021206_Gareth_Moore.jpgL’ultimo libro di padre Moore

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Il 6 Dicembre 2002 il cancro uccideva padre Garteh Moore, un domenicano che si era occupato di morale sessuale. Negli ultimi mesi della sua vita, quando ormai sapeva della sua malattia, ha deciso di affrontare il tema dell’omosessualità e ha scritto quello che, nel profondo, pensava.

Sommario

Una sorprendente analogia. 1

Veritatis Splendor?. 2

Non è peccato. 3

Una sorprendente analogia

Stavo chiudendo la pagina che avevamo deciso di dedicare a don Leandro Rossi quando mi sono accorto che, negli stessi giorni in cui don Leandro si preparava all’incontro con il Padre, veniva pubblicato postumo un libro di un domenicano inglese morto il 6 dicembre del 2002. Ho trovato il testo del libro all’indirizzo:

http://books.google.com/books?id=0ifW9NAjsm0C&printsec=frontcover&hl=it#PPP1,M1

 e l’ho letto d’un fiato, superando i problemi che ho con l’inglese. Mi sono così accorto che, nel comporre quella che sarebbe stata la sua ultima opera, padre Gareth Moore faceva la stessa esperienza che Leandro Rossi aveva fatto quando era venuto al Guado per affrontare con noi la domanda su quale castità fosse possibile per le persone omosessuali.

Le parole di quell’incontro mi sono risuonate ancora una volta dentro la testa: «Ho deciso di non venire più a compromessi, ho deciso che devo dire la verità fino in fondo, perché solitamente noi teologuzzi non facciamo altro che ripetere ciò che hanno detto altri, magari incensando o adulando, oppure facciamo i diplomatici e stiamo attenti a farci capire senza magari dire le cose che vorremmo dire. Anche questa fase, che è durata almeno vent’anni della mia vita e che non rinnego, perché era dettata dal rispetto per le persone, soprattutto per i laici che potevano scandalizzarsi se si diceva chiaramente tutto quello che si sentiva dentro, anche questa fase, dicevo, è finita. E prima di morire voglio chiedere la grazia di poter dire, almeno per una volta, la verità, e per fare questo chiedo la vostra collaborazione».

Come don Leandro Rossi ha finalmente raccontato a noi del Guado quello che in cuor suo pensava dell’omosessualità, così il domenicano inglese Gareh Moore ha deciso di scrivere in un libro quello che realmente pensava sull’omosessualità prima di morire.

Le parole di un uomo che sta preparandosi all’incontro con Dio, quando non sono soffocate dalla disperazione o dalla paura, sono la testimonianza più trasparente dell’azione dello Spirito di Dio dentro di lui. In certi momenti non si può più fingere, non si può più barare e l’unico criterio che ci si rende conto di dover adottare è quello della fedeltà alla verità. Ecco perché le parole scritte da padre Gareth Moore poco prima di morire, così come le parole pronunciate da don Leandro Rossi in un momento in cui aveva netta la percezione della prossimità della morte, hanno un valore particolare che supera e che schiaccia le centinaia di bizantinismi, di sottili distinguo, di giuridicismi e di ipocrisie che i documenti del Magistero cattolico non riescono ad evitare quando parlano di omosessualità.

Ho allora cercato in rete se c’era del materiale che illustrasse la vita e l’opera di questo teologo. Ho trovato due articoli che abbiamo tradotto di seguito, raccomandando però a chi ha il tempo di non dimenticare il testo del libro che può essere consultato in rete nel sito che ho ricordato sopra (cfr. Gareth Moore, A questiono of truth: Christianity and homosexuality, London: Continuum, 2003)

Gianni Geraci, Portavoce Gruppo del Guado

Veritatis Splendor?

Di tanto in tanto vediamo in televisione il drammatico spettacolo di un edificio che viene demolito. Spesso si tratta di un odioso blocco di appartamenti fatiscenti, oppure di un decrepito edificio industriale raccolto intorno a una brutta ciminiera. Una cosa che in genere ci meraviglia è la cura con cui gli operai si muovono per fare in modo che la demolizione non abbia conseguenze dannose: la preoccupazione principale è rivolta al passato, non al futuro e alle opportunità offerte da quella demolizione.

