Le persone omosessuali nelle chiese. Cosa è cambiato? Cosa cambierà?

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091107_Convegno_Milano.jpgMomento di riflessione e di confronto dopo due anni di attività del «Progetto Gionata»su fede e omosessualià

Sono passati 10 anni da quel 20 ottobre 1999, quando diverse centinaia di persone hanno partecipato al convegno: «Le persone omosessuali nelle Chiese. Problemi, percorsi e prospettive». Da quell’incontro, organizzato, oltre che dal Guado, anche dalla Rete evangelica fede e omosessualità, dall’AGEDO e dal movimento «Noi siamo chiesa», è nato il libro «Il posto dell’altro» che, la casa editrice Meridiana, ha pubblicato l’anno successivo. Sempre nel 1999 la casa editrice Claudiana pubblicava il libro «Omosessualità» di Gabriella Lettini che, nella sua sinteticità, rappresentava un vero e proprio punto di non ritorno nella riflessione sull'omosessualità delle chiese riformate presenti in Italia. A queste due esperienze conviene rifarsi per chiederci come é cambiato l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità nelle realtà ecclesiali che si erano incontrate allora: nella chiesa cattolica, dove alla crescente paura nei confronti del riconoscimento di qualunque diritto giuridico alle persone omosessuali e al crescente entusiasmo per le terapie riparative, fanno da contraltare alcune esperienze pastorali più inclusivo che hanno trovato una eco significativa nel libro «Fede e omosessualità» scritto da don Valter Danna per conto della Diocesi di Torino; nelle chiese riformate che, dopo aver scelto di appoggiare con decisione il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali e la lotta contro le varie forme di omofobia, si stanno interrogando in merito all'opportunità di benedire con una cerimonia religiosa le coppie dello stesso sesso; tra gli omosessuali credenti italiani che, dopo la fine del Coordinamento fra i vari gruppi che era nato nel 1994, stanno sperimentando, attraverso il «Progetto Gionata su Fede e omosessualità» una nuova forma di visibilità e di aggregazione. Per rispondere a questa domanda abbiamo pensato di organizzare un momento di incontro e di discussione invitando come relatori il sacerdote torinese don Ermis Segatti e la pastora valdese Anne Zell.

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Sommario

Programma dell’incontro. 2

Relazioni – Teatro Santa Maria Beltrade di Via Oxilia 10. 2

Dibattito – Teatro Santa Maria Beltrade di Via Oxilia 10. 2

Cena comunitaria – Sede del Gruppo del Guado in Via Soperga 36. 2

Testi 2

Chiesa e omosessuali: incontrarsi senza orgoglio e senza pregiudizi 2

Omosessualità e Fede: un confronto im/possibile?. 4

Identità maschile e femminile nella Riforma. 6

Risonanze. 9

Mauro Castagnaro sul testo «Fede e omosessualità». 9

Rosa Salamone in seguito al convegno. 11

Programma dell’incontro

Relazioni – Teatro Santa Maria Beltrade di Via Oxilia 10

Ore 16.30 – Introduzione

Relatore: Gianni Geraci (Gruppo del Guado di Milano)

Ore 16.50 - «Il protestantesimo storico in Italia e l’accoglienza delle persone omosessuali: punti fermi e argomenti in discussione»

Relatrice: Anne Zell (pastora della Chiesa Evangelica Valdese di Brescia)

Ore 17.40 - «L’esperienza della chiesa di Torino e il libro Fede e omosessualità di don Valter Danna»

Relatore: Ermis Segatti (docente di Storia del Cristianesimo e referente della diocesi di Torino per l’Università e la Cultura)

Dibattito – Teatro Santa Maria Beltrade di Via Oxilia 10

Ore 18.30 - Interventi liberi da parte dei partecipanti

Moderatrice: Rosa Salamone (Gruppo Varco di Milano)

Cena comunitaria – Sede del Gruppo del Guado in Via Soperga 36

Ore 20.00 – Momento di preghiera ecumenico

A cura dei volontari del «Progetto Gionata su Fede e omosessualità»

Ore 20.00 – Cena comunitaria

A cura dei volontari del «Gruppo del Guado»

Testi

Per farvi conoscere meglio i relatori che parteciperanno all’incontro vi proponiamo di seguito un testo di don Valter Danna (autore del libro «Fede e omosessualità»), un testo di don Ermis Segatti e un testo della pastora Anne Zell. Vi segnaliamo poi il sito http://www.gionata.org del «Progetto Gionata su Fede e omosessualità» e la pagina che, sul nostro sito, abbiamo dedicato al dibattito che si è svolto nelle chiese protestanti italiane sulla benedizione delle coppie omosessuali http://nuke.gaycristiani.it/Letture/Oecumenica/BMV/tabid/130/Default.aspx.

Chiesa e omosessuali: incontrarsi senza orgoglio e senza pregiudizi

Il clima che ha portato alla pubblicazione del libro «Fede e omosessualità» da parte della Diocesi di Torino, è descritto molto bene da questo articolo scritto da don Valter Danna (direttore dell’Ufficio Famiglia della Diocesi di Torino) in occasione del Torino Pride 2006

Anche un evento come il GayPride 2006 e le sue visibili e colorate manifestazioni possono rientrare tra i «segni dei tempi» da interpretare? Credo proprio di sì, purché nell’ottica della fede annunciata dalla Chiesa che, in questo mondo con le sue variegate e innumerevoli minoranze e con le più silenziose (e talvolta penalizzate) maggioranze, è chiamata a essere segno visibile di unità e di speranza (Lumen Gentium) come lo fu Gesù, il buon pastore, che avvicinò tutte le categorie di persone (farisei e pubblici peccatori, potenti e poveri della terra) e di emarginati (donne, bambini, lebbrosi, indemoniati ecc.) della sua epoca, ridando speranza e gioia di vivere. Non finisce mai di sorprendermi questa libertà dell’uomo Gesù che vince ogni pregiudizio e non si lascia intimorire da taluni «benpensanti» ipocriti.

A me pare che i cristiani di oggi debbano riproporre questo stesso stile «anticonformista» e libero. Questo non vuol dire mancare di delicatezza verso qualcuno o approvare incondizionatamente manifestazioni pubbliche qualora offendano la sensibilità religiosa, anche quando tale espressione può essere la reazione comprensibile di molte umiliazioni e discriminazioni subite.

Con spirito costruttivo di accoglienza il cardinale Poletto aveva incontrato una delegazione del GayPride 2006 attraverso l’interessamento del gruppo di omosessuali credenti «Davide e Gionata».

