Le veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia

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Di seguito vi proponiamo il materiale che il gruppo ha raccolto in relazione alle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia che, a partire dal 2007, molti gruppi di omosessuali credenti svolgono in varie parti d’Italia. All’inizio si è trattato di un’iniziativa autonoma presa dal gruppo Kairos di Firenze che si era interrogato sul modo migliore per lanciare un segnale alla chiesa e alla società dopo che Mattia, un adolescente di Torino si era ucciso per gli insutli dei compagni. Ma fin dal primo anno la proposta lanciata da Firenze è stata raccolta in varie parti d’Italia e ha dato luogo a numerosi momenti di preghiera dedicati alle tante forme di violenza che gli omosessuali e i transessuali vivono sulla propria pelle.

Sommario

2010. «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?» (Rom 8,35). Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia. 2

Locandina della Veglia. 2

Il nostro messaggio in occasione della veglia. 2

I testi della veglia del 13 Maggio 2010. 4

La buona politica, le torte alla nutella e la veglia per le vittime dell'omofobia in una chiesa cattolica di Milano  8

I fioretti di san Francesco e le veglie per le vittime dell’omofobia. 9

2009. «Chi ha paura non è perfetto nell’amore» (1 Gv 4,18). Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e di ogni forma di discriminazione. 11

Locandina della Veglia. 11

Una scelta di solidarietà che deve superare qualunque paura. 12

Appello in occasione della terza veglia per le vittime dell’omofobia. 13

I testi della veglia dell’11 Maggio 2009. 13

2008. Anche noi abbiamo un sogno. Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia. 16

Locandina della Veglia. 17

Il sogno di unire la nostra preghiera alla preghiera di tutta la Chiesa. 17

Traccia della veglia del 2 Aprile 2008. 18

Veglia del 2 Aprile 2008. La cronaca di una testimone oculare. 22

Cambia sesso, diventa suora. Adesso veglia con i gay. 23

2007. Dobbiamo fare qualcosa! 23

Locandina della Veglia. 24

Il 28 giugno tante veglie contro l’omofobia. 24

28 giugno 2007. Schema della veglia. 25

Say Goodbye to Cosmobimbo. Un racconto di Matteo B. Bianchi. 28

2010. «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?» (Rom 8,35). Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia

Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto:  «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello». Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rom 8,35-39)

Locandina della Veglia

Il Guado – Gruupo di riflessione e di confronto su Fede e omosessualità – Milano - http://www.gaycristiani.it

Gruppo La Fonte - Omosessuali Credenti – Milano - http://www.gruppolafonte.it

Gruppo Varco - Rete evangelica Fede e omosessualità – Milano - http://www.gruppovarco.altervista.org

 

Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?

Veglia ecumenica di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia

 

Giovedì 13 maggio 2010 alle ore 21.00

Chiesa Rossa di Santa Maria della Fonte

Frati Cappuccini di Via della Chiesa Rossa 55 (MM2 Abbiategrasso)

 

Come cristiani

Non possiamo restare indifferenti quando tanti uomini e tante donne soffrono per le violenza e le ipocrisie che ancora sussistono in molte persone nella società e nelle chiese.

Siamo invitati a riconoscere i tanti segni di speranza che emergono nelle nostre vite e nelle nostre comunità.

Anche quest’anno ci sentiamo chiamati ad incontrarci per pregare insieme.

 

Chiederemo a Dio

Di ispirare l’azione di tanti uomini e di tante donne di buona volontà perché liberino il mondo da qualunque forma d’omofobia.

Di sostenere con la sua presenza e con la nostra vicinanza tutti le donne e tutti gli uomini che soffrono per le violenze generate dall’omofobia e dalla transfobia e di tenere accesa nei loro cuori la Speranza che la Parola di Dio ci invita a non perdere mai.

Di far germogliare i semi di liberazione che vediamo intorno a noi.

 

Il nostro messaggio in occasione della veglia

Un augurio scritto da Gianni Geraci in occasione della settimana dedicata alle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia

Complice il calendario, quest’anno, le veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia, si svolgono tutte intorno alla solennità dell’Ascensione di Gesù.

Ho pensato così di rileggere il brano che, negli Atti degli Apostoli, si riferisce a questo episodio e di chiedermi se ha qualche cosa di dire a tutti noi che, nei prossimi giorni, ci incontreremo per pregare insieme. Credo infatti che ci sia una profonda affinità tra lo stato d’animo con cui gli apostoli se ne stavano con il naso in aria dopo aver una nube aveva sottratto Gesù al loro sguardo e quello che noi omosessuali credenti, viviamo.

Come gli apostoli, anche noi abbiamo sperimentato in alcuni momenti della nostra vita, quell’intimità con Dio che ancora alimenta la nostra speranza e abbiamo sentito parole che davano un significato nuovo alle esperienze che facevamo. Come gli apostoli abbiamo passato dei momenti di lutto, perché avevamo l’impressione che Gesù fosse morto nella nostra vita e come gli apostoli abbiamo gustato la felicità di scoprire che era ancora vivo. Come gli apostoli, a un certo punto della nostra vita, l’abbiamo visto eclissarsi dietro la nube delle tante persone che strillano che cristianesimo e omosessualità sono incompatibili e che per quelli come noi non c’è nessuna speranza di stare con lui. E ancora, come gli apostoli, anche noi ce ne stiamo lì, con il naso in aria, ad aspettare qualcuno che sappia dirci che Gesù tornerà nello stesso modo in cui l’abbiamo visto eclissarsi.

In realtà, se ci pensiamo bene, in questo stare a naso all’insù in attesa di una parola che dia un senso alla nostra esperienza, c’è il primo dei significati che può avere per ciascuno di noi l’esperienza della veglia. Quando si veglia, infatti, si sta fermi e ci si mette ad aspettare qualche cosa di importante e di significativo. E la speranza che abbiamo è quella di udire, durante la veglia, delle parole che abbiano su di noi lo stesso effetto che, sugli apostoli, hanno avuto le parole degli angeli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo» (At 1,11).

Se comunque è vero che la dimensione di una veglia è quella dell’attesa, è altrettanto vero che il senso di quella stessa veglia è quello di darci dei motivi per riprendere il cammino per cercare quello che, durante la pausa della veglia, stavamo aspettando con il cuore trepidante. Mentre riflettevo su queste cose mi è venuto in mente un testo di San Giovanni della Croce che mi sembra descrivere molto bene l’atteggiamento di chi ha vissuto bene un momento di preghiera intenso come possono essere le veglie di preghiera che i nostri gruppi stanno organizzando in tutta Italia.

Lo copio di seguito perché mi sembra davvero molto bello.

Come un cervo ti ho visto fuggire,

dopo che m’avevi ferita.

Sono uscito dietro gridando,

ma non c’eri, non c’eri più.

Ed ho chiesto ai prati e ai boschi

se avevano visto passare

chi più di ogni altro io bramo

perché la tua impronta era lì.

Andrò, per questi monti e queste rive

in cerca del mio amore.

Non coglierò mai fiore

non temerò le fiere.

Passerò i forti e le frontiere.

Ecco, io credo che anche noi, come gli apostoli dopo l’annuncio degli angeli, dovremmo riprendere il nostro cammino alla ricerca di quel Gesù che, in passato, aveva toccato il nostro cuore. Anche noi siamo chiamati a seguire questo stesso cammino con decisione e con fiducia. E anche noi, come tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà, siamo chiamati a superare le distrazioni e la paura.

Il brano da cui ho copiato la traduzione della «Canzone tra l’anima e lo sposo» di san Giovanni della Croce, continua poi con una seconda brevissima strofa che merita qualche ulteriore riflessione.

Quando ti troverò non disprezzarmi

se mi copre la polvere del cammino.

Basterà un tuo sguardo perché

la tua presenza risplenda in me.

Si tratta di una strofa che non sono riuscito a rintracciare tra i testi del grande mistico spagnolo che però ha qualche cosa di importante da dire a tutti noi. Quante volte infatti ci sentiamo disprezzati? Quante volte infatti siamo noi a disprezzarci per primi? Quante volte abbiamo poi l’impressione che Dio stesso ci disprezzi per le scorie che incrostano la nostra vita?

Questo disprezzo è una delle formule più subdole dell’omofobia. E questo disprezzo diventa spesso la scusa che ci impedisce di iniziare quel sincero cammino di conversione a cui Dio chiama ciascuno di noi, al di là del sesso e della condizione sociale, al di là della razza e dell’orientamento sessuale. Ricordiamo allora le parole di questa canzone: basta uno sguardo di Dio perché la sua presenza possa risplendere finalmente dentro ciascuno di noi! Si tratta dello stesso concetto che, con altre parole, esprime con forza il brano della lettera ai Romani che abbiamo scelto di meditare durante le veglie di quest’anno.

Ed è nella speranza che questo brano possa avere un sapore nuovo nella vita di ciascuno di voi che ve lo propongo ancora una volta: «Io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcuna altra creatura, potranno mai separarci dall’amore di Dio».

Buona veglia a tutti.

Gianni Geraci

I testi della veglia del 13 Maggio 2010

 

Canto: Veglia al Mattino

Veglia al mattino ancor che un cielo puro / sembri annunziare calmo il dì seren. / Può il tuo orizzonte diventare oscuro / e la tempesta sorge in un balen. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Veglia durante il giorno quando freme / il turbin della vita intorno a te; / con le lor voci il mondo e il cuore insieme / non compran mai la voce del tuo Re. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Veglia la sera, quanto tutto tace / talora quel silenzio è ingannator / in cui si cela il tentator mendace / sicuro è sol chi veglia col Signor. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Sì veglia sempre veglia in ogni luogo / che sempre e ovunque puoi cader quaggiù / così del mal potrai spezzare il giogo / e pregustar la pace di lassù. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

 

Saluto da parte del celebrante

Celebrante: La Grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’Amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti noi in questa veglia ecumenica.

Tutti: Amen

Celebrante: Sei con noi, Signore, in ogni istante della vita.

Tutti: Fa che ti riconosciamo e serviamo in ogni fratello che incontriamo.

Celebrante: E ci chiamo a far parte del tuo Regno

Tutti: E ci indichi l’Amore come via maestra per raggiungerlo.

 

Invocazione allo spirito

Celebrante: Ti invochiamo Spirito Santo, datore dei doni e autore della Sacra Scrittura. In essa ci sono così tante diversità: Tu hai ispirato sia il libro dell’Esodo, pieno di speranza, che il libro del Qoelet colmo di scetticismo. Anche nella nostra realtà quotidiana sperimentiamo momenti gioiosi e di difficoltà; concedici la grazie dei tuoi doni per poter crescere nella comunione fra noi.

Lettore: Apri i nostri cuori allo Spirito di sapienza e ai suoi stupendi orizzonti: il sapiente ama buoni e cattivi, amici e nemici senza distinzioni umane, vede con gli occhi di Dio ama con il Suo amore.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore:Apri i nostri cuori allo Spirito di intelletto e all’incanto dei misteri di Dio: l’anima intelligente ha un modo di pensare pronto ad accogliere i molteplici punti di vista diversi dai suoi.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore:Apri i nostri cuori allo Spirito di Consiglio e alla semplicità nel nostro agire: l’uomo spirituale non si conforma alla mentalità di questo secolo, ma si trasforma rinnovando la sua mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore: Apri i nostri cuori allo Spirito di fortezza e all’impegno perseverante: il testimone coraggioso sostiene chi è perseguitato, incoraggia chi è emarginato, dona forza a chi è imprigionato; accetta con fiducia anche il martirio.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore: Apri i nostri cuori allo Spirito di Scienza e al ringraziamento per ogni cosa creata: l’uomo contemplativo conosce il vero valore delle creature in rapporto con il Creatore; entra in comunione con esse e ne assapora nella diversità tutta la bellezza come riflesso della bellezza di Dio.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore: Apri i nostri cuori allo Spirito di Pietà e alla tenerezza verso i fratelli: l’uomo che prova compassione accoglie con simpatia la diversità dei temperamenti e delle personalità che lo circondano e mostra affetto a tutti quelli che sono privi di amore, a quanti chiedono conforto.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

Lettore: Apri i nostri cuori allo Spirito del timore di Dio e alla libertà dei figli di Dio: il cristiano è mosso dall’amore divino ed è chiamato ad amare. Quando l’amore elimina ogni paura, questo si trasforma tutto in amore. Amen.

Canto: Veni Creator Spiritus. Veni lumen cordium. Veni lumen cordium.

 

Salmo 17 (18)

Primo lettore: Signore, mia forza, / Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, / mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; / mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. / Invoco il Signore, degno di lode, / e sarò salvato dai miei nemici.

Secondo lettore: Mi circondavano flutti di morte, / mi travolgevano torrenti infernali; / già mi avvolgevano i lacci degli inferi, / già mi stringevano agguati mortali. / Nell'angoscia invocai il Signore, / dal suo tempio ascoltò la mia voce, / a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido.

Canto: Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? (2 volte)

Primo lettore: Stese la mano dall'alto e mi prese, / mi sollevò dalle grandi acque, / mi liberò da nemici potenti, / da coloro che mi odiavano ed erano più forti di me. / Mi assalirono nel giorno della mia sventura, / ma il Signore fu il mio sostegno; / mi portò al largo, / mi liberò perché mi vuol bene.

Secondo lettore: Il Signore mi tratta secondo la mia giustizia, / mi ripaga secondo l'innocenza delle mie mani, / perché ho custodito le vie del Signore, / non ho abbandonato come un empio il mio Dio. / I suoi giudizi mi stanno tutti davanti, / non ho respinto da me la sua legge; / ma integro sono stato con lui / e mi sono guardato dalla colpa.

Canto: Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? (2 volte)

Primo lettore: Con l'uomo buono tu sei buono, / con l'uomo integro tu sei integro, / con l'uomo puro tu sei puro / e dal perverso non ti fai ingannare. / Perché tu salvi il popolo dei poveri, / ma abbassi gli occhi dei superbi.

Secondo lettore: Signore, tu dai luce alla mia lampada; / il mio Dio rischiara le mie tenebre. / Con te mi getterò nella mischia, / con il mio Dio scavalcherò le mura. / La via di Dio è perfetta, egli è scudo per chi in lui si rifugia. / Infatti, chi è Dio, se non il Signore? / O chi è roccia, se non il nostro Dio?

Canto: Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? (2 volte)

Primo lettore: Il Dio che mi ha cinto di vigore / e ha reso integro il mio cammino, / mi ha dato agilità come di cerve / e sulle alture mi ha fatto stare saldo, / ha addestrato le mie mani alla battaglia, / le mie braccia a tendere l'arco di bronzo.

Secondo lettore: Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, / la tua destra mi ha sostenuto, / mi hai esaudito e mi hai fatto crescere. / Hai spianato la via ai miei passi, / i miei piedi non hanno vacillato. / Tu mi hai cinto di forza per la guerra, / hai piegato sotto di me gli avversari.

