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Giugno 2003: una lettrice scrive al settimanale diocesano del Patriarcato di Venezia. Le risponde padre Oliviero Svanera, docente di teologia morale della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

Sommario

La lettera. 1

La risposta del teologo. 2

Tra comportamento e vizio. 2

Amati e benedetti da Dio. 2

Sentire addosso l'emarginazione. 2

Rapporto senza sbocchi, rapporto chiuso. 3

Anche nei rapporti normali... 3

La lettera

Finalmente mi sono decisa a scrivervi una lettera aperta che avevo in cuore da quasi un anno, da quando passando in autobus per Padova mi è capitato di scorgere affisso ad un pilastro un manifesto politico che diceva: «Fuori omosessuali e transessuali dall'Italia!».

Qualche giorno fa, a distanza di tempo, leggevo sulla vostra mailing list, nello spazio dedicato alla Festa dei Giovani, che tra i messaggi dedicati al tema «La libertà è…» c'è una risposta che dice: «Il coraggio di essere gay». Commentando con me questo intervento, un amico dell’Azione cattolica (associazione di cui io stessa faccio parte) ha esclamato: «Ma come si fa a mettere certe frasi? Su un settimanale cattolico poi!». Mi sono allora venuti in mente tanti discorsi, conferenze, email, scambi d'opinioni, con tanti amici, fra cui medici, psichiatri, psicologi e sacerdoti. E mi ha invaso quella tristezza che quasi mi domina ogni qualvolta mi rendo conto di quale ignoranza ci sia su questo tema.

Ora, io credo che una persona di buon senso evita di parlare delle cose che non si conosce, o almeno, cerca di informarsi prima di farlo, a maggior ragione quando le sue parole possono trasformarsi in offese gratuite. Se infatti è vero che le Chiese sono nettamente spaccate su questo argomento, è anche vero che le ricerche in ambito medico-psicologico hanno dato e stanno tutt'ora dando dei risultati univoci. Non intendo entrare nell'aspetto etico-morale della questione - anche se mi piacerebbe e spero che si possa fare al più presto una tavola rotonda sul tema - ma in quello della ricerca medico-psicologica su cui ho qualche competenza dovuta alla mia attività professionale.

Pochissimi, ad esempio, sanno che transessualità e omosessualità sono due cose completamente diverse. Allo stesso modo molti non sanno che l'omosessualità non è una malattia. Questo non vuol dire che un omosessuale non possa avere dei problemi, ma si tratta degli stessi problemi che può avere un eterosessuale! Ho più di un amico omosessuale, alcuni sono medici, altri psicologi, altri professori universitari, altri ancora sacerdoti: Sono persone sane, che sanno amare e sono amate, che sono cristiane cattoliche, ma che da questa Chiesa, ahimé, il più delle volte non si sentono accettati o, peggio ancora, si sentono compatiti e classificati come «gli ultimi verso cui andare incontro…».

Una lettura interessante che ho fatto su questo argomento è il libro Alle porte di Sion di don Domenico Pezzini, che in Italia si occupa di pastorale con le persone omosessuali. Ve lo consiglio. E, se vi capita, andate ad ascolare Gianni Geraci, già appartenente alla Fuci e portavoce del Coordinamento Omosessuali Cristiani in Italia. Oppure provate a prendere contatto con uno dei tanti gruppi che stanno cercando di creare occasioni di dialogo sul tema dell’omosessualità all’interno della nostra Chiesa.

Credo veramente che occasioni di informazione e di confronto sarebbero molto utili a tanti educatori, catechisti, religiosi e religiose, che spesso in certe situazioni non sanno neppure cosa pensare. E dire che sono proprio queste le occasioni che permettono alla Chiesa e alla ricerca scientifica di incontrarsi.

Ma per confrontarsi occorre essere in due e, purtroppo, non sempre, nella Chiesa, le persone che cercano il dialogo, trovano degli interlocutori.