L’incarico dato a due sacerdoti di seguire il dialogo con questi fratelli è l’espressione di una accoglienza e di un rispetto che non implica alcuna rinuncia alla prospettiva etica cristiana. In particolare, la richiesta dei credenti di orientamento omosessuale, al di là del folklore e dell’esteriorità, è molto seria: la presa in carico di queste persone, e anche delle loro famiglie di origine, da parte della Chiesa per offrire un aiuto nel cammino di fede che rassereni, che faccia sentire meno in colpa per una condizione che non si è scelta, insomma che condivida gioie e speranze, tristezze e angosce (cfr. Gaudium et Spes) in una prospettiva di riconciliazione e di speranza. Una presa in carico che, non giudicando, aiuti a vivere con quella dignità che ogni persona porta in sé superando ogni ingiusta e antievangelica discriminazione o umiliazione e trovando la propria giusta collocazione nella comunità pellegrina verso il Regno.

Nella complessa e al tempo stesso contraddittoria società attuale non è facile trovare dei linguaggi adeguati per parlare al cuore delle tante categorie di uomini e donne con i loro fardelli di storia e di ferite Un linguaggio esclusivamente giuridico, a cui non si può rinunciare e che peraltro non entra mai nel merito della coscienza dell’uomo, potrebbe ferire coloro che si trovano in una condizione non scelta e bollata come «disordine», così come la parola «irregolari» per indicare i divorziati risposati in civile potrebbe suonare stonata a chi ha provato il fallimento e la solitudine della separazione magari subita.

Dobbiamo ammettere che pastoralmente facciamo fatica a farci capire in certe complesse situazioni umane in cui alla delicatezza non va disgiunta la necessaria parola di verità. Non sempre è facile tradurre l’universalità della salvezza in parola (e ancor più in presenza) liberatrice per ciascun uomo nella sua specifica situazione personale. È difficile coniugare con vera sapienza cristiana i principi della fede e della morale cristiana con i particolari individuali e le diversissime situazioni di vita.

Talvolta si trovano le facili scappatoie del silenzio imbarazzato, o del «non fa problema, va tutto bene», o del rigorismo intransigente e distruttivo.

È ancora Gesù che ci ammaestra: egli si rivolgeva ai singoli, prendendoli là dove si trovavano (ad esempio i due di Emmaus) senza chiedere loro, almeno inizialmente, se non di accoglierlo; magari questo avveniva anche davanti a un tavolo imbandito (è il caso, ad esempio, di Zaccheo e di Levi).

Questo mi sembra lo stile evangelico a cui anche oggi dobbiamo riferirci con coraggio e saggia spregiudicatezza.

Naturalmente non è questa la sede per discutere sull’omosessualità come orientamento e come comportamento (una malattia, una variante del comportamento sessuale, un peccato contro natura, una croce da vivere…) o come la teologia e la morale debbano esprimersi, tuttavia ritengo valide e prudenti le parole dette a questo proposito dal card. Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in un recente libro-intervista: «È molto difficile farsi un giudizio valido sulle cause dell’omosessualità. Dal punto di vista scientifico è impossibile… Ho spesso sperimentato che, quando si parla di queste cose, bisogna tener conto di questa situazione per il momento non chiaribile in maniera pienamente valida. E perciò non possiamo adesso emarginare semplicemente gli omosessuali e limitarci a riproporre le vecchie condanne contro di loro. Naturalmente mi attendo anche che coloro che hanno una predisposizione all’omosessualità non rendano ancor più difficili, con manifestazioni pubbliche drammatiche e con relativi comportamenti scandalosi, le cose a coloro che trovano difficoltà ad accettare il fenomeno dell’omosessualità. Qui ci vuole reciproco rispetto» («È tempo di pensare a Dio», Queriniana).

Con questo pacato atteggiamento la comunità cristiana, a partire dai suoi pastori, non esclude nessuna persona. Penso, per analogia, a chi ha subito un fallimento matrimoniale e ha poi ritrovato la serenità di una nuova famiglia: anche per loro c’è una via di salvezza e di santificazione e c’è uno spazio nella Chiesa. L’esperienza di un cammino con un gruppo di separati e divorziati mi dimostra come ciò sia rasserenante e pacificante e come permetta anche di comprendere e accettare il rigore della disciplina ecclesiale. Non vedo perché un analogo atteggiamento non possa essere assunto nei confronti del «diverso» per orientamento sessuale e nell’aiuto anche ai familiari, in particolare ai genitori che troppo spesso si caricano di colpe che non hanno. Pur nella chiarezza dei principi cattolici, è doveroso accogliere e ascoltare, ed è terapeutico e liberante ricordare a sé e a questi fratelli che nessuna persona coincide o si identifica con il suo orientamento sessuale, né con i ruoli che esercita, né con le sue qualità o difetti, né con le sue virtù o vizi, ma va oltre portando in sé l’immagine e la somiglianza di Dio che lo orienta a diventare dimora dello Spirito.

Si ha l’impressione che la repressione arrivi prima, arrivi più sicuramente là dove si vuole che arrivi. Analogamente il non violento è tentato di credere che la violenza sia efficace e, in certi casi, sia quello che ci vuole. Ma qui l’alternativa è: «O l’amore o la forza». Noi sappiamo che il vangelo sceglie l’amore. Noi sappiamo che quando deviamo scegliamo la forza. E allora l’alternativa è: «Credo in Cristo o credo nei detentori del potere?». Se credo in Cristo devo credere e avere tanta fede, ma poiché è più facile credere a certi potenti che, quando ti danno intascano cento volte di più, è necessario avere coraggio. Il coraggio di dire: «No grazie! Ne faccio a meno, ma voglio la mia libertà di coscienza. La libertà di poter parlare, testimoniare e predicare». E allora quello che posso fare è appellarmi alla coscienza di ciascuno, anche a quella di chi comanda. Non si può dire: «Non cambieranno mai». Non posso togliere la possibilità di salvezza a un fratello (badate: un fratello).

Poi per valutare gli effetti di certe scelte, i bilanci lasciamoli fare al Padre eterno.

22 Gugno 2006

Omosessualità e Fede: un confronto im/possibile?