Canto: Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? (2 volte)

Primo lettore: Mi hai scampato dal popolo in rivolta, / mi hai posto a capo di nazioni. / Un popolo che non conoscevo mi ha servito; / all'udirmi, subito mi obbedivano, / stranieri cercavano il mio favore.

Secondo lettore: Viva il Signore e benedetta la mia roccia, / sia esaltato il Dio della mia salvezza. / Dio, tu mi accordi la rivincita / sottometti i popoli al mio giogo, / e mi liberi dall'uomo violento. / Per questo, Signore, ti loderò tra le genti / e canterò inni al tuo nome. / Egli concede grandi vittorie, / si mostra fedele al suo consacrato.

Canto: Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? (2 volte)

 

Riflessioni sull’omofobia e sulla transfobia

Tutti: Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com'è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». (Rom 8,35-36)

Lettore: Quella di essere aggrediti quando non si nasconde la propria omosessualità è un’esperienza che è capitata a tanti. E spesso l’aggressore non si ferma agli insulti, ma passa alla violenza fisica con conseguenze che, talvolta, possono risultare fatali: ne sa qualcosa Dino, un trentenne ridotto in fin di vita lo scorso 22 Agosto a Roma; ne sa Mattia che, il 24 aprile scorso, è stato aggredito da un branco su un autobus romano tra l’indifferenza degli altri passeggeri; ne sa qualcosa il cantautore Emilio Rez, il cui look eccentrico, ha scatenato, il 19 agosto scorso, la rabbia di un energumeno che l’ha spedito all’ospedale a furia di botte; riempito di botte spedendolo all’ospedale; ne sa qualcosa Francesco, che non ha avuto la presenza di spirito del suo compagno Massimo e che non è scappato quando un gruppo di giovani si è avvicinato con il braccio destro alzato; ci ha rimesso la vita Lindo Jacoma che è stato trovato ucciso il 23 agosto scorso nella piazzola di un’autostrada a pochi passi da Lugano; ne sa qualcosa Giacomo, che l’11 marzo è stato aggredito all’Università Statale di Milano mentre attaccava un manifesto; ne sa qualcosa Enrico Pizza che è ormai un politico affermato di Udine e che, nonostante questo, è stato avvicinato da tre squadristi che l’hanno aggredito gridando: «Non vogliamo froci in consiglio comunale». Ne sanno qualcosa i tanti gay che in tutta Italia, subiscono in silenzio i ricatti, le ingiurie e le violenze di quanti li disprezzano per la loro omosessualità.

Canto: Kyrie Eleison, Kyrie Eleison

Lettore: Essere lesbiche significa rischiare due volte: in quando donne, innanzi tutto; in quanto omosessuali, in secondo luogo. Ne sanno qualcosa le due ragazze che, lo scorso 13 ottobre, hanno subito un’aggressione da parte di due uomini che, dicendo loro: «Quelle come voi, al nostro paese sarebbero lapidate» le hanno picchiate lungo un argine di Padova. Ne sa qualcosa la giovane attivista di Rifondazione Comunista di Trento che è stata aggredita il 10 maggio del 2009 da due energumeni che l’hanno spintonata al grido di «Froci!».

Canto: Kyrie Eleison, Kyrie Eleison

Lettore: «Non è un paese per transessuali!». Questa la riflessione che nasce leggendo le pagine di cronaca. Non occorre chiamarsi Brenda e finire al centro di un giro losco che coinvolge il presidente della regione Lazio per lasciarci la pelle. Lo testimonia il corpo trovato dalla polizia il 26 marzo scorso nei pressi di Parma, oppure quello rinvenuto a Roma il 29 dicembre. E poi ci sono le tante aggressioni: come quella denunciata a Monza da Fabricio il 10 dicembre; o quella di cui è stata vittima Vanessa Mazza, picchiata a Firenze il 5 aprile scorso. E non tutti hanno il coraggio di andare alla polizia perché corrono il rischio di essere fermati per il reato di immigrazione clandestina, come è capitato a Roma l’11 agosto scorso.

Canto: Kyrie Eleison, Kyrie Eleison

Lettore: «Prendete un omosessuale? Tagliateli la testa con una spada e poi bruciate il suo cadavere oppure potete gettarlo, anche vivo, della cima di una montagna. Altrimenti scavate un buco, accendete un fuoco e gettatecelo dentro. Quelle persone non meritano né clemenza, né compassione» questo raccomandava l'ayatollah Musavi Ardebili agli studenti dell'università di Teheran nel 1998. Da allora, in Iran, secondo fonti occidentali, centinaia di omosessuali sono stati condannati alla pena capitale: il numero esatto è difficile da stabilire, perché le esecuzioni spesso sono tenute segrete e molte volte il regime, per screditare i suoi oppositori, li accusa di «devianza sessuale». I paesi in cui si rischia la morte a causa dell’omosessualità sono sei: l'Iran, l'Arabia Saudita, l'Afghanistan, il Sudan, lo Yemen e la Mauritania. Mentre sono più di venti gli Stati in cui gli omosessuali rischiano di andare in prigione. E non si tratta di un fenomeno che coinvolge esclusivamente i paesi mussulmani, perché l’omosessualità è reato anche a Cuba, in Porto Rico, in Giamaica, a Singapore, in India e in Cina.

Canto: Kyrie Eleison, Kyrie Eleison

 

Confessione di peccato

Tutti: Signore, siamo qui riuniti nel tuo nome: tra noi ci sono gay, lesbiche, transessuali che qui non vogliono nascondere la loro identità. Ti chiediamo perdono per tutte le volte che, pur vedendo, ascoltando e vivendo le varie forme di omofobia presenti nelle chiese e nella società intorno a noi, abbiamo taciuto e voltato lo sguardo dall'altra parte, rendendoci cosi complici del peccato che si consumava davanti a noi. Perdonaci per la paura che ci blocca, per il conformismo che ci fa nascondere, il desiderio di demandare ad altri la responsabilità delle nostre scelte davanti a te ed ai fratelli. Ti chiediamo perdono per quando non riconosciamo e accettiamo il nostro orientamento sessuale, segno sapiente del tuo amore creatore, e ci trasformiamo nei primi persecutori di noi stessi e del prossimo. Aiutaci Signore a camminare riconciliati nella gloriosa liberta dei figli di Dio, con e verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Amen.

Canto (ad libitum): Misericordias Domini, in Aeternum cantabo

 

Annuncio della Grazia

Tutti: Signore, tu ci insegni che l'uomo e la donna sono creati a tua immagine e sono cosa buona. Tu ci insegni che non é bene che l'uomo sia solo e ci spingi a coltivare l'amore nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Tu ci insegni che l'amore di Cristo è rivolto senza esclusione a tutti e a tutte e che nulla in questo mondo lo potrà allontanare da noi. Fratelli e sorelle siamo perdonati per Grazia tramite Gesù, nostro Salvatore ed esprimiamo la nostra riconoscenza con la testimonianza e con l'impegno per un mondo più giusto e più accogliente.

 

Testimonianze

Tutti: Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore. Amen. (Rom 8,37-39)

Prima di ciascuna testimonianza tutti recitano il seguente versetto: La gloria di Dio è la gloria di chi entra nella casa dell’altro, di chi sbenda gli occhi, di chi apre tombe ammuffite dicendoti: «Vieni fuori!» (don Angelo Casati)

Dopo ciascuna testimonianza tutti cantano una strofa del seguente inno:

L’eterno Dio è il mio pastore. / Accanto a Lui nulla mancherà. / Su verdi pascoli mi conduce /ad acque calme mi disseterà.

Egli ristora l’anima mia. / Su rette vie mi guiderà. /Se camminassi per luoghi oscuri, / accanto a lui nulla più temerò.

Sotto lo sguardo dei miei nemici / un gran banchetto preparerà. / Di olio fragante mi unge il capo / ed il mio calice traboccherà.

Per tutti i giorni della mia vita / beni e bontà m’accompagnerà. / Nella dimora del mio Signore / per lunghi giorni io abiterò.

 

Predicazione (a cura della pastora Anne Zell)

 

Confessione di Fede

Tutti: Non credo / Di potermi disinteressare a ciò che accade lontano da qui. / Voglio credere / che il mondo intero è la mia casa / e il campo nel quale semino, / e che tutti mietono ciò che tutti hanno seminato. / Non credo / che la guerra e la fame

siano inevitabili e la pace irraggiungibile. / Voglio credere / all’azione umile, all’amore a mani nude, alla pace sulla terra. / Non credo / che ogni sofferenza sia vana. / Non credo / che il sogno degli uomini resterà sogno e che la morte sarà la fine.

/ Oso credere, invece, / sempre e nonostante tutto, all’uomo nuovo. / Oso credere / al sogno di Dio stesso: / un cielo nuovo, una terra nuova dove abiterà la giustizia. (Dorothee Solle)

 

Invocazioni

A ogni intenzione di preghiera si risponde cantando il versetto: Ubi Charitas et Amor. Ubi Charitas, Deus ibi est.

 

Padre nostro ecumenico

Tutti: Padre nostro che sei nei cieli / sia santificato il tuo nome / venga il tuo regno / sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. / Dacci oggi il nostro pane quotidiano / e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. / E non ci indurre in tentazione, / ma liberaci dal male, / perché tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. / Amen.

 

Benedizione finale

Tutti: Ti ringrazio Signore di questa mano che stringo, di questa mano reciproca che mi stringe; che mi dice, non sei solo, appartieni ad un corpo e sei parte di una trama più grande di te. Grazie di questa mano che mi stringe, del suo calore, della

sua tenerezza che mi ricorda le Tue mani, le mani contadine di Dio vasaio che fece l’uomo da un mucchio di sabbia; grazie di questa mano che mi stringe, che mi rialzerà quando cadrò, che spezzerà per me il pane della Cena, che mi accoglierà quando sarò stanco e senza forza. Grazie di questa mano che mi stringe; fa che insieme possiamo stringere il mondo, essere chiesa, portare il Vangelo in ogni luogo, dare il pane all’affamato, il vestito a chi è nudo; grazie di questa mano che stringe la mia mano, e che è la tua mano Signore, la tua mano forte, la tua mano aperta in un abbraccio a tutti senza condizioni, ad ogni essere umano, ad ogni essere vivente. Grazie perché la benedizione è la Tua mano che mi stringe.

 

Canto finale: Niente mi separerà

Credo che tu mi ami da sempre, grande è il tuo amore Signor.

Sulla croce per noi hai donato la vita, morto e risorto per me.

Nulla potrà separarmi mai dal Tuo amore.

Né la morte, né la vita, né angeli né potestà.

Né presente, né avvenire: niente ci separerà dal Tuo Amor. (2 volte)

La buona politica, le torte alla nutella e la veglia per le vittime dell'omofobia in una chiesa cattolica di Milano

Riflessioni di Rosa Salamone, vice presidente Rete Evangelica Fede e Omosessualità pubblicate su gionata.org il 15 maggio 2010

Ore 21.00 appuntamento per la Veglia sull’Omofobia nella Chiesa Rossa, periferia di Milano. Rossa, perché in mattoni rossi con alcuni affreschi sulla parete molto belli di cui sono sopravvissuti solo alcuni frammenti. Piove che Dio la manda, prima di mettermi in macchina è venuta giù una grandinata da spavento e per un attimo ho pensato che non dovevo andare. Invece, nel momento in cui riducevo le marce per fare inversione, la grandine è diminuita. Che maggio scontroso e intrattabile. Al cellulare mi arrivano sms frenetici: a Palermo hanno negato la chiesa, a Roma forse sì e forse no, a Panama, invece, hanno risposto all’invito delle veglie.

Quando arrivo, ci sono tutti quelli che conosco. Sergio delle Querce di Mamre, bello e fascinoso, Andrea della Fonte che ci intruppa e da preciso gli ordini, Gianni che dirige con mano sicura le prove del canto, Lorenzo del Varco che lo sostiene con la sua voce baritonale. Alcune file dietro, Cristian della Fonte e la sua simpatica ironia. Il tutto condito dalla presenza di un frate e da Anne Zell, la pastora valdese.

Mi tira la giacca Tiziana. Deve fare una testimonianza ed è agitata. E’ il suo battesimo del fuoco, in un maggio che si preannuncia elettrizzante per lei. La prossima domenica farà l’ammissione in chiesa valdese.

Si inizia.

I canti devono essere stati il frutto di una spietata e dura trattativa tra cattolici e protestanti: un do ut des infernale. Così c’è di tutto: latino, canti valdesi, l’inno 23 musicato da Lorenzo su cui la mia voce si spenna sempre come una gallina sul punto di finire in una pentola. Partono le testimonianze, c’è un silenzio sospeso. Sembra una domanda, una domanda di cui non si intravvede mai il punto interrogativo finale: vite uccise, sbranate dal pregiudizio, divorate dall’odio e dal disprezzo omofobico, come per dire quando, quando finirà tutto questo, dov’è la chiesa, quando ci aprirete la porta uomini e donne di buona volontà? Mi accorgo solo in quel momento che la chiesa è piena di luci, sembra una luminaria di pasqua come accade giù in Sicilia, dicono che l’anno scorso la veglia si svolse al buio, mi fu riportato come fedele testimonianza. Di più non dico. So che quest’anno la Veglia ha fatto nomi e cognomi precisi, non li ha rigirati all’incontrario. Le parole omosessuale, lesbica, trans, diritti sono risuonate chiare e non sono venute giù, no, le colonne della piccola chiesa.

A questo punto mi sono già distratta ed Anne è partita come suo solito in falsetto. Per chi la conosce, è il suo modo di fare apparentemente innocuo, poi in modo teutonico finisce con il fare tremare le pareti. Condanna senza remissione delle terapie riparative, apertura fiduciosa agli altri che possono sempre sorprenderci con la loro accoglienza, coming out duro e puro. E mi ritrovo a pensare quante volte questa donna mi ha dato parole di coraggio. A partire da quella volta, quando scoprii che la chiesa valdese aveva aperto le porte ad una comunità pentecostale omofobica. Ero tanto arrabbiata da volere come minimo due o tre teste del Concistoro da appendere a casa mia, ma lei mi disse: prima di fare un’altra strage di san Bartolomeo, magari lascia qualche libro sull’omosessualità nel tavolo d’entrata, così qualche pentecostale lo prende in mano e lo legge.

E’ stata Anne che mi ha convinta del valore dell’ecumenismo. Mi è venuta in mente anche quella volta quando vennero da me due ragazzi di una comunità, del cui nome non mi voglio ricordare, a dirmene di ogni sui cattolici omosessuali e sull’impossibilità di lavorare con loro. Gli risposi che senza i cattolici non andiamo da nessuna parte, che a furia di parlare solo con quelli che la pensano come noi finiamo con il costruire i ghetti, le belle riserve indiane, dove alla fine ci si raduna intorno ad un fuoco per commentare i bei tempi passati.