Gente Veneta, Giugno 2003

La risposta del teologo

Ecco il testo della risposta che il moralista padre Oliviero Svanera ha pubblicato sullo stesso settimanale in risposta alla lettera riportata sopra.

 

«Così uguali, così diversi». Così titolava tempo fa un dossier che raccoglieva su una rivista cattolica la voce di omosessuali credenti. Essi sentono infatti sulle proprie spalle il peso di una diversità che suggerisce a proposito della loro condizione, questa apparente contraddizione tra uguaglianza e differenza. Le persone omosessuali - meglio dire "persone omosessuali", come fanno anche i documenti della Chiesa, piuttosto che "omosessuali" onde evitare di definire una persona in base al suo orientamento sessuale! - si sentono diverse per quel vissuto unico, alla ricerca costante, a volte molto sofferta, di una integrazione della propria omosessualità nella identità personale. Eppure sono persone uguali ad ogni altro uomo, per quel desiderio di felicità nel cuore, che nasce dalla volontà di amare e di essere amati; di avere e poter vivere relazioni serene e liberanti; di essere accolti e approvati dalla gente che li circonda; di guardare al proprio futuro con fiducia e speranza.

Tra comportamento e vizio

Si possono fare molte considerazioni su ciò che determina nella persona la diversità di orientamento sessuale. Si sa, al di là della diffusa ignoranza in merito, che i motivi possono essere biologici, psicologici, culturali ed educativi. Sono elementi che interagiscono, sono compresenti, e rendono ragione della complessità della sessualità umana, per cui il termine “omosessualità” è alquanto astratto e cela aspetti diversi della sessualità di una persona, che si rivelano sia nelle cause che negli effetti con conseguenze quindi sulla valutazione morale. Dunque, da una parte, deve essere chiaro che ogni essere umano è diverso dall'altro nella comprensione e nella espressione della propria sessualità. D'altra parte bisogna essere coscienti che tale comprensione ed espressione è sempre condizionata nel tempo, nello spazio, dall'area geografica e culturale in cui si è immersi. Per secoli si è pensato così - e lo ha fatto anche la tradizione cristiana a partire da s. Paolo - che i comportamenti omosessuali fossero viziosi e posti in atto da persone eterosessuali in cerca di piaceri alternativi.

Amati e benedetti da Dio

Anche quando poi si pensa che siano persone particolari, certo non malate, come è arrivata ufficialmente a dire la moderna psichiatria, si continua a ritenere che siano disprezzabili in quanto rifiutantisi di rispettare il naturale orientamento eterosessuale. In realtà va ribadito che non si deve permettere, né a se stessi né agli altri, di ridurre le nostre relazioni al loro aspetto sessuale. Per ciascuno di noi è fondamentale dare spazio alla costruzione di un'identità che si sa accogliere e apprezzare nella propria originalità, bellezza e multiforme ricchezza. Dio non ha creato degli "scarti"! Designare perciò qualcuno a partire dal suo aspetto fisico ("è uno spastico"), politico ("è un comunista"), etnico ("è un negro") o sessuale ("è un omosessuale"!) è da questo punto di vista un'operazione che non rispetta la persona nella sua globalità. Noi non siamo prima di tutto il nostro orientamento sessuale, politico o sociale, siamo delle persone amate e benedette da Dio, chiamati a realizzarci in verità attraverso l'incontro con i fratelli che Egli ci ha posto accanto.

Sentire addosso l'emarginazione

Certo la scoperta di un orientamento sessuale "diverso" rispetto alla maggioranza, contrastato dalla mentalità comune, sentito magari come una condanna di Dio, giudicato perverso e ostacolato dalle persone più care come i genitori crea smarrimento, rabbia e tormenti di ogni tipo. Si sente il desiderio di una relazione autentica con l'altro, ma si teme di essere "lapidati" - come l'adultera di cui parla il Vangelo - da chi ci sta attorno ed è garante del regole comuni. Si vive allora nell'ombra, nel sospetto e nella paura. Chi vive la condizione omosessuale può sentire a volte la lontananza di Dio, il suo giudizio e quello della sua Chiesa che pende sopra la propria testa come una spada di Damocle. Può fare anche l'esperienza nei propri confronti dell'incomprensione e dell'emarginazione che viene dagli stessi fratelli nella fede, mentre è giusto aspettarsi che la Chiesa sia sempre più una casa dove gli emarginati e gli esclusi, i "diversi" possano "essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza", come dice il Catechismo della Chiesa cattolica. Accolti, riconosciuti e rispettati come "uguali" nella dignità di figli amati da Dio.