Per presentarvi don Ermis Segatti vi proponiamo il testo del suo intervento alla conferenza su «Fede e omosessualità» organizzata a Biella il 6 Maggio 2008, in occasione del Pride Regionale (il testo non è stato rivisto dall’autore)

Si parla di fede e omosessualità e c’é un dato di fatto inoppugnabile, cioè che se la fede ha qualcosa da dire sull’omosessualità questo riguarda la dignità della  persona, che secondo il cristianesimo si misura con Dio, e l’esito è la vita eterna, cioè qualcosa che non si esaurisce in questa esperienza terrena.

A questo proposito il problema della sessualità, dell’omosessualità e dell’eterosessualità va visto rispetto a ciò che veramente conta rispetto a quel fine, credo che una delle cose più spiacevoli che si possano compiere dal punto di vista religioso sia di disordinare le cose. Esempio: se in una confessione io sento il confessore che come primo aspetto mi chiede qualcosa riguardo alla sessualità quest’uomo ha già commesso un atto impuro, perché il cristianesimo insegna dove va il tuo cuore, che cosa tu vuoi di valido nella vita, questa è la domanda fondamentale della purezza secondo il vangelo; chi pone in primo piano i problemi della sessualità senza chiedermi le cose che contano nella mia vita secondo me ha commesso un atto veramente impuro. Va ribadito con assoluta forza, pena equivoci pesanti in cui si può cadere, che il cristianesimo predica la purezza di cuore, cosa ti orienta, dove è il tuo tesoro, il resto è accessorio.

Come mai è capitato che si sono, in diverse circostanze anche di carattere storico ed epocale, rovesciati i termini del problema, quella che veniva chiamata «la sessuofobia»? Possiamo trovare parecchie ragioni per questi processi, alcune parecchi consistenti, anche correnti di spiritualità che in qualche modo hanno avuto un rapporto con la sessualità che ha fatto arrivare a queste considerazioni, sessuofobia ma anche una sorta di sottovalutazione di tutto ciò che riguarda la realtà del corpo. Correnti possenti del nostro pensiero occidentale che hanno influito sul cristianesimo o alle quali il cristianesimo non ha saputo esercitare una sufficiente critica nell’assimilarle: stanno quelle correnti – dico parole grosse perché tali sono – «neoplatoniche» le quali hanno distinto qualitativamente la materia dallo spirito, giudicando la materia inferiore, quando non infima, rispetto allo spirito. E questa valutazione era fatta per valorizzare lo spirito, e il dato è poi questo: quando si fa la sottovalutazione di certe cose è perché, se non si è mentalmente distorti, lo si fa perché si sopravvaluta qualcos’altro. Questa sopravvalutazione ha potuto portare come conseguenza la sessuofobia. Questo è un conto da rendere di diverse fasi della tradizione spirituale del cristianesimo quando non ha saputo reagire.

Qual’era la reazione cristiana a questo invece quando ha funzionato, e ha funzionato perché altrimenti noi non apriremmo neanche più il vangelo: era tranciante, era l’Incarnazione. Come mai colui che nella concezione platonica veniva concepito come l’essere supremo, perfetto, intoccabile, intangibile, immutabile aveva piantato la tenda in mezzo a noi, come diceva Giovanni? Questa era la grande obiezione cristiana: non c’è nulla del reale che sia profano per la fede e nulla del reale che sia infimo, nulla del reale che non possa essere santo.

Questa è stata la risposta quando ha funzionato, ma alcune volte non ha funzionato, per cui vi è stata una visione dispregiativa rispetto a certi aspetti della realtà, della corporeità, e di quella corporeità specifica che è la sessualità, considerata una forma di «materializzazione dello spirito» o di insidia dello spirito a materializzarsi: il nocciolo era lì e direi questa tentazione nel cristianesimo è stata forte, possente.

Lo è tutt’ora e lo è anche nelle grandi correnti spirituali dell’umanità.

Giustamente prima è stata citata la frase caratteristica della tradizione biblica, prima ancora che cristiana: «E vide che erano cose buone». C’è questo paradosso nella tradizione biblica, che non si trova in altre correnti spirituali, tutto il sacro può diventare profano, a seconda di come lo si vive, e tutto il profano può diventare sacro. Non c’è nulla cioè dal punto di vista religioso che sia profano se lo si vuole vivere con un certo spirito, non c’è nulla di sacro che non possa profanarsi se uno lo vive male: la risposta definitiva è la responsabilità dell’uomo, non c’è qualcosa che è male in sè, questi erano i manichei che lo dicevano. Meno male che il cristianesimo a questo ha resistito, è stata una fortissima tentazione dell’occidente. Il sesso non è cattivo, può diventarlo: questo richiede però una grande forza spirituale, è più facile dire che il male è in un posto preciso, così prendi le cautele, sono garantismi dal punto di vista spirituale, mentre il principio di responsabilità ti dice che tutto può – sì o no – ciò che pare una inclinazione al male può diventare – che cosa? – una delle espressioni più potenti della relazione, quando si dice che il cristianesimo sublima la sessualità non è che la sublimi, semplicemente le da in qualche modo una finezza, uno scopo che sia degno dell’uomo: giustamente Gnavi diceva che si nega all’omosessuale la possibilità dell’affettività e della relazione, bene, questa è una cosa molto brutta, perché la sessualità se la si vuole vivere dal punto di vista umano come si deve, può dirlo il cristianesimo ma possono dirlo anche altre spiritualità, deve essere orientata in un modo che sia umano, questa è la natura vera, perché aspetta di essere umanizzata; di per sé la sessualità è una forza bruta ambivalente, può diventare tremenda e può diventare potente come capacità di comunicazione e di espressione, può diventare perversa e straordinaria. Questa è la visione che può avere il cristianesimo, non esiste il male e la sessualità «cattiva» in sé.

Gustavo Gnavi ha toccato molti tasti: penso che una difficoltà su questi terreni, e non vale solo per il cristianesimo, sia che molte delle cose che si dicono «sbagliate» dipendono dalle conoscenze che si hanno «sbagliate» delle cose. Se io ho una visione dei cieli non esatta, ed emerge una visione più reale, se io attacco alla visione errata uno stigma, un valore religioso, ho poi l’impressione che cada la religione aumentando la conoscenza: mi fermo un momento sul precedente di Galileo perché vale per la sessualità.

Per lunghissimi tempi la visione «scientifica» della realtà avveniva attraverso la visione «scientifica» dei sensi: io guardo i cieli e questi sono immutabili, non cambiano mai, guardo i pianeti e hanno un corso regolare, per giunta hanno un movimento circolare compreso il cielo nel suo insieme: sulla terra non riesco a riprodurre il moto circolare, assolutamente no, quindi il moto circolare dunque è tipico dei cieli, conclusione – che si riteneva scientifica perché aveva una premessa scientifica ma che naturalmente andava oltre la scienza – dunque i cieli sono «perfetti», hanno il moto «perfetto», la terra invece ha solo un moto «imperfetto», perché se io comincio con il circolo se non tengo un punto di riferimento il moto si traduce in curvilineo e poi in rettilineo, inesorabilmente, si trasforma, è mutevole; i cieli sono immutabili, là è la perfezione, qui c’è l’imperfezione. Dietro ad una conoscenza scientifica veniva caricata una visione più globale, di valore – e qui arriviamo poi alla natura, omosessualità o altro.

Quando Galileo puntò il cannocchiale sulla luna poteva anche non credere a quello che vedeva – ciò è ammirabile più per questo che non per altro, poi per altre questioni che attengono alla fiducia che ha attribuito alla matematica di poter catturare i fenomeni fisici, ma questo è un discorso troppo tecnico – ma ha creduto a ciò che vedeva nel cannocchiale e poteva non crederci, poteva credere che fosse una dilatazione abnorme della vista: difatti i suoi obiettori dicevano «non ci credo», e non volevano metter l’occhio nel cannocchiale, perché «credo al mio strumento scientifico» che sono i miei occhi, ma quando Galileo credette a ciò che vedeva, che vedesse la realtà, che non fosse una finzione né una deformazione diciamo dubitabile, scorse qualcosa che «non si sapeva prima» e che sconvolgeva radicalmente le conoscenze e i valori che vi si erano attribuiti.

Ad esempio scorse che il moto circolare è un moto derivato, non è un moto perfetto, il moto di partenza è il moto rettilineo, dimostrò che il moto circolare è derivato attraverso il parallelogramma delle forze, e vide che la luna non era un oggetto perfetto e immutabile, ma con tutte le variazioni che si possono vedere dalla terra, lui commise addirittura l’errore di pensare che ci fossero pure i mari e le foreste – pazienza… ci pensò poi il seguito alla rettifica -  ma aggiunse una conoscenza che sconvolgeva ciò che sulle conoscenze precedenti si era costruito.

Questo per portare dietro alle spalle il ragionamento che viene sulla sessualità, io penso che molte delle cose che nella tradizione religiosa – ma mica solo religiosa, anche nella tradizione civile, nel costume, nelle mentalità corrente -  si sono dette della «natura» era in realtà quello che si conosceva della natura, ma quando le conoscenze della natura sono andate oltre – ci sarebbero delle cose da dire su altri campi, ma nel caso specifico della sessualità – si è capito una cosa, che mi pare sia un dato oggi acquisito, sperimentale, induttivo e deduttivo, cioè che la sessualità ha dei margini di varianti interne alla sua espressione nella configurazione dell’uomo che lo portano ad essere eterosessuale nella stragrande maggioranza delle condizioni dell’essere umano allo stato attuale, però c’è una percentuale di persone le quali hanno una sessualità proiettata in altre direzioni. Questo come dato, si potrebbe dire, di natura conosciuta, non di natura genericamente parlata, ma di natura nota in base a nuove acquisizioni: lo spirito religioso se vuole essere corretto non deve mettere un cappello religioso facile sulle conoscenze di carattere scientifico, ma deve avere un atteggiamento pre-scientifico e spirituale secondo cui rispetto a ciò che conosci cerchi di reagire con coscienza, quindi il tuo apporto dal punto di vista spirituale, nel caso specifico il cristianesimo tanto più in una visione incarnazionista, è rispetto alla realtà che ti trovi. Chissà cosa noi sapremo della realtà nel 2050 e nel 2080 e nel 3000.

Io non mi sentirei di dire che quello che so io è definitivamente ciò che si deve dire della natura: è un atto di responsabilità, se mi consentite una parola un po’ delicata, «limitata». Allo stato delle mie conoscenze la mia responsabilità spirituale mi deve dire che io mi devo comportare così, rispetto a ciò che conosco; quando le conoscenze dovessero mutare l’atto di responsabilità è che io sono chiamato ad essere responsabile di ciò che mi viene a conoscenza che prima non avevo. Io non mi sentirei di dire come si deve comportare un uomo rispetto a certi argomenti o rispetto all’universo nel 2080 perché non so che cosa si conoscerà, ma debbo dire come con responsabilità regolarmi rispetto alla natura e al cosmo per ciò che oggi nel 2008 so, perché se non faccio questo sono un «irresponsabile», ma non posso essere un «responsabile illimitato», sono un  «responsabile limitato».

Detto questo allora se io vengo a conoscere che se la sessualità di una parte della tradizione umana ha una fisionomia che io chiamo «naturale», nel senso che è quello con cui io devo fare i conti, io dirò e chiederò dal punto di vista spirituale esattamente quello che ha detto quel parroco a te Gustavo, e cioè «su quello che tu sei regolati secondo le cose che valgono nella vita» e qui ritorna, e chiudo, il problema del «tesoro»: chi tu sei mi dice come ti regolerai con ciò che tu hai.

Identità maschile e femminile nella Riforma

Per presentarvi la pastora Anne Zell vi proponiamo il testo del suo intervento a una conferenza organizzata a Genova il 12 Febbraio 2004 sul tema: «La donna nelle tradizioni religiose»

Vengo dalla Chiesa regionale del Baden, che è unitaria: ciò significa che è una chiesa protestante che ha cercato di riconciliare il ramo protestante e il ramo riformato. Come saprete il mondo evangelico consta di moltissime denominazioni diverse: Federico il grande ha cercato in Germania di riunire le chiese evangeliche, così le chiese regionali sono diventate chiese unite. Però sono diventata da dieci anni pastore della chiesa valdese e questo è dovuto ad un rapporto molto forte tra le diverse chiese evangeliche, a un riconoscimento reciproco dei ministeri. Cioè essendo pastora di una chiesa evangelica in Germania, sono

riconosciuta pienamente anche dalle chiese valdesi. Sono stata prima nelle valli valdesi, poi al Lago Maggiore e da più di un anno sono milanese. Non dico altro sulla mia persona e nemmeno su cose che potrebbero interessarvi come sul mondo ecumenico a Milano, dove per esempio esiste un Consiglio delle Chiese cristiane e associazioni di dialogo interreligioso.

Oggi vorrei non parlare soltanto io, perché il tema stesso invita ad un confronto:  «Uomini e donne nelle chiese riformate» interessa a tutti noi perché veniamo chiamati ad una testimonianza comune di uomini e donne, credenti, nella Chiesa universale.

La domanda di fondo che pongo nel mio intervento è se la Riforma davvero ha cambiato la condizione delle donne nella Chiesa, e qui c’è subito da dire un sì e un no. Sì la Riforma ha creato le condizioni per un cambiamento, ma non ha subito significato un cambiamento; le donne sono rimaste al loro posto: non c’è stato un ministero femminile se non un ministero, se vogliamo chiamarlo così, della moglie del pastore. E in questo contesto si conoscono personalità anche fortissime: Caterina Bora, moglie di Lutero, e le mogli di altri grandi riformatori. Però non c’era allora un cambiamento dei ruoli: le responsabilità rimanevano precluse alle donne. Il primo punto che voglio esporvi è che le radici di una nuova testimonianza comune fra credenti uomini e donne si trovano nella chiesa protestante in quanto ha messo in questione l’assolutezza delle strutture religiose, ecclesiastiche, e quindi l’assolutezza dei ministeri e soprattutto delle gerarchie che allora esistevano.

Sono due le questioni fondamentali: due nodi sui quali dobbiamo riflettere. Uno è il sacerdozio universale di tutti i credenti, e l’altro è l’insegnamento e la cultura da impartire a tutto il popolo. Questo per permettere a tutti i credenti di leggere la Bibbia e diventare credenti responsabili avendo un contatto immediato con le Scritture e con Dio stesso.

In che modo questo è servito ad un cambiamento della posizione delle donne come credenti, testimoni e chiamate a prendersi delle responsabilità?

Lutero stesso in una sua pubblicazione che si intitola «Come si devono istituire i ministeri nella chiesa» ha scritto che tutti i cristiani sono sacerdoti, tutti i credenti sono sacerdoti, e questo lo ricava soprattutto dalla Lettera agli Ebrei, dalla vocazione di tutti i credenti, nel battesimo, di diventare figli dell’unico Dio. E perciò dice: l’unico sommo sacerdote, l’unico tramite che rimane tra i credenti e Dio, è Cristo stesso. Al contatto diretto e alla responsabilità diretta davanti a Dio sono chiamati tutti i credenti, e perciò l’unico ordinamento, l’unica consacrazione che Lutero e con lui anche gli altri riformatori riconoscono, è la consacrazione all’interno del battesimo.

Infatti lo stesso Lutero dice che col battesimo non siamo solo riconosciuti figli e figlie di Dio, ma anche sacerdoti, e già in qualche modo chiamati a partecipare alla legge di Dio; cioè il battesimo significa essere già salvati, già partecipi della realtà nuova che Dio crea, qui, in questo mondo. Il sacerdozio universale, questa scoperta, si basa sulla Bibbia come unico fondamento nella Rivelazione da parte di Dio. E qui potremmo aprire un piccolo excursus perché ho visto che in una delle precedenti relazioni «Gesù e le donne» quando si esaminano i vangeli non si può non notare una differenza del comportamento di Gesù verso le donne rispetto alla tradizione anzi Gesù spezza delle barriere, discute di teologia con delle donne, si rivela come Cristo ad una donna straniera, una samaritana, riconosce ad una donna senza nome, che poi viene chiamata Maria di Magdala che unge Gesù prima della sua passione, riconosce a questa donna che si parlerà di lei dovunque sarà annunciato il Vangelo. Poi c’è l’esempio di Marta, che esprime una confessione di fede che è tuttora il fondamento delle nostre chiese cristiane: «Tu sei il Cristo, colui che noi aspettiamo». Questi sono solo pochissimi esempi, per non parlare anche della donna cananea alla quale Gesù dice: «La tua fede ti ha salvato». Perciò già partendo dalla testimonianza delle Scritture, secondo la Riforma il discepolato non era precluso alle donne. Ma intorno a Gesù c’erano uomini e donne, perciò possiamo dedurre dal versetto in cui si dice che lo servivano delle donne, oppure dal seguito delle donne che lo seguiva, che il gruppo intorno a Gesù era una comunità di eguali. Gesù chiamava ad un discepolato di eguali.

Un altro punto importante: le donne interno a Gesù non solo sono attestate come seguaci, ma possiamo osare dire che c’era anche una prima apostola. Se leggiamo attentamente soprattutto i racconti della passione e della resurrezione la prima testimone delle tomba vuota, la prima persona che ha incontrato il Risorto, è stata una donna, perché, mentre i discepoli maschi si davano alla fuga, le donne erano le uniche a guardare da lontano la croce, le uniche che osavano poi andare, all’alba, alla tomba vuota. Maria di Magdala riceve, come prima persona, l’incarico di annunciare che Gesù è il Vivente e perciò possiamo considerarla la prima apostola, perché essere apostoli vuol dire nient’altro che essere chiamati ad annunciare che Cristo è vivente, l’Evangelo, il Regno di Dio.

Perciò le radici di una vocazione, sia per uomini che per donne, di essere testimoni dello stesso Vangelo, la troviamo nella Bibbia. La Riforma non ha fatto nient’altro che riscoprire queste radici. Per non parlare delle profetesse dell’Antico Testamento.

Il punto di partenza era quindi il sacerdozio universale, un contatto diretto con Dio, vivere una vita coerente davanti a Dio stesso. Il secondo nodo importante era l’istruzione del popolo; e qui cito di nuovo Lutero, visto che comunque provengo dalla Germania e questo è uno dei miei maestri di teologia. Lutero ha scritto tantissimo e ha scritto lettere a persone che avevano incarichi politici, ai borgomastri, ai consiglieri di tutte le città in Germania, perché istituissero delle scuole: è importante che i ragazzi non imparino soltanto un mestiere, ma che vadano a scuola per imparare a leggere e scrivere. Allo stesso modo una ragazzina può avere un’ora al giorno da dedicare alla scuola e perciò già qui tra le righe si accenna che l’istruzione, saper leggere e scrivere, non deve essere preclusa alle ragazze, ma almeno una minima istruzione deve essere data anche a loro.

Purtroppo nell’epoca della Riforma il ministero della parola era riservato solo agli uomini; infatti le università ancora per molti secoli furono chiuse alla donne. Però c’era la figura interessante e anche molto importante della moglie del pastore evangelico. Sappiamo che Caterina di Bora, che prima di sposare Lutero era in convento, è stata un personaggio molto forte e ha inciso anche sul lavoro di Martin Lutero. E perciò anche le altre donne non avevano un ministero riconosciuto ufficialmente, ma in quanto erano compagne dei pastori nella scuola domenicale. La formazione dei bambini e delle ragazze spesso era compito delle donne, che nella Riforma non avevano ancora un ruolo pubblico, ma una loro dignità in quanto partecipi al compito di insegnamento della Parola di Dio. Proprio nell’istruzione popolare di base, alla quale avevano diritto anche le ragazze, e nello statuto universale dei credenti ha origine la riappropriazione delle libertà cristiana, che oggi permette alle donne protestanti di essere addirittura predicatrici riconosciute, consacrate, della Parola. E’ molto curioso che le radici più lontane della libertà delle donne di predicare non si trovano solo nella Riforma, ma già le troviamo nei movimenti eterodossi del Medioevo, in cui le donne predicavano pubblicamente sulle piazze. Purtroppo le tracce di questo ruolo delle donne le troviamo solo negli archivi dell’Inquisizione, nelle liste di «errori» dei valdesi e dei movimenti eterodossi e, qui troviamo che esisteva l’idea che tutti possono predicare, persino le donne; e che i predicatori erano comunità miste, uomini e donne, che non si sposavano ma che condividevano questa testimonianza di predicazione pubblica, la vocazione a cambiare vita, ed è chiaro che questo era uno scandalo. Infatti delle donne che invece di sposarsi e dedicarsi alla vita rinchiusa in casa, giravano con queste comunità molto libere, addirittura predicavano e insegnavano pubblicamente, nel XII secolo poteva solo significare che erano streghe, maghe, pericolose da eliminare.

Allora possiamo chiederci: se Gesù stesso ha abbattuto delle barriere, se Gesù stesso ha creato delle comunità di uomini e donne, di discepoli eguali, se nei primordi della Riforma si parla di sacerdozio universale, come mai le donne hanno dovuto aspettare altri quattro secoli prima di essere considerate sullo stesso livello come credenti, cioè degne di rivestire incarichi pubblici nelle responsabilità?

Il primo punto da considerare è che la Riforma stessa opera in una chiesa ancora socialmente da riformare; tutti i movimenti rivoluzionari hanno luogo soltanto nel Seicento, un secolo dopo la Riforma, e perciò sia Lutero che poi anche Calvino nella sua Istituzione tengono conto di un ruolo della donna, ma sempre come aiutante. Infatti Calvino scrive: «Non a donne o a persone private è stato detto di battezzare e di annunciare l’Evangelo, ma alla Chiesa», e questo significa che anche Calvino sottolinea l’importanza del ministero consacrato. Lo stesso Karl Barth, nel secolo scorso, purtroppo ancora sottolinea questo fatto riferendosi all’apostolo Paolo, e dicendo che, mentre l’uomo ha un rapporto diretto con Dio, per la donna questo rapporto passa attraverso l’uomo. Cioè come Dio si rapporta a Gesù Cristo, così Gesù Cristo si rapporta all’uomo e così l’uomo si rapporta alla donna. E purtroppo nel vedere la centralità maschile, le chiese per secoli sono andate d’accordo con la società civile. Il dibattito è incominciato invece, in modo più vivace, dopo la seconda guerra mondiale: alcuni dicono che questo è dovuto ad una situazione di emergenza. Infatti in alcune comunità, specie in Germania, non c’erano più pastori perché in guerra o prigionieri ed erano sostituiti dalle donne nelle responsabilità delle comunità. Quindi la discussione sul ruolo di queste donne che di fatto avevano già responsabilità nelle comunità è iniziata, ma il riconoscimento pieno arriva soltanto ai nostri tempi. Cito soltanto brevemente il dibattito che nella chiesa valdese si è protratto per ben quattordici anni dal 1948 al 1962. I sinodi si sono posti il problema se le donne potessero esser considerate pienamente chiamate ad un pastorato femminile o se soltanto come assistenti pastorali; in che modo una donna possa vivere il pastorato; se dovessero vivere da nubili, perché, si diceva, una donna non può essere responsabile per una comunità e nello stesso momento per una famiglia. Nei sinodi si fondava la tesi del riconoscimento del ruolo delle donne su alcuni passi biblici fondamentali, soprattutto – come potete immaginare – tratti dalla Lettera dell’apostolo Paoloai Galati: «In Cristo non c’è più né giudeo né greco, schiavo o libero, uomo o donna», e questo aspetto è molto più centrale che non altri passi, in cui invece si invitano le donne a tacere nella comunità o in cui si dice che Cristo è il capo dell’uomo, mentre il capo della donna è l’uomo. E partendo da quel versetto il Sinodo del 1962 finalmente riconosce alle donne di essere chiamate anche loro al ministero, perché in Cristo è stata creata una umanità nuova, che non tiene più conto dell’appartenenza di razza, nazione o genere, ma tiene conto del fatto che siamo tutte persone davanti a Dio, chiamate a vivere la nostra testimonianza. Possiamo dire che la Riforma ha posto le fondamenta del sacerdozio universale, nella riscoperta delle Scritture e perciò anche del comportamento di Gesù verso le donne, nell’istruzione pubblica, nell’apertura del ministero alle donne; cioè per considerare la testimonianza di uomini e di donne nella chiesa sullo stesso livello.

Potrei concludere qui, ma non sareste soddisfatti: siamo ad una bella conclusione, siamo arrivati alla meta! Le donne possono diventare pastore, essere consacrate, rivestire un ministero riconosciuto, assumere responsabilità nelle chiese. Ma purtroppo a questa meta non siamo ancora arrivati, poiché fino ad ora soltanto in alcune chiese protestanti c’è questa possibilità per le donne di non essere soltanto credenti, ma anche predicatrici. Ed è tuttora difficile per le donne vivere questo ministero che per tanti secoli è stato un ministero al maschile. I modelli sono tuttora maschili. E perciò vorrei concludere con una parte un poco più problematica, proponendovi alcune questioni ancora non risolte.

Non è sempre facile per noi donne pastore sentirci a nostro agio in questo ministero femminile, perché comunque il contesto ecclesiale è ancora profondamente maschile. Lo noto soprattutto negli incontri ecumenici (è appena passata la Settimana ecumenica per l’Unità ): spesso sono l’unica donna. Addirittura in alcune situazioni questo crea difficoltà. Appena arrivata a Milano sono stata invitata dalla Comunità di Sant’Egidio alla preghiera insieme con un padre cristiano della chiesa copta. Ma quando egli ha sentito che insieme a lui sul sagrato ci sarebbe stata una donna si è rifiutato di accettare. E’ chiaro che si aggiunge alla difficoltà teologica anche quella culturale. Meno male che in Europa abbiamo realizzato l’emancipazione delle donne e dobbiamo ringraziare le nostre antenate di aver lottato per farci accettare nella nostra società.

Altre volte invece succede che, come donna pastora, vengo invitata per un motivo folcloristico: cioè fa bello avere una donna fra tutti questi maschi. Infatti quest’anno ho detto apertamente che accetterò soltanto gli inviti finalizzati a portare un annuncio, un contenuto, non per fare bella figura o atto di presenza. Perché il pastorato femminile è un po’ insolito! La partecipazione è sempre una decisione da prendere con cura. In che modo partecipare, come dare una testimonianza che abbia un senso e che possa invitare a condividere la stessa fede in Gesù Cristo.

L’altra domanda che vorrei porre anche a voi: «Ha senso parlare di un modo femminile di vivere la fede? C’è una particolarità delle donne di vivere la loro spiritualità? Noi donne abbiamo un modo diverso di vivere la fede, di annunciarla, di condividerla? Per noi hanno importanza altre cose? O invece le cose fondamentali le condividiamo? Parliamo un altro linguaggio circa l'uso dei simboli, circa il riferimento ad altre esperienze?». Infatti l'ermeneutica delle donne teologhe ha cercato di scoprire soprattutto il contesto di esperienza delle donne, cioè di non fare teologia in modo teorico-scientifico, ma teologia che possa aiutare le donne di oggi a vivere nel contesto loro concreto. Annunciare sì il messaggio del Cristo vivente, ma annunciarlo in un modo che possa arrivare alle donne nel loro diverso contesto. E’ chiaro che è importante riscoprire le diverse figure bibliche o le nostre antenate nella fede, perché soltanto così possiamo imparare anche noi lo specifico delle donne, della loro testimonianza.

Altra domanda è: «Che compito, che vocazione potrebbero avere le donne nel dialogo ecumenico o interreligioso?». Qualcuno ha detto che le donne potrebbero diventare portatrici di riconciliazione, di dialogo, in quanto già notiamo all’interno delle diverse religioni che sono le donne che si oppongono alla violenza. Le donne dell’Argentina che con la sola loro presenza hanno cercato di cambiare la politica o di sottolineare il fatto che deve vincere la vita, la giustizia. O le donne in nero della Palestina e di Israele, che vogliono la riconciliazione e per amore dei loro figli dicono che Dio non è Dio della morte, che chiede sempre il sacrificio del figlio, ma è un Dio che ci offre la vita. Uno dei ministeri delle donne potrebbe proprio essere quello di annunciare la vita, la riconciliazione, di promuovere un dialogo anche fra donne nelle diverse religioni: non è così facile perché nell’ambito dell’islam, ma anche dell’ebraismo, quelli che dialogano ufficialmente sono uomini e le donne restano

emarginate.

Per concludere dobbiamo dire che la tradizione delle chiese fino ad oggi preferisce per le donne un ideale di obbedienza invece che un discepolato di eguali; propone il modello dell’aiutante, dell’assistente, della diacona invece che quello dell’apostola, capace di testimoniare. E perciò è importante riscoprire il ruolo delle donne nella Bibbia, nei primi movimenti. Questo ci può aiutare a far valere la nostra testimonianza, a far sentire la nostra voce, in quanto noi siamo sorelle di una Maria Maddalena, sorelle di queste donne coraggiose che predicavano pubblicamente nelle piazze. Concludo con l’invito ad usare questa serata per confrontarci sul nostro compito di testimonianza, che è sempre, ma non vorrei essere fraintesa, un compito da svolgere insieme con gli uomini, in chiesa; non in contrapposizione, ma trovando le forme complementari in questa stessa unica Chiesa universale di Gesù Cristo.

Risonanze

Mauro Castagnaro sul testo «Fede e omosessualità»

Vi proponiamo di seguito una scheda che il giornalista Mauro Castagnaro ha preparato dopo aver letto il libro di don Valter Danna «Fede e omosessualità» presentato durante il convegno. 

Elementi positivi:

1.     è il primo documento di una diocesi italiana sull’argomento;

2.     è un testo serio, anche con alcune finezze, e utile per la pastorale;

3.     è frutto di un confronto con omosessuali credenti (si tratta sicuramente di un primo guadagno metodologico);

4.     appare espressione un dialogo condotto con lealtà, buona fede e credito reciproco: si percepisce lo sforzo di tener conto dell’altro, pur partendo da posizioni distanti e di trovare un vero punto di incontro (e questo costituisce un secondo guadagno metodologico);

5.     ha un «carattere sperimentale» su un tema che è «ancora aperto alla ricerca», per cui «le indicazioni del testo sono aperte alla discussione e alla verifica esperienziale» (p. 4-5), quindi è un «documento aperto» (e questo è il terzo vantaggio metodologico del libro).

Elementi di criticità:

1.     nel merito il testo risulta attraversato da tensioni e da qualche contraddizione, quasi che le due parti (gli esponenti dei gruppi di omosessuali credenti e i rappresentanti della diocesi, ma potremmo dire l’esperienza e il magistero) siano partite da punti molto distanti e abbiano cercato un punto di incontro senza però mettere in discussione i punti di partenza a cui si sentivano comunque legati come al capo di un elastico. Così, per esempio, la constatazione che la persona omosessuale si senta rifiutata dalla Chiesa è di volta in volta ricondotta all’immagine distorta che i mass media danno degli insegnamenti del Magistero, all’impreparazione della comunità ecclesiale e all’incomprensione della reale posizione del Magistero da parte dell’omosessuale, se non da un pregiudizio verso la Chiesa (cfr. pagg. 25-27-31-49). Non si prende neppure in considerazione l’idea che sia proprio la posizione del Magistero, per quella che è, a creare rifiuto;

2.     resta poi irrisolta la questione circa la possibilità di una stabile vita di coppia omosessuale (si vedano l’espressione: «fallimenti riguardo alla castità» di pagina 50 e quel «non giustificare la pratica omosessuale» di pagina 53);

3.     altri punti deboli appaiono:

a)      una rappresentazione approssimativa della teoria/cultura di genere e una banalizzazione della teologia femminista e della proposta di «depatriarcalizzazione del cristianesimo» (pagg. 13-14); il discorso richiederebbe molte pagine, ma basti richiamare che la cultura del gender è qui ridotta all’idea che «l’essere uomo o donna è determinato totalmente dalla cultura», mentre essa rivela come ogni società trasforma il fatto biologico della differenza sessuale in prodotto dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti spettanti a ogni sesso;

b)      pur essendo condivisibile il modo prudente in cui viene affrontato il legame tra «omosessualità e matrimonio» (pagg. 43-45), ci sono alcuni passaggi poco chiari o che lasciano perplessi: che significa «aiutare la persona a controllare le tendenze omosessuali non solo in funzione dei problemi familiari e della situazione sociale, ma facendo leva sul vero amore scelto fra i coniugi, aiutando a rinforzarlo e rinnovarlo per poter affrontare le diverse difficoltà»? Se non si mette «in dubbio il legame affettivo che ha unito queste coppie» (difficile qui sottrarsi al pensiero di quanto invece sia messa in dubbio la possibilità di un legame affettivo tra due omosessuali!) è realistico e onesto puntare alla continuità del vincolo matrimoniale?

c)     è curioso che in un’auspicabile «atmosfera calda e serena» gli omosessuali possano far emergere solo «angosce, difficoltà, delusioni, paure, solitudini, vergogna, senso di colpa» (pag. 49) e non anche «desideri, trepidazioni, gioie (magari per essersi innamorata/o o aver incontrato un partner)»? Non c’è un’idea unicamente dolorista della condizione omosessuale?

d)     appare infondata e semplicemente discriminante l’idea che l’essere omosessuale sia «incompatibile col ruolo esplicito di educatore» (pag. 32), così come saranno “comprensibili”, ma non giustificabili né da assecondare le «ansie dei genitori nei confronti di animatori o catechisti dichiaratamente omosessuali» (pag. 32). Qui sembra si scivoli di nuovo verso l’invito al nascondimento. Altro sarebbe mettere i genitori e tutte/i nella condizione di superare i propri pregiudizi;

e)      un passaggio pienamente condivisibile, ma del tutto inattuato è infine quello in cui si ricorda che: «un aiuto che può dissipare le paure e i pregiudizi dell’omosessuale è la decisa condanna di qualsiasi forma di discriminazione, ingiustizia, emarginazione, pregiudizio, violenza fisica e psichica nei confronti delle persone omosessuali» (pag. 53) già richiesta dalla Congregazione per la dottrina della fede nel documento sulla Cura pastorale delle persone omosessuali. Tuttavia mai si è alzata in Italia la voce di un vescovo per condannare esplicitamente uno dei quasi quotidiani atti di violenza contro gli omosessuali e, anzi, l’impegno dei vertici della Chiesa italiana sembra rivolto a evitare l’approvazione di aggravanti per i reati con motivazioni omofobe.

In conclusione, direi che questo libro è davvero prezioso: meriterebbe di essere inviato a tutti i vescovi italiani e diffuso nelle comunità ecclesiali. Esso porta al massimo l’apertura pastorale possibile, senza mettere in discussione postulati magisteriali la cui ridiscussione, credo, sia ineludibile se si vuole andare avanti. 

Rosa Salamone in seguito al convegno

Ecco poi un articolo scritto dalla moderatrice della Tavola Rotonda Rosa Salamone in seguito al convegno che si è svolto a Milano.

Il 7 novembre si è svolto nel teatro Santa Maria Beltrade di Via Oxilia 10, il convegno dal titolo «Le persone omosessuali nelle chiese. Cosa è cambiato? Cosa cambierà?» organizzato dal gruppo Guado e dal Varco di Milano, oltre che dal Progetto Gionata su Fede e omosessualità in occasione del secondo anno di vita del portale. Relatori: il sacerdote torinese don Ermis Segatti, che ha presentato il testo di Walter Danna Fede e omosessualità sulla pastorale delle persone omosessuali nella diocesi di Torino (con l'introduzione curata dall'Arcivescovo di Torino Severino Poletto) e la pastora valdese Anne Zell. Il dibattito ha visto la presenza di numerose persone. Don Segatti, ha esordito dichiarando che bisogna sempre considerare il contesto in cui si rivendicano certi diritti, il che non vuol dire arretrare su certi valori fondamentali come il rispetto della persona. Su “natura e cultura” don Ermis ha affermato che questi termini sono in fondo molto "liquidi" poiché mutano e continuano a cambiare nel tempo e che quindi ciò che si può affermare senza dubbio è che può esservi: responsabilità culturale nelle nostre azioni. Dunque, perché escludere una naturalità gloriosa nella relazione omosessuale?  Dove per gloriosa deve intendersi ogni azione in grado di rendere lode a Dio così come ci insegna la religione ebraica. Tre sono state le osservazioni fondamentali di Don Segatti dopo la sua esperienza personale con gli omosessuali della diocesi:

1.     è necessario operare un salto dall'affettività alla sessualità. Solo in questo modo si potrà capire che negare l'amore a due persone omosessuali non è tanto negare loro una relazione fisica, bensì negare loro l'affetto;

2.     bisogna riconoscere gli omosessuali come persone. In questo modo si potrà pervenire al riconoscimento delle strutture primarie della persona, come la sfera dell'affettività pubblica;

3.     bisogna ammettere che esiste una spiritualità omosessuale. Negarla è essere daltonicamente orientati.

Don Segatti ha concluso dicendosi convinto che il rispetto per le persone  diversamente orientate avverrà per diramazione, cioè per conoscenza concreta delle persone omosessuali, e per comunicazione, prima ancora che per rivendicazione politica dei loro diritti.

E' poi seguito l'intervento della pastora Anne Zell, che ha illustrato le conseguenze pratiche di una teologia della gioia. Dove, con tale definizione, è da intendersi  l'idea che ognuno/a è responsabile della gioia del proprio fratello. La pastora ha poi ribadito un concetto a lei caro, per cui il rispetto delle persone omosessuali dovrebbe far parte dello Status Confessionis di una chiesa, cioè delle sue dichiarazioni principali di fede. Ha quindi sottolineato anche lei che il rispetto del contesto culturale è importante. Dentro le comunità valdesi crescono, di giorno in giorno, gruppi etnici come quelli dei ghanesi, orientati in senso conservatore sui temi dell'omosessualità. Rispettare il contesto non vuol dire dunque arretrare sui propri principi, ma trovare la modalità più giusta per veicolare determinati principi.

La pastora ha concluso il suo intervento auspicando si elabori presto nelle proprie comunità un rito per la benedizione delle coppie omosessuali, senza il quale non può esservi pari ed uguale dignità all'interno delle chiese fra tutti i  membri. La chiesa valdese deve avere il coraggio di compiere un simile atto profetico.