Che ironia della sorte: da una parte Ratzinger con le sue scarpette prada e dall’altra questa piccola, grande donna con le sue ballerine di vernice laccata. E poi si dice che Dio non abbia il senso dell’ironia. Intanto si snodano bellissimi i testi, si finisce, ci abbracciamo per scambiarci un segno di pace, a funzione conclusa nessuno ha voglia di andarsene davvero, da un rapido giro d’indagine vedo facce e commenti soddisfatti anche da parte dei valdesi. Due o tre anni fa’ sarebbe stato impensabile una veglia di questo tipo in una chiesa cattolica. Lentamente, i cuori cambiano e prendono coraggio. Diventano forti se c’è una comunità di fratelli e sorelle che li sostiene. Solo così inoltre si scoprono i talenti. Penso a Lorenzo che è stato eletto deputato sinodale della comunità valdese di Milano, lui che sembrava così fragile quando arrivò da noi e ora mi fa le ramanzine per telefono. Penso ad Alessandra che cura il lavoro del Varco con gli stranieri e i rifugiati, lei che si sentiva affranta dalla solitudine. Penso ad Alessandro che viaggerà a Barcellona per il Forum europeo, a Francesco che è stato eletto rappresentante distrettuale con una percentuale quasi bulgara nelle nostre chiese.

Sorrido soddisfatta nel viaggio di ritorno che mi porta  a casa di Marco e del suo compagno, il quale da buon casalingo ha preparato una saporita torta alla nutella.  All’una di notte ci ritroviamo a sorseggiare una tisana come tre aristocratiche signore parlando di cinema d’essai tra le molte risate. Mi sembra il miglior premio per la fatica. La fatica, dico, di avere creduto persino nei peggiori momenti che il dialogo è possibile, che da soli ci muriamo vivi, insieme costruiamo ponti. E per dirla con le parole di un cattolico, «Ho imparato che uscire da soli è avarizia, uscire insieme è politica». Don Milani, proprio lui. Politica quella buona, che qualcuno chiama testimonianza, altri segno evangelico, altri segno profetico. Che importa, il risultato non cambia. La nostra buona politica, fatta di torte alla nutella e di condivisione con i fratelli.

I fioretti di san Francesco e le veglie per le vittime dell’omofobia

Quando, tre anni fa, ho ricevuto l’email in cui gli amici di Firenze mi comunicavano la loro idea di organizzare una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia mi sono detto: «Ecco finalmente qualche cosa che dovrebbe trovarci tutti concordi e che dovrebbe trovare anche l’appoggio di tutte le nostre chiese, perché cosa c’è di sbagliato, per dei credenti, nel ritrovarsi insieme a pregare per le vittime di quella particolare forma di odio che è l’omofobia?». E davvero, quando l’anno successivo ho iniziato a lavorare per organizzare la veglia in una chiesa della città di Milano non avrei mai immaginato di incontrare problemi.

E invece i problemi sono arrivati!

«Che senso ha – mi veniva detto – pregare per le vittime dell’omofobia e non per le vittime delle altre forme di violenza?».

A me venivano in mente le messe del quattro novembre di quando ero piccolo: che senso aveva pregare in quel giorno per quelli che erano morti in guerra? Ma non mi accorgevo che il problema era sempre il solito: l’omosessualità, nelle nostre chiese, è sempre un problema.

E non c’entrano niente le condanne della morale o quelle della Bibbia. L’omosessualità è un problema molto più viscerale, che tocca il rapporto che molti uomini e molte donne hanno con l’immagine che hanno di loro stessi.

Ecco perché, a distanza di tre anni, ancora incontriamo problemi quando decidiamo di rispondere all’appello degli amici di Gionata e iniziamo a darci da fare per organizzare delle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia. Ecco perché ci sentiamo spesso rispondere che una veglia per le vittime dell’omofobia non è opportuna, o che non è il caso di farla perché non ci sono episodi locali che la giustificano, oppure che le vittime dell’omofobia possiamo ricordarle ogni  giorno nelle nostre preghiere e che quindi non c’è motivo di organizzare una veglia di preghiera dedicata appositamente a loro.

Ecco perché, a distanza di tre anni, facciamo ancora l’esperienza di quelli che debbono cercare una soluzione di ripiego perché, come è capitato anche a Maria e a Giuseppe la notte di Natale, «non c’era posto per loro» (Lc 2,7).

A Milano, quest’anno, un posto l’abbiamo trovato. E davvero, quando l’ho visto, mi sono accorto che non si trattava di un posto qualsiasi, ma di un posto ricco di significati. A quanto mi ha raccontato uno dei cappuccini a cui è affidata quella che a Milano chiamano la «chiesa rossa» del Naviglio pavese, si tratta di uno dei più antichi luoghi di culto cristiani della città, come del resto sembrerebbero testimoniare i frammenti di un pavimento del II secolo dopo Cristo che si vedono sotto una delle lastre di cristallo che interrompono il pavimento di pietra posato durante gli ultimi restauri.

E davvero dobbiamo essere gradi al Signore per questo posto. Così come dobbiamo essere grati a chi ce lo ha messo a disposizione, così come dobbiamo essere grati alle comunità protestanti che, negli annni scorsi, ci hanno messo a disposizione le loro chiese.

Ma in quante altre città le cose non sono andate allo stesso modo? In quanti posti i programmi sono stati stravolti all’ultimo momento solo perché qualcuno ha gridato allo scaldalo di fronte all’idea che delle persone si incontrassero in una chiesa per ricordare le vittime dell’omofobia?

Anche nella mia città, a Varese, nonostante le buone relazioni personali che posso dire di avere sia in ambito cattolico che in ambito riformato, non ho trovato un posto in cui organizzare una veglia: tutte le persone che ho interpellato, seppure con rammarico, mi hanno detto di non essere in grado di ospitare un incontro di preghiera in cui si parlasse apertamente di omosessualità.

E’ stato allora che mi è venuto in mente un brano riportato nei «Fioretti» in cui san Francesco fa a frate Leone questo discorso: «Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta del luogo, e 'l portinaio verrà adirato e dirà: "Chi siete voi?" e noi diremo: "Noi siamo due de' vostri frati" e colui dirà: "Voi non dite vero: anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andate via", e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all'acqua, col freddo e colla fame, infino alla notte; allora, se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbazione e sanza mormorazione, e penseremo umilemente e caritativamente che quel portinaio veracemente ci cognosca e che Iddio il faccia parlare contra noi, o frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia» (Capitolo VIII,6).

Io non ho la stoffa di Francesco e faccio fatica ad accettare certe situazioni pazientemente, «sanza turbazione e sanza mormorazione». So però che, anche se quelli che dicono di parlare in suo nome ci rifiutano, Dio non rifiuta certo gli omosessuali, come del resto non rifiuta nessun uomo e nessuna donna. Non è una mia opinione, ma è quello che ci ricorda Francesco nei suoi «Fioretti» ed è soprattutto quello che ci ricorda San Paolo nel brano della lettera ai Romani che abbiamo meditato insieme: «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,38-39).

Ecco perché invito tutti gli omosessuali credenti italiani a non fermarsi di fronte a un rifiuto: continuate a chiedere, continuate a insistere, continuate a mostrare il vostro volto tranquillo e paziente. Con l’aiuto di Dio anche i muri più solidi, alla fine, crolleranno.

2009. «Chi ha paura non è perfetto nell’amore» (1 Gv 4,18). Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e di ogni forma di discriminazione

Un anno di pausa, il 2009: gli amici del VARCO avevano l’esigenza di proporre il tema dell’omofobia a tutta la comunità della Chiesa evangelica valdese di Milano durante un culto della domenica, e l’hanno fatto con grande successo proprio il 17 maggio. Noi, con gli amici della Fonte, ci siamo ritrovati qualche giorno prima nella chiesa di San Gabriele arcangelo in Mater Domini, quella che consideriamo un po’ come la «nostra» chiesa parrocchiale e abbiamo chiesto a Dio di liberare l’umanità dall’omofobia e da qualunque altra forma di discriminazione.

image021.jpgLocandina della Veglia

Il Guado – Gruupo di riflessione e di confronto su Fede e omosessualità – Milano - http://www.gaycristiani.it

Gruppo La Fonte - Omosessuali Credenti – Milano - http://www.gruppolafonte.it

 

Chi ha paura non è perfetto nell’amore

Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e di ogni forma di discriminazione

 

Vi invitiamo ad unirvi a noi nella preghiera partecipando alla veglia che si terrà il giorno

11 Maggio 2009 alle ore 21

presso la chiesa di

San Gabriele in Mater Dei - via Termopili, 7 – Milano (MM1 Pasteur)

 

Il 4 Aprile del 2007, nel giorno in cui si celebravano le esequie del giovane Matteo P., morto suicida in seguito alle angherie dei suoi compagni di scuola, un piccolo gruppo di persone di Firenze, durante un incontro di preghiera, per dare una risposta concreta a tutte quelle forme di violenza che nascono dal pregiudizio e dall’omofobia, ha deciso di organizzare una veglia per chiedere al Signore di vincere il disprezzo e l’odio nei confronti degli omosessuali. Le adesioni sono state tante e il 28 giugno 2007 si sono tenute decine di veglie di preghiera in numerose città italiane.

Da allora ogni anno si organizzano veglie di preghiera affinché un giorno i pregiudizi e la paura nei confronti di ogni forma di diversità (orientamento sessuale, genere, razza, credo religioso, condizione sociale), siano superati e ricomposti in quell’amore fraterno che Gesù ci ha mostrato, invitando tutti i suoi discepoli a praticarlo. Vogliamo levare insieme le nostre voci e la nostra preghiera a Colui che è la ragione della nostra Speranza per chiedergli di aiutarci a vincere con l’amore i pregiudizi che ancora riescono a ferire tante persone che vivono in condizioni di marginalità, di diversità e di esclusione.

Con questo spirito invitiamo quanti condividono la nostra fede in Cristo e tutte le donne e gli uomini di buona volontà a vivere in unità con noi un momento di preghiera per ricordare le vittime dell’omofobia e di tutte le altre forme di pregiudizio, discriminazione, e paura, e per chiedere di essere anche noi liberati da qualunque forma di disprezzo e di risentimento.

Una scelta di solidarietà che deve superare qualunque paura

Quando, due anni fa, il gruppo Kairos di Firenze ha lanciato l’idea di organizzare una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia ho accolto la proposta con entusiasmo. Mi sembrava infatti che, per la prima volta dopo tanto tempo, i nostri gruppi avessero la possibilità di dare corpo alla loro esigenza di testimoniare un rapporto diverso tra esperienza di fede e condizione omosessuale in modo appropriato e originale.

In modo appropriato perché la proposta di pregare insieme per coloro che vivono una condizione di violenza, di emarginazione, di discriminazione o di sofferenza a causa di uno specifico orientamento sessuale, aveva il grande merito di unire alle sollecitazioni di molte chiese che, almeno a parole, condannano tutte queste forme di violenza, le preoccupazioni che emergono invece dalla comunità omosessuale, dove lo stillicidio di episodi che vedono lesbiche e gay nel ruolo di vittime di una violenza irrazionale viene vissuto con crescente preoccupazione.

In modo originale, perché il fatto che delle persone omosessuali si facessero carico dell’organizzazione di momenti pubblici in cui ci si ritrova solo per pregare, rendeva giustizia del profondo desiderio di spiritualità e di intimità con il soprannaturale che coinvolge tantissime lesbiche, tantissimi gay e, soprattutto, tantissimi transessuali.

Tra l’altro, pensavo che una proposta come quella di vegliare insieme in preghiera per ricordare le vittime dell’omofobia venisse accolta con entusiasmo dalle chiese cristiane che avevano già speso parole di condanna per la violenza omofoba e spingesse quelle chiese che invece non avevano ancora affrontato questo problema a ribadire la centralità della persona umana e della sua integrità, al di là di qualunque valutazione etica dei suoi comportamenti e delle sue scelte. Sarebbe stata senz’altro una scelta di grande impatto ecumenico quella di ritrovarsi tutti per chiedere al Signore di liberarci da questa forma subdola di violenza.

Le reazioni, come era prevedibile, sono state diversificate: le comunità valdesi metodiste e battiste si sono mobilitate per dare il loro appoggio alle veglie che si sono svolte; lo stesso hanno fatto la chiesa veterocattolica e una galassia di chiese cattoliche indipendenti che hanno promosso un numero impressionante di veglie in molte località dell’America Latina; per quel che riguarda il mondo ortodosso va segnalata l’adesione del vescovo Teodoro Corino che ha rotto il muro di diffidenza con cui, ormai da molti anni, l’ortodossia guarda all’omosessualità. Nella chiesa cattolica romana le risposte sono state variegate: sono stati moltissimi i singoli credenti che hanno deciso di partecipare a titolo personale alle veglie e non sono mancati i casi in cui interi gruppi giovanili hanno deciso di unire le loro preghiere alle nostre; in alcune diocesi le veglie sono state ospitate dalle parrocchie con cui i singoli gruppi hanno dei contatti; in diocesi di Cremona, lo scorso anno, è stato addirittura il vescovo Dante Lanfranconi a offrire una chiesa della città a un gruppo che aveva scelto di ricordare, insieme agli omosessuali, anche le altre categorie di persone che subiscono violenze che nascono dalla discriminazione.

Non sarei però corretto se non dessi conto anche di alcune reazioni negative che le veglie in favore delle vittime dell’omofobia hanno suscitato. In particolare sono da segnalare quelle che ci hanno contestato un uso distorto del termine ‘omofobia’. Una lettera che è arrivata lo scorso anno al Guado, riprendendo un brano del «Lexicon dei termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche» pubblicato nel 2002 dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha, ad esempio, contestato l’esistenza stessa dell’omofobia che veniva definita: «Un'invenzione offensiva e ideologica creata ad arte dai gay per attaccare tutti quelli che non la pensano come loro».

In realtà la cronaca ci propone con regolarità casi in cui gli episodi di violenza sono generati da quella paura irrazionale dell’omosessualità che, appunto, viene indicata con il termine di omofobia.

Quale altro movente avrebbe infatti spinto i tre giovani di Pordenone che, nel gennaio di quest’anno, hanno preso a botte un invalido omosessuale, visto che alla polizia si sono giustificati dicendo che il loro gesto aveva come intento quello di «dare una lezione ai froci»?

E quale sarebbe stato poi il motivo che ha spinto la vittima di questa violenza non denunciare i suoi aggressori se non il terrore della propria omosessualità, un terrore che spinge molto spesso le vittime di una violenza a colpevolizzarsi.

E quale sarebbe infine il movente che ha spinto gli aggressori di Roberto Collu, il cuoco sardo che lo scorso 21 Marzo, si è presentato al pronto soccorso con la faccia devastata dalle botte?

In realtà, negare l’omofobia solo perche non si condividono alcune istanze del movimento omosessuale, significa tradire il senso stesso del messaggio evangelico così come ci viene comunicato, ad esempio, dalla parabola del buon Samaritano. Gesù ricorda infatti che farsi prossimo significa accettare il primato della solidarietà su qualunque altra esigenza. E nel ricordarci questo ci invita ad abbandonare qualunque ipocrisia quando siamo di fronte a un altro uomo che ha bisogno del nostro aiuto.