Rapporto senza sbocchi, rapporto chiuso.

Ogni fedele sa di doversi confrontare in verità e onestà con la Parola della Rivelazione. Qui il significato, quasi un "destino", una vocazione alla alterità e reciprocità uomo-donna e alla fecondità della nostra sessualità è tracciato in modo chiaro (cfr. Gen 1-2). Non è però chiaro il percorso verso questo "destino". Alla luce dell'antropologia della sessualità e della ricerca interdisciplinare delle scienze umane, in cui giustamente è imprescindibile il concetto di identità di genere, la definizione e il passaggio ad una netta eterosessualità non è sempre facile. Come dire che il nostro vissuto sessuale più che un dato è un compito perché è un cammino permanente di responsabilità nei confronti sia della propria personale integrazione sessuale, come della capacità di risposta all'appello dell'alterità. Un itinerario continuamente teso a trascendere, a superare dunque sia la solitudine, che tanto temiamo, come pure ogni relazione sessuale centrata su chi ci è sessualmente simile, ambigua proprio perché non aperta sulla ricchezza piena di affetto e di comunione che viene dalla diversità. Qui è infatti il limite più evidente di una relazione che non vive della dinamica umanizzante e feconda che nasce dall'incontro tra il maschile e il femminile, "cosa molto buona" secondo la Parola di Dio. La persona omosessuale non partecipa di una vicenda a due dove si apprende e si vive un amore che sa valorizzare la differenza in una unione apportatrice di vita: il bambino immagine dell'amore coniugale, segno meraviglioso di novità di vita per i genitori stessi e per la società tutta.

Anche nei rapporti normali...

La persona omosessuale - nella consapevolezza di questi limiti - deve sapere però di doversi misurare alla fine con un dato fondamentale per la riuscita di ogni incontro interpersonale: riconoscere l'altro, accoglierlo e amarlo nella sua unicità e originalità. Questo è in definitiva il criterio vero e decisivo della bontà di ogni rapporto umano. Al riguardo la Chiesa parla - e per ogni cristiano! - di castità, ma ciò non ha nulla di repressivo. L'educazione stessa all'amore infatti esige la castità quale proposta di una via che dia un senso profondo alla propria sessualità, che favorisca un incontro interpersonale più maturo nell'ottica di una amicizia in cui la relazione sia sempre più oblativa e autentica. L'amore è qualcosa di più e di diverso dalla sessualità, che ne è una componente non trascurabile ma neppure unica o preponderante. Questo amore può mancare o essere tradito anche nel matrimonio, anche in rapporti considerati "normali": quando diventa solo sesso, valvola di sfogo da aprire periodicamente per liberarsi dalla pressione accumulata; quando considera l'altra o l'altro come un oggetto da possedere o da sfruttare per la propria soddisfazione, e non invece una persona di pari dignità. Vanno curati dunque i legami con persone che aiutano a costruire rapporti affettuosi profondi e robusti, che possano condividere progetti e ideali comuni, in una solidarietà vera e nel desiderio di umanizzarsi reciprocamente. Conoscere queste cose è già cosa non da poco! Per questo può essere di aiuto l'accompagnamento spirituale di un sacerdote o la partecipazione ad un gruppo dove avviare un cammino di fede e di vera amicizia allo scopo di coniugare crescita umana, spiritualità cristiana, morale, magistero ecclesiale e identità sessuale. E vanno certo aperti sempre nuovi spazi di ricerca e di dibattito comune sul tema.

Padre Oliviero Svanera, Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, Sezione di Padova