abitudini. Essa, inoltre, non è stata di certo caratterizzata da questa funzione, bensì da tutt'altro: fazioni, guerre civili, oppressione, schiavitù, direbbe Hume. La sfida che l'Illuminismo si trova ad affrontare è lo sviluppo di un'etica che sia contemporaneamente flessibile ed esigente, autonoma e immanente, superatrice della metafisica tradizionale e della rigida morale cattolica. In altre parole, si tratta di rendere compatibile la soggettività e l'universalità della ragione, l'autonomia personale e l'universalità morale. Insieme all'emancipazione della ragione e della morale si verifica l'emancipazione del diritto e la sua rifondazione laica, che, per quanto possa sembrare paradossale, non provengono da uomini di pensiero estranei od ostili alla religione, ma da giuristi vincolati al cristianesimo come Grotius. Può esistere un diritto senza l'esigenza di ammettere, nella sua origine, l'esistenza di Dio.

La secolarizzazione del diritto non esige né il deismo legale, né l'ateismo ufficiale. Dunque, il concetto autonomo e laico dell'etica mette in discussione alcune delle pratiche attuali della Chiesa in grado di trasgredire l'ordine morale al quale fanno appello. Ecco qualche domanda al riguardo:

È consona all'ordine morale democratico l'attuale Legge Fondamentale dello Stato della Città del Vaticano, il cui articolo 1 afferma che il Sommo Pontefice ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario?

È conforme all'ordine morale l'esclusione delle donne dalle funzioni direzionali in seno alla Chiesa cattolica e dall'accesso al ministero sacerdotale, episcopale e papale? Può essere considerata corrispondente all'ordine morale la negazione dei diritti riproduttivi delle donne da parte della Chiesa cattolica? È conforme all'ordine morale proibire l'utilizzo di preservativi nei rapporti sessuali, dove sono milioni le persone che contraggono il virus HIV ogni anno perché non ne fanno uso? È consona all'ordine morale l'assenza di democrazia e di diritti umani in seno alla Chiesa, adducendo che è di origine divina? Può Dio essere sostenitore della democrazia nella società e, contemporaneamente, esserne ostile nella comunità cristiana? È conforme all'ordine morale negare ai teologi e alle teologhe la libertà di pensiero, di espressione, di cattedra e di ricerca? Può fare appello all'ordine morale la Congregazione per la Dottrina della Fede, per giustificare la condanna di oltre 500 teologi e teologhe?

Il problema di fondo sta, a mio avviso, nel fatto che alcuni gerarchi cattolici pretendono fondare l'ordine morale su una legge naturale della quale sono convinti di essere gli unici depositari e interpreti autorizzati, o su testi sacri letti alla maniera fondamentalista, cioè senza tener conto del contesto in cui furono scritti e senza l'opportuna ermeneutica. Un esempio. Per disapprovare l'omosessualità si fa riferimento a testi della Bibbia.

È il caso del libro del Levitico 18,22, dove leggiamo: "Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole". Ma lo stesso libro dice che schiavi, uomini e donne, potranno essere comprati e presi soltanto dalle nazioni vicine e lasciati in eredità ai figli come loro proprietà (Lev 25,44-46); afferma anche che una persona non può avvicinarsi all'altare di Dio se ha difetti di vista (Lev 21,10). Il libro dell'Esodo stabilisce che una sorella può essere venduta come schiava (Es 21,7); che chiunque farà un lavoro di sabato deve essere messo a morte (Es 35,2).

Tali pratiche devono intendersi alla lettera, come ad esempio la condanna dell'omosessualità e hanno vigore oggi? Sarebbe meglio, a mio avviso, collaborare per la costruzione di un ordine morale laico, di un'etica autonoma fondata antropologicamente e valida per tutti. Questa è forse la materia che la società spagnola deve riparare e che dovrebbe essere risolta il prima possibile.

Josè Tamayo

Cammino verso l’integralismo?

Il pontificato di Benedetto XVI sta deviando pericolosamente dal conservatorismo all’integralismo. Le costanti concessioni che fa ai movimenti tradizionali ancorati a Trento e contrari al Concilio Vaticano II lo rendono manifesto. Più che una strategia di dialogo e avvicinamento ad essi per attrarli di nuovo alla Chiesa cattolica, il papa sta mostrando inequivocabilmente che condivide con loro la sua concezione preconciliare del cattolicesimo e che pretende di legittimarli teologicamente senza contropartite. E per questo è disposto e rivedere e correggere il Concilio Vaticano II, del quale lui stesso fu consigliere teologico.

Due recenti documenti lo dimostrano. Uno è il motu proprio che autorizza il ritorno alla messa in latino conforme al rito del Messale romano promulgato da San Pio V nel 1570, dopo il concilio di Trento, in risposta, secondo parole del papa, alle «deformazioni della liturgia, nel limite del sopportabile». Questa misura è stata accolta con soddisfazione dalla fraternità San Pio X, creata da monsignor Lefebvre, il cui segretario generale la considera «un avanzamento fondamentale nella restaurazione della Tradizione». Io credo che tornare al latino nella liturgia cattolica è in chiara contraddizione con il Concilio Vaticano II, fautore della revisione integrale di tutti i riti, se fosse necessario, affinché riacquistino nuovo vigore, e di riformare la liturgia conforme alle circostanze e alle necessità del nostro tempo. Io mi chiedo: «Torneranno i seguaci di Lefebvre ad introdurre nel rituale latino la preghiera per i perfidi ebrei che abolì Giovanni XXIII»?