Ecco perché quest’anno abbiamo deciso di accompagnare l’iniziativa delle veglie con un appello in cui si invitano le nostre chiese a superare qualunque diffidenza e a vincere qualunque paura per andare incontro ai tanti omosessuali che debbono nascondere il loro orientamento sessuale, ai tanti gay che vengono derisi per quello che sono, a quelli che vengono emarginati, alle tante lesbiche che vengono disprezzate, ai tanti transessuali che non vengono capiti e che vengono spinti verso la prostituzione, a tanti uomini che vengono aggrediti a causa del loro orientamento sessuale, alle tante persone che, in alcuni paesi del mondo, vengono condannati e talvolta vengono uccisi, per la loro omosessualità.

Gianni Geraci (Gruppo del Guado – Cristiani Omosessuali Milano) su Tempi di Fraternità 5/2009

Appello in occasione della terza veglia per le vittime dell’omofobia

Da alcuni anni il 17 Maggio viene indicato come «Giornata internazionale contro l’omofobia». Ma che cosa è l’omofobia se non una delle tante forme di paura che ci condizionano quando abbiamo a che fare con la diversità? La paura, però, uccide l’amore perché, come scrive Giovanni nella sua prima lettera: «Chi ha paura non è perfetto nell’amore» (1 Giovanni 4,18).

Per questo motivo invitiamo quanti condividono la nostra Fede nel Vangelo di Gesù, a unire la loro voce alla nostra voce, per chiedere a Dio di liberare l’umanità da qualunque forma di omofobia e, più in generale, per chiedergli di liberarci da qualunque paura della diversità.

Tra le tante forme di diversità, quella di cui sono portatori gli omosessuali, ha la caratteristica di poter essere vissuta di nascosto, in un atteggiamento che rischia spesso di spingere verso l’ipocrisia. L’omofobia incoraggia questo atteggiamento e allontana le persone omosessuali dalle parole di Gesù, che condanna gli ipocriti in modo inequivocabile. Condannare l’omofobia significa quindi aiutare tanti omosessuali credenti a uscire dalla clandestinità per vivere finalmente senza ipocrisie e senza menzogna il loro cammino di avvicinamento alla perfezione cristiana.

Ecco perché chiediamo alle nostre chiese, alle chiese delle nostre città, alle chiese che ci hanno generato alla Fede, di levare con forza la loro voce di condanna tutte le volte in cui una persona omosessuale viene aggredita, viene insultata, viene discriminata, viene esclusa per la sua specifica diversità.

Ecco perché chiediamo a queste stesse chiese di accogliere il nostro appello, di unirsi alla nostra preghiera e di organizzare, il prossimo 17 Maggio, tanti momenti di preghiera in cui chiedere a Dio di aiutare l’umanità a vincere l’omofobia e, insieme con l’omofobia, tutte le altre forme di paura che ci rendono imperfetti nell’amore.

Il testo dell’appello è stato lanciato dal sito http://www.ildialogo.org.

Le adesioni si possono leggere sulla pagina: http://www.ildialogo.org/LeggiAdesioni.php?doc=NoOmofobiaChiese&titolo=Appello in occasione della terza veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia

Gianni Geraci

I testi della veglia dell’11 Maggio 2009

 

Testo introduttivo

Mi è capitato di assistere ad una discussione in cui un interlocutore sosteneva che alla parola omofobia non dovesse essere attribuito l’atteggiamento violento verso i gay. «Una fobia è una paura e non si può incolpare nessuno di aver paura. Bisogna invece avere pazienza e spiegare». Un ragionamento dettato da buone intenzioni, ma in definitiva poco convincente perché omette di segnalare lo stretto rapporto che esiste tra paura e violenza. Una società dominata dalla paura è una società destinata inevitabilmente a diventare più violenta. Ce lo dicono i fatti di cronaca.

Nel nostro paese, oltre ai reati di cui da sempre, italiani e stranieri, si rendono colpevoli, sono già evidenti le avvisaglie di una nuova violenza: a Roma e a Parma, un cinese alla fermata dell’autobus e uno studente africano imbattutosi in un gruppo di vigili urbani sono stati pestati perché stranieri; e ancora a Roma, due omosessuali sono stati aggrediti perché omosessuali. La paura dei tanti genera, legittima, e giustifica la violenza di pochi.

È un dato di fatto, ma, oserei dire, è anche una verità cristiana. Se ci sono infatti delle persone che hanno tutta l’autorità morale, spirituale e intellettuale per denunciare i pericoli che genera la paura quando questa avvolge il comune sentire di una società, questi sono proprio i cristiani. Da sempre chi legge la Bibbia sa che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la paura. Lo scrive molto bene Giovanni nella prima delle sue lettere: «Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura (…) chi ha paura non è perfetto nell’amore» (1 Giovanni 4,27-18).

Nel linguaggio cristiano l’amore è quella forza capace di cambiare la realtà per creare un mondo nuovo. La paura, che è il suo contrario, rende oscuro il futuro e, soprattutto, rende forti le ansie degli esseri umani e flebile la parola di salvezza dell’Evangelo. Nell’Italia di oggi è proprio una parola contro la paura quella che dovremmo udire nelle chiese cristiane: abbiamo bisogno continuamente di un richiamo per non concedere troppo spazio alla paura, iniziando a leggere la realtà per quello che non è.

La paura crea dei fantasmi e individua il nemico nei diversi. Così, per non lasciare dubbi si inventano nuovi reati, come quello di clandestinità. In questo modo diventa più facile trovare un capro espiatorio contro cui sfogare l’ostilità che nasce dalla paura.

Blandire, se non addirittura cavalcare, le paure di una società, significa mettere da parte i problemi che emergono dalla realtà (che ci dice come un’Italia senza stranieri non sarebbe né più ricca, né più sicura di quanto lo è oggi), e dar credito ai fantasmi creati dall’insicurezza collettiva. Si tratta di un percorso che sta suggestionando molti uomini di potere che vogliono inseguire un facile consenso che però ha l’effetto negativo di rendere ancora più stretto il legame che c’è tra paura e violenza.

Certo la paura è ineliminabile: prima o poi giunge il giorno in cui essa viene a bussare alla tua porta. La differenza sta nel modo in cui si reagisce al suo arrivo. C’è chi chiude i chiavistelli, serra tutte le uscite, pensa di salvarsi con la repressione, accetta di guardare il mondo esterno solo da angusti rifugi che spesso si trasformano in trappole senza uscita (è un classico dei thriller il chiudersi in casa con l’assassino). L’amore che sconfigge la paura, invece, non può sopportare di rimanere al chiuso, ma vive all’aria aperta, ci mostra la vita alla luce del sole, ci porta ad incontrare e a conoscere.

Se la paura venisse a bussare alla tua porta, tu che faresti? C’è una risposta che forse sta sopra tutte le altre, e che ha pronunciato a conclusione di un suo sermone uno dei cristiani che più di ogni altro ha dedicato la sua esistenza alla predicazione dell’amore che sconfigge la paura, e di una società in cui i diversi si possano integrare gli uni con gli altri, Martin Luther King: «La paura ha bussato alla mia porta; l’amore e la fede hanno risposto; e quando ho aperto, fuori non c’era nessuno» (Luca Baratto su Notizie Evangeliche 41/08)

 

La paura della diversità. Naarman il lebbroso.

Scoprendo che Naarman è malato di lebbra Gioram viene preso dal terrore. Eliseo, il profeta di Dio, invece, lo accoglierà e lo curerà.

Nàaman, capo dell'esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra». Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele». Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro e dieci vestiti. Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me». Quando Eliseo, l'uomo di Dio, udì che il re si era stracciato le vesti, gli mandò a dire: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell'uomo venga pure da me, e vedrà che c'è un profeta in Israele». (2 Re 5,1-8)

 

La paura della diversità: Andrea l’omosessuale.

Un freddo venerdì sera d’inverno, tre amici annoiati, una città a disposizione. Che fare? «Andare a dare una lezione ai froci». E così, in perfetto stile commando, senza ovviamente averne la tempra, i tre di 22, 21 e 43 anni, il 23 gennaio hanno deciso di farsi un giro al Bronx, come viene chiamato il quartiere direzionale di piazzetta del Portello nel pieno centro di Pordenone, che nelle ore notturne, fino a qualche tempo fa, gli omosessuali avevano scelto questo come luogo di incontri. Nei pressi del Bronx i tre hanno incontrato un giovane disabile, che chiameremo Andrea, di 29 anni. Qui, nel cuore della città, è iniziata la violenza. Gli aguzzini lo hanno spintonato, irriso, offeso, preso a sberle, il tutto mentre il ragazzo, che porta evidenti le conseguenze di un’altra violenza patita nel 2002 quando venne quasi ucciso da un ex commilitone, cercava di allontanarsi. L’aggressione è proseguita fino in piazza XX Settembre, tra il teatro Verdi e il Bar Posta, quando i tre lo circondano, lo prendono ancora a sberle e uno addirittura gli sferra un calcio nella schiena. (Elena Del Giudice sul Messaggero veneto del 12 Marzo)

 

La paura generata dalla vergogna può spingere ai delitti più terribili

La paura che venga scoperta la sua relazione adulterina con Betsabea spinge Davide a compiere il più vigliacco degli omicidi.

Una sera Davide, alzatosi dal suo letto, si mise a passeggiare sulla terrazza del palazzo reale; dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima. Davide mandò a chiedere chi fosse la donna. Gli dissero: «È Betsabea, figlia di Eliam, moglie di Uria, l'Ittita». Davide mandò a prenderla; lei venne da lui ed egli si unì a lei, che si era purificata dalla sua impurità; poi lei tornò a casa sua. La donna rimase incinta e lo fece sapere a Davide dicendo: «Sono incinta». Allora Davide fece dire a Ioab: «Mandami Uria, l'Ittita». Ioab mandò Uria da Davide. Quando Uria giunse da Davide, questi gli chiese come stavano Ioab e il popolo e come andava la guerra. Poi Davide disse a Uria: «Scendi a casa tua e lavati i piedi». Uria uscì dal palazzo reale e gli furono mandate dietro delle vivande del re. Ma Uria dormì alla porta del palazzo del re con tutti i servi del suo signore, e non scese a casa sua. Ciò fu riferito a Davide. Gli dissero: «Uria non è sceso a casa sua». Allora Davide disse a Uria: «Tu hai fatto un lungo viaggio. Perché dunque non sei sceso a casa tua?» Uria rispose a Davide: «L'arca, Israele e Giuda stanno sotto le tende, Ioab mio signore e i suoi servi sono accampati in aperta campagna e io entrerei in casa mia per mangiare, bere e per coricarmi con mia moglie? Com'è vero che il Signore vive e che anche tu vivi, io non farò questo!» Davide disse a Uria: «Trattieniti qui anche oggi, e domani ti lascerò partire». Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il giorno seguente. Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé; lo ubriacò, e la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo lettuccio con i servi del suo signore, ma non scese a casa sua. La mattina seguente, Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mezzo d'Uria. Nella lettera aveva scritto così: «Mandate Uria al fronte, dove più infuria la battaglia; poi ritiratevi da lui, perché egli resti colpito e muoia». (2 Sam 11,2-14)

 

La paura può alimentare l’ingiustizia

Carissimo, ho letto oggi sui giornali la notizia dell'aggressione di cui sei stato vittima […] Avresti dovuto accorgerti subito che si trattava di malintenzionati! Ma come potevi? Magari all'inizio hai addirittura pensato che fossero persone che volevano conoscerti? So per esperienza quali siano gli abissi di solitudine in cui spesso vive un omosessuale di provincia e so quanto si può essere ingenui in certe circostanze. Questa ingenuità tu l'hai pagata cara, perché sei stato insultato, sei stato aggredito, sei stato picchiato. Probabilmente, quando ti sei ritrovato solo, dopo le botte e gli insulti, hai pensato di essere tu il vero colpevole, tant'è che non hai voluto denunciare i tuoi aggressori. Si tratta di un meccanismo perverso, che la paura e il pregiudizio, spesso, alimentano dentro di noi e che ci spinge a sentirci i veri responsabili delle violenze che subiamo. Ricordati però che, anche se ci sono persone molto brave nel confonderci le idee, i responsabili di un'aggressione sono sempre coloro che la compiono, mai coloro che la subiscono. (Gianni Geraci - Lettera aperta al giovane disabile aggredito a Pordenone a causa della sua omosessualità)

 

La paura ci spinge verso il tradimento

Annebbiato dalla paura Pietro non esita a rinnegare Gesù

Pietro, intanto, stava seduto fuori nel cortile e una serva gli si avvicinò, dicendo: «Anche tu eri con Gesù il Galileo». Ma egli lo negò davanti a tutti, dicendo: «Non so che cosa dici». Come fu uscito nell'atrio, un'altra lo vide e disse a coloro che erano là: «Anche costui era con Gesù Nazareno». Ed egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell'uomo». Di lì a poco, coloro che erano presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli, perché anche il tuo parlare ti fa riconoscere». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!» In quell'istante il gallo cantò. Pietro si ricordò delle parole di Gesù che gli aveva dette: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente. (Mt 26,69-75

 

Paura del giudizio di Dio ci allontana da Lui

La paura del giudizio di Dio spinge Adamo ad accusare Eva e getta un seme di inimicizia

Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s'accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Poi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l'uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il Signore fra gli alberi del giardino. 9 Dio il Signore chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?» Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell'albero, che ti avevo comandato di non mangiare?» L'uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato». Dio il Signore disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». Gen (3,7-13)

Testo su questo tema legato all’omofobia

 

Lettura – Dalla prima lettera di Giovani

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi. Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo. Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto.

Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore.

 

Intenzioni libere

Tutti ripetono il versetto: Guariscici Signore dalla paura

 

Testo finale

Misericordia e verità si sono incontrate, amici miei!

Giustizia e pace debbono baciarsi!

Nella nostra umana debolezza e miopia crediamo di dover scegliere la nostra strada e tremiamo per il rischio che quindi corriamo. Abbiamo ... paura!

Ma no, la nostra scelta non é importante. viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e vediamo e capiamo che la grazia di Dio é infinita: dobbiamo solo attenderla con fiducia ed accoglierla con riconoscenza.

Dio non pone condizioni. Non preferisce uno di noi piuttosto che un altro.

Ciò che abbiamo scelto ci viene dato e, allo stesso tempo, ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato.

Perché misericordia e verità si sono incontrate, giustizia e pace si sono baciate (dal film «Il pranzo di Babette»).

2008. Anche noi abbiamo un sogno. Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia.

Nel 2008 si è deciso di organizzare le veglie nell’anniversario della morte di Matteo, l’adolescente di Torino che si era tolto la vita per gli insulti omofobi dei suoi compagni. Ma proprio in quei giorni cadeva l’anniversario di un’altra morte: quella del pastore battista Martin Luther King, la persona che più di ogni altra si è adoperata per vincere il razzismo negli Stati Uniti. Abbiamo allora pensato di unire le due ricorrenze e di scegliere come motto della nostra veglia le parole più famose di quello che viene considerato il suo testamento spirituale.

Locandina della Veglia

Nell’aprile dello scorso anno, si celebravano le esequie del giovane Matteo, morto suicida per le angherie dei suoi compagni di scuola. Un piccolo gruppo cristiano di Firenze organizzò un incontro di preghiera per commemorare Matteo e per richiamare l’attenzione delle comunità cristiane sulla violenza che nasce dal disprezzo anche per gay, lesbiche, transessuali e transgender. L’iniziativa fu condivisa da altri gruppi cristiani e il 28 giugno 2007 si celebrarono veglie di preghiera in numerose città italiane.

Anche quest’anno, Milano ricorderà Matteo alla vigilia del quarantesimo anniversario della morte di Martin Luther King, il pastore battista che ha pagato con la vita l’impegno per superare il pregiudizio e la paura e lo faremo partendo dalle sue parole:

 

«Io ho sempre davanti a me un sogno: che un giorno questa Nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali […] e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza».

 

E’ questa anche la nostra speranza: vincere con l’amore i pregiudizi e le discriminazioni che ancora feriscono e creano sofferenze a tanti di noi. Con questo spirito, ringrazieremo Dio per averci creato così come siamo e per averci dato la possibilità di testimoniare il suo Amore nella varietà di relazioni d’amicizia e di amore che ci chiama a vivere.

Vi invitiamo alla

Veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia

che si terrà

Mercoledì 2 Aprile 2008 alle ore 21.00

presso la Chiesa evangelica battista di via Pinamonte da Vimercate 10 (MM2 Moscova)

 

Gruppo la Fonte - Omosessuali credenti - Milano - www.gruppolafonte.it/

Gruppo del Guado - Cristiani omosessuali – Milano - www.gaycristiani.it/

Varco - Gruppo evangelico di Valorizzazione e Riconoscimento della Comunità Omosessuale - gruppovarco.altervista.org/

Parrocchia Gesù di Nazareth - Chiesa Veterocattolica di Milano – groups.msn.com/amore/

Il sogno di unire la nostra preghiera alla preghiera di tutta la Chiesa

Questa sera, a Milano, inizieranno le veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia che, su suggerimento del portale Gionata.org, numerosi gruppi di omosessuali credenti, hanno organizzato in tutta Italia e in varie parti del mondo. L’idea di chiamare quanti condividono la nostra Fede cristiana a pregare con noi per le vittime dell’omofobia, nasce da due esigenze ugualmente importanti.

La prima è quella di dare un segnale di prossimità alle tante persone che vivono con sofferenza l’atteggiamento di violenza e di scherno con cui molti trattano il loro orientamento sessuale. Ancora una volta è necessario ricordare loro che Dio è vicino a tutte le persone che soffrono e che ha a cuore il loro desiderio di autenticità e di liberazione. Le stesse chiese, se vogliono vivere con fedeltà il messaggio evangelico, debbono ripetere con decisione questa verità fondamentale, perché, indipendentemente dalle specifiche valutazioni morali, hanno il dovere di dare voce alla sofferenza di chi vive con terrore l’idea stessa di condividere le emozioni, le gioie, le trepidazioni, le delusioni, le paure, le difficoltà e le speranze che nascono da uno specifico orientamento sessuale.

La seconda è quella di chiedere a quanti condividono la nostra stessa Fede cristiana di superare la paura e di pregare finalmente con noi, per riconoscere insieme la verità, incontestabile per un credente, che Dio (che ama tutti gli uomini e tutte le donne) ama anche tutti gli omosessuali e tutti i transessuali del mondo, e li chiama, uno per uno, ciascuno con la sua specifica identità di genere o con il suo specifico orientamento sessuale, all’unica salvezza in Cristo.

Ecco perché, recandoci nei tempi che ospiteranno le tante veglie organizzate quest’anno, porteremo con noi, nel nostro cuore, le tante persone che ci hanno conosciuto e che ancora hanno paura di pregare pubblicamente con noi: se anche loro, in questi giorni, pregheranno il Signore per la salvezza di tutti, di certo qualche cosa di grande potrà succederà.

Gianni Geraci – Portavoce Gruppo del Guado – Cristiani Omosessuali - Milano

Traccia della veglia del 2 Aprile 2008

 

Introduzione

Canto: De Noche iremos, de noche que para encontrar la fuente, solo la sed nos alumbra, solo la sed nos alumbra. (3 volte)

Saluto del pastore Martin Ibarra e accensione del cero pasquale

Lettore: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. (Mt, 11-28)

Tutti: Tu ci chiami a seguirti, nel Tuo cammino di croce. Tu sconvolgi i nostri sogni e i nostri progetti: eppure, Tu sei la nostra pace. Accettaci con le nostre paure e le esitazioni del cuore; accogli il nostro umile amore, capace di darti soltanto il poco che siamo. Convertiti a noi, Signore, e noi ci convertiremo a Te, lasciandoci condurre dove forse non avremmo voluto, ma dove Tu ci precedi e ci attendi, per fare delle povere storie della nostra vita  e del nostro dolore la Tua storia con noi.  (Bruno Forte)

Canto: De Noche iremos, de noche que para encontrar la fuente, solo la sed nos alumbra, solo la sed nos alumbra. (3 volte)

Si spengono le luci

 

Il buio. Testimonianze.

Prima Voce: Non ce l’ha fatta e si è gettato dalla finestra. In camera un ultimo saluto ai suoi cari: «Perdonatemi se non resto con voi. Abbiamo passato tutto insieme, ma ora non ce la faccio più». Lo scherno dei compagni che gli davano del gay erano troppo dolorosi per lui: non ce l’ha fatta e, a 17 anni, ha deciso di farla finita. «Perché me lo hanno trattato così? Lui era un essere umano, una persona normale, come tutte le altre. Era buono e gentile. Perché prenderlo in giro con le parolacce, perché dargli del gay quando era chiaro che soffriva e piangeva?». Queste parole, gridate dalla mamma di Matteo Moreno, ci interpellano ancora. Quanti persone sono state insultate, sono state picchiate, sono stati uccise a causa dell’omofobia? E quando, la voce dei nostri pastori, la voce delle nostre chiese, la nostra voce di uomini che sperano ancora nella giustizia di Dio, si è levata per dare voce a questo dolore?

Seconda Voce: 6 dicembre 2007. Makwan Moloudzadeh, un giovane iraniano di 21 anni, condannato a morte per sodomia, viene impiccato in una piazza di Tehran. Come lui, prima di lui, centinaia di omosessuali hanno pagato con la vita il loro desiderio di amore e di intimità. Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia e Yemen condannano gli omosessuali alla pena di morte, mentre sono più di quaranta gli Stati che, in Africa, in Asia e in America Latina hanno leggi che condannano i rapporti omosessuali.

Terza Voce: 18 agosto 2006. «Stai zitta, che adesso tocca a te, brutta lesbica!». Con queste parole due uomini con l’accento toscano, hanno aggredito Paola e l’hanno violentata per punire la sua omosessualità. Qualche mese dopo su un blog, abbiamo letto questo messaggio: «Una lesbica stuprata?! ..ancora con sta storia di lesbike… ma son fissate!!!». Perché le donne, nella testa di molti maschi, sono ancora un oggetto da possedere e da punire se non accettano quella legge, che qualcuno ha la stoltezza di definire ‘naturale’, che le trasforma in un oggetto e che riconosce al maschio il diritto di stupro?

Prima Voce: 22 aprile 2007. L’hanno trovata con la testa fracassata nella casa dove riceveva i clienti. Secondo gli inquirenti l’assassino voleva cancellare qualunque traccia del rapporto sessuale che aveva consumato con Emanuela di Cesare, una transessuale di Pescara. Non a caso, i rubinetti del gas, erano stati aperti nel tentativo, fallito, di provocare un incendio.

Seconda Voce: 29 novembre 2007. Gli ha scaricato addosso un intero caricatore, ma sono bastati due i due colpi andati a segno, per trasformare Flavio Vescovini nell’assassino di suo figlio Gabriele. Agli inquirenti ha detto di aver agito per disperazione, visto che il figlio rifiutava di farsi curare per i suoi disturbi psichici. Qualcuno di noi Gabriele l’ha conosciuto. Non era pazzo, non aveva bisogno dello psichiatra, agli occhi del padre aveva una sola malattia: era omosessuale. E così è stato trovato in una pozza di sangue, mentre il padre attonito lo guardava con lo sguardo nel vuoto: poco prima di uccidere Gabriele era rientrato a casa dalla Messa festiva della sua parrocchia.

Canto: Nada te turbe, nada te espante; quien a Dios tiene, nata te falta. Nada te turbe, nada te espante; solo Dios basta. (3 volte)

Prima Voce: Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

Seconda Voce: Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore. Io spero nel Signore, l`anima mia spera nella sua parola.

Terza Voce: L`anima mia attende il Signore più che le sentinelle l`aurora. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione.

Tutti: Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Canto: Nada te turbe, nada te espante; quien a Dios tiene, nata te falta. Nada te turbe, nada te espante; solo Dios basta. (3 volte)

 

Confessione del peccato e richiesta di perdono

Voce Guida: Padre amorevole, per tutte le volte in cui ti ho offeso, consapevolmente o inconsapevolmente. Ho peccato in quello che ho fatto e in quello che ho mancato di fare.

Tutti:  Perdonami Signore

Voce Guida: Per la mia mancanza di fede, per aver agito con paura, senza credere nella tua bontà e nel tuo amore infinito per me. Per aver taciuto di fronte a grandi e piccoli gesti di omofobia e discriminazione, nella paura di “compromettermi”.

Tutti:  Perdonami Signore

Voce Guida: Per ogni volta che ho ferito, con pensieri, parole ed opere, il mio prossimo

Tutti:  Perdonami Signore

Voce Guida: Per ogni volta che non ho sostenuto qualcuno o che l’ho rifiutato, per la freddezza e per ogni mio atteggiamento spiacevole, scostante, maleducato o irriguardoso.

Tutti:  Perdonami Signore

Voce Guida: Per ogni volta che ho mormorato, calunniato il fratello, tradito una confidenza, abusato della fiducia e disponibilità del mio prossimo.

Tutti:  Perdonami Signore

Voce Guida: Per ogni sentimento d’invidia, di odio; per ogni risentimento, mancanza di perdono, gelosia, critica o giudizio degli altri.

Tutti:  Perdonami Signore

 

Dalle tenebre alla luce

(Chi presiede l’assemblea si accosta al cero pasquale accendendo una candela)

Prima Voce: Di nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". (Gv 8,12)

(Dalle candele in mano a chi presiede il fuoco delle candele si distribuisce a tutti i presenti)

 

Letture alternate

Voce Guida: Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere,; annunzia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio…».

Tutti: Ecco amici, io vi dico: «Non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà di oggi e di domani». Io ho ancora un sogno! Il sogno, che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato di ciò che crede: «Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali».

Voce Guida: Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: “ La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è imperscrutabile.

Tutti: Io ho un sogno!  Che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non siano giudicati in base al colore della loro pelle, ma in base al loro carattere.

Voce Guida: Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Tutti: Io ho un sogno! Che un giorno ogni valle sia colmata, e ogni monte e colle siano abbassati, i luoghi tortuosi vengano resi piani e i luoghi curvi raddrizzati. Allora la gloria del Signore sarà rivelata ed ogni carne la vedrà!

Celebranti: Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. (Mt 5,14)

 

La luce. Testimonianze

Gianni: Ho conosciuto Enrico e Marino vero la metà degli anni ’90, quando hanno iniziato a frequentare il Guado: due persone tranquille che non si facevano notare; due persone disponibili, che quando c’era da dare una mano non si tiravano indietro; due persone discrete, che partecipavano con assiduità alla vita del gruppo senza strafare. Sapevo che erano in coppia da tanto tempo, sapevo che abitavano insieme da anni, sapevo che si volevano davvero bene, ma ho saputo che la loro relazione durava da più di venticinque anni solo il giorno in cui un tumore al pancreas ha ucciso Marino. Quando, al termine del suo funerale, ho sentito Enrico, distrutto dal dolore per la perdita del suo compagno, dire che riteneva la relazione che aveva avuto con Marino, come il più bel dono che Dio gli avesse mai fatto, ho capito che la loro esperienza dimostrava, nella concretezza della vita di tutti i giorni, che anche tra le persone dello stesso sesso una relazione d’amore può durare una vita intera.

Prima Voce: Il Parlamento Europeo ribadisce la convinzione che tutti i cittadini debbano ricevere lo stesso trattamento indipendentemente dalle loro tendenze sessuali.

Seconda Voce: Il Parlamento Europeo ritiene che la Comunità europea abbia il dovere, in tutte le norme giuridiche già adottate e che verranno adottate in futuro, di dare realizzazione al principio della parità di trattamento delle persone indipendentemente dalle loro tendenze sessuali.

Terza Voce: Il Parlamento Europeo invita gli Stati membri ad abolire tutte le disposizioni di legge che criminalizzano e discriminano i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.

Prima Voce: Il Parlamento Europeo chiede che nelle norme giuridiche e amministrative si eviti la disparità di trattamento delle persone con orientamento omosessuale.

Seconda Voce: Il Parlamento Europeo invita gli Stati membri ad adottare misure e intraprendere campagne, in cooperazione con le organizzazioni nazionali degli omosessuali, contro tutte le forme di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali.

Terza Voce: Il Parlamento Europeo chiede alla Commissione di presentare una proposta di raccomandazione sulla parità di diritti per gli omosessuali che cerchi di porre fine, tra le altre cose: a qualsiasi forma di discriminazione in sede di diritto del lavoro e della funzione pubblica in sede di diritto penale, civile, contrattuale e commerciale; agli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni; a qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini. (Dalla risoluzione approvata l’8 febbraio 1994)

Prima Voce: La quarta sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'Unione delle Chiese Battiste in Italia e del Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste crede in un Dio d'amore che per primo ci ha accolti chiamandoci ad una vocazione all'accoglienza nello spirito del passo di Romani che dice: “Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”.

Seconda Voce: Crede che l'essere umano sia fondamentalmente un essere in relazione con Dio e con il suo prossimo e che la relazione umana d'amore, vissuta in piena reciprocità e libertà, sia sostenuta dalla promessa di Dio; esprime apprezzamento per il fatto che molte chiese locali, associazioni regionali battiste e circuiti delle chiese valdesi e metodiste abbiano affrontato, sulla base del documento prodotto dal Gruppo di lavoro sull'omosessualità, in incontri anche congiunti, il tema dell'omosessualità, serenamente, senza preclusioni e pregiudizi.)

Terza Voce: Mentre confessa il peccato della discriminazione delle persone omosessuali e delle sofferenze imposte loro dalla mancanza di solidarietà, condanna ogni violenza verbale, fisica e psicologica, ogni persecuzione nei confronti di persone omosessuali e invita tutte le credenti e tutti i credenti a sostenere quelle iniziative tese a costruire una cultura del rispetto, dell'ascolto e del dialogo.

Prima Voce: Invita le chiese ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discriminazione.

Seconda Voce: Invita le chiese, nell'ottica di uno Stato laico, a sostenere e promuovere concretamente progetti e iniziative tesi a riconoscere i diritti civili delle persone e delle coppie discriminate sulla base dell'orientamento sessuale;

Terza Voce: Auspica che il confronto e la riflessione, informati ad una lettura approfondita ed esegeticamente attenta della Scrittura, proseguano ancora nel futuro, partendo dal riconoscerci sorelle e fratelli nella comune fede in Gesù Cristo.

(Testimonianza di Suor Cristina, religiosa transessuale della Chiesa Vetero Cattolica)

 

Canto: Veglia al Mattino

Veglia al mattino ancor che un cielo puro / sembri annunziare calmo il dì seren. / Può il tuo orizzonte diventare oscuro / e la tempesta sorge in un balen. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Veglia durante il giorno quando freme / il turbin della vita intorno a te; / con le lor voci il mondo e il cuore insieme / non compran mai la voce del tuo Re. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Veglia la sera, quanto tutto tace / talora quel silenzio è ingannator / in cui si cela il tentator mendace / sicuro è sol chi veglia col Signor. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

Sì veglia sempre veglia in ogni luogo / che sempre e ovunque puoi cader quaggiù / così del mal potrai spezzare il giogo / e pregustar la pace di lassù. / Veglia al mattin, la sera veglia ancora / sì veglia ognora, prega e sii fedel!

 

Predicazione

 

Preghiere spontenee

A ogni intenzione di preghiera si risponde cantando il versetto: Tu c’hai chiamato fuori dalle tenebre, nella tua luce meravigliosa

 

Padre nostro

Tutti: Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome. Venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.  Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male. Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Padre Nostro ecumenico della traduzione condivisa al convegno di Perugia del 1997)

 

Benedizione

Presidente: Per la benedizione vogliamo abbracciare chi ci sta affianco, non abbiamo paura del contatto fisico, di sentire l’emozione della carne reciproca, perché vedete, la benedizione non è una specie di fluido magico che viene dall’alto, ma la benedizione di Dio è l’altro, l’altra che mi abbraccia, chi mi sta affianco e che posso amare e mi ricambia con il suo amore.

Tutti: Ti ringrazio Signore di questa mano che stringo di questa mano reciproca che mi stringe, che mi dice, non sei solo, appartieni ad un corpo e sei parte di una trama più grande di te, grazie di questa mano che mi stringe, del suo calore, della sua tenerezza che mi ricorda le tue mani, le mani contadine di Dio vasaio che fece l’uomo da un mucchio di sabbia, grazie di questa mano che mi stringe, che mi rialzerà quando cadrò, che partirà per me il pane della Cena, che mi accoglierà quando sarò stanco o stanca e senza forza, grazie di questa mano che mi stringe, fa che insieme possiamo stringere il mondo, essere chiesa, portare il Vangelo ad ogni luogo, dare il pane all’affamato, vestito all’ignudo, grazie di questa mano che stringe la mia mano, e che è la tua mano Signore, la tua mano forte la tua mano aperta in un abbraccio a tutti a tute senza condizioni ad ogni essere umano, ad ogni essere vivente. Grazie perché la benedizione è la tua mano che mi stringe.

 

Canto finale. We shall overcome

We shall overcome, we shall overcome, we shall overcome some day.

Oh, deep in my heart, I do believe we shall overcome some day.

We shall live in peace, we shall live in peace, we shall live in peace some day.

Oh, deep in my heart, I do believe we shall overcome some day.

We'll walk hand in hand we'll walk hand in hand we'll walk hand in hand some day.

Oh, deep in my heart, I do believe we shall overcome some day.

Black and White together, black and white together. black and white together some day.

Oh, deep in my heart, I do believe we shall overcome some day.

Veglia del 2 Aprile 2008. La cronaca di una testimone oculare.

Mercoledì 2 aprile, ore 20.10 circa: zona Moscova. Io la Katyuccia arriviamo in quei di via Pinamonte da Vimercate, ma la chiesa Battista era deserta. Il tempo di fare il giretto dell'isolato e becchiamo Lore. Entriamo e arriva anche l'organista. Io e la Katyuccia il pastore Martin a togliere il tavolo della Santa Cena e a sistemare le sedie per i ministranti, mentre Lore e l'organista provano i canti. Arrivano altri del Varco , della Fonte,  e iniziamo a sistemare i foglietti per l'ordine del culto della veglia e i canti. Attendiamo impazienti Gianni del Guado, che aveva i lumini, i paramenti di Vittoria (diacona veterocattolica), e il cero pasquale.

Arriva gente e la Katyuccia ormai a suo agio nella sua prima visita alla Chiesa Battista, si mette a fare servizio di accoglienza consegnando all'ingresso del tempio i foglietti del culto, e lì rimane fino all'inizio della celebrazione. Frattanto io mi aggiro per i saluti, a Vittoria, Anne (la nostra pastora valdese), a Suor Cristina (anch'ella veterocattolica), ai conoscenti dei vari gruppi. Anne in "uniforme" con la toga nera con colletto bianco, e Vittoria con piviale bianco da me sistemato, scelto tra due: uno rosso e uno bianco. Arrivano amici, amiche e anche l'Arendone con il Luigi. io le la Katyuccia ci dividiamo il compito degli "effetti speciali" (l'accensione / spegnimento delle luci del tempio).

Canti di Taizè e inni protestanti, testimonianze di buio e sofferenza, crude e toccanti. Momenti di commozione per alcuni, di riflessione per altri, a seconda di chi si riconosceva in una violenza piuttosto che un altra. Toccanti alcuni momenti, come le preghiere spontanee, o le riflessioni di amore e apertura verso gli omosessuali pronunciati da Vittoria e dai pastori Anne e Martin, che presiedevano la veglia. Bellissimo il momento in cui ognuno accendeva il lumino del proprio vicino, così da diffondere nel Tempio la luce delle candele, mentre le luci erano ancora spente.

I momenti per me piu toccanti sono stati sicuramente la testimonianza di Suor Cristina, che nella sua semplicità e timidezza ha brevemente raccontato il suo cammino di fede monacale, accennando solo brevemente alla fine al suo passato anagrafico in un altro sesso. La sua fede prima di tutto. Grande testimonianza, sebbene io sia protestante.

L'apice della veglia è stato alla fine quando la benedizione ce la siamo impartiti tra di noi, ognuno abbracciando il proprio vicino, secondo il principio protestante del sacerdozio universale, e la chiesa si è sciolta in un abbraccio in cui tutti uscivano dalle panche e i pastori venivano da noi ad abbracciarci ma non freddamente o come gesto formale e liturgico ma con gesti tipici degli amici, strette forti, prese in braccio, baci, saltelli, sorrisi: tutti una grande famiglia. E poi i saluti a tutti i presenti.

Grandi assenti erano come c'era da aspettarselo gli esponenti del clero della Chiesa Cattolica (Ambrosiana o Romana non ha importanza). C'era anche il nostro pastore Gianni, che non mi aspettavo di vedere, e poi quelli del gruppo Varco. Il bello è che anche la Katya si è sentita subito a casetta. Un ultimo abbraccio a Vittoria e ad Anne, un saluto al vescovo veterocattolico, e un saluto a Martin, con la promessa di ricambiare la sua ospitalità nel tempio battista per la veglia sull'omofobia, andando domenica prossima al culto BMLV (congiunto delle chiese protestanti storiche, battiste, metodiste, luterane e valdesi) per ricordare Martin Luther King, da noi ricordato anche nel titolo stesso della nostra veglia «Anche noi abbiamo un sogno» e in una lettura alternata nella veglia stessa in cui la voce guida recitava passi di Isaia 40 e noi rispondevamo con passi di «I have a dream» di Martin Luther King.

Bella davvero. Ora dovremmo organizzare una bella rimpatriata post-veglia con tutti i gruppi e le chiese che hanno partecipato all'organizzazione, per un rinfresco, un aperitivo, un qualcosa insomma, non è che dobbiamo restare in contatto solo per le veglie! E' bello che i legami che si creano nel tempo, restino anche nel tempo, al di là dell'appartenenza ad una chiesa piuttosto che un altra.

Cambia sesso, diventa suora. Adesso veglia con i gay

Un breve articolo pubblicato dal Corriere della Sera e dedicato a una delle protagoniste della nostra veglia, Suor Cristina che con la sua testimonianza ha commosso molti di noi.

Cristina ha 40 anni, l'abito lungo e nero, il velo che le incornicia il viso. Si sveglia all'alba per le Lodi e prega molto, fino a sera, alternando il raccoglimento con l'assistenza e il lavoro. È suora francescana, castità, obbedienza e povertà, ma ha dovuto cercarsi una chiesa che la accogliesse perché la sua, quella cattolica romana, le ha «chiuso le porte»: quando è nata, Cristina era maschio, Marco, ma a 20 anni ha cambiato sesso, per poi trovare la sua vocazione. Un caso unico, difficile da accettare per i vescovi fedeli al Papa.

Ora è una religiosa della Riconciliazione, la piccola comunità monastica nata in Italia dalla chiesa vetero-cattolica, vicina a quella anglicana. È stata sua, ieri sera, la testimonianza più toccante alla veglia di preghiera torinese per le vittime di omofobia e transfobia. La serata avrebbe dovuto svolgersi nella chiesa cattolica di San Pietro a Cavoretto, ma ieri alle 18 è arrivato il contrordine.

«Mi hanno comunicato che l'appuntamento era annullato - dice don Paolo Fini - Avevo dato volentieri la chiesa, poi le stesse persone hanno preferito rinviare, non era più opportuno. Volevano che tutto avvenisse nella discrezione ma questa condizione è mancata».

La veglia si è svolta nella chiesa vetero-cattolica.

«Sono nata a Sezze e cresciuta dalle suore — dice Cristina — perché mamma e papà lavoravano. Fin da piccola mi sono sentita femmina. Il ricordo più brutto? Quando mi hanno sequestrato la Barbie. A 13 anni ho parlato a mia madre, mi ha accettato. Appena maggiorenne mi sono operata».

Cristina si commuove di fronte alle immagini di San Francesco: «Il Cantico delle Creature è il primo testo che ho imparato, e non lo dimentico. Ma la mia vita da cattolica è diventata un inferno. Ho seguito un corso ad Assisi per le vocazioni, ho frequentato le Clarisse, poi mi hanno indirizzata al mio vescovo, a Latina. Saputa la verità ha detto parole terribili: "Sei nata uomo, non potrai né sposarti né prendere i voti". Sono scappata in Inghilterra, in un monastero anglicano. Oggi sono suora francescana e vetero-cattolica. Parlo con Dio, assisto, nel mio cuore resta il sogno di contemplare il Signore in monastero. La castità non mi pesa, la solitudine sì».

2007. Dobbiamo fare qualcosa!

L’immagina della mamma di Matteo che mostra una tessera in cui è riportata l’immagine sorridente di suo figlio ha fatto il giro dei media. Se non fosse per la smorfia di dolore che attraversa il volto rigato dalle lacrime si potrebbe pensare a un’immagine rubata in qualunque momento della vita. E invece no. La mamma di Matteo mostra ai giornalisti l’immagine del figlio che si è suicidato perché i compagni di scuola lo schernivano accusandolo di essere gay. Di fronte a quell’immagine gli amici del gruppo Kairos di Firenze hanno detto che occorreva fare qualche cosa e hanno avuto l’idea di organizzare una veglia di preghiera in cui ricordare tutti quelli che, come Matteo, soffrono per le conseguenze dell’odio che c’è nei confronti degli omosessuali.

Locandina della Veglia

Giovedì 28 Giugno 2007 - Ore 21.00

Chiesa Valdese di Via Francesco Sforza 12

VEGLIA DI PREGHIERA PER RICORDARE LE VITTIME DELL'OMOFOBIA


Proprio nei giorni in cui si celebravano le esequie di Matteo (il giovane di Torino che, il 4 aprile di quest'anno, si è ucciso perchè tormentato dai compagni di scuola a causa di una sua presunta omosessualità) alcuni ragazzi del gruppo di omosessuali cristiani di Firenze, si sono riuniti in una piccola chiesa del centro storico della città per pregare.

Durante l'incontro è emersa una domanda:

«E' mai possibile che i nostri pastori, di solito così loquaci quando si parla di omosessualità, non dicano una sola parola per commentare la morte di questo adolescente disperato?».

Occorreva fare qualche cosa!

Da questa esigenza è nata l'idea di proporre alle comunità cristiane della città una veglia di preghiera in cui ricordare quelli che, come Matteo, sono vittima dell'atteggiamento di disprezzo e di violenza che circonda le persone omosessuali. La scelta della data del 28 Giugno è collegata a un episodio accaduto, nel 1969 a New York, quando un gruppo di omosessuali decise finalmente di dire basta al clima di soprusi e di violenza di cui erano vittime.

Non potendo essere con gli amici di Firenze abbiamo deciso di organizzare a Milano un incontro che si pone in comunione con le tante altre iniziative che la loro idea ha suscitato.

Ecco perché, la sera del prossimo 28 giugno, alle 21.00

proponiamo alle comunità cristiane di Milano e della Lombardia di unirsi a noi nella preghiera

per chiedere allo Spirito, che abita nei nostri cuori, di insegnare agli uomini del nostro tempo quell'atteggiamento di accoglienza e di rispetto delle diversità che Gesù ci predica nel suo Vangelo.

 

Gruppo la Fonte - Omosessuali credenti - Milano - www.gruppolafonte.it/

Gruppo del Guado - Cristiani omosessuali – Milano - www.gaycristiani.it/

Varco - Gruppo evangelico di Valorizzazione e Riconoscimento della Comunità Omosessuale - gruppovarco.altervista.org/

Il 28 giugno tante veglie contro l’omofobia

Il 28 giugno 2007, in diverse città italiane, varie veglie di preghiera ricorderanno le vittime dell’omofobia, ovvero della paura e della violenza irrazionale contro gli omosessuali.

Questa iniziativa, lanciata dal gruppo Kairòs di Firenze, è stata subito accolta e fatta propria da numerosi altri gruppi di cristiani omosessuali, una realtà non molto conosciuta dal grande pubblico. Eppure i gruppi di cristiani omosessuali esistono da molto tempo in Italia.  Non sono una lobby, anzi, nella Chiesa cattolica “ufficiale” sono praticamente invisibili, ma non si nascondono. Si riuniscono, si parlano, si aiutano e dialogano, per quanto possibile, con la gerarchia cattolica. Sono una  comunità di comunità sparse sul territorio, nelle metropoli come in provincia, da Udine a Catania passando per Bologna, Firenze e Roma e in molti altri centri. Sono nati negli anni ottanta, nei centri ecumenici piemontesi, quando, nei campi estivi, si cominciava a parlare di “Fede e omosessualità”, un tabù per tutti, fino a quel momento. E ancora oggi continuano il loro cammino di fede e di speranza, continuando a confrontarsi con la Chiesa di cui sentono parte. 

E’ stata scelta la data del 28 giugno per le veglie in maniera non casuale, questa non è una data qualsiasi per gli omosessuali di tutto il mondo.  E’ il giorno in cui si ricorda la rivolta di Stonewall (New York), quando, nel 1969, un gruppo di omosessuali reagì alle ormai quotidiane violenze della polizia, chiedendo dignità e giustizia. Purtroppo nel mondo e in Italia, sono ancora troppi gli episodi di omofobia sociale, di violenza fisica e morale, di disperazione a cui sono sottoposti molti omosessuali che, in alcuni paesi non europei sono oggetto di condanna alla pena capitale o a numerosi anni di carcere mentre in Italia i gay subiscono spesso gravi discriminazioni sociali che, a volte, sfociano in atti di violenza gratuita.

Il 28 giugno perciò avranno luogo non una, ma tante veglie in alcune città italiane per ricordare e pregare per le vittime dell’omofobia, condividendo insieme agli altri la nostra sete di speranza e di giustizia perché cessi questa inumana violenza. Ma questi vogliono essere anche momenti di comunione tra i gruppi di credenti italiani, omosessuali e non, e di fratellanza tra cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, oltre che un momento di TESTIMONIANZA cristiana.

Ma non vuole solo essere una preghiera recitata ad alta voce in un luogo di culto. Non solo una ricerca di visibilità fine a sé stessa ma vuol’essere una “Liturgia della Parola” in cui la parola del Vangelo tenterà di esprimere qualcosa di importante e di dar voce, nel ricordo, a chi la propria voce non può più farla sentire.

28 giugno 2007. Schema della veglia

 

Canto d’inizio. Come cervi assetati.

Come cervi assetati veniamo a te Signor / a te, fonte della vita, anela il nostro cuor.

Nelle acque del tuo amore immergiamo i nostri amor / Perché tu li faccia crescere, li salvi dall’error.

E così di volto in volto fino a te giungerem / E con tutti i nostri amici sempre con te vivrem.

 

Tu risvegli il desiderio che, solo, puoi saziar / tu ci scavi dentro il vuoto che, solo, puoi colmar.

Se delusi ci fermiamo, tu ci vieni a rianimar, / e se il cuor diventa angusto, vienilo a dilatar,

e così di giorno in giorno la grazia tua sarà / il vigor che ci sostiene fino all’eternità.

 

Tu ci chiami al santo monte per rivelare ancor / Lo splendore del tuo volto che ci conforta il cuor.

Ogni traccia di bellezza che illumina il cammin / Non ci arresti ma addolcisca la pena del salir.

E così di passo in passo in vetta arriverem / E le terre della gioia insieme abiterem.

 

Introduzione

Celebrante: Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione

Tutti: Egli ci consola in ogni nostra tribolazione perchè possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio

 

Salmo 131

Canto: Confitemini Domino, quoniam bonus. Confitemini Domino, alleluia.

Voce: Signore, non si inorgoglisce il mio cuore E non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze.

Canto: Confitemini Domino, quoniam bonus. Confitemini Domino, alleluia.

Voce: Io sono tranquillo e sereno. Come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Canto: Confitemini Domino, quoniam bonus. Confitemini Domino, alleluia.

 

Testimonianze

Lettore: Ho conosciuto Paolo Seganti al gruppo La Sorgente di Roma, durante  pochi mesi in cui ha frequentato le nostre  riunioni. È stato grande lo stupore e la commozione quando abbiamo appreso della sua morte, grande l’incredulità che ci ha colti nell’apprendere i particolari della vicenda. L’omicidio avvenuto di notte, nel parco sotto casa dove Paolo, amante del giardinaggio, aveva piantato e curava alcuni alberi, il suo chiedere aiuto, il vano intervento di una volante della polizia, i particolari macabri delle ferite inferte e delle mutilazioni, la morte per dissanguamento che lascia sempre un senso di ribellione con qual suo suggerimento colpevolizzante, allora si poteva fare qualcosa! Uno di noi, nella testimonianza che abbiamo reso in Campidoglio assieme ad altri amici di Paolo, ha ben sintetizzato il nostro sentire con queste parole: non so se anch’io morirò di una morte simile, se mi troverò ad urlare in parco, se sbatterò impotente le sbarre di un cancello cercando di fuggire, se verrò anch’io spogliato di tutto, picchiato e ucciso. Se dovesse succedere sono sicuro che Dio avrà pietà di me, se non altro perché gli ricorderò la passione di suo Figlio. Spero che non mi succeda, ma se avrò mai la sventura di trovarmi così male e disperato, vorrei che le mie grida di dolore, il mio disagio, la mia angoscia riuscissero a rompere l’isolamento in cui sicuramente mi troverei, così che gli altri –voi- possiate venirmi in aiuto. Paolo Seganti di Roma, Matteo di Torino suicidatosi appena sedicenne, Maurizio Oldani malmenato fino alla morte poche settimane fà a Milano, Alfredo Ormando. Mi chiedo cosa potrebbero dirci tutti questi fratelli se potessero essere qui con noi stasera a testimoniare di persona il loro vissuto. Ci penso e mi vengono alle labbra parole già sentite eppure tanto disattese; prendetevi cura gli uni gli altri, portate il peso dei vostri fratelli, ascoltate le loro grida di aiuto. Se riusciremo a prendere la decisione di essere davvero attenti gli uni gli altri, disposti a sostenere chi si trovi in situazione di disagio e bisogno, forse non ci saranno più altre morti assurde per cui ritrovarci in una sera come questa.

Tutti: Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore (Rom 13,8-10)

Lettore: Brandon nacque in Nebraska nel 1972 di sesso biologicamente femminile. La bambina fu chiamata Teena. Teena era un’adolescente che non si sentiva a proprio agio nel corpo femminile. Ai tempi delle superiori aveva capito di identificarsi in un maschio e iniziò ad usare il proprio cognome, Brandon, che è anche un nome maschile. Brandon era un uomo transessuale. Nel 1993 Brandon ha 21 anni. Ad un party due ragazzi gli chiedono di dimostrare loro che è un maschio a tutti gli effetti. Al suo rifiuto, gli sfilano i pantaloni, lo picchiano e lo violentano. Nonostante la denuncia che segue, la polizia non interviene Qualche giorno più tardi i due violentatori lo uccidono a colpi di pistola. In sede di processo gli assassini sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio volontario. Brandon non iniziò mai una terapia ormonale nè si sottopose a un’operazione chirurgica di transizione di genere. Per questo motivo la stampa a volte ha erroneamente parlato di Brandon come di una lesbica. Per la stessa ragione, è improprio parlare di omofobia nel caso dei transessuali e si ritiene più corretto parlare di transfobia. Nel caso specifico, l’episodio di transfobia è tanto più grave perchè si associa a un caso di violenza sessuale perpetrato contro una donna biologica. Sul caso di Brandon Teena è stato girato il film “Boys don’t cry”.

Tutti: Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: «Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio». Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello (Rom 14, 10-13).

Lettore: Matthew Shepard naque in Colorado nel 1976. Dopo le superiori, Matthew si era iscritto a Scienze politiche all’Università del Wyoming ed era uno studente universitario di 21 anni come tanti. Matthew era gay. La notte tra il 6 e il 7 ottobre del 1998 Matthew ebbe un passaggio per tornare a casa a due coetanei incontrati in un bar. Matthew però venne condotto dai due in un luogo isolato, picchiato selvaggiamente, torturato, legato a una staccionata e lasciato morire lì.

La polizia arrestò i colpevoli poco dopo, trovando l'arma insanguinata, le scarpe e la carta di credito della vittima nel loro camion. Al processo gli avvocati dimostrarono che Matthew venne torturato e ucciso esclusivamente a causa dell’odio degli assassini per l’orientamento sessuale della vittima. Poichè in Wyoming è tuttora prevista la pena di morte per l’omicidio volontario, i genitori di Matthew rivolsero alla giuria un appello alla clemenza che fruttò agli assassini due condanne all’ergastolo senza possibilità di essere rilasciati anticipatamente per buona condotta. I genitori di Shepard, riferendosi a uno degli imputati, dichiararono «anche se è difficile farlo», «è il momento di mostrare misericordia verso colui che ha rifiutato di mostrare misericordia. [...] [Chiediamo che gli sia risparmiata] la vita in memoria di uno che non vive più». Alla tragica storia si aggiunge un episodio su cui riflettere. Durante i funerali di Matthew e durante il processo, un gruppo di manifestanti omofobi protestarono violentemente con picchetti al grido di “Matthew Shepard marcisce all’inferno” e altri slogan intrisi d’odio. Gli amici di Matthew allora organizzarono un gesto simbolico non-violento. Indossarono lunghe tuniche bianche e grandi ali bianche. Vestiti da angeli bianchi circondavano i manifestanti omofobi, simboleggiando il bene che non si lascia sopraffare dal male. Il caso Shepard, grazie anche alla famiglia che ha scelto di non mettere a tacere l'episodio ma di parlarne in pubblico, è diventato un simbolo della lotta all’omofobia in tutto il mondo. In particolare i genitori di Matthew hanno costituito una Fondazione intitolata al figlio che si propone di promuovere l’educazione al rispetto, in particolare nelle scuole. Abbracciare le diversità, cancellare l’odio, rimpiazzare l’odio con la comprensione e l’accettazione. Queste sono le finalità della Fondazione Shepard. Sul caso Shepard è stato girato il film “The Laramie Project”.

Tutti: Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

Voce 1: Una recente risoluzione del Parlamento Europeo recita: “ Il Parlamento condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi verso gli omosessuali. Nel chiedere di vietare questo tipo di discriminazione in tutti i settori, sollecita la Commissione a promuovere azioni giudiziarie contro gli Stati membri in caso di violazione. Invitando gli Stati UE a riconoscere le coppie dello stesso sesso, è chiesta la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità…”

Ma così non è stato nel secolo appena trascorso, ed in molti paesi del mondo ancora non lo è.

Voce2: I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte in sette nazioni islamiche: Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l’Algeria e le Maldive, l’omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie, o pene corporali.

Si chiamavano Mahmoud Asgari e Ayaz Mahroni. La loro colpa? Erano innamorati. L’uno dell’altro. Tutto qui. Già, avevano una relazione omosessuale. Il 19 luglio 2005 a Mashad, nel nordest dell’Iran le autorità li hanno impiccati in Piazza della Giustizia. Avevano 16 e 18 anni, colpevoli di amarsi e di essere omosessuali. Prima di essere impiccati avevano già scontato 14 mesi di prigione e avevano ricevuto 228 frustate a testa. Negli ultimi 25 anni in Iran sono state uccise oltre 4.000 persone tra gay e lesbiche.

Voce3: Un giorno gli altoparlanti ci ordinarono di presentarci immediatamente all’appello. Urla e grida ci spingevano là senza indugi. Circondati dalle SS, ho pensato stessero per picchiarci per l’ennesima volta; ma la prova in effetti era peggiore: un’esecuzione. Portarono un giovane al centro del quadrato. Inorridito ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. Le SS gli strappavano i vestiti lasciandolo nudo e ficcandogli un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi… le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio in testa. Ho pregato perché la morte del mio amore potesse essere una morte rapida. Pierre Seel. Deportato omosessuale.

Voce4: Per eliminare ogni illusione sulla tolleranza dei diritti degli omosessuali durante l’era comunista in Unione Sovietica, basta citare il caso di Georgij Cicerin, omosessuale, che ricoprendo un’ alta posizione nella gerarchia del governo sovietico sotto Lenin,  si affrettò a nascondere la sua omosessualità. Ma non passarono molti anni che Cicerin fù esonerato dai suoi doveri per “ragioni di salute”. Le memorie di un suo cugino, pubblicate in occidente rilevarono che la malattia in questione altro non era che la sua omosessualità. Come ogni altra cosa nella società marxista-leninista, il destino degli omosessuali russi tra il 1917 e il 1923 dipese dai pregiudizi e dai capricci personali dell’oligarchia governante. Questi pregiudizi furono infine codificati nell’incriminazione ufficiale delle pratiche omosessuali con le leggi approvate nel 1933. A migliaia perirono nei GULAG staliniani; l’attuale omofobia virulenta della società sovietica, i problemi particolari che gli omosessuali sovietici affrontano: ecco tutto ciò che noi in occidente ancora oggi vorremmo davvero conoscere.

 

Sermone

 

Preghiere spontanee

A ogni intenzione di preghiera si risponde cantando il versetto: Veni Sancte Spiritus, tui amoris ignem accende.

 

Padre nostro

Tutti: Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome. Venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.  Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male. Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Padre Nostro ecumenico della traduzione condivisa al convegno di Perugia del 1997)

 

Ringraziamento finale

 

Preghiera  corale

Cristo non ha più le mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi.

Cristo non ha più piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri.

Cristo non ha più voce, ha soltanto la nostra voce per raccontare di sé agli uomini di oggi.

Cristo non ha più forze, ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé.

Noi siamo l’unica Bibbia, che i popoli leggono ancora; siamo l’unico messaggio di Dio scritto in opere e parole.

 

Canto finale. Quando busserò.

Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada, avrò piedi stanchi e nudi, avrò mani bianche e pure.

Avrò fatto tanta strada, avrò piedi stanchi e nudi, avrò mani bianche e pure. O mio signore!

Quando busserò alla tua porta avrò frutti da portare, avrò ceste di dolore, avrò grappoli d'amore,

Avrò frutti da portare, avrò ceste di dolore, avrò grappoli d'amore. O mio signore!

Quando busserò alla tua porta avrò amato tanta gente, avrò amici da ritrovare, e nemici per cui pregare,

Avrò amato tanta gente, avrò amici da ritrovare, e nemici per cui pregare. O mio signore!

Say Goodbye to Cosmobimbo. Un racconto di Matteo B. Bianchi.

 

Lato A: 1979

“Super! Superman!” urla Miguel Bosé dal televisore in cucina e io urlo con lui. Bosé indossa una magliettina aderente a righe e un paio di jeans slavati dalle cui tasche posteriori fuoriesce un fazzoletto rosso. La canzone è il suo nuovo successo, tratto dall’album Chicas, che vuol dire ragazze. Lo so perché l’ho comprato.

È la prima volta che compro un LP intero, fino a oggi avevo comprato solo dei 45. Ma Miguel è Miguel.

In classe mi prendono in giro, perché dicono che è un cantante da femmine, e che i maschi devono ascoltare il rock. Ma a me il rock non piace per niente e, a costo di litigare, continuo difendere Miguel Bosé, che fa tante canzoni belle, come Anna, Olympic Games e anche Vote Johnny 23, dedicata al Papa. Quindi è un cantante importante, se può dedicare una canzone al Papa.

Ma la vera verità non ho il coraggio di dirla.

Il fatto è che a me non piace Miguel Bosé come cantante, ma mi piace proprio lui. Sono innamorato di Miguel Bosé. Anche adesso, mentre balla in tv, vorrei essere li insieme al pubblico di Discoring, ma non per battergli le mani, no, proprio per stare dove sta lui, respirare la sua aria, sentire il suo odore, fargli vedere che esisto.

Non ricordo quando è stata la prima volta che qualcuno mi ha chiamato “frocio”. So solo che è incominciato tutto in classe. Un po’ per la storia che ascolto Miguel Bosé, un po’ perché sono una sega a calcio (e, in generale, in qualsiasi sport) e un po’ per invidia, perché sono il primo della classe.

I ragazzini sanno essere crudeli, molto più degli adulti, se vogliono.

All’inizio non è stato facile sopportarlo. Voglio dire, ho solo quattordici anni. Ma poi ho pensato che non è colpa mia se il mondo è pieno di deficienti stronzi e ho deciso di ignorarli, di lasciar cadere gli insulti come se non fossero rivolti a me. Il fatto è che riesci a tollerare le crudeltà finché riguardano solo te, ma quando cominciano a toccare anche le persone che hai vicino allora il discorso cambia.

Vedo mia mamma al di la del cancello della scuola. Anche lei mi vede scendere di corsa gli scalini esterni dell’istituto e mi sventola ciao con la mano. Sto per raggiungerla quando mi accorgo che il solito gruppetto di rozzi mi sta fissando con insistenza. Sono appollaiati su una panchina vicino all’ingresso e sembrano aspettare solo me. Infatti, appena sono a un passo, quello che gioca a essere il capo della banda mi fa: “Cos’è? Non sei neanche capace di andare a casa da solo? Hai ancora bisogno della mamma?” e subito dopo conclude: “Frocio”.

A quella parola io mi paralizzo. Mia mamma è a un metro da noi e ha sentito tutto, sicuramente.

Comincio a tremare, come scosso da un terremoto interno. È la vergogna la forza che mi scoppia dentro. La sento partire dalla pancia per poi spargersi dappertutto, in ogni muscolo, dalla bocca dello stomaco sino alle gambe e alle braccia. Ed è proprio nelle braccia, alla fine, che si concentra. Un formicolio pazzesco, un’eccitazione nervosa che non avevo mai sentito prima.

Succede tutto così in fretta che quasi io non mi rendo conto. Il mio braccio destro si stacca dal resto del corpo e colpisce in piena faccia il ragazzo, che cade per terra con un lamento. Poi, con la stessa facilità con cui si era separato, il braccio torna indietro e si riattacca con un soffice clack alla mia spalla.

Il gruppo di sbruffoni osserva la scena con gli occhi sbarrati e, terrorizzato, si disperde.

Io, che ancora non capisco bene quello che è appena successo, alzo gli occhi verso mia madre, testimone di troppe cose nel giro di dieci secondi. Lei mi fissa seria in volto, poi scoppia a piangere. “Lo sapevo” dice fra i singhiozzi. “Lo sapevo che qualcosa, prima o poi, doveva succedere”.

Dopo un bel pianto, seduti in macchina, riparati dalle cattiverie del mondo, mia mamma mi racconta la verità.

Io non sono figlio dei miei genitori. Anzi, forse non sono neanche figlio di questo pianeta. È un caso se oggi sono qui, sopravvissuto a tutta una serie di cose di cui nessuno ha notizie precise.

Mio padre mi ha trovato in una carcassa di lamiere in fumo, i resti accartocciati di una capsula spaziale, precipitata in un bosco sugli Appennini. I miei genitori (adottivi, ora posso metterci anche l’aggettivo) si trovavano lì in vacanza. Una passeggiata romantica con pic-nic.

Dice mia mamma che il rumore, come di un fischio, è stato fortissimo e che solo grazie alle fronde degli alberi, che hanno attutito la caduta, mi hanno recuperato vivo.

Loro, che non potevano avere bambini e che tanto li volevano, non ci hanno pensato su troppo. Mi hanno avvolto in una coperta e portato via, senza farsi domande sul luogo da dove venivo, senza preoccuparsi delle conseguenze. Però per settimane hanno avuto paura che la polizia suonasse alla porta, che i giornali gli dessero la caccia, come ai terroristi brigatisti, invece niente. Nessuno ha dato notizia dell’UFO, nessuno ha indagato. Forse nessuno si è accorto, ancora oggi.

Per questi quattordici anni mi hanno allevato come un bambino normale, con le pappe , il triciclo, l’asilo, le scuole, la comunione, però nel profondo del cuore sentivano che qualcosa doveva succedere. Qualcosa di misterioso, che avrebbe fatto capire chi ero.

Ed è successo. Adesso.

Di sera, a casa, mio papà mi racconta di nuovo la stessa storia, con altre parole, ma sempre con il groppo in gola, idem la mamma. Ma mi sembra anche un po’ contento e sollevato all’idea di poterne finalmente parlare.

Alla fine del suo racconto mi abbraccia e dice: “Noi ti abbiamo sempre voluto bene come a un figlio vero, più che a un figlio vero”.

Io lo stringo forte e dico che anch’io voglio tanto bene a tutt’e due. Poi lascio i miei genitori in cucina e vado a chiudermi nella mia stanza.

Penso che abbiamo tutti bisogno di silenzio.

Sono agitato e confuso dalle troppe scoperte che ho fatto in questa giornata. Mi chiedo come sarà la mia vita da ora in poi, da ora che so di essere diverso dagli altri. Mi chiedo anche se il fatto che mi piacciono i ragazzi c’entri qualcosa con la mia provenienza extraterrestre.

Resto lì a lungo a fissare la parete, perso nei miei pensieri. Poi lo sguardo viene attirato da uno strano luccichio. Vado vicino e mi abbasso per vedere cos’è. Al principio non lo so, ma dopo un po’ lo capisco: è una sfida.

La raccolgo.

 

Lato B: 1997

Fare il supereroe non è difficile. Basta imparare a coordinare il tuo corpo e i suoi cosiddetti “superpoteri”, che poi non sono altro che sensibilità comuni amplificate dal diverso ambiente in cui si sono sviluppate, un’altra atmosfera, altre condizioni.

Non è necessario essere così folcloristici, come vuole la tradizione popolare. Per il costume, per esempio, io ho compiuto una scelta sobria e coerente con la mia missione: una tuta azzurra di felpa, tinta pastello, con una piccola “c” in materiale catarifrangente applicata all’altezza del cuore. È una tenuta casual, ma efficace. Non ostacola i movimenti, è calda e, in caso di necessità, permette di fingermi un semplice atleta in vena di stranezze.

L’unica difficoltà reale che ho incontrato è stata quella di dover discriminare le richieste d’aiuto: gli impulsi di pericolo che sentivo provenire erano tanti e tali che in un primo tempo ho temuto d’impazzire. Poi ho capito che solo una selezione rigorosa e necessaria mi avrebbe salvato.

Adesso sono un vero esperto: quando sento vibrare il terrore, il dolore, l’umiliazione nell’aria riesco immediatamente a individuarne l’intensità. Sino a un certo grado non mi sposto neanche. E che cazzo, un po’ di dolore nella vita è normale, capita a tutti, mica posso preoccuparmene io. Però quando percepisco che la dose di sofferenza è alta, allora mi attivo immediatamente. Mi infilo la tuta, salgo in macchina e mi lascio guidare dagli impulsi, via via più forti, man mano che raggiungo l’epicentro d’emissione.

Molto spesso si tratta di un ragazzino, come lo sono stato io quando ho scoperto la mia vera natura. Un quindicenne impacciato, schernito dai coetanei, additato con crudeltà, talvolta in pericolo fisico di percosse. In questi casi io resto in disparte, studio la scena. Sono in tre, quattro, cinque, lo circondano, lo spintonano. “Cosa c’è, signorina? Hai paura? Vuoi la mamma? Dai, reagisci, se hai coraggio, finocchio”.

“Reagisco io” dichiaro, emergendo dal nulla (vale a dire: da dietro la porta, se sono a scuola, dall’ombra delle tribune, se sono in un campo di calcio, da una vetrina, se sono in un centro commerciale, e così via).

Di solito restano tutti a bocca a aperta, ma la più meravigliosamente aperta è la bocca della vittima, che mi fissa come se vedesse la Madonna (icona o cantante fa lo stesso: un’apparizione destinata comunque a cambiarle la vita).

Il mio famoso pugno snodabile lo uso raramente. Basta la mia comparsa, il tono di sfida, che subito i quattro o cinque bastardi si ridimensionano, cambiano tono, chiedono scusa, spariscono.

Ed è allora che entro veramente in scena, quando mi avvicino al ragazzetto spaventato e gli metto un braccio intorno alle spalle, e dico, con tutta la complicità e la tenerezza di cui sono capace: “Ehi, tutto bene?”.

Lui mi sembra confuso, grato e balbettante. “Si… ma… ma tu chi sei?”

“Se ti dico il mio nome prometti di non ridere?”

Il quindicenne annuisce serio.

“Cosmobimbo”

Lui sorride, immancabilmente. Ho scelto il nome apposta.

“Avevi promesso di non ridere!” lo riprendo, fintamente seccato.

“Scusa”

Gli do una pacca sulla testa. “Ma va là, dài. Hai ragione a ridere. È un nome cretino”.

A quel punto è successo tutto: il ragazzino sorride ancora, stavolta seriamente sollevato e soprattutto già dimentico della freschissima brutta avventura di cui è stato vittima.

“Chi erano quegli stronzetti?”

Lui scrolla le spalle. “Pfff… compagni di classe”

“Bella classe, complimenti”

“Non sono tutti così”

“Meno male”

Lo faccio parlare per un po’. Di se stesso, di quello che fa a scuola, degli amici, se ne ha. Poi lo guardo dritto negli occhi e affronto l’argomento: “Posso chiederti una cosa?”

“Certo” risponde lui, ubbidientissimo.

“Quand’è che hai scoperto che ti piacciono i ragazzi?”

Il lampo di terrore riattraversa il suo sguardo. Si sente improvvisamente spogliato, tradito, raggi-x-sato. Vorrebbe ribellarsi, negare, ma capisce che stavolta non ha senso farlo.

Io sono la consapevolezza.

Allora abbassa il viso, la voce, la guardia. “Da un anno, più o meno” mormora.

Adoro quest’attimo. L’ultimo baluardo della fragilità.

Da domani sarà forte, determinato, pronto.

“Non è mica una cosa grave” comincio. “Succede a migliaia, milioni di ragazzini come te, nel modo” e via che gli srotolo il discorsetto di tutta la gente che l’ha preceduto, dei libri da leggete, dei posti dove andare, delle associazioni a cui eventualmente fare riferimento, ma soprattutto lo tranquillizzo sulla legittimità delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti. “Sì, tu sei diverso dagli altri” concludo “ma non c’è niente di esaltante nella normalità”.

È un discorso che con gli anni ho imparato a perfezionare, scegliendo i termini giusti, le pause, i riferimenti culturali idonei all’età dell’ascoltatore. Al termine del monologo posso permettermi delle divagazioni, specie nei casi più difficili.

“Poteva andare peggio”

“Per esempio?”

“Per esempio, nascere stilista”

Sdrammatizzare è il mio forte. I ragazzini capiscono, si lasciano andare, tirano un sospiro che non è di sollievo, ma di coraggio per se stessi. Hanno la vita davanti, da affrontare a mani nude. Ma ora sanno che potranno farcela.

E poi, per ultimissimo, lancio il mio asso nella manica, il mio più sorprendente regalo, prima di sparire per sempre.

Regalo loro un alleato reale. Un amico, un compagno di classe, talvolta addirittura un insegnate. È sufficiente che mi concentri un attimo per avere un’immagine abbastanza dettagliata del suo ambiente di vita, della scuola, del quartiere, della squadra di gioco. È come una visione, una diapositiva che cala davanti ai miei occhi, volti sconosciuti fra i quali individuo subito ciò che sto cercando.

“Hai presente il ragazzo con i capelli ricci e gli occhialini rotondi di quinta C?”

“Ma chi, Gianni Salvemini?”

“Si, lo conosci?”

“No, be’, solo di vista”

“Ecco: Gianni è come te”

Non è necessario specificare in che senso vada inteso quel “come te”. Lui ha già capito tutto, i suoi pensieri sono puntati verso la prospettiva di avvicinare questo Gianni, di parlargli, di diventarne amico. Il mio ruolo è svolto.

Say Goodbye to Cosmobimbo.

Ogni tanto però le cose non sono così semplici. La violenza, quella vera, è sempre in agguato. L’altra settimana ho soccorso un uomo di mezza età, assalito brutalmente da una banda di teppisti in un parco famoso per i suoi incontri notturni.

Quando sono arrivato ho scorto un picchiatore nell’atto di spaccare una bottiglia di birra sul capo del poveretto. Cocci, sangue e urla disperate. Non ho atteso di mostrarmi alla luce, di impaurirli con la mia comparsa; ho lanciato il mio braccio nello stomaco dell’aggressore, rovesciandolo a terra. Poi ho caricato anche gli altri con foga, finché erano riversi sull’erba, doloranti, macilenti, moribondi.

Ho soccorso l’uomo ferito e l’ho trasportato in ospedale. In macchina ha pianto come un vitello. Diceva: “Che vergogna!” senza capire che non era certo lui quello che doveva vergognarsi. Io tacevo la mia filosofia, gli dicevo soltanto di rilassarsi, che sarebbe andato tutto bene.

I teppisti li ho abbandonati là, chiaro. Spero sempre che muoiano, ma tanto quelli se la cavano sempre.

Essere un supereroe del mio genere dà soddisfazione. Perché le tue gesta non si esauriscono in un intervento, in un salvataggio momentaneo, ma lasciano tracce destinate a svilupparsi col tempo ed è bellissimo incontrare le persone a cui hai dato una mano, gente di cui non ricordi neanche il nome, né il viso, e che improvvisamente, in discoteca, al supermercato, per la strada, ti si parano davanti gridando: “Ma tu sei Cosmobimbo!” e pieni di gratitudine ti raccontano stralci di vita che, alla fine, senti come parzialmente tuoi. E allora ti sembra davvero che tutti gli sforzi che stai affrontando valgano qualcosa.

Ogni tanto, la sera, quando non c’è nessun segnale di pericolo nell’aria, mi affaccio alla finestra e resto lì, con i gomiti appoggiati al davanzale, pensare.

Penso ai ragazzi che ho aiutato e ai tanti, ai troppi, che ancora ci sarebbero da aiutare. Penso agli eroi silenziosi che stanno combattendo da soli contro una malattia più grande di loro. Penso al secolo che è appena sfumato e alle rivoluzioni sociali che porterà il nuovo. E, certe volte, penso anche a me stesso. Penso che, in fondo, mi piacerebbe esistere realmente.