Per secoli, nel suo insegnamento morale, la Chiesa cattolica si è basata sulla Scrittura e la sulla legge naturale (che potremmo definire come il potere della ragione) e, in base a questi due criteri di riferimento ha argomentato le sue indicazioni morali. In particolare, in materia di sessualità, questi argomenti sono stati utilizzati per controllare le persone, limitare le loro scelte e condizionarne i comportamenti.

Gareth Moore era un padre domenicano, membro quindi di un ordine che è particolarmente impegnato nella ricerca e nell’approfondimento della verità. Tra l’altro è morto poche settimane dopo aver consegnato all’editore il suo libro: sapeva di essere arrivato alla fine e non era quindi nello stato d’animo di chi cerca di barare sostenendo tesi di cui non è profondamente convinto. Nel suo libro A question of truth: Christianity and homosexuality egli analizza gli argomenti (legati alla Scittura e alla legge naturale) che, in passato, erano stati utilizzati per condannare i rapporti omosessuali e, dopo un’analisi approfondita, arriva alla conclusione che si tratta di argomenti poco convincenti, se non addirittura basati su false premesse. La conclusione a cui arriva è che la Chiesa, nel momento in cui afferma di rispettare la verità, deve fare i conti con le queste ambiguità e con queste falsità. Dicendo questo Moore chiarisce di non voler escludere a priori che non si possano trovare altri argomenti capaci di giustificare l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità e ricorda che il suo lavoro si limita a prendere atto delle debolezze degli argomenti tradizionali.

Un esempio del tipo di approccio utilizzato da Moore è la sua analisi dei capitoli 18 e 19 della Genesi, quelli che raccontano il tragico epilogo toccato agli abitanti della città che si erano macchiati appunto del “peccato di Sodoma”. Se infatti si collega questo brano a quello che narra la generosa ospitalità che Abramo e la si paragona con l’ostilità che invece incontrano gli stranieri che arrivano in casa di Lot, ci si accorge che il così detto peccato di Sodoma, non dovrebbe aver nulla a che fare con le relazioni d’amore omosessuali, e nemmeno con l’omosessualità. Il peccato compiuto dai sodomiti è legato alla mancanza di ospitalità, una mancanza tanto più grave in quanto arriva addirittura allo stupro degli ospiti. Letto così l’episodio di Sodoma non fornisce alcun supporto a chi vuole condannare l’omosessualità così come il racconto del rapimento di Tamar da parte di Amnon non fornisce un supporto per condannare l’eterosessualità.

Una buna parte delle pagine scritte da Moore sono dedicate all’argomento secondo cui i rapporti omosessuali, essendo contrari a una legge naturale sono strutturalmente chiusi all’azione della Grazia divina. In particolare, partendo dalla testimonianza di molte persone che vivono in prima persona la condizione omosessuale, Moore dimostra che la logica che sta sotto a una simile affermazione è insostenibile.

I risultati di questo lavoro di analisi compiuto da Moore sono molto chiare e vanno nella direzione di considerare inconsistenti (se non false) le argomentazioni tradizionali su cui si fondano le condanne dell’omosessualità. A questa conclusione lo stesso Moore giunge con grande cautela: “Forse mi sfugge qualche elemento” è una frase che accompagna molti passaggi del suo lavoro, ma nel dir questo non ha paura di chiedersi se per caso non sfugge qualche cosa anche a quanti ricorrono a certi argomenti per condannare l’omosessualità.

Un esempio molto brillante è fornito quando si parla del modo in cui la scrittura è interpretata quando si affronta l’argomento omosessualità. Quasi sempre non ci si pone il problema di comprendere i testi all’interno del contesto sociale e religioso in cui sono nati e si sorvola sul fatto che ci sono altri modi di interpretare e di leggere un determinato testo, modi che sono altrettanto legittimi e che, talvolta, risultano essere chiaramente superiori a quelli tradizionalmente utilizzati dalla Chiesa.