Tra le questioni teologiche che, secondo la Fraternità di San Pio X, devono essere affrontate nel dialogo con Benedetto XVI come condizione necessaria per il suo avvicinamento a Roma si trovano la libertà religiosa e l’ecumenismo. E, certamente, il Concilio Vaticano II, che è, a giudizio dei lefebvriani, una delle cause fondamentali della grave crisi della Chiesa Cattolica, riconosciuta dal cardinale Ratzinger in molteplici occasioni. Dunque per accontentare i tradizionalisti, l’ecumenismo e il Vaticano II sono stati oggetto di revisione nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede circa Certi aspetti della dottrina sulla Chiesa, che viene pubblicato con l’approvazione del papa. Seguendo la logica escludente della dichiarazione Dominus Jesus, della stessa Congregazione, quando era suo presidente l’attuale Pontefice, e ricorrendo lo schematico genere letterario del catechismo (domande e risposte), tenta di dimostrare che il Concilio Vaticano II non suppose alcun cambiamento nella dottrina sulla Chiesa e che la Chiesa Cattolica è la vera e unica Chiesa di Cristo, con la esplicita esclusione delle Chiese orientali, perché non riconoscono l’autorità del «Vescovo di Roma e successore di Pietro», e delle Comunità cristiane nate dalla Riforma, che non riconosce neppure come chiese perché non hanno la successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine.

Tali risposte travisano lo spirito inclusivo del Concilio Vaticano II, falsano oggettivamente il suo carattere e si pongono agli antipodi dell’atteggiamento dialogante di Giovanni XXIII e Paolo VI. Con un atteggiamento tanto escludente come quello della dichiarazione si rompono tutti i ponti di comunicazione del cattolicesimo con le altre chiese cristiane e rende impossibile, in pratica, il dialogo ecumenico – già di per sé molto deteriorato. Quello che risulta più preoccupante, se accade, è il fatto che il dialogo era una delle priorità che Benedetto XVI aveva ricordato all’inizio del suo pontificato. La conclusione di questa sequenza di attuazioni non può essere più disperata, poiché, come afferma Raimon Panikkar, «senza dialogo, l’essere umano asfissia e le religioni si anchilosano» e, aggiungo io, i credenti possono rivivere il vecchio spirito delle guerre di religioni.

Inoltre, il Concilio è sopra a qualsiasi istanza autoritaria nella Chiesa e, senza dubbio, sopra l’interpretazione distorta che possa offrire una Congregazione, in questo caso della Dottrina della Fede. Inoltre se si tratta di un Concilio Ecumenico come il Vaticano II, il più numeroso di tutta la storia, che riunì tutti i vescovi del mondo, contò la presenza di osservatori di tutte le chiese cristiane e approvò una serie di documenti di obbligato adempimento per tutti i cattolici, cominciando dal papa, che, primo fra tutti, ha il compito di svilupparlo e di applicarlo.

Credo che esiste un ampio consenso tra i teologi, le teologhe e i vescovi nel asserire che il Concilio Vaticano II cambiò, e sostanzialmente, la dottrina anteriore riguardo alla Chiesa. Questa non si considera più come società perfetta, gerarchica e disuguale per volontà divina (così la definirono, tra gli altri, i papi Leone XIII e Pio X). Si autocomprende, piuttosto, come mistero, popolo di Dio e comunità di credenti, nella quale tutti i cristiani, dal papa ai credenti di base, sono uguali per il battesimo. Si ponevano così le basi per la democratizzazione della istituzione ecclesiastica, che fino ad allora si era strutturata in modo autoritario attraverso l’opposizione chierici laici, gerarchia popolo, Chiesa docente e Chiesa discente docente, più propria del Medioevo che della modernità.

Il Cardinale Suenens, uno dei padri conciliari che più spinsero la riforma, definì il Concilio una «rivoluzione copernicana». Per il cardinale Montini, poi Paolo VI, il Vaticano II fu un concilio «di riforme positive, più che di castighi, di esortazioni più che di anatemi». Per lui ci fu da vincere le resistenze dei controriformatori della Curia e dei non pochi vescovi tridentini. Chissà cosa pensava di loro Giovanni XXIII quando nel discorso di apertura del Concilio affermava: «Infiammati di zelo religioso, mancano di rettitudine di giudizio e di ponderazione nel loro modo di vedere le cose. Nella situazione attuale della società vedono solo rovine e disastri. Vanno dicendo che la nostra epoca, paragonata a quelle precedenti, è molto peggio, si comportano come se la storia, che è maestra di vita, non avesse nulla da insegnare a loro».

Anticipando di varie decadi il clima attuale di dialogo interreligioso e interculturale, il Vaticano II optò per il dialogo multilaterale: dialogo con la storia; dialogo all’interno della comunità cattolica, minacciata dall’incomunicabilità; dialogo con le chiese cristiane, che vengono riconosciute come chiese sorelle nella differenza e nel rispetto del pluralismo; dialogo con la cultura moderna e, in concreto, anche con l’ateismo, che viene considerato un interlocutore necessario; dialogo con le religioni non cristiane, che vengono stimate come cammini di salvezza.

Le concessioni liturgiche di Benedetto XVI ai tradizionalisti, l’interpretazione preconciliare del Concilio Vaticano II e la svalutazione delle altre confessioni cristiane, collocano la Chiesa cattolica nel sentiero dell’integralismo e le fanno perdere credibilità. Il prezzo da pagare per questo è l’isolamento e l’allontanamento della società.

Josè Tamayo, Dal sito http://www.cdbitalia.it