Battisti, metodisti e valdesi italiani. Cronache da una chiesa in cammino
4 Novembre 2007. La sessione congiunta del Sinodo delle
Chiese Valdesi e Metodiste italiane e dell’Assemblea dell’Unione Cristiana Evangelica
Battista d’Italia) ha approvato un documento in cui si chiede alle singole
comunità di accogliere senza condizioni le persone omosessuali. Si è trattato
dell’atto finale di
un lungo
percorso che tenteremo di farvi rivivere di seguito.
Sommario
In vent’anni quante cose cambiano!
Tutto è partito da qui. Il battesimo di un credente omosessuale
Vent’anni dopo. Un documento di lavoro sull’omosessualità
I Battisti italiani si dividono ancora
Una voce critica. Il pastore Italo Benedetti
Una risposta profonda. La pastora Elisabeth Green
La chiesa battista di Grosseto. Noi accogliamo anche la diversità sessuale
Un’appassionata difesa. Il pastore Martin Ibarra Perez.
Intanto Valdesi e Medodisti approvano un Ordine del Giorno
Il testo dell’Ordine del Giorno
Un articolo di ADISTA che riprende la notizia
Come è andata a finire? Un’altra tappa di un grande cammino.
Un breve articolo sui risultati dell’Assemblea.
Il testo della dichiarazione approvato al termine del dibattito
Ma altri protestanti italiani non gradiscono
La storia di Fabrizio è una storia antica, ma qualcuno ha pensato di riproporla nel momento in cui il dibattito sull’opportunità di benedire le relazioni di coppia tra le perone dello stesso sesso era più acceso all’interno della chiesa battista. Ecco perché la proponiamo: è il segno di un percorso che è iniziato tanti anni fa e che, probabilmente, non è ancora concluso.
La storia di Fabrizio
Al termine del culto domenicale, al momento degli annunci, Fabrizio si fece avanti per testimoniare la sua fede in Gesù di Nazareth, il Cristo. La chiesa, piena, ascoltò con attenzione le sue parole, con la tensione e l’emozione propria di questi momenti. Fu alla fine che ci fu un sussulto: con la pacatezza che abbiamo imparato a conoscere e con il coraggio della fede, che in questi lunghi anni trascorsi insieme abbiamo sperimentato, Fabrizio dichiarò la sua omosessualità. In galleria alcuni di noi, lasciata la classe di scuola domenicale per quell’annuncio che sapevamo ci sarebbe stato, ascoltarono con grande emozione, forse timore, anzi senz’altro con timore. Ma si è perso il ricordo dei momenti successivi, nel portico davanti all’ingresso del locale di culto, ed anche delle discussioni inevitabili che si svolsero casa per casa, nel gruppo giovanile, negli incontri con il pastore.
In fondo, chi avrebbe respinto un fratello in fede, un simpatizzante, che frequentava i giovani e non chiedeva altro che stare con noi? D’altronde erano stati il pastore in persona e i giovani a spingerlo al gesto pubblico, a fare outing come si dice ora. Era, però, la prima volta che tutto questo accadeva in una chiesa battista, in Italia. Era una domenica di ottobre del 1981, la chiesa era quella di Cagliari. Qualcuno pensò che il giovane andava accolto con affetto e accompagnato verso un percorso di ravvedimento, di purificazione dal peccato, che Cristo l’avrebbe sanato dal male. Perché, come noi annunciamo, c’è sempre il ravvedimento, il pentimento, e a questo segue il perdono e la grazia che riconcilia con Dio e con
i fratelli e le sorelle. Andò effettivamente che, aldilà delle convinzioni personali di ciascuno, la comunità non respinse Fabrizio, che continuò a frequentare le nostre attività ed a collaborare ove possibile.
La richiesta di battesimo
Il problema nacque un anno dopo, quando fu da lui presentata la domanda di battesimo. Il consiglio di chiesa del 16/11/82, discusse le richieste di battesimo pervenute ma non fissò una data. Battezzare un omosessuale dichiarato? Chi sapeva come comportarsi? Chi sapeva cos’era l’omosessualità e, soprattutto, cosa diceva la Bibbia in proposito? La discussione fu rinviata alla riunione successiva, tredici giorni dopo, introdotta da una scheda preparata dal pastore. Ci fu un ampio e vivace dibattito, dal quale emersero due posizioni: la prima sosteneva opportuno e necessario l’allontanamento di omosessuali e lesbiche dalle comunità, la seconda attenta al caso specifico, riteneva che gli omosessuali andassero aiutati a capire la loro condizione di peccato e accompagnati verso una sorta di purificazione generata da Cristo. Allora sì’, si sarebbe potuto battezzare quell’omosessuale pentito. In quella sede fu chiesto che posizione avesse l’UCEBI, e il pastore segnalò l’assenza di prese di posizione in merito, nonché di riflessione, facendo intendere che non si volesse sollevare né trattare l’argomento. Ed è presumibilmente vero che non se ne era ancora parlato ufficialmente e che la materia fosse tabù per le comunità. Solo ad Agape, in quegli anni, si cominciava un percorso di riflessione comune e alla luce del sole. Ma le chiese! Chi avrebbe avuto il coraggio di aprire la querelle? Noi non potemmo sottrarci, e Fabrizio convertito dal cattolicesimo al protestantesimo, conosciuto ad Agape e vissuto nella comunità di Cagliari, intuiva che se c’era uno spiraglio perché la sua fede fosse riconosciuta e accettata, beh, quello spiraglio forse era da qualche parte, tra le pieghe delle nostre comunità. E lì, nelle comunità evangeliche italiane degli anni ’80, si poteva provare ad uscire allo scoperto ed essere onesti fino in fondo nel dichiarare la propria fede nel Signore Gesù e nel riconoscersi omosessuale, nel cercare di capire come questi due elementi potessero convivere e non cozzare inesorabilmente l’uno contro l’altro. Era una domanda, era una ricerca, da fare non da soli, insieme a qualcuno che volesse prendere sul serio, in quegli anni, un’istanza certo più diffusa di quanto si sapesse o solo immaginasse. Quante altre e quanti altri erano nelle stesse condizioni, senza darlo a vedere? Fabrizio poneva una questione di grande rilevanza e attualità, e lo faceva con discrezione, garbo, silenzio, amore fraterno, senza nessuna pretesa se non forse verso sé stesso. Non era una battaglia di principio, era una domanda vitale, sul senso della propria vita.
Ma la chiesa non era preparata ad affrontare temi così nuovi e scottanti. E si bruciò. Nell’assemblea del 27 febbraio 1983 l’argomento non venne trattato ma cominciò a serpeggiare una certa tensione. Evidentemente se ne era parlato nelle case, se ne parlava in occasioni informali. La questione assumeva contorni non più locali, c’erano primi segni di dibattito sulle riviste. Il consiglio di chiesa del 15 marzo discusse animatamente e stabilì un’assemblea sul tema da tenersi il 10 aprile, che però fu spostata al 1° maggio e presieduta dal presidente UCEBI, il pastore Piero Bensi, che intervenne di persona a cercare di condurre un dibattito che, evidentemente, stava assumendo toni molto delicati che mettevano a rischio la comunità stessa e le relazioni fra i membri. Gli inviti all’unità della chiesa, le preoccupazioni di alcuni sul nascere di contrasti, cominciavano a emergere. Così come fu inevitabile l’accendersi di posizioni differenti e contrastanti. Gli animi si riscaldavano, i culti domenicali manifestavano i primi segnali di una tensione crescente che rischiava di esplodere. L’assemblea iniziò con una introduzione del pastore Bensi, che affermò nell’ordine: che il problema ci coglieva di sorpresa e impreparati come Unione Battista, che dopo aver parlato a lungo con Fabrizio e aver colto il profondo turbamento e l’inquietudine del giovane, si faceva portavoce del suo desiderio di una discussione serena e dell’unità della comunità. La discussione assembleare, molto partecipata, fece emergere diverse posizioni oscillanti tra il doversi trattare biblicamente l’omosessualità, investigare le scritture nel rispetto reciproco e amando il prossimo, dare del tempo al giovane e vedere se potesse essere liberato, non mandar via nessuno perché la chiesa è aperta a tutti e non solo ai santi, i facili entusiasmi dei giovani troppo presto battezzatisi ed entrati in confusione a causa di Fabrizio, il condizionamento dei genitori che non vogliono perdere i propri figli e li assecondano nel sostenere la posizione di Fabrizio, che in fondo vuole una vittoria personale. Qualcuno affermò la nostra impreparazione come consiglio di chiesa e la chiarezza raggiunta dallo studio biblico condotto dal pastore: la Bibbia condanna l’omosessualità. Qualcuno affermò che la Bibbia condannava l’omosessualità di cui era a conoscenza ma che Gesù non ne aveva fatto cenno, e altri affermarono che la discussione serena e l’accoglienza avrebbero consentito di aiutare il giovane e nessuno avrebbe dovuto sbatterlo fuori. Il pastore Bensi affermò che se la chiesa avesse chiuso le porte a qualcuno, l’Unione Battista non avrebbe riconosciuto una tale comunità. La discussione continuò. «La porta deve rimanere aperta, ma le persone devono lasciare fuori i loro peccati», e ancora «paura se i propri figli avessero un insegnante omosessuale», «Fabrizio deve cambiare e sarà accettato». Faticosamente emerse anche una posizione che asseriva potesse esserci l’amore in una relazione omosessuale e che pertanto non si dovesse considerare come sinonimi omosessualità e vizio. Era giustificata la sofferenza che la società infliggeva a queste persone? Il pastore Bensi concluse ringraziando il Signore per lo scambio assembleare. “Siamo chiamati ad amare tutti, non possiamo giudicare nessuno. Bisogna approfondire lo studio biblico, senza acredine e spirito di giudizio. Il Signore può compiere ancora tanti miracoli”.
Anche in campo nazionale se ne comincia a discutere
In campo nazionale qualcosa cominciava a muoversi. Apparvero articoli su La Luce e sul Testimonio. La FGEI iniziò ad affrontare la questione. Nel maggio del ’83, a Santa Severa si tenne un incontro dal titolo Movimenti marginali: perché nascono, che rilevanza politica hanno? in cui si prendeva particolarmente in considerazione il movimento lesbico e il movimento gay. Alle domande più provocatorie «credi che il desiderio omosessuale sia universale?», «perché si diventa eterosessuali?», il dibattito generò delle risposte che convinsero i partecipanti che l’omosessualità è una componente presente in ognuno di noi, che viene repressa dalla società che la considera devianza, perversione e vizio. Si sollecitò un approfondimento sul tema. Un campo tenutosi al centro battista dal 28.6 al 12.7 affrontò nuovamente l’argomento. Il NEV ne diede questo resoconto il 10 agosto successivo: «Accogliere senza distinzione tutti coloro per i quali Cristo è morto”. Nel documento approvato a conclusione dei lavori viene sottolineata l’emarginazione di questa particolare forma di sessualità da parte della cultura dominante. “Finora – si afferma nel documento – pregiudizi, paure e disinformazione, congiunte a condizionamenti di ordine sociale, culturale, psicologico e religioso, hanno portato ad una visione limitata e non chiara dell’omosessualità e dei suoi più profondi aspetti.”. “Il ministero di Cristo – continua il documento – è stato contrassegnato dall’abbattimento di barriere di natura religioso-sacrale, razziale, nazionalista, sessuale, politica e culturale presenti al suo tempo. Questo lo ha portato a scontrarsi con le autorità religiose e perfino con i suoi discepoli. Una chiesa che ancora oggi vive operando divisioni e consolidando discriminazioni è in contraddizione con l ‘Evangelo di Gesù Cristo.” I partecipanti ritengono dunque necessario superare le comuni definizioni dell’omosessualità come devianza, malattia o peccato, per inquadrarla “nel tema più generale della sessualità umana che trova piena realizzazione nell’amore inteso come dono reciproco o scambio e fedeltà, con l’esclusione di violenza, prevaricazione, mercificazione e sfruttamento.”.”Rifuggendo quindi da ogni forma di discriminazione e condanna precostituita – conclude il documento- la chiesa è chiamata ad accogliere senza distinzione tutti coloro per i quali Cristo è morto, anche omosessuali, che rispondono all’annuncio dell’evangelo, ponendosi così come segno anticipatore della nuova realtà inaugurata da Gesù Cristo».
Un durissimo dibattito sul Testimonio
Il rifiuto di battezzare Fabrizio fece il giro dell’Italia evangelica e divenne oggetto di accese discussioni. Il Testimonio dedicò ampio spazio ad interventi e lettere pro e contro l’omosessualità. I toni salirono e si sprecarono invettive e giudizi durissimi. Allo scopo si possono consultare i numeri 7/8/9/10/11/12 del 1983, e 1/2/3/4/5/6/7/8/12 del 1984. In questo scambio di lettere e interventi le posizioni oscillarono tra condanna senza appello e solidarietà, tra citazione e interpretazione letterale del testo biblico a sostegno della condanna dell’omosessualità e articoli che tentavano di spiegare, con le conoscenze di allora, in termini scientifici lo stato omosessuale. Nel frattempo, nella chiesa di Cagliari, ben presente tra gli interventi pro e contro l’omosessualità sul Testimonio, le discussioni accese continuarono, da un lato alimentando la crisi, dall’altro sollevando il velo su altre tensioni fino ad allora rimaste sopite. Fu più chiaro allora che c’erano due modi di pensare e interpretare lo scritto biblico, che c’era una comunità ma in realtà due gruppi che si fronteggiavano per affermare le proprie convinzioni teologiche, che c’erano diatribe familiari che esplodevano e vecchie ruggini su chi determinava la linea della chiesa. Il pastore di allora ritenne opportuno, per sé e la propria famiglia, lasciare tutto e trasferirsi altrove, in un’altra chiesa battista nel mese di settembre dell’83. A complicare il tutto arrivò sul tavolo del consiglio la richiesta di battesimo di un altro giovane omosessuale che si dichiarava peccatore pentito e dunque pronto al battesimo. Il consiglio di chiesa diede il suo parere favorevole. Ma la situazione era ormai vicina alla rottura.
Un articolo su Gioventù Evangelica dell’ottobre 1983
In campo nazionale un contributo significativo di approfondimento venne da una sezione sull’omosessualità, pubblicata sul numero 82/83 di GE, dell’ottobre 1983. Dei tre interventi, quello in cui vennero affrontati gli aspetti biblici, etici e teologici, di Ermanno Genre, mostrò che il discorso biblico sulla sessualità non è chiaro e univoco e che necessita di cautela e studio ulteriore per poter trovare direzioni e orientamento. Tra i punti di sintesi, al termine del lungo intervento che l’autore proponeva, vorrei segnalarne e riportarne alcuni. Scriveva Genre: «Gli evangeli non parlano di omosessualità: Gesù non ha avuto contatti con omosessuali o, almeno, non vi è alcun accenno nei testi. L’atteggiamento di Gesù verso donne e uomini peccatori di ogni sorta e ceto sociale non ci offre una norma ma ci aiuta ad impostare correttamente il problema. Gli incontri di Gesù sono tutti nel segno della comprensione, dell’accettazione, del perdono e quindi della vita. Il giudizio cade su chi cerca la sua giustizia, su chi crea la norma per il rifiuto, su chi si appella ad una legge per usarla contro il suo prossimo. Ciò significa che il nostro punto di riferimento non sta innanzitutto nel mito della creazione ma nell’avvenimento della riconciliazione. La riconciliazione è orientata escatologicamente: “Non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina (Gal 3,28). Il criterio etico determinante è quello dell’agape che nasce dalla fede. Paolo non ha conosciuto degli omosessuali credenti, noi li conosciamo. La loro fede in Gesù Cristo è della stessa natura della nostra perché è dono di Dio. Questa è una realtà fondamentale che non può più essere misconosciuta o sottovalutata, sia dal punto di vista esegetico che dogmatico. Per noi non è più possibile far dipendere l’omosessualità dall’idolatria come fa Paolo in Rom. 1,18-32. Che oggi vi siano degli omosessuali credenti in Cristo è una “novità” di grande portata teologica che impone alla chiesa una revisione del suo atteggiamento tradizionale. ciò significa che non è più possibile continuare a dire agli omosessuali: dovete convertirvi, dovete cambiare! Siamo noi piuttosto, noi eterosessuali a dover cambiare nei confronti degli omosessuali, riconoscerli così come sono e non come vorremmo essi fossero; dobbiamo prendere atto della loro condizione esistenziale. Si tratta di imparare a rispettare questa diversità e pretendere al tempo stesso che venga rispettata da parte loro la nostra diversità eterosessuale. Si rende quindi necessaria una riflessione ed un lavoro comune; senza la compartecipazione non c’è vero dialogo ed il discorso resta unilaterale. Se occorrono delle norme queste vanno stabilite e definite insieme. Nella pastorale che la chiesa è chiamata ad esercitare occorre evitare semplificazioni e superficialità. Un atteggiamento “accondiscendente” può essere altrettanto negativo quanto un atteggiamento di “rifiuto”. Perciò è segno di una cattiva impostazione parlare di una pastorale per omosessuali; il rischio è di ghettizzare una volta di più gli omosessuali e mantenere, contro le intenzioni di partenza, una discriminazione. L’omosessualità si intreccia nella vita con tutti i suoi problemi ed è in questa dimensione di vita totale che l’approccio pastorale deve potersi esprimere».
La mozione del VII Congresso FGEI
A dicembre ’83 si svolse ad Ecumene, il VII Congresso FGEI. La questione fu dibattuta in gruppo e in plenaria, e il dibattito produsse la seguente mozione: «Sessualità e omosessualità. Il VII Congresso, preso atto del crescente dibattito che si sta sviluppando nel mondo evangelico sul tema dell’omosessualità, preso atto anche degli sviluppi della questione sollevata intorno ad un fratello di Cagliari che, dichiaratosi omosessuale, non è stato ammesso al battesimo nella locale chiesa evangelica; ritiene che la fede in Gesù Cristo e l’amore omosessuale, come qualsiasi altra forma di relazione umana, possano non essere in contraddizione tra loro; esprime radicale dissenso e profondo dolore nel constatare l’esistenza di atteggiamenti discriminatori nell’ambito delle chiese evangeliche nei confronti di questo fratello e di tutti quelli che nelle nostre comunità si trovano in un’analoga condizione. A queste persone, dichiarate e non dichiarate, il Congresso esprime tutta la sua solidarietà; invita i gruppi, le regioni ed il Consiglio a proseguire e ad approfondire ulteriormente la riflessione sia sulla sessualità in generale che sull’omosessualità in particolare».
L’alternanza di pastori che viaggiarono per la Sardegna a sostenere il momento di crisi comunitario, che l’Ucebi a dire il vero prese sul serio, non risolse ma non poteva risolvere il problema. La chiesa continuò in un lacerante confronto a cercare una soluzione che non portasse a divisioni ulteriori e formali. Ma lo spirito comunitario era profondamente spezzato e le relazioni fraterne in molti casi messe veramente a dura prova. Vi erano anche molti inviti preoccupati verso l’unità, ma il dibattito interno e le prese di posizione pubbliche (sul Testimonio e anche su La Luce) si cristallizzavano sempre più su posizioni intransigenti e poco conciliabili. Pure il culto domenicale fu investito drammaticamente da predicazioni e preghiere che suonavano come giudizi inappellabili del fratello contro il fratello, della sorella contro la sorella. Si visse in quel tempo il dramma del conflitto religioso tout court, del fondamentalismo che condanna, della lotta intestina tra famiglie della stessa comunità.
Si pensò allora di compiere un atto provocatorio per segnare un punto di non ritorno. Se le chiese evangeliche in Italia non se la sentivano di battezzare Fabrizio, l’avremmo fatto lo stesso. Avremmo chiamato a raccolta tutti e tutte coloro che ritenevano giusto farlo e saremmo andati al fiume insieme a immergere Fabrizio nell’acqua. Ci saremmo sentiti chiesa riunita intorno alle parole di Gesù «quando due o tre saranno riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro». Molti comunicarono la loro disponibilità, altri presumibilmente si preoccuparono delle conseguenze del gesto. La questione ebbe una rilevanza internazionale. Giunsero lettere di sostegno, una perfino dagli Stati Uniti indirizzata a «Il caso Oppo, via S.Ignazio 20, Cagliari»! Con questa espressione, infatti, era stato accompagnato, in un numero tra i primi dell’84 di Com Nuovi Tempi, un intervento di Fabrizio. Da allora la questione ebbe questo titolo.
Nel frattempo giunse a Cagliari il pastore Mollica. I verbali dei consigli e delle assemblee di chiesa di quei mesi mostrano che la chiesa era ormai divisa. Le due anime in conflitto non riuscirono ad evitare la separazione. D’altronde chi avversava la scelta del battesimo già si riuniva nelle case e cominciava a disertare le adunanze. La questione era troppo grande per una singola comunità e qualcuno lamentò che i pastori che erano venuti a Cagliari non avevano sciolto i nodi e ci avevano lasciati soli nell’incertezza. Lo stesso pastore Mollica fu inizialmente cauto, nel tentativo di salvare l’unità della chiesa, ma allo stesso tempo netto nel non lasciare spazio a stravolgimenti nella conduzione della comunità (non permise, cioè, di dimissionare il consiglio di chiesa, accusato di non rappresentare più la maggioranza) e difese il direttore del Testimonio di allora dall’accusa di essere un filosofo marxista scorretto e di parte. Presumibilmente, la lettera che segue, di un fratello di Cagliari, pubblicata nel numero 6 del Testimonio di giugno ’84, dopo la conclusione del dibattito sulle colonne della rivista, fu l’ultimo atto che portò alla separazione ufficiale dalla comunità da parte di 32 membri.
«Caro Testimonio, con questo scritto mi riferisco al caso di Fabrizio, credente che, dichiaratosi omosessuale non è stato ammesso al battesimo in una delle nostre comunità battiste, dopo mesi di discussioni accese e di assemblee incandescenti. La questione ha assunto risonanza nazionale, interessando gli organi esecutivi delle nostre chiese, i giornali evangelici, le comunità stesse, accendendo un dibattito sotterraneo che non trovava lo spazio per venire allo scoperto, anche se nelle comunità evangeliche esistono altri credenti omosessuali dichiarati o meno. Fortunatamente oggi siamo costretti a parlarne e a venirne messi in discussione. Ultimamente molti atteggiamenti in proposito, nelle nostre comunità, sono stati di giudizio e di condanna sulla base di interpretazioni bibliche certamente letterali quanto rigide e categoriche. Io credo, però, che si debbano distinguere due livelli del problema. Uno è quello degli aspetti biologici, psicologici e sociali della questione. Da questo punto di vista dobbiamo certamente dichiararci (tutti) scarsamente informati e sufficientemente ignoranti, e buon senso vorrebbe che limitassimo al massimo le nostre dichiarazioni di principio. Il secondo livello è quello della problematica morale e “religiosa”; della risposta, cioè, che le nostre comunità e ciascuno di noi è chiamato a dare a coloro che ci pongono con la forza (o con la disperazione?) che può derivare dalla solitudine e dalla emarginazione sociale, il loro problema. Che dicono i credenti? Che hanno fatto finora? Possiamo noi (credenti, chiesa, istituzioni) esprimere giudizi sulla fede di chiunque sia o, ancora, impedire l’espressione e la testimonianza di questa fede? Possiamo noi affermare che quella testimonianza al Cristo non può essere valida e non può essere detta? Possiamo noi dire – la tua fede non vale, non sei degno di essere considerato né accettato come fratello, non ti battezziamo? Possiamo dire – cambia e rinasci di nuovo, sii un altro uomo (nel caso specifico diventa uomo virile) e ritorna alle tue passioni naturali e poi, vieni alla mensa dei fratelli “puri”? (quali?). Dobbiamo dare ed esprimere con chiarezza un segno tangibile di accoglienza – sì, di accoglienza- per tutti coloro che (ancora!) si avvicinano alle nostre comunità, a noi stessi, e ci interpellano come interlocutori possibili per i loro problemi e da noi, chiese, vengono esclusi, rifiutati. Se questi problemi non diventano nostri, siamo solo dispensatori di parole rassicuranti e di richiami moralistici, siamo degli intellettuali del pulpito, della domenica, della fede cristiana. Così per l’omosessualità: ma chi può dire che questo stato sia un vincolo senza la rottura del quale non si ha accesso nella categoria dei salvati? Con quale autorità? Ma poi, tra le altre cose, non potrebbe veramente accadere che nell’amore (non sto parlando solo di sessualità) tra persone dello stesso sesso possa esserci, come può esserci nella relazione eterosessuale, un reciproco donarsi, affetto, tenerezza, sincerità, rispetto, dignità, gioia comune, vicinanza, fiducia? Se esiste un popolo di Dio, questo non è vincolato da leggi, principi, regolamenti, norme comportamentali, chiese e comunità istituite. In questo popolo ci sono tutti quelli che il Signore, Lui, chiama. In questo popolo c’è spazio per tutti quelli che, in cuor loro, al Signore Gesù si rimettono. Io conosco un uomo, Fabrizio Oppo, è un credente, è un omosessuale. So che il Cristo che lo ha chiamato è lo stesso Cristo che mi ha rivolto una vocazione. A Lui apparteniamo. Fabrizio è mio fratello».
Le dimissioni dei trentadue membri
La rottura fu sancita nell’autunno dell’84. Nel Testimonio, numero 12 del dicembre ’84, fu pubblicata la lettera di dimissioni seguente.
«Cari fratelli nel Signore, al fine di evitare ripetuti scontri teologici e salvaguardare la necessaria serenità spirituale, con molta amarezza ma certi di seguire con più obiettività i principi biblici, i sottoscritti dichiarano, con la presente, di non voler più far parte della Comunità Battista di Cagliari (e quindi dell’Unione Battista), alla quale augurano, con la guida del Signore, di procedere sempre e comunque per l’avanzamento del Suo Regno. Tale decisione, molto sofferta e ponderata, è derivata come tutti sanno o dovrebbero sapere, solo ed esclusivamente per controversie bibliche che non si limitano al problema sull’omosessualità ma su altri punti della Sacra Scrittura dalla quale si vogliono scoprire (o riscoprire) significati moderni e rispondenti ai problemi sociali che assillano il nostro periodo storico. La fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la richiesta di battesimo di un omosessuale, dichiaratosi tale ma che sostiene che questa condizione non è da considerarsi peccato davanti a Dio. Di fronte a tale precisazione i sottoscritti hanno ritenuto opportuno evidenziare che la Chiesa è al servizio del mondo e deve essere disponibile per dare il suo aiuto e la sua predicazione a chiunque, senza emarginare nessuno; che l’Evangelo, tuttavia, pone chiaramente, per accedere al battesimo e quindi alla comunità, le due condizioni fondamentali del ravvedimento e della fede in Cristo, entrambe operate in noi dall’azione dello Spirito (Atti 2,38); che la Scrittura non considera l’omosessualità in modo diverso dalle altre situazioni umane in contrasto con la volontà di Dio; che nessuna difficoltà di etica umana, inclusa quindi l’omosessualità, quando riconosciuta come situazione di peccato, non possa essere superata dalla Grazia del Signore che ci concede di camminare in novità di vita (Rom 6,4), attraverso l’annuncio della Parola e la preghiera della comunità. Vi sono state riunioni, assemblee, si è richiesto, nel rispetto congregazionalistico battista, l’opinione da parte dell’Unione, del Presidente e di tutti i pastori – staffetta presentatisi a Cagliari in attesa che il pastore Mollica si insediasse definitivamente. Nessuno, direttamente o indirettamente si è sentito di approfondire o discutere fraternamente, alla luce della Parola di Dio, il problema specifico. È stato permesso, però, che “il Testimonio” dibattesse il problema in modo parziale ed equivoco e non alla luce delle Scritture. Anche la venuta del nuovo pastore non ha contribuito a modificare la situazione che si è venuta a creare. Oltre al problema dell’omosessualità riteniamo che la Bibbia sia il mezzo per distinguere ciò che proviene dallo Spirito da quanto ha una diversa origine. Tale Parola è per noi il documento originario e il metro mediante il quale verificare quanto viene attribuito alla Parola di Dio; quello che non collima non può essere Parola di Dio. Pertanto riteniamo che il credente in ogni tempo debba adeguare la propria vita alla Scrittura e non adattare la Scrittura alle situazioni sociali che di volta in volta si verificano. Fraterni saluti. Cagliari, 14 ottobre 1984» (segue un elenco con 32 firme).
Il direttore del Testimonio Andrea Mannucci aggiunse in calce: «Con profondo rammarico mi vedo costretto a pubblicare questa lettera che è il sintomo del profondo malessere che serpeggia in alcune nostre comunità. Dispiace soprattutto che il dibattito, avutosi in queste pagine, per buona parte del passato e del presente anno, non abbia portato ad una seria e ponderata riflessione. Purtroppo penso che ciò non sia avvenuto, tanto che nemmeno l’Assemblea Ucebi ha ritenuto spendere una sola parola sull’argomento. Così siamo arrivati a questa soluzione lacerante di cui tutto il battismo italiano dovrà sentirsi responsabile. Ce ne dispiace, perché il nostro intento, l’intento della rivista dei battisti italiani, era proprio quello di evitare situazioni di rottura come questa. Dobbiamo, una volta per tutte, iniziare un dibattito serio e veramente fraterno e non continuare con la nostra colpevole superficialità. Preghiamo perché sia l’Amore a guidarci e non la nostra farisaica presunzione, preghiamo perchè lettere come questa non debbano più essere scritte».
Le lacerazioni patite e inferte in quei mesi hanno lasciato segni profondi. Dei 32 membri dimissionari alcuni hanno costituito una comunità evangelica non appartenente ad alcuna denominazione storica, continuando nel loro piccolo un’azione di testimonianza. Negli anni hanno raccolto nuove adesioni e si sono ulteriormente divisi in gruppi. Altri membri dimissionari sono confluiti nella locale comunità avventista, il resto non frequenta regolarmente nessuna comunità. La chiesa battista di Cagliari (restarono una sessantina di membri) ha superato non senza difficoltà lo shock negli anni, vivendo un periodo felice sotto la cura del pastore Mollica e, poi, del pastore Anders. Oggi, dopo più di venti anni qualche membro dimissionario si è riavvicinato alla chiesa d’origine e l’anno scorso uno è stato riaccolto come membro a tutti gli effetti. Altri hanno ricucito un rapporto fraterno che porterà ad una riconciliazione nel prossimo futuro. Molti dei giovanissimi di allora, certo scandalizzati dalla violenta crisi, si sono allontanati dalla chiesa forse anche perdendo la fede. Quattro membri del gruppo FGEI del tempo siedono da anni nel consiglio di chiesa. Fabrizio è stato battezzato nel battistero della nostra chiesa battista di Cagliari il 2 novembre 1986 dal pastore Mollica e da diversi anni è il segretario di chiesa. Il suo contributo alla vita comunitaria è stato, in questi ventitrè anni, di esempio per molti.
Cercando di essere fedeli alla Scrittura: una riflessione di Fabrizio
La comunità di Cagliari, negli anni Ottanta, affrontando il tema dell’omosessualità, si è posta, giustamente, il tema della fedeltà alla Scrittura e della radicalità della testimonianza evangelica. Questa passione di fede, presente in tutte e due le parti che poi si divisero, fu ciò che rese il dibattito acceso e, a volte, cruento. La differenza tra le posizioni non separava un attaccamento forte, da una parte, e un attaccamento debole, dall’altra, alla Bibbia. L’autenticità della fedeltà alla Parola non poteva essere messa in discussione. Coloro che si pronunciarono per l’accettazione e il battesimo di un omosessuale, non tentarono di adattare la Bibbia alle situazioni sociali o alle richieste d’emancipazione del movimento gay. La riflessione che fecero potrebbe oggi essere riassunta e riformulata come segue: «La sessualità, la fecondità, l’amore, il piacere, sono aspetti così profondi, e la loro esperienza così intimamente coinvolgente da dover essere espressi con un linguaggio fortemente simbolico. Lo spazio in cui si situano è normalmente lo spazio del sacro. La sessualità è sicuramente una struttura antropologica del sacro, abisso sempre misterioso. Questa sacralità diventa naturalmente discorso religioso. Le religioni trattano i fini ultimi e quindi gli abissi dell’anima e del corpo, danno parola alla dimensione sacrale. Ma che il sacro sia la dimensione della fede cristiana, il suo terreno costitutivo e il suo orizzonte; che il giusto rapporto con Dio, o la rottura di tale legame, si debbano esprimere attraverso il suo linguaggio è incerto e discutibile».
Questi punti rappresentano un nodo che va tenuto presente in una lettura obbediente e fedele della Scrittura. L’ambito antropologico e sacro in cui si legge la sessualità (naturale o innaturale, ordinata o disordinata, cosmica o caotica) costringe il credente a chiedersi se la visione della sessualità presente nella Bibbia faccia parte del «cielo e della terra» che passeranno, o di quelle parole che non passeranno. E’ un compito difficile che esige rigore, fedeltà, interrogazione e preoccupazione. Nella comunità di Cagliari, la parte intransigente ha trovato difficoltà a riconoscere che il problema presentato sopra nasceva dalla volontà di una lettura seria, esigente e fedele. Si diceva che il tentativo finiva per oscurare i passi scomodi della Bibbia, e per giustificare tendenze libertarie contemporanee.
Ricordo che il dolore con cui ho attraversato quei momenti nasceva dal fatto che io non cercavo di difendermi o di giustificare con la Bibbia la mia situazione esistenziale. Io desideravo testimoniare la mia fede, mostrare l’attaccamento alla mia vocazione cristiana ed esprimere questa nella comunità. Volevo essere pienamente e felicemente credente, radicato nella Parola insieme a tutti i miei fratelli e a tutte le mie sorelle, senza sconti né concessioni. Mi addolorava non essere creduto nella serietà e nella radicalità della mia fede, nella testimonianza che volevo esprimere alla persona di Gesù Cristo, il cui nome, fin dall’infanzia, ho portato nella mia bocca e nel mio cuore, e che è l’aria che respiro, lontano dal quale io non vivo. Non credevo di essere meno esigente o radicale dei miei fratelli e delle mie sorelle. Ecco perché ho detto che il dibattito, drammatico, che si sviluppò nella mia comunità non era un confronto tra l’ala radicale e quella accomodante della chiesa. Ricordo qui due persone che capirono molto bene questo fatto. Piero Bensi, che intervenne sul problema specifico e sull’ecclesiologia con energici richiami di natura profetica. E Pino Mollica. Il nostro incontro fu tra due credenti. Uniti nel riconoscimento della propria creaturalità, e allo stesso tempo intransigenti nei confronti della propria testimonianza e della fedeltà alla Parola, senza doppiezza o leggerezza. Sinceri nella ricerca e sempre sostenuti dalla speranza.
Fabrizio Oppo, Cagliari, 23 Settembre 2007 (La ricostruzione della vicenda è di Stefano Meloni)
Il documento stilato dal Gruppo di Lavoro sull’omosessualità fa parte della complessa discussione che, da tempo, in Italia, ha preso il via all'interno delle chiese Valdesi, Metodiste e Battiste. Si tratta di un testo che, non solo cerca solo di fare il punto su cosa è l'omosessualità, ma che suggerisce anche un percorso d'inclusione e di accoglienza per le persone omosessuali.
Il Gruppo dl Lavoro sull’omosessualità è stato nominato in seguito all’atto N/00 dell’Assemblea-Sinodo 2000, dalla Tavola Valdese (Organo esecutivo dell’Unione delle chiese valdesi e metodiste in Italia) e dal Comitato Esecutivo dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia) il 18 novembre 2000 ed è composto da 3 membri battisti (Claudia Angeletti, Giorgio Rainelli e Silvia Rapisarda) da un membro metodista (Bruno Giaccone) e da due membri valdesi (Daniele Bouchard e Letizia Tomassone, che ha sostituito nel 2004 Monica Michelin-Salomon). Il gruppo ha ritenuto inizialmente di svolgere il compito affidatogli di rilanciare il dibattito nelle chiese a proposito dell’omosessualità non redigendo un documento sistematico (come richiesto dall’atto N/00), bensì producendo quattro agili schede su temi propedeutici:
1 chi sono gli/le omosessuali?;
2 la Bibbia e l’omosessualità;
3 come accogliere e valorizzare le diversità;
4 le relazioni d’amore al di là degli schematismi.
Tali schede sono state pubblicate in un inserto sul settimanale delle nostre chiese Riforma (n. 44 del 15/11/2002) con l’invito alle chiese, alle associazioni regionali, etc. ad invitarci per poterne insieme discutere. E’ stata questa una scelta tesa ad attivare un autentico dialogo dal basso, che ha effettivamente provocato una ripresa del dibattito sull’argomento. In questi termini: le nostre schede proponevano l’idea che le persone omosessuali altro non sono che persone come tutte le altre, che i pochi passi biblici inerenti l’omosessualità devono essere interpretati non letteralisticamente, ma nel loro contesto storico-culturale ed alla luce dell’Evangelo, che pertanto è necessario che le chiese si dispongano ad accettare le diversità di ciascuna/o senza discriminazioni né pregiudizi, infine che qualsiasi relazione d’amore dev’essere valorizzata come espressione dell’amore di Dio.
Le prime reazioni che si sono avute, sotto forma di articoli su Riforma, nonché di alcune lettere indirizzate alla coordinatrice, hanno mostrato come questo tipo di argomentazione non è facilmente accettabile, dal momento che nell’immaginario collettivo di una parte (quanto ampia?) della popolazione delle nostre chiese è invece stampata l’idea che l’omosessualità sia o «un peccato» o «un difetto di costruzione dell’individuo», alquanto «pericoloso per la società», che solo «un’acrobazia ermeneutica» (che screditerebbe la Scrittura) può indurre a considerare altrimenti (cfr. articolo «Letteralismo: il rischio opposto è l’acrobazia» di Luca Baschera su Riforma n. 2 del 10 gen. 2003 p. 15).
Al contrario, altre corrispondenze, soprattutto dall’esterno delle chiese, hanno dimostrato un interesse per il nostro modo di proporre questa tematica e per la tematica in sé del rapporto tra fede e omosessualità, rapporto che specialmente le persone omosessuali vorrebbero meno conflittuale; perciò l’attenzione e l’apertura all’accoglienza delle persone omosessuali in gran parte delle nostre chiese (o almeno l’assenza di un giudizio esplicito di condanna del loro vissuto) sono recepite con favore (si vedano per esempio gli appelli che il movimento omosessuale ha lanciato affinché l’otto per mille fosse destinato alle chiese valdo-metodiste). Questa situazione ha creato l’attesa di una presa di posizione ufficiale che, più chiaramente di quanto non sia finora avvenuto, esprima un orientamento condiviso dalle chiese.
In particolare, questa richiesta ci è pervenuta in occasione di alcuni attacchi delle gerarchie vaticane alle minoranze sessuali ed alle loro richieste di riconoscimento e tutela legali. Una prima volta nel 2002, quando il Pontificio Istituto per la Famiglia, presieduto dal cardinal Alfonso Lopez Truijllo ha emanato il Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche dove alla voce «omosessualità» si ripropone la definizione di «tendenza sessuale che si fissa sulla base di un conflitto psichico irrisolto» nettamente stigmatizzata come «contraria al vincolo sociale»; poi nel 2003 quando la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinal Ratzinger (attuale Papa Benedetto XVI) ha emanato le Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali con le quali si ribadisce la disapprovazione del comportamento omosessuale e si invitano i politici cattolici a votare contro i progetti di legge favorevoli al riconoscimento di tali unioni in quanto «nocive per il retto sviluppo della società umana».
Il nostro gruppo non è intervenuto pubblicamente sui documenti cattolico-romani citati, pur avendone presa visione, essendo il suo compito rivolto alle nostre chiese, ma ritiene opportuno che gli organismi competenti (ovvero gli esecutivi) in simili circostanze abbiano alle loro spalle una delibera/atto che permetta loro di esprimersi al riguardo con coraggio e con l’autorevolezza delle chiese che rappresentano, per difendere non solo la laicità dello Stato, bensì anche e soprattutto le persone fatte segno di attacchi portati in nome di Dio e fortemente lesivi della loro dignità (oltre che della loro libertà).
Ciò ci sembra tanto più necessario in questo momento storico in cui si stanno chiudendo gli spazi dei diritti civili e tornano fortemente caratterizzate le discriminazioni nei confronti di quegli uomini e quelle donne che rivendicano la positività delle differenze, siano esse legate alla appartenenza etnica, al sesso, alla religione o all’orientamento sessuale.
La situazione delle nostre chiese è invece per ora «a metà del guado» e perciò piuttosto problematica e rischiosa a motivo della sua indefinitezza, determinata non solo dalla nostra struttura ecclesiale, ma anche dal permanere al nostro interno sia di diffidenze moralistiche verso l’omosessualità, sia di timori circa i rischi di divisioni e di scissioni che si corrono, come dimostra il disaccordo delle chiese anglicane dell’Africa sull’ordinazione di persone dichiaratamente omosessuali (caso Gene Robinson), o la recente fuoriuscita della Southern Baptist Convention dall’Alleanza Battista Mondiale (BWA), accusata di «liberalismo teologico inaccettabile» anche per le aperture sull’omosessualità.
In parte, la difficoltà di misurarsi serenamente con questo argomento è emersa anche in alcuni momenti durante i pochi incontri cui siamo stati invitati nell’ordine, all’Assemblea del 6° Circuito Valdo-metodista ad Omegna (11 maggio 2002), dove abbiamo attivato una breve animazione sulla presenza delle persone omosessuali nelle chiese, ad un incontro con i giovani delle Valli Valdesi (22 febbraio 2003) a Pinerolo; ad un pomeriggio con l’ACEBT (Associazione delle Chiese Evangeliche Battiste della Toscana) a Firenze (18 ottobre 2003) sul tema della diversità ad un momento di studio biblico con la Chiesa Battista di Roma Centocelle (27 aprile 2004). D’altronde, proprio in questi momenti di incontro e confronto non poche sorelle e alcuni fratelli si sono dimostrate/i capaci di mettersi davvero in dialogo spinte/i dal desiderio di capire le ragioni dell’altro/a, le sue esigenze, i suoi problemi per imparare ad amarlo/a come fratello o sorella in Cristo. Infatti se un rammarico ha il nostro gruppo è quello di aver potuto incontrare poche realtà ecclesiali; un dato questo che, se in alcuni casi corrisponde ad un’acquisita consapevolezza della realtà omosessuale accettata senza preclusioni, può essere interpretato, in altri casi probabilmente più numerosi, come un inespresso desiderio di non affrontare un argomento scomodo e controverso.
Esistenza lesbica e omosessuale maschile: creazione, giudizio e riconciliazione nelle Scritture ebraico-cristiane
Il nostro rapporto con la Scrittura non è di tipo letteralistico. Non andiamo a cercare nella Scrittura indicazioni etiche precise e risposte a domande che si pongono oggi in termini diversi rispetto al tempo in cui la Scrittura è stata composta. Cercare quel tipo di risposte sarebbe un po’ come usare la Bibbia per trarre oracoli, cosa che probabilmente rimanda a una valenza magica interessante per certa cultura del nostro tempo.
Non è tuttavia la pratica di chiese come le nostre, che si pongono di fronte alla Parola con due atteggiamenti principali e preziosi:
1 l’ascolto che scuote le convinzioni già formate, perché è ascolto di una Parola che converte e trasforma l’umanità;
2 lo studio serio dei contesti in cui si sono formate le testimonianze portate in quei testi, studio che attraversa anche la comprensione che i testi hanno avuto nel corso della storia, e l’impatto sulle vite concrete di uomini e donne.
Per questo quando pensiamo alle nostre domande sullo statuto delle persone lesbiche e omosessuali, possiamo accostarci alle Scritture solo con grande attenzione e cautela. I pochi testi classici utilizzano l’immagine dell’omosessualità, così come quelle della prostituzione e dell’adulterio, come metafore della lontananza da Dio. Non tutte le metafore di idolatria e peccato nascono da questo linguaggio sessuato, e le donne, che insieme agli omosessuali hanno patito di più sulla propria pelle questo linguaggio del disprezzo, stanno ridando valore ai linguaggi altri. Il peccato può essere detto con categorie diverse dall’infedeltà della sposa umana al suo Dio padrone, usando per esempio l’incapacità di fare il bene (Rom 7,19), la paura che prevale sulla fiducia (I Giov 4,2), l’albero che non porta frutti (Mat 21;18ss), etc.
Liberare il nostro linguaggio dalle metafore sessuate ci aiuta ad uscire da un ordine del mondo patriarcale, che crea gerarchie e produce oppressioni. Al contrario, le nostre parole, anche nei momenti liturgici, e la Parola di Dio ci sono date perché producano vita e gioia, per la forza dello Spirito Santo. Così i classici testi che vengono proposti per condannare l’omosessualità vanno ricollocati nel loro contesto, ma allo stesso tempo vanno letti con attenzione alla nostra domanda: perché chiediamo alla Scrittura di legittimare le nostre posizioni etiche? Perché la forza dello Spirito non è tale da permetterci di accogliere la parzialità delle nostre posizioni, e quindi di riconoscere la presenza di Dio nel cammino dell’altro, dell’altra? Questo gruppo di lavoro sull’omosessualità fornisce in appendice delle schede esegetiche sui diversi testi di condanna della pratica omosessuale nella Scrittura (Gen 19,1-11; Lev 18,22; 20,13; Rom 1,27). Quello che ci preme qui è dare alcune indicazioni generali e lasciar lavorare i testi biblici come fonte di speranza in mezzo a noi.
Rispetto ai testi di condanna rileviamo che in nessuno dei casi citati si parla di una relazione d’amore: in Genesi è in atto una situazione di violenza sessuale, simile a quella raccontata in Giudici 19,22ss; in Levitico e Romani si parla di «atti omosessuali». Per noi invece è importante sottolineare la dimensione relazionale dell’amore e della sessualità, e questo è un cammino che riguarda tanto la sessualità eterosessuale quanto quella omosessuale. Inoltre c’è da tener conto di una cultura come quella ebraica che dava grande priorità al concepimento di figli/e e non poteva quindi accettare unioni non fertili (cosa che portava a situazioni di violenza e ripudio anche nei confronti di donne sterili). Per noi oggi è invece prioritaria in un’unione la capacità di produrre società, e, nonostante gli allarmismi etnici sul basso tasso di natalità in Italia, non abbiamo bisogno di spingere per maggiori nascite di esseri umani al mondo. Quella scala di valori si inseriva poi in un codice che classificava il mondo secondo i criteri del puro e dell’impuro, della separazione e della non mescolanza. Per noi il mondo si esprime invece proprio nella complessità e nella condivisione di differenze che creano ricchezze umane e naturali.
Ma vorremmo anche sottolineare come la Scrittura sia una fonte potente di speranza e aiuti a costruire la vita delle persone, in qualunque situazione esse si trovino. Va avanti ormai da decenni una rilettura della Bibbia da parte dei gruppi omosessuali cristiani, ed è una lettura fatta insieme per scoprire in che modo scaturisce la grazia di Dio nei confronti di ogni sua figlia e figlio. Così vengono letti testi che riguardano relazioni fra persone dello stesso sesso, ma anche testi che parlano della buona creazione di Dio, della guarigione delle ferite inflitte dalla violenza e dalle logiche del disprezzo umano, dell’amore che scaturisce dal sentirsi accolti da Dio e reintegrati nella propria pelle. Testi che parlano di amore fra uomini sono rintracciabili nelle due parti della Scrittura: la vicenda nota di David e Gionatan (I Sam 18,1ss; 20,17-41; II Sam 1,26) ma anche il rapporto fra il centurione romano e il suo ragazzo (Matteo 8,5-13). Più difficile è trovare relazioni d’amore fra due donne, se non, in senso ampio, quella fra Rut e Noemi; è tuttavia notevole il fatto che ancora oggi percepiamo la promessa fatta dalla giovane alla donna anziana come una promessa matrimoniale (Rut 1,16ss). Appunto in questo senso più ampio è bello che la Scrittura affermi che nel viso dell’altro, dell’altra, possiamo rintracciare la presenza stessa di Dio: «Io ho visto il tuo volto come uno vede il volto di Dio» (Gen 33,10). Tutto lo sviluppo di una teologia contemporanea del volto dell’altro, come ad esempio ce lo propone Levinas, ci richiama a queste radici ebraiche nelle quali Dio si manifesta attraverso la presenza gioiosa, riconciliata, amorosa dell’altro/a.
Che l’evangelo sia una richiesta esigente di trasformazione della vita, consapevolezza di peccato e annuncio di una grazia che passa attraverso la rinascita, è un messaggio che può essere accolto senza riserve da lesbiche e omosessuali solo in quanto, proprio come gli/le eterosessuali, acquisiscono la fiducia di essere figli/e amati/e di Dio e di essere pienamente accolti da Dio in Gesù Cristo. Anche qui, trasformare la richiesta di conversione in una richiesta che riguarda la sessualità significherebbe subordinare ancora l’evangelo che libera ad un codice culturale di eterosessualità obbligatoria. Infine sappiamo, come chiese, di dover riprendere l’esame di quella narrazione (Gen 1,27) che indica la differenza sessuale come categoria originaria e positiva della creazione operata da Dio. Ma non possiamo confondere i dati creazionali o quelli biologici con l’etica. Conosciamo la fatica, nella storia della cristianità, di riconoscere piena soggettività di creatura completa alla donna di fronte a Dio. Se siamo usciti da quell’impasse è perché abbiamo ascoltato la voce delle ultime e delle oppresse. Oggi, per uscire da un’oppressione altrettanto pesante quale quella esercitata nei confronti delle persone omosessuali, che cancella la fiducia nella bontà della propria esistenza e non permette di maturare nel proprio cammino spirituale, possiamo sottolineare la dimensione diretta e personale del rapporto di Dio con ogni essere umano, uomo o donna, in ogni età della vita e in ogni condizione.
Consideriamo come messaggio di questo evangelo inclusivo della grazia di Dio la parola sugli eunuchi che si credono esclusi dall’appartenenza al popolo che Dio abbraccia come suo, l’umanità riconciliata in Gesù Cristo: «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più.. .e li rallegrerò nella mia casa di preghiera» (Isaia 56,5,7). «Perché il regno di Dio è giustizia, pace e gioia, nello Spirito Santo» (Rom 14,18).
Alcuni dati scientifici
Omosessualità è termine di recente formazione, coniato nel 1869 dal medico ungherese Karoly M. Benkert; dall’aggettivo greco omoios stesso, uguale indica l’attrazione sessuale per una persona del proprio stesso sesso, a differenza della parola eterosessualità che indica l’attrazione sessuale per persona di sesso opposto al proprio, dal greco eteros altro, diverso. Il concetto di omosessualità o eterosessualità è in relazione con il concetto di identità sessuale, cioè la descrizione della dimensione soggettiva del proprio essere sessuati. Tale descrizione, pur cercando di rispondere ad un’esigenza di stabilità, contiene spesso elementi di incertezza ed imprevedibilità, essendo l’esito di processi di formazione in cui interagiscono in modo complesso aspetti biologici, culturali ed educativi.
Le attuali teorie della sessuologia considerano l’identità sessuale una costruzione con 4 distinte componenti:
1 Il sesso biologico, cioè l’appartenenza al sesso femminile o maschile determinato dai cromosomi sessuali·
2 L’identità di genere, cioè la convinzione individuale di base, l’identificazione primaria della persona come femmina o come maschio che si stabilisce nella prima infanzia; l’identità di genere coincide spesso (ad esclusione dei transessuali e dei transgender) con il proprio sesso biologico a motivo sia dell’influenza delle predisposizioni biologiche ma anche dell’apprendimento sociale.
3 Il ruolo di genere, ovverosia l’insieme delle aspettative su come uomini e donne debbano comportarsi in una data cultura ed in un dato periodo storico; il ruolo di genere consiste spesso in stereotipi, modelli prefissati spesso pregiudiziali che definiscono ciò che è appropriato per una femmina o per un maschio come apparenza fisica, personalità, gesti.
4 L’orientamento sessuale, cioè l’indirizzo prevalente dell’attrazione affettiva/sentimentale e fisico/erotica insieme per persone o di entrambi i sessi (bisessuale), o dello stesso sesso (omosessuale) o del sesso opposto (eterosessuale) L’orientamento sessuale emerge in ogni persona come un insieme di sensazioni e preferenze spontanee e naturali del tutto personalizzato ed unico; esso esiste come condizione, alla stessa stregua dell’impronta digitale, in qualche modo data prima dell’inevitabile percorso di riflessione sul proprio sé, sulla base della propria esperienza affettiva (di chi mi innamoro?) e della scelta conseguente di un determinato comportamento sessuale (con chi faccio l’amore?) in cui si esplicita il proprio desiderio.
In conclusione, omosessualità è da intendersi come una dimensione possibile dell’identità personale orientata affettivamente ed eroticamente verso persone del proprio stesso sesso biologico. L’omosessualità si esplicita nelle umane dinamiche relazionali come l’innamoramento, le fantasie, il desiderio, la costruzione di percorsi di vita in comune con l’amato/a, i litigi, il rapporto sessuale, la cura reciproca, la convivenza, talvolta la separazione e il tradimento, talvolta la gelosia, la procreazione di prole o l’adozione, l’allevamento e l’educazione dei figli e delle figlie.
La consacrazione ai ministeri di persone omosessuali e la benedizione delle convivenze delle coppie omosessuali.
Qualche anno fa la Tavola Valdese ha chiesto al Corpo pastorale valdese e metodista se riteneva potessero esservi degli ostacoli alla consacrazione al ministero pastorale di una persona che si dichiarava pubblicamente omosessuale. Il dibattito fu unanime nel non vedere il problema, mentre segnalò che sarebbe stato opportuno occuparsi della questione della benedizione di unioni omosessuali.
Il nostro gruppo di lavoro condivide quella posizione. Riteniamo che l’orientamento sessuale, in quanto è una delle caratteristiche che costituiscono la particolarità di ogni persona (insieme al genere, al carattere, ai doni e difficoltà particolari etc.), concorra a definire le potenzialità ed i limiti della particolare persona nell’esercizio concreto del ministero che la chiesa le affida, ma non abbia alcuna rilevanza quanto alle condizioni di ammissione a qualunque ministero nella chiesa. Ci auguriamo quindi che non vi sia da proseguire la discussione sull’argomento.
Viceversa, la questione della benedizione delle unioni di fatto, omosessuali ed eterosessuali, ci pare meriti un approfondimento. Il gruppo è convinto che, laddove due persone si ritengano unite in matrimonio o in un progetto di vita comune e chiedano la benedizione di questa unione, le chiese dovrebbero accogliere la richiesta, indipendentemente dalle forme che la coppia ha scelto o ha avuto la possibilità di adottare per certificare pubblicamente il proprio matrimonio o la propria unione. Se l’origine della benedizione è in Dio, le chiese non possono accampare alcun potere su di essa, ma sono semplicemente chiamate al servizio di trasmettere tramite la loro parola umana il sì di Dio a tutta la sua creazione, senza distinzione alcuna.
La benedizione (berakhah) in tutta la Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento, si configura come la promessa di una vicinanza amorevole e solidale di Dio pronunciata in una situazione specifica della vita delle persone. E’ una parola di grazia, alla quale si congiunge da una parte l’impegno della comunità benedicente a pregare per sostenere la/le persone benedette nel loro specifico progetto di vita, dall’altra la confessione di fede delle persone che, chiedendo la benedizione, manifestano il bisogno dell’aiuto di Dio nella loro esistenza e la fiducia nel Signore.
Nelle Chiese protestanti storiche le benedizioni sono pronunciate non solo in occasione dei matrimoni, ma anche di battesimi e presentazioni dei bambini, confermazioni, anniversari, consacrazioni pastorali, diaconali e dei ministeri locali, nella fiducia della disposizione benevolente di Dio di fronte a tutte queste situazioni. Le coppie omosessuali come le coppie eterosessuali desiderano condividere la loro vita con la persona amata, a tutti i livelli, da quello spirituale, a quello materiale, da quello affettivo, a quello erotico-sessuale. Il desiderio di essere riconosciuti come coppia a livello ecclesiale e sociale, oltre a manifestare una volontà di continuità nel progetto di vita, produce l’espansione dell’amore nel mondo, al pari delle coppie eterosessuali. Come afferma Desmond Tutu: «Che un uomo ami una donna o un altro uomo, o che una donna ami un uomo o un’altra donna, a Dio sempre amore appare, e si rallegra ogni volta che riconosciamo di avere bisogno degli altri». L’unica differenza è nel fatto che le coppie omosessuali non richiedono la benedizione per la procreazione.
D’altronde, la maggior parte delle liturgie nuziali protestanti non parlano della procreazione, bensì sottolineano fortemente che la vita di coppia si configura come uno spazio creativo in senso lato. Infine, nelle liturgie nuziali protestanti si dà prova di una grande libertà liturgica e pertanto auspichiamo che nella revisione delle liturgie per matrimoni e benedizioni di matrimonio possano essere inseriti elementi adatti anche per le coppie omosessuali. In conclusione, il nostro gruppo di lavoro ritiene che la richiesta di benedizione delle coppie omosessuali chiama le chiese locali (prima della decisione in Assemblea-Sinodo BMV) a riavviare il dibattito sull’argomento, in vista della maturazione di una posizione consapevole, che, sola, permetterà la piena partecipazione dei membri omosessuali alla vita della comunità.
In vista della sessione congiunta del Sinodo delle chiese Valdesi e Metodiste e dell’assemblea dell’Unione delle Chiese battiste italiane, si affilano le armi sulla discussione del documento redatto dal Gruppo di lavoro sull'omosessualità (GLOm) (composto dai rappresentanti delle tre confessioni) che chiede esplicitamente alle tre chiese di istituire la benedizione delle coppie gay. Anche se il documento è stato approvato con il voto favorevole dei rappresentanti battisti presenti nel Gruppo di lavoro, alcune comunità battiste hanno contestato i le proposte in esso contenute. Più tranquilla invece la situazione tra i valdesi e i metodisti che, durante il sinodo dello scorso agosto non solo non hanno sollevato obiezioni, ma hanno anche approvato un ordine del giorno contro l'omofobia.
Da qualche tempo stanno circolando diversi documenti realizzati da alcune comunità battiste della penisola dove accanto a valutazioni possibiliste e inclusive nei confronti delle coppie omosessuali compaiono posizioni di netta chiusura e di rifiuto di ogni tipo di benedizione delle coppie omosessuali. Quest’ultimo atteggiamento è prevalente in alcune alcune comunità del Lazio e dell'Italia meridionale, si basano su una lettura letterale del testo biblico in alternativa a quella proposta dal gruppo di lavoro sull’omosessualità che viene definita ‘faziosa’. Non va dimenticato il fatto che le comunità battiste, pur essendo unite formalmente nell'Unione delle Chiese Battiste in Italia, si appoggiano su un’ecclesiologia congregazionalista, in cui ogni chiesa locale fa capo innanzi tutto ai membri che la compongono. Questo spiega il diverso atteggiamento che c’è tra le comunità che contestano il documento del GLOm e le comunità che, soprattutto in Toscana e in Italia settentrionale, sono favorevoli alla proposta di benedire le relazioni d’amore omosessuale.
Questa spaccatura è destinata ad influire molto sullo svolgimento della prossima sessione congiunta del Sinodo valdese e dell’assemblea battista, se da un lato ci saranno i delegati vicini alla Rete evangelica fede e omosessualità che si adopereranno per far approvare il documento proposto dal GLOm, dall’altro ci saranno numerosi delegati battisti che minacceranno di non seguire le indicazioni contenute in quel documento. Alcuni ambienti vicini al protestantesimo italiano sostengono che questa situazione di stallo produrrà comunque un nulla di fatto e che alla fine si deciderà di non decidere, lasciando magari alle singole chiese il compito di decidere autonomamente. In ogni caso la discussione che c’è stata intorno al problema dell’accoglienza delle persone omosessuali è da valutare molto positivamente, perché si tratta di una novità assoluta nelle realtà ecclesiali presenti in Italia.
Commento diffuso dal sito www..gionata.org il 17 Settembre 2007
Il documento finale prodotto dal Gruppo di Lavoro sull’Omosessualità ha provocato un vivace dibattito. Tra quanti hanno contestato le aperture del documento in nome della tradizionale condanna delle pratiche omosessuali c’è il pastore battista Italo Benedetti.
Introduzione
Questo intervento prende spunto dalla lettura del documento del GLOm (Gruppo di Lavoro sull’Omosessualità) mandato in discussione alle chiese in preparazione della prossima Assemblea/Sinodo (2007) e vuole essere un ulteriore contributo alla riflessione delle chiese ritenendo quello del GLOm insufficiente da solo. Infatti, a nostro avviso:
1 Il testo del GLOm non si prefigge il dialogo. Nonostante il documento riconosca che le reazioni favorevoli siano venute più dall’esterno della chiesa che dal suo interno, non si instaura un dialogo con le riflessioni che nella chiesa vanno in altra direzione. Anzi, sembra che le ipotesi alternative non siano frutto della riflessione, ma vittime «dell’immaginario collettivo». Leggendo, si riceve l’impressione che il campo della chiesa sia diviso tra chi sostiene le idee riportate nel documento e tutti coloro che hanno «diffidenze moralistiche», secondo uno schema del tipo: «chi non concorda non riflette». Forse, se si fosse fatto uno sforzo di ascolto, ci si sarebbe resi conto che non è così. Un discorso che ha come scopo la libertà e i diritti avrebbe meritato un linguaggio pacifico, attento all’altro e non squalificante il pensiero altrui.
2 Il testo del GLOm è sommario. Già i presupposti con i quali si è accinto al lavoro esegetico non sono chiari: «Non andiamo a cercare nella Scrittura indicazioni etiche precise e risposte a domande che si pongono oggi in termini diversi rispetto al tempo in cui la Scrittura è stata composta» questa frase delegittima l’impresa esegetica stessa e mostra una comprensione dello status della Scrittura nella ricerca etica che la rende inutile. Anche l’affermazione che «Il nostro rapporto con la Scrittura non è di tipo letteralistico» è singolare in un lavoro esegetico, visto che l’esegesi è possibile solo sulla lettera della Bibbia (a meno che, naturalmente, non si vogliano utilizzare gli strumenti esegetici tardo-antichi della tipologia e dell’allegoria). Il breve discorso metodologico è preoccupato che l’esegesi non sia letteralista, ma collochi il discorso biblico nel suo contesto storico, però non si preoccupa che al lavoro esegetico segua anche un lavoro ermeneutico, cioè di appropriazione, del testo. Anzi, pare che ciò venga giudicato inappropriato: «Cercare quel tipo di risposte sarebbe un po’ come usare la Bibbia per trarre degli oracoli». Crediamo invece che al lavoro esegetico che riporta il testo nel suo contesto originale, debba seguire un coraggioso lavoro ermeneutico che ce lo restituisca.
3 Il testo del GLOm parla della questione dell’omosessualità come se ci trovassimo di fronte ad un momento storico decisivo. Invece, a nostro avviso, non siamo di fronte a qualche nuova frontiera di libertà, ma davanti alla richiesta di libertà sessuale di un settore della società. In Italia non esistono discriminazioni verso gli omosessuali e i DICO avrebbero benissimo fatto al caso per tutte le questioni che riguardano alcuni diritti amministrativi. Il peso della questione non la paragona ad alcuna lotta di liberazione che ha fatto la storia della civiltà occidentale. Ciò che bisogna prendere in seria considerazione non è «l’orgoglio omosessuale», che è comunque ingiustificato perché è orgoglio, ma la sofferenza di milioni di persone per il pregiudizio, il moralismo e il perbenismo. Però, questo aspetto ha un carattere più pastorale che teologico e più spirituale che etico. Perciò è su questi piani che la chiesa dovrebbe più seriamente interrogarsi.
Confidiamo che il fine che ci proponiamo non venga confuso con una presa di posizione contro gli omosessuali, né contro l’omosessualità; che non si supponga nasca dall’omofobia, né dalla sottomissione emotiva ad un immaginario collettivo. Si desidera semplicemente presentare una riflessione che ha portato ad un diverso risultato.
Perciò vorremmo fissare alcuni punti esegetici, etici ed ermeneutici che sperabilmente:
1 rendano noto che nelle nostre chiese sono presenti idee diverse con cui dialogare;
2 dimostrino che una riflessione rigorosa può portare a risultati diversi da quelli del GLOm;
3 aiutino le chiese ad una discussione assembleare consapevole.
La questione omosessuale: il dato esegetico
Il tema etico dell’omosessualità, che non è certo uno dei principali della Bibbia, è affrontato in soli sei riferimenti scritturali (Gn 19,1-29; Lv 18,22 e 20,13; 1Cor 6,9-11; 1Tim 1,10; At 15,28-29 e Rom 1,18-32). Il testo di Romani è l’unico che affronta il tema della pratica omosessuale in un contesto teologico (questo, tra l’altro, è l’unico testo biblico che faccia riferimento alle relazioni sessuali lesbiche), per questo ci concentreremo su questo.
Dopo i saluti, i ringraziamenti ed i progetti di visita alla comunità di Roma (1:1-15), Paolo inizia la sua esposizione con l’affermazione programmatica: «Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: Il giusto per fede vivrà» (1,16- 17). Secondo Paolo, l’Evangelo è una manifestazione della potenza di Dio, è Dio in azione. Esso non è un’idea filosofica o una concezione morale in attesa del contributo e dell’approvazione umana, ma è piuttosto lo strumento escatologico con cui Dio attua il proprio disegno nel mondo. L’intento di Paolo è di mostrare ai credenti di Roma il comportamento di Dio verso l’umanità. Egli, nel capitolo 11 (33-36), prorompe in un inno ricolmo dello stupore per la grandiosità del piano di salvezza del mondo messo in atto da Dio di cui ora, come in una visione, improvvisamente vede il filo logico. Il punto focale del comportamento di Dio verso l’umanità sta nell’affermazione che la giustizia di Dio è stata manifestata nell’Evangelo.
L’Evangelo manifesta quindi la giustizia di Dio, ma dove si vede questa giustizia? «Dio lo ha [Gesù Cristo] prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù» (3,25-26). La giustizia di Dio si evidenzia nel sacrificio di Cristo per i peccatori (che appunto è il contenuto dell’Evangelo e la fonte della sua potenza). Quindi l’Evangelo è al tempo stesso una conferma della giustizia di Dio e una «potenza», una energia che opera nel mondo per liberare l’umanità dalla schiavitù dal peccato.
A contrasto, Paolo repentinamente afferma la condanna dell’ingiustizia dell’umanità caduta nel peccato: «L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia» (1,18). L’antitesi giustizia/ingiustizia (dikaiosyne/adikia) salta subito agli occhi e questo contrasto serve a sottolineare che la giustizia di Dio si palesa nella sua ira contro l’ingiustizia umana. Il fatto che Dio odia l’ingiustizia umana è segno e prova della sua giustizia. Quindi non solo l’Evangelo manifesta la giustizia di Dio, ma anche la sua ira contro l’ingiustizia umana. I versetti che seguono (1,19-32) e che contengono l’esempio dell’omosessualità che qui ci interessa qui, documentano l’ingiustizia umana. L’ingiustizia umana consiste, sostanzialmente, nel rifiuto di onorare Dio e di ringraziarlo. Infatti, secondo Paolo, Dio ha chiaramente mostrato la sua potenza e divinità nella creazione, ma l’umanità ha ignorato questa evidenza e si è dedicata all’idolatria (1,20-23). La grandezza del discorso di Paolo sta nell’andare dritto al cuore del problema: tutte le ribellioni umane sono conseguenza di una ribellione originaria della creatura contro il suo Creatore (1,24-32). Gli esseri umani, quindi, non solo e non tanto non conoscono Dio, ma soprattutto e prima di ciò, sono in uno stato di ribellione volontaria contro Dio. Non riconoscendo Dio: «si son dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato» (1,21); l’ignoranza umana attuale di Dio è la conseguenza di una precedente ribellione contro Dio. Qui è espressa la diagnosi paolina della condizione umana (si ricordi il pessimismo antropologico di Lutero). Nel suo sdegno Dio ha abbandonato l’umanità alla sua libertà autodistruttiva; la frase «Dio li ha abbandonati» ricorre nel testo, come un ritornello, tre volte.
La perversione morale umana non è quindi il motivo dell’ira, ma al contrario ne è la conseguenza: «Per questo Dio li ha abbandonati all'impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno» (1,24-25). L’ira di Dio si è manifestata nel lasciare l’umanità preda di se stessa.
Il catalogo delle perversioni (1,24-31) ha quindi due scopi:
1 Il primo è affermare che le perversioni umane sono le manifestazioni, le conseguenze dell’ira di Dio; sono castighi inflitti all’umanità ribelle. Cioè, Paolo non dice che l’ira di Dio si abbatterà contro chi farà quelle cose; ma dice che l’esistenza di tali perversioni nell’umanità è la dimostrazione che l’ira e il giudizio di Dio sono già all’opera nel mondo. La perversione umana è la prova dell’ira di Dio e del suo giudizio.
2 Il secondo è affermare che le perversioni umane dimostrano come l’umanità sia coinvolta, responsabile della «empietà e ingiustizia». L’esempio dell’omosessualità serve a illustrare questo punto.
L’omosessualità (per isolare il nostro tema dagli altri esempi di tipo non sessuale fatti da Paolo nei versetti 29-31) non è quindi una perversione per la quale è prevista l’ira di Dio, ma è una delle evidenze, delle conseguenze dell’abbandono dell’umanità da parte di Dio a causa della sua ira e del suo giudizio. L’attività omosessuale, come ogni altro peccato, non incorrerà nel castigo di Dio nel giorno del giudizio, perché essa è già il suo proprio castigo. L’omosessualità è l’illustrazione più chiara del fatto che l’umanità è pienamente responsabile dell’empietà e dell’ingiustizia in cui vive e che Dio non può tollerare perché egli è giusto.
E’ quindi certamente vero che qui non siamo in presenza di una argomentazione di Paolo contro l’omosessualità, ma solo di un esempio fatto nell’argomentazione su un altro tema; però è innegabile che l’omosessualità è, per Paolo, il più chiaro esempio del fatto che l’umanità si è ribellata a Dio volontariamente e che invece di onorare e ringraziare il Creatore si è lasciata andare ai propri ragionamenti e impulsi senza più rispettare le distinzioni sessuali che sono fondamentali nel disegno creatore di Dio. Siccome secondo Paolo, il peccato si caratterizza come ribellione verso il Creatore, ribellione che è inescusabile perché la perfezione della creazione è sotto gli occhi di tutti, credenti e pagani, l’inosservanza della distinzione sessuale creata da Dio (propria del comportamento omosessuale) rende palese la ribellione umana contro il Creatore (che è l’argomento fondante dell’antropologia paolina). Il comportamento omosessuale è perciò il più limpido esempio del fatto che gli esseri umani rifiutano coscientemente di onorare Dio come Creatore. L’omosessualità è un segno esterno e visibile di una realtà interiore e spirituale, cioè il segno del rifiuto del Creatore.
Che l’omosessualità sia l’esempio paradigmatico della ribellione a Dio è confermato dalle sue due argomentazioni:
1 Paolo usa l’argomento del mutare, sostituire, scambiare (ellaxan/metellaxan) la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (1,23). Questo argomento è usato in parallelo nell’impurità sessuale in genere (1,24-25) e nel rapporto omosessuale in particolare: «Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l'uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento». (1,26-27). C’è un chiaro parallelismo tra la ribellione contro Dio e l’atto omosessuale: entrambi operano uno scambio tra ciò che è naturale e ciò che non lo è.
2 Paolo, per descrivere ciò che è l’umanità lasciata allo sbando dall’ira di Dio ha colpevolmente scambiato, introduce il concetto di natura (physis): «hanno cambiato l'uso naturale in quello che è contro natura» (1,26). Quindi la questione non è che i rapporti omosessuali siano particolarmente o più riprovevoli di altri peccati, o rappresentino il culmine dell’ingiustizia umana, ma è proprio il fatto che il rapporto omosessuale sia para physin, contro natura, che dimostra la ribellione umana contro il Creatore. Il ragionamento dell’apostolo è che l’omosessualità, che è in modo così evidente contro natura, è l’esempio più limpido del fatto che tutto il peccato è contro natura. Contro natura è il peccato, non solo l’omosessualità.
Il discorso di Paolo non permette di derubricare l’omosessualità dall’elenco dei peccati. Il fatto che possa essere considerata «naturale» od innata in alcuni, dimostra solo il fatto che: «la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo» (8:20-23). Il peccato, in seguito alla caduta, è diventato una specie di seconda natura umana; anche la creazione è stata sottoposta da Dio alla vanità e i credenti sono in attesa della redenzione del proprio corpo.
L’accettazione pura e semplice dell’omosessualità da parte di alcuni cristiani parte da una definita teologia della creazione che afferma che ogni cosa che esiste è di per sé naturale (però, come abbiamo visto, questa non è la teologia di Paolo né di Genesi), ma ha il difetto di non avere una coerente, teologia del peccato e della redenzione.
La questione omosessuale: il contesto canonico
A qualcuno potrebbe apparire insufficiente una lettura del testo biblico che tenga conto solo dei testi circoscritti che affrontano direttamente il tema dell’omosessualità, senza porre attenzione alla testimonianza complessiva del Canone biblico. Il Canone ci dà la possibilità di interpretare questi testi in modo diverso? Il contesto del Canone illumina i testi di una luce nuova che possa permetterci una prassi diversa da quella qui suggerita dai singoli testi?
1 Intanto diamo per assodato che i testi biblici che parlano dell’attività omosessuale, seppur pochi, sono tutti concordi nel disapprovarla. Questo è un dato ineludibile e che crea una differenza con il tema della schiavitù a cui l’omosessualità, non si sa perché, viene accomunata. L’opposizione biblica alla schiavitù si fonda non solo sulla testimonianza generale della Bibbia, ma anche su precisi ed inequivocabili versetti.
2 Tutta la Scrittura afferma ripetutamente a partire da Genesi 1 che Dio fece l’uomo e la donna uno per l’altra e dispose che il desiderio sessuale trovasse appagamento nell’unione eterosessuale (senza aprire qui la questione che secondo la Bibbia la sessualità va vissuta nel quadro del matrimonio). Anche la pratica omosessuale va letta in questo quadro generale di riferimento. L’omosessualità non fa parte del disegno di Dio e non è quindi un ambito possibile dove vivere il proprio desiderio sessuale.
3 La Scrittura insegna che a causa del peccato la natura umana è stata distorta dalla tendenza ad autoingannarsi: «Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno» (Ger 17,9). Una delle conseguenze di ciò rilevate da Paolo è che gli uomini non solo compiono le azioni malvagie, «ma anche approvano chi le commette» (1,32). L’umanità, caduta nel peccato, non è in grado di non peccare, essa è schiava del peccato e la salvezza di Cristo consiste proprio in questa redenzione dalla schiavitù del peccato ponendoci sotto la «schiavitù liberante» di Cristo. Il credersi liberi agenti morali è, dal punto di vista biblico, una piacevole illusione frutto della medesima confusione a cui l’ira di Dio ci ha abbandonati. La natura del peccato, secondo l’insegnamento biblico, è tale che esso non è liberamente scelto, ma vi siamo sottoposti in schiavitù. Quindi, se si accetta l’insegnamento biblico, non è sostenibile l’idea che l’orientamento omosessuale è moralmente neutro perché involontario. Altrimenti i peccati sarebbero tutti moralmente neutri, visto che noi vi siamo stati abbandonati dall’ira di Dio. Ma i peccati sono la dimostrazione della condizione umana decaduta dalla quale dovremmo uscire riconoscendoli e chiedendo la redenzione a Gesù Cristo.
4 Secondo la Bibbia la sessualità umana non è un dato della sua identità, né essa intende l’appagamento sessuale come il compimento della vita. Il non praticare la sessualità (etero e omo) è una delle opzioni etiche possibili. L’omosessualità, come il non aver trovato un/a compagno/a eterosessuale, porta con sé l’opzione della rinuncia alla vita sessuale (Matteo 19,12). Questo vale anche cioè per gli eterosessuali.
5 La ribellione e l’ingiustizia umana (che si evidenzia anche nell’omosessualità) rendono necessaria la morte di Gesù: «Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. » (5,8). All’ingiustizia umana corrisponde la giustizia divina che manda Cristo il giusto a morire per gli ingiusti. Come per ogni peccato umano anche quello che si evidenzia nella pratica omosessualità non è l’ultima parola di Dio. Cristo è morto anche per il peccato della pratica omosessuale e per questo anche nessuna condanna umana è ammissibile. Il peccato dell’omosessualità ricade sotto il giudizio e sotto la grazia di Dio.
6 La croce di Cristo segna anche la fine della vecchia vita sotto il dominio del peccato: «Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso? O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita» (6,1-4). Essendo un peccato, l’attività omosessuale, come ogni altro peccato umano, dev’essere abbandonata.
7 Quando la Bibbia condanna la pratica omosessuale non si preoccupa della moralità privata individuale, ma della integrità della comunità (Lv 18,6-23). Il peccato non danneggia tanto il singolo, ma danneggia tutta la comunità. Questo non è vero solo per l’Antico Testamento, ma anche l’esortazione neotestamentaria di Paolo: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta? No di certo! Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei? Poiché, Dio dice, i due diventeranno una sola carne. Ma chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui. Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l'uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6,15-20). Gli atti sessuali immorali (omo e etero) contaminano il corpo di Cristo e: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui» (1 Cor 12,26). Il Nuovo Testamento non considera mai la condotta sessuale una faccenda puramente privata tra adulti consenzienti. La comunità ne è sempre coinvolta.
8 In ultimo, la speranza escatologica. La comunità vive nella tensione del «già e non ancora»: già sperimentiamo la grazia trasformante di Cristo, ma non ancora la pienezza della redenzione. I cristiani, liberati dal dominio del peccato per la morte di Cristo, devono continuare a lottare per vivere fedelmente nel tempo presente. Di conseguenza la disciplina dell’astinenza è l’unica alternativa alla sessualità (omo e etero) disordinata.
Alla fine di questa parte esegetica vorremmo però contestare l’atteggiamento di chi afferma e pensa che questa conclusione negativa derivi da una lettura letteralista della Bibbia, mentre la conclusione contraria a cui sono loro giunti derivi da una lettura storico critica. Ciò, oltre a non essere vero (e speriamo che quanto detto sia sufficiente a dimostrarlo) è spocchioso, poco fraterno e parte da presupposti classisti.
Altre autorità: la scienza
Certamente l’autorità della scienza, per i cristiani ed ancor di più per gli evangelici del Sola Scriptura non può essere messa sullo stesso piano della Bibbia. Ma non possiamo neppure dare a intendere che quello scientifico sia un dato irrilevante. Mi limiterò a commentare il punto fissato dal documento del GLOm che sostiene che l’orientamento sessuale è innato. Non posso, come del resto non fa neanche il documento, discutere con competenza il dato, ma posso sollevare due critiche, una scientifica e una etica.
1 La scienza non ha ancora definitivamente concluso lo studio della questione e non è arrivata ad una conclusione concordata.
2 L’etica cristiana non ha mai sostenuto che ogni qualità innata umana sia buona. Anche l’anoressia ha ragioni profonde e quasi sconosciute, ma non diventa per questo un comportamento alimentare buono.
L’appropriazione ermeneutica dei dati a nostra disposizione
Un argomento serio a favore dell’accoglienza delle coppie omosessuali nella chiesa è dato da chi rileva che esistono delle relazioni omosessuali stabili e fondate sull’amore. Questo dimostrerebbe che su queste coppie non si è avventata l’ira di Dio, ma al contrario manifestano la sua grazia. Paolo si è sbagliato? La sua argomentazione parte da presupposti culturali oggi superati? Può darsi, ma chi pensa così ha però l’onere di dimostrare, Scrittura alla mano, che con la questione omosessuale la chiesa si trova di fronte ad un nuovo compimento del disegno di Dio. Quando la chiesa ha condannato la pratica della schiavitù, non l’ha fatto a partire dall’esperienza umana, ma dal dato biblico che non era univoco (le critiche alla schiavitù nella Bibbia esistono e sono numerose) e da una testimonianza complessiva della Scrittura che andava in tutt’altra direzione rispetto ai versetti che la accettano come naturale. Cioè l’esperienza umana non deve assurgere ad autorità accanto a quella biblica; ma può solo diventare lo stimolo, la «lente ermeneutica» con cui rileggere la Scrittura. Sarà la Scrittura a convincerci, non l’esperienza (se essa deve continuare ad avere lo status normativo che ha avuto fin’ora nel protestantesimo). Per il momento, la lettura che facciamo non ci permette di asserire che la Bibbia ritenga la pratica omosessuale all’interno delle possibilità umane offerte dal Creatore e che quindi si configura come un peccato.
In pratica, come deve comportarsi la Chiesa?
Il principio generale è che la chiesa accoglie i peccatori senza rinunciare alla giustizia di Dio.
1 La chiesa sostiene in piena coscienza i diritti sociali delle persone omosessuali. La chiesa non può legittimamente pensare di riservare un trattamento discriminante agli omosessuali. Pertanto, se lo Stato riconosce dei diritti ai cittadini, questi devono essere estesi a tutti senza discriminazioni.
2 La chiesa non giudica gli omosessuali e non li condanna: “Perciò, o uomo, chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose.” (Rom. 2:1). Infatti, per Paolo tutti, pagani ed Ebrei, sono ugualmente e senza distinzioni condannati dal giusto giudizio di Dio: “Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio.” (Rom. 3:19). Se è vero che non è l’omosessualità ad essere condannata, ma il peccato tout-court, è altresì vero che non è permesso però di scorporare la pratica omosessuale dalla categoria dei peccati.
3 Nella chiesa non c’è uno status particolare dell’omosessuale rispetto agli altri, tutti siamo peccatori, tutti siamo perdonati: “Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio – ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.” (Rom. 3:21-24).
4 La chiesa può accogliere le persone omosessuali, come ha accolto tutti noi, in quanto peccatori; con la speranza che la fede giustifica il peccatore: “mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.” (Rom. 4:5). Se la chiesa vuole adottare una politica di esclusione, essa è moralmente impegnata a farlo nei confronti di tutti i peccatori. Allo stesso modo, la chiesa chiede a tutti i credenti, anche quelli omosessuali, di conformare la loro vita all’Evangelo.
5 La chiesa non può ammettere che i credenti omosessuali continuino la pratica omosessuale, come non può ammettere che i credenti evadano le tasse. Da un lato come la chiesa non controlla le dichiarazioni dei redditi dei suoi membri non deve neppure sottoporre i suoi membri ad inchieste che violino la responsabilità personale; dall’altro la chiesa deve ribadire che la gratificazione sessuale non è né un diritto, né una garanzia di felicità. La richiesta del celibato non deve essere data né ricevuta come una condanna: la comunità di fede non è prima di tutto una comunità di conforto, ma primariamente una comunità di trasformazione e non è mai una comunità di indulgenza, ma sempre di libertà. E’ esattamente questa consapevolezza che rende profonda la spiritualità cristiana. Il perfezionamento personale non può essere identificato con l’appagamento sessuale.
6 La chiesa non può benedire le unioni omosessuali per due motivi: il primo è che la benedizione non appartiene all’uomo, ma a Dio; il secondo è che Dio non dà la sua benedizione al peccato.
7 La chiesa consacra i ministri omosessuali alle stesse regole degli altri: che la loro vita e testimonianza sia limpida.
Testo proposto al dibattito dal pastore Italo Benedetti il 4 Settembre 2007
Al testo di Italo Benedetti risponde la pastora Elisabeth Green che partendo dal teso evangelico mette in evidenza i problemi teologici che crea il testo di Benedetti.
Una contraddizione evidente
Il Comitato Esecutivo dell’UCEBI ha ritenuto opportuno mandare alle chiese una serie di documenti in alternativa al documento GLOm prodotta da diversi pastori. Il testo a firma di Italo Benedetti, «La questione omosessuale» è un’esegesi di Rom 1,18-32. Per Benedetti, l’omosessualità non è solo peccato bensì «l’esempio paradigmatico della ribellione a Dio». A questa posizione teologicamente (o simbolicamente?) intransigente segue una pratica pastorale apparentemente più morbida: l’omosessuale non va condannato/a né giudicato/a in quanto la chiesa stessa è composta di peccatori perdonati. Anzi, la chiesa è tenuta ad accogliere le persone omosessuali, chiedendo loro alla stregua di tutti gli altri cristiani, di «conformare la loro vita all’Evangelo». Poiché, però, la pratica omosessuale è peccato, questo significa astenersi da rapporti sessuali omosessuali. In altre parole, a patto che smettano di essere persone omosessuali! Ma è proprio qui, dopo aver cercato di salvare capre e cavoli che a Benedetti casca l’asino!
Forse non è superfluo dire che il fenomeno della sessualità umana è molto più complesso di ciò che traspare dai nostri ragionamenti sull’etero o sull’omosessualità. Ci sono senz’altro persone che, pur avendo un orientamento di fondo di tipo eterosessuale, praticano rapporti sessuali con persone dello stesso sesso, ma ci sono persone (come ha mostrato lo psichiatra Paolo Rigliano nel suo libro Amori senza scandalo) le cui emozioni, relazioni e comportamenti sono orientati verso persone dello stesso sesso. In altre parole, per queste persone, l’essere omosessuale è fondante della propria identità e investe tutte le sfere del proprio essere. Come diceva un mio amico, se togliete la mia omosessualità semplicemente non sono più io. Senza la sua omosessualità Michelangelo non sarebbe stato il Michelangelo, la sua pittura, la sua scultura sarebbero state diverse!
Da un lato, quindi, si afferma che la persona omosessuale è peccatore come tutti gli altri, ma dall’altro le si vuole attribuire uno status speciale: «L’omosessualità è l’illustrazione più chiara del fatto che l’umanità è pienamente responsabile dell’empietà e dell’ingiustizia in cui vive». Ma se ciò fosse vero non si capisce perché per parlare del peccato al capitolo 5 della lettera ai Romani, (e anche altrove), l’apostolo Paolo prende come esempio paradigmatico proprio Adamo, noto a tutti (e soprattutto agli autori di questi documenti), proprio per la sua eterosessualità! A differenza di ciò che opina Benedetti, a noi donne questo tipo di argomentazione non è affatto nuovo. Per secoli le chiese cristiane hanno ritenuto che le donne fossero «l’illustrazione più chiara» della peccaminosità umana, e sono arrivate non solo a precludere aspetti della vita ecclesiale alle donne per il mero fatto di essere donne, ma ad immaginare che il fine della santificazione della donna fosse diventare maschio! (Le analogie con ciò che auspica la ricerca in campo psicologico da parte della NARTH, un gruppo professionale che si dedica alla comprensione e al cambiamento della condizione omosessuale riportata dal Past. Castellanos nel suo documento sono fin troppo ovvie). Forse è ora di separare l’aspetto simbolico del pensiero di Paolo dalle sue conseguenze pastorali.
Tuttavia mi sembra che ci sia un vizio di fondo nel modo in cui ci si imposta il discorso sulla «questione omosessuale». Personalmente mi crea molto disagio che alcune persone (presumibilmente eterosessuali) definiscano il peccato o meglio «l’esempio paradigmatico di ribellione a Dio» in modo che loro ne siano automaticamente escluse! Nonostante le affermazioni al contrario, è difficile non leggere questo e gli altri testi pervenutici come un tentativo da parte di alcune persone se non di escluderne altre almeno di includerle considerandole, però, inferiori. (Di nuovo noi donne ne sappiamo qualcosa). Continuo a chiedermi se questo è un modo di porsi vis à vis il peccato veramente evangelico.
Nei vangeli mi sembra trovare due approcci principali. Nel primo, Gesù individua la presenza del peccato laddove noi non l’avremmo nemmeno immaginato per poter perdonarlo (in quanto è venuto non a giudicare il mondo ma per salvarlo). Qui l’esempio paradigmatico sarebbe il caso del paralitico: «Ma affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati il dico alzati, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua» (Mc 2,10s.). Nel secondo, invece, è l’essere umano a scoprirsi peccatore alla presenza di Gesù. Così in risposta alla pesca miracolosa Pietro esclama «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore» (Lc 5,8) mentre, com’è noto, alle parole di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» tutti «cominciando dai più vecchi» uscirono uno ad uno (Gv 8, 7ss.). Nel primo caso, Gesù rivela la presenza del peccato, nel secondo, alla presenza di Gesù l’essere umano si scopre peccatore.
E’ vero, c’è anche un terzo approccio: quello di definire il peccato per poterlo individuare negli altri: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, neppure come questo pubblicano» (Lc 18,11). Secondo i vangeli è l’atteggiamento dei farisei con in quali, sappiamo, Gesù non era particolarmente tenero. Non ho assolutamente nessuna intenzione di dare del fariseo ai miei colleghi ma solo di invitarci a riflettere sull’uso che stiamo facendo della categoria peccato. Per essere chiara: la domanda che mi pongo è se io sono autorizzato/a a definire il peccato in modo che il suo «esempio paradigmatico» o la sua «illustrazione più chiara» mi escluda a priori in quanto non sono e non sarò mai donna o omosessuale. Mi chiedo semplicemente se questo sia veramente il modo giusto per proclamare a tutti e tutte l’amore di quel Dio presso il quale «non c’è distinzione» (Rm 3,22) e che si è rivelato in Cristo Gesù.
La chiesa battista di Grosseto si è riunita in assemblea per definire la propria posizione in merito all’ormai annosa questione del tipo di rapporto che una comunità cristiana evangelica debba, possa, voglia instaurare con le persone che vivono la loro dimensione sentimentale con persone del loro stesso genere. A questo appuntamento la comunità è giunta dopo un percorso di riflessione che ha coperto un arco di circa 12 anni: fu infatti nel 1995 che per la prima volta si parlò di questo argomento, durante uno studio biblico, per così dire, «autogestito», nel senso che la comunità era in quel momento priva di una guida pastorale. A quell’epoca l’orientamento prevalente della comunità era volto all’accettazione un po’ forzata dell’esperienza affettiva delle lesbiche e degli omosessuali, in particolare per alcune remore derivanti dalla decisa condanna di atti sessuali tra persone dello stesso genere, presente in alcuni testi sia dell’Antico (Levitico 18, 22) sia del Nuovo Testamento (Romani 1, 18-32).
Successivamente il dibattito è proseguito soprattutto in seno all’Associazione delle chiese evangeliche battiste della Toscana (Acebt), che in due occasioni ha invitato rappresentanti del GLOm (Gruppo di lavoro BMV sull’omosessualità) ad animare incontri regionali sul tema, una prima volta sul tema della diversità, una seconda sulle proposte più specifiche avanzate nel documento finale presentato dal GLOm alle chiese, quest’ultima ospitata proprio nella comunità di Grosseto. Nel frattempo, quando nel 2004 il Gay Pride della Toscana ebbe luogo nella nostra città, la nostra chiesa aderì ufficialmente a tale manifestazione celebrando un culto gestito dalla REFO (Rete evangelica fede omosessualità) la domenica conclusiva della manifestazione, cui parteciparono anche alcuni fratelli gay cattolici. Infine l’autunno scorso è stato dedicato a un esame nel dettaglio del documento del GLOm, con un’ulteriore considerazione, in ambito di studio biblico, di tutti i testi di condanna dell’omosessualità. La pastora Elizabeth Green ci ha guidato a comprendere come il centro dell’Evangelo consista nel messaggio dell’amore sconfinato di Dio per tutte le sue creature, al di là di qualsiasi differenza che le contraddistingue inevitabilmente le une dalle altre; l’imperativo assoluto, pertanto, dell’amore per il prossimo impedisce a chiunque di puntare il proprio indice accusatorio contro chicchessia, essendo stati tutti rinchiusi da Dio «nella disubbidienza per far misericordia a tutti» (Rom 11, 32). Inoltre è stato ribadito che l’omosessualità vissuta come relazione d’amore tra due persone adulte consenzienti è (quasi) del tutto estranea all’orizzonte socioculturale dell’antichità ebraica, greca e romana, un contesto sostanzialmente maschilista, misogino e violento, dove il rapporto sessuale veniva perlopiù imposto da un superiore (padrone) a un subordinato (schiavo), in segno di disprezzo in quanto il subordinato veniva ridotto al livello, considerato di gran lunga inferiore, di donna. Infine, tra le molte argomentazioni, è stata particolarmente apprezzata quella inerente la complessa problematica della definizione dell’identità sessuale, presentata succintamente nel documento GLOm, laddove si chiarisce come vi siano più componenti (naturali/culturali) che si intrecciano in modo personalissimo nella vita di ciascuno o ciascuna, cosicché è davvero assurdo pensare di poter schematicamente applicare il concetto del «contro natura» intendendolo come «non eterosessualità» a chiunque. Infatti, come ha detto Dante Riviello, fratello ottantenne della comunità, nel primo intervento all’assemblea di chiesa, per una persona omosessuale è «contro natura» sentirsi obbligato da una società e/o da una chiesa ad avere relazioni sentimentali con persone di genere diverso dal suo e perciò una chiesa che desidera amare il prossimo dovrà accogliere ognuno senza giudicare il suo orientamento sessuale.
In conclusione, come recita la mozione approvata (con un solo voto contrario) «l’assemblea della chiesa di Grosseto, in risposta alle istanze di fratelli e sorelle omosessuali, sollecitata dal documento GLOm e in vista dell’Assemblea-Sinodo che si terrà a novembre di questo anno, dichiara, dopo ampia discussione, la chiesa evangelica battista di Grosseto una comunità aperta e accogliente di persone in ogni loro diversità inclusa la diversità di orientamento sessuale, senza discriminazione alcuna, compreso l’accesso al pastorato. Facendo ciò cerca di rimanere fedele al vangelo di Gesù Cristo e alla chiamata rivoltale dal Signore».
Claudia Angeletti su Riforma del 16 Aprile 2007
Tra le tante voci che si sono levate in difesa del documento presentato dal GLOm riportiamo quella del pastore battista Martin Ibarra Perez che ha il merito di offrire una visione d’insieme dell’intero dibattito.
Ci sono tre critiche fatte al documento GLOM ingiuste e forse pretestuose. La prima che «è inadeguato perché non si prefigge il dialogo». Qualcuno mi dovrà spiegare invece con chi vuole dialogare chi considera l’omosessualità: «una malattia o perversione» (Castellanos), «un vizio e peccato incompatibile con la condizione di discepolo di Cristo» (Zarazaga), «il più limpido esempio (qui si sfiora l’ossimoro) della ribellione contro Dio, perversione contro natura» (Benedetti ), o la chiesa di Trastevere che decide di non battezzare «gli omosessuali dichiarati se non si pentono di questo peccato». Qui non c’è dialogo, mi sembra, c’è giudizio morale, condanna, sentenza definitiva e senz’appello, gli «omosessuali dunque vanno all’inferno di fuoco», questo è il loro destino eterno per tutti tranne che per Benedetti, (illuminato talvolta?). Mentre chi sostiene le tesi accennate nel documento GLOM, ha rinunciato all’etica e all’insegnamento biblico, niente male come premessa per un dialogo costruttivo. Ma se per Benedetti il peccato dell’omosessualità «porta in sé la sua condanna», allora non c’è nessun’altra ulteriore punizione, per cui sono serviti i conservatori, non ci sarebbe inferno secondo l’interpretazione Benedetti, perché se il peccato che è in se stesso «l’esempio più limpido di ribellione contro Dio» non comporta punizione eterna, come si potrà pretendere che gli altri peccatucci invece comportino un’eternità di sofferenza in un luogo di tormenti. Colui che vuole «fare il teologo» della posizione conservatrice nega il dogma essenziale dei fondamentalisti e dei conservatori cristiani: l’esistenza dell’inferno creato da Dio (quando?) per affollarlo di peccatori sopratutto omosessuali e lussuriosi.
La seconda critica è quella di non avere «chiari presupposti esegetici», anzi di rinunciare ad un fondamento biblico dell’etica (sessuale? e dunque non c’è più etica tra i sostenitori della posizione del documento GLOm), mentre i presupposti esegetici di chi condanna gli omosessuali all’inferno simbolico di Benedetti o «reale» degli altri documenti sono chiari, e evidentemente «fondati» sulla Scrittura e su un’ermeneutica adeguata che s’appropria in modo legittimo dei testi per elaborare una teologia e un’etica coerenti con il testo biblico e con la situazione che vive la chiesa. Davvero è pretendere troppo e il risultato mancato si vede chiaramente in alcune delle risposte che confutano questa pretesa (Green, Gruppo di studio biblico della chiesa di Torino Passalacqua, ecc.). L’interpretazione dei testi biblici presentata da Benedetti ed altri è tutt’altro che biblicamente fondata, non ripeterò quello che altri hanno detto meglio di quanto io possa dire, su Genesi 19, Levitico 18 e 20, e gli altri testi (Tomassone, Lio e Albano). Il problema ermeneutico del testo di Romani si può porre in questi termini: Paolo condanna la condotta degli omosessuali (uomini e donne) e la qualifica come atto impuro o abominabile, e non come peccato perché è assente nel testo la terminologia che Paolo usa per il peccato. I termini adikia e asebeia non sono peccati nella teologia paolina ma lo stato o condizione del peccatore che è in quello stato appunto perché peccatore. Dunque l’omosessualità non è esempio del peccato per Paolo, ma esempio dello stato in cui si trova il peccatore, si veda il commento a Romani di Kasemann, edito dalla casa editrice Eerdsman, Grand Rapids 1980, p. 38, (della stessa opinione Zahn, Schlier, Billerbeck, Leenhardt, Schlatter, insomma gli esegeti che hanno fatto la storia recente dell’esegesi di Romani, mi sia consentito un inciso, perché Benedetti non dice che lavora sul testo dell’etica del Nuovo Testamento di Hays, l’appendice che dedica al commento del testo di Romani?). Altrimenti Dio punirebbe un peccatore, l’omosessuale, obbligandolo a commettere un altro peccato ancora più grave perché «l’omosessualità è il più limpido esempio di ribellione contro Dio». Il teologo Hays qui inciampa ancora nella peggiore delle teologie, quella che è in contraddizione con se stessa. Dio non può punire il peccato portando il peccatore a commettere altri peccati più abominevoli ancora. Immaginate un giudice che condanni un assassinio a commettere invece una strage come punizione per l’assassinio, sarebbe mostruoso, non è possibile, né sul piano logico né sul piano formale. L’unica alternativa che lascia il testo di Paolo è che per lui l’omosessualità non sia un peccato ma lo stato del peccatore che è già di condanna e dunque porta in sé stesso la sua punizione. Quale etica del Nuovo Testamento si può costruire su questi presupposti?
La terza critica al documento GLOm mi sembra mossa invece dalla teologia e dall’etica come esse sono intese, sopratutto sembra da Hays-Benedetti. Si afferma che la questione dell’omosessualità sia irrilevante. Per due ragioni, la prima è perché gli omosessuali in Italia «non sono discriminati», ci troviamo dunque di fronte alla pretesa di libertà sessuale di peccatori che non dobbiamo come chiese nemmeno prendere in considerazione. La seconda ragione sarebbe, perché la vera questione è la sofferenza di milioni di persone (saranno gli omosessuali che vivono fuori dal paradiso Italia, l’unica nazione al mondo dove non ci sono discriminazioni verso gli omosessuali!!!), ma questa non è una questione teologica o etica, ma pastorale e spirituale, e dunque non degna di attenzione da parte del teologo o del moralista. Queste affermazioni da sole smascherano appunto la povertà, la miseria di una teologia o di un’etica che negano l’evidente, cioè che in Italia e nel mondo gli omosessuali sono discriminati, e per le quali la sofferenza di milioni di esseri umani discriminati, incarcerati, assassinati, condannati al rogo, e che nel passato sono stati condannati al lager nazista e all’auto da fé dell’inquisizione, sia irrilevante per la teologia. Nella mia opinione sarebbe irrilevante invece una teologia che non si occupi della sofferenza anche di un solo essere umano, «quello che avete fatto ad uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me». L’identificazione di Gesù con il sofferente, il discriminato, il perseguitato, con la prostituta e i pubblici peccatori, con gli impuri, i poveri e non con i puri che battezzano soltanto puri come loro, è la ragione di essere della teologia cristiana che parte dall’incarnazione del Verbo. Una teologia deve essere incarnata nella sofferenza, nella speranza e nella liberazione dell’oppresso e del bisognoso, altrimenti non è teologia cristiana, è qualcosa altro. Una chiesa che non battezza gli omosessuali non è la chiesa di Cristo, una chiesa che non accoglie tutti gli esseri umani, perché tutti siamo peccatori (sempre), non è la chiesa del Nuovo Testamento. Quando l’eunuco disse a Filippo, «ecco dell’acqua, cosa impedisce che io sia battezzato?», Filippo rispose: «Se tu credi con tutto il tuo cuore è possibile». L’eunuco non poteva formare parte della qehal di Israele perché incompleto secondo la Legge stessa. Filippo dice che l’unica condizione per il battesimo nella chiesa che è corpo di Cristo (corpo martoriato per i peccati di tutti) di chiunque, «è credere con tutto il cuore che Gesù Cristo è il Figlio dell’Uomo». La chiesa di Trastevere aggiunge una clausola anti-omosessuali, ma non potrà battezzare d’ora in più nessuna persona, se vorrà essere coerente con la posizione assunta, perché immagino, il loro rifiuto di battezzare non riguarda gli omosessuali in quanto tali, ma il fatto che siano peccatori non pentiti e che dunque li battezzerebbero se prendessero l’impegno di non peccare più. Coerenza vuole che la stessa condizione venga posta a tutti gli altri peccatori: adulteri, bugiardi, ladri, idolatri, avari, golosi, avidi di ricchezze disoneste, fornicatori (anche quelli che lo faranno soltanto con il pensiero), invidiosi, presuntuosi, ipocriti religiosi, calunniatori dei fratelli (quelli che raccontano delle bugie nei confronti di altri fratelli e sorelle per infangarli), quelli che giudicano gli altri, ecc. Ma come faranno da questo momento in poi ad essere sicuri che non battezzeranno un omosessuale o una persona che comunque peccherà ancora? Quella decisione è una trappola e un vicolo senza uscita, perché la Bibbia dice che «tutti sono peccatori e sono privi della gloria di Dio» (Romani 3,9-19). Tutti, non solo alcuni, gli omosessuali a cui si nega il battesimo se non si pentiranno, dunque non si potrà più battezzare nessuno a meno che si impegnino a non peccare più, il che è impossibile secondo 1 Giovanni 1,8 «se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi». Quelli già battezzati, anche loro peccatori, dovranno riconoscere di avere ricevuto un battesimo su false premesse, cioè, la premessa che non avrebbero peccato mai più. Secondo il vecchio adagio battista un battesimo fatto su false premesse è a sua volta falso, riguardo il soggetto cioè la persona battezzata, o riguardo la forma cioè la totale immersione del corpo nell’acqua.
Non c’è da parte dei documenti contrari al documento GLOm e alle proposte ivi accennate, almeno di quelli che fino ad ora abbiamo letto, un interesse per la questione vera, per il vero problema come dicono loro, che tentano di affrontare, per questo cadono nei giudizi morali e nelle condanne sommarie. Non affrontano la questione dell’omosessualità, cosa essa sia. Loro partono da questa tesi: Dio ha creato l’essere umano uomo e donna e li ha destinati l’un l’altra per la procreazione (e non per la gioia sessuale che è mezzo ma non fine, se non è un diritto per gli omosessuali non può esserlo per nessuno), l’atto sessuale ha dunque la funzione della moltiplicazione della specie, questo è l’ordine naturale dato all’umanità nell’atto stesso della creazione, tutto quello che rompe questo ordine è contro natura e aberrante. Della tesi principale scende la tesi secondaria: Dio ha creato l’essere umano con un’unica condizione di eterosessualità, cioè di naturale e universale desiderio orientato verso le persone dell’altro sesso, chiunque sente un desiderio sessuale verso una persona dello stesso sesso ha pervertito l’ordine naturale voluto da Dio in modo peccaminoso e dunque conscio e volontario, va contro la sua naturale inclinazione creata da Dio. Questa tesi cadrebbe invece, se Dio non avesse creato soltanto due sessi, e se Dio non avesse creato ogni essere umano in modo naturale inclinato a desiderare soltanto le persone dell’altro sesso. Ripeto, l’omosessualità sarebbe peccato e perversione soltanto se questa doppia tesi fosse vera: Dio ha creato soltanto due sessi e un’inclinazione naturale del desiderio diretto universalmente soltanto verso l’altro sesso.
Ma, sono vere queste due tesi? Stanno così le cose? La risposta è semplice, c’è almeno un terzo sesso da un punto di visto fisiologico: l’ermafrodita già descritto addirittura da Platone nel famoso mito della creazione dell’uomo. Ci sono poi almeno altri due sessi, cioè quando non coincide il sesso fisiologico con quello psichico, si ha il corpo di uomo ma la mente di una donna, o viceversa, il caso dei transessuali. Il curatore della voce Cosa dice la scienza? nei documenti in esame si è dimenticato di questa pluralità di sessi descritti oggi dagli scienziati. La scienza non esiste, esistono gli scienziati e anche loro sono divisi fra quelli che hanno posizioni determinate da opinioni laiche, o posizioni determinate da considerazioni morali o teologiche confessionali. Ma nessuno oserà negare che ci sono gli ermafroditi (persone che nascono con caratteristiche sessuali maschili e femminili) e i transessuali, e mi auguro che nessuno osi affermare che l’ermafrodita lo è per sua perversione personale o il transessuale lo sia per una particolare inclinazione peccaminosa: sarebbe aberrante visto che dipende quella condizione da fattore fisiologici e psichici. Dunque la prima affermazione, che Dio abbia creato soltanto due sessi è falsa, traballa, crolla, a meno che si consideri questi ultimi come anomalie della creazione, ma esistono e nessuno può negarlo. In secondo luogo, come si fa ad affermare che non esiste la condizione omosessuale? Cioè che l’omosessualità è la condizione di quelle persone che si sentono attratte in modo naturale, e dunque non peccaminoso perché è la condizione che si trovano, che leggono nel loro corpo e ormoni e non una speciale perversione che nega la natura. Al contrario per loro sarebbe contro natura diventare eterosessuali, perché la loro natura li spinge verso una persona dello stesso sesso. Esiste la persona omosessuale perché esiste la condizione od orientamento sessuale verso lo stesso sesso, e non viceversa. Esso non è frutto di una speciale perversione o ribellione contro Dio, altrimenti tutti i criminali sarebbero omosessuali, visto che è il peccato con cui Dio punisce i peccatori (secondo Benedetti), e tutti gli omosessuali sarebbero criminali e idolatri, il che non mi sembra sostenibile. La persona omosessuale è quella che per definizione «si sente attratto verso le persone dello stesso sesso in modo definitivo o in modo occasionale» (caso dei bisessuali), non si tratta dunque di persone che «nascono eterosessuali» e poi per una speciale forma di perversità decidono di provare lussuria verso le persone dello stesso sesso. Questa è la loro condizione, non è una scelta di eterosessuale