Il sospetto che nasce leggendo il libro di Moore è che la Chiesa abbia adottato una certa interpretazione delle Scritture, non tanto perché migliore delle altre, ma piuttosto perché condizionata dalle circostanze storiche, dalla cultura, dalla tradizione morale e dalle convenienze sociali in cui operava la lettura. Occorrerebbe a questo punto chiedersi come mai certi approcci continuino ad essere proposti, se è ormai emersa in maniera chiara la loro inconsistenza e, soprattutto, la loro chiara dipendenza da una cultura e da una società che sono ormai sorpassate. Moore non risponde a questa domanda (anche se non ha paura di sollevarla) né propone una sintesi alternativa a quella tradizionale, anche se le implicazioni delle sue analisi sono chiare rendono questo libro difficile per chi non ha il coraggio di ridiscutere le certezze che ha sempre dato per scontate. A costoro direi addirittura di non leggere il libro, anche se il rischio che corrono è quello di ripiegarsi su una chiesa fossilizzata che ha cessato di imparare dalla storia dei modi nuovi e sempre sorprendenti di leggere l’unico Vangelo.

Johe John Ogden | September 2003 Ogden, Settembre 2003, http://www.reading.ac.uk/chaplaincy Settembre 2003

Non è peccato

Il dibattito cristiano sull’omosessualità è stato breve, energico e alle volte violento, ma non ci sono buoni argomenti, né nelle Scritture né nel diritto naturale, contro ciò che si conosce con il nome di relazioni omosessuali. Gli argomenti della Chiesa cattolica tendono a dimostrare che tali relazioni sono immorali, malvagie. O sono false le loro premesse, oppure l’argomento per mezzo del quale viene tratta la conclusione contiene degli errori.

Se la maggior parte degli argomenti cristiani contro l’omosessualità è sbagliata, questo non avviene solo perché i loro autori commettono errori di logica o di ricostruzione dei fatti; in parte è anche dovuto al fatto che costoro non sono coinvolti nel contesto sociale delle relazioni sessuali.

La questione importante è che i moralisti cristiani non possono continuare a scrivere come se una buona parte del lavoro sugli aspetti sociali, e non solo, della sessualità non fosse già stato fatto al di fuori dei circoli cristiani. Pochi teologi, per esempio, mostrano di essere a conoscenza per lo meno dell’esistenza di importanti lavori come La storia della sessualità di Michel Foucault, La costruzione dell’omosessualità di David F. Greenberg e La sessualità e i suoi malcontenti di Jeffrey Week.

Mentre questo resta un dato di fatto, troppi teologi e autorità ecclesiastiche che tentano di pronunciarsi sul tema dell’omosessualità mancano semplicemente di credibilità; non hanno fatto il loro dovere. Il dibattito teologico sull’omosessualità all’interno della Chiesa cattolica romana ha avuto vita breve. Prima della pubblicazione del libro di John McNeill nel 1977, La Chiesa e l’omosessualità, ben poco era apparso oltre alle frettolose dichiarazioni che trattavano gli omosessuali come dei deviati e l’omosessualità come una perversione o un tipo di attività quasi criminosa. La sessualità era trattata più o meno come un sinonimo dell’eterosessualità e l’omosessualità era vista come un’aberrazione marginale. Nel libro di McNeill, per la prima volta nel più generale pensiero della teologia cattolica, venne fatto un tentativo per considerare sia gli omosessuali, sia l’attività omosessuale, sotto una luce più comprensiva e positiva.

La storia della pubblicazione di quel libro, e i documenti vaticani che ne sono conseguiti, mette in evidenza correnti di pensiero che vanno decisamente nella direzione opposta. Questo risulta particolarmente evidente in due documenti emanati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: quello del 1975 Persona Humana: Dichiarazione su alcune questioni riguardanti l’etica sessuale  e quello del 1986 Homosexualitats problema: Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali. C’è stato poco dibattito teologico pubblico sulle tesi esposte in questi documenti. Per molti, questi interventi rappresentano una difesa tempestiva, un’elaborazione dei tradizionali punti di vista cattolici sull’omosessualità e una riaffermazione alquanto necessaria del tradizionale insegnamento cristiano sulla natura e sul fine del sesso nella vita umana, in un’epoca nella quale le altre Chiese stanno abbandonando il retaggio al quale dovrebbero restare fedeli e mentre c’è una pressione verso il non ossequio, persino dentro la Chiesa cattolica. Da un lato c’è stata quindi una ricezione entusiastica da parte di quanti non sentivano il bisogno di criticare le affermazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Dall’altro lato, questi interventi hanno suscitato una reazione molto negativa. La critica proveniente da fonti esterne alla Chiesa era prevedibile, specialmente da parte di coloro che vedono la Chiesa come una forza reazionaria nemica della vera libertà umana. Ma ci sono state proteste provenienti anche dall’interno della Chiesa, da gruppi di cattolici gay, da laici, non necessariamente omosessuali, che simpatizzano con quella che vedono come la lotta dei gay per la giustizia e la comprensione nella Chiesa. Molti ritengono che la Congregazione per la Dottrina della Fede non abbia pensato seriamente all’argomento, ma abbia solamente cercato di giustificare una posizione che è il prodotto del pregiudizio di epoche passate; un pregiudizio che sta, almeno in alcuni Paesi, iniziando fortunatamente a sgretolarsi. La CDF viene accusata di essersi rifiutata di ascoltare le voci difformi dalla sua e in particolare di non essere riuscita a prendere sul serio la voce e l’esperienza dei cattolici gay, che pensano che il vecchio insegnamento semplicemente non rifletta la realtà delle loro vite; i suoi documenti parlano con la voce severa di una burocrazia omofoba e sorpassata, che ignora la vita degli uomini e delle donne comuni e ne resta isolata.

Forse il testo più importante al quale ci si è appellati a sostegno di una condanna morale di tutta l’attività omosessuale è il primo capitolo della lettera ai Romani, dove Paolo dipinge un quadro molto poco lusinghiero della società dei Gentili quando include il fatto, presunto, che «le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento» (Rm 1,26-27).

Questo testo è importante prima di tutto perché è un testo del Nuovo Testamento. Ricorrere a questo significa ricorrere a quella parte delle Scritture inaugurata da Gesù Cristo. L’uso di Genesi 19 e Levitico 18,22 potrebbe suscitare problemi sull’applicabilità ai cristiani della legge del Vecchio Testamento, o addirittura a chiunque dalla venuta di Cristo in poi. L’uso di Rm 1 evita tali problemi. E sembra mostrare, in modo piuttosto chiaro, che tanto nel Nuovo quanto nel Vecchio Testamento l’attività omosessuale sia inaccettabile.

Ma le cose non sono così semplici. Ci sono diversi fattori che dovrebbero farci esitare nell’abbracciare questo tipo di interpretazione del testo. Tanto per cominciare, questa parte di Rm 1 non è principalmente un attacco alle persone che intraprendono attività omosessuali, ma è un attacco ai Gentili, la grande maggioranza dell’umanità che non adora esclusivamente l’unico vero Dio, il Dio di Israele. L’ira di Dio «si rivela contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia» (Rm 1,18). «Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1,19-20); «essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" (Rm 1,21). «Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (Rm 1,22-23).

Questo è ciò che hanno fondamentalmente di sbagliato i Gentili: hanno abbandonato colui che sapevano fosse l’unico vero Dio per venerare degli idoli. Non sono idolatri per ignoranza, ma hanno deliberatamente soppresso quella che sapevano essere la verità. «Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi» (Rm 1, 24).

Questo è il contesto dei due versetti che, secondo molti, equivalgono a una chiara condanna dell’attività omosessuale e cui si attengono. È proprio per aver scambiato la verità con una bugia che Dio li ha abbandonati a passioni infami, così che le loro donne cambiano il naturale con l’innaturale e gli uomini bruciano di passione gli uni per gli altri. Quindi, se Paolo pensa che i Gentili si dedichino di proposito ad attività omosessuali, questo non è per lui un peccato che richiede una punizione, ma è una condizione nella quale Dio li ha messi per aver soppresso la verità su di Lui; semmai, è essa stessa una punizione del crimine.

La seconda risposta sta nel guardare più da vicino il linguaggio della vergogna che Paolo usa qui. La parola greca che ho tradotto in “quello che è vergognoso” (aschemosyne, tradotto nella versione italiana della Bibbia con l’espressione "atti ignominiosi") e termini affini vengono usati un certo numero di volte nella Bibbia, sia nel Nuovo Testamento, sia nella versione dei Settanta del Vecchio Testamento. Il modo in cui vengono usati in quella dei Settanta rivela il corpo come un luogo di vergogna per la cultura ebraica. Per esempio, una legge nell’Esodo recita: «Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità (asche-mosyne)» (Es 20,26). Si usa regolarmente nel Levitico tradurre l’ebraico erwah, reso come “nudità" nelle normali traduzioni contemporanee. Questo è particolarmente evidente nelle leggi che proibiscono «di scoprire la nudità» in Lv 18,6-21; per esempio: «Non scoprirai l’aschemosyne di tuo padre e l’aschemosyne di tua madre; lei è tua madre e non scoprirai la sua aschemosyne» (Lv 18,7). In questi testi, anche se scoprire l’aschemosyne potrebbe essere peccato, l’aschemosyne in sé di certo non lo è. Il suo uso qui rivela una sensibilità verso il corpo umano, mentre il testo dell’Esodo si focalizza in particolar modo sugli organi sessuali.

Un altro esempio, piuttosto differente, mostra di nuovo la distanza tra vergogna e peccato. Nel secondo libro dei Maccabei (9,2) si racconta che Antioco perse una battaglia e «dovette ritirarsi in modo vergognoso (aschemona)». Naturalmente qui non vi è indicazione alcuna del fatto che la ritirata di Antioco sia peccaminosa. Questa gli porta piuttosto disonore; a causa di questa azione egli non viene visto con rispetto dagli altri, ma con disprezzo e scherno. In nessuno di questi testi c’è una connessione tra vergogna - aschemosyne - e peccato. La parola ha a che fare per lo più con il modo in cui egli viene visto dagli altri e perciò è strettamente collegata con le idee di onore e disonore.

Se cerchiamo, nella Bibbia o nel diritto naturale, argomenti convincenti contro le relazioni e gli atti omosessuali non li troveremo: non ve ne sono. Ci sono molti argomenti che si rifanno fedelmente alle Scritture e non ammettono fraintendimenti, ma non è questo il caso. Dobbiamo fare attenzione nel determinare quello che questa conclusione implica e quello che non implica. Non implica che sia un bene essere gay e che la morale cristiana che insegna diversamente abbia torto. Implica solo che non c’è nessun buon motivo per pensare diversamente. Qualcuno potrebbe ancora scoprire una prova convincente per l’immoralità dell’omosessualità, ma se l’applicazione di menti sopraffine non ne ha ancora scoperta una, dopo tutto questo tempo, siamo legittimati a pensare che non c’è nessun buon argomento da trovare.

La mia conclusione non è che sia un bene essere gay, ma che è illogico, per i cristiani seri e riflessivi accettare l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità. Questa è, di per sé, una conclusione seria, perché ci sono evidentemente molti cristiani così; ecco perché il dibattito esiste: dentro alle Chiese in primo luogo. L’unica via razionale per questi cristiani è quella di continuare a credere nella possibile bontà delle relazioni omosessuali. Questa non è una questione di dissenso o di materialismo; significa semplicemente che la Chiesa, in questo momento, non produce dei buoni argomenti. Purtroppo in quest’area la Chiesa insegna male.

Padre Gareth Moore, Times, 17 Giugno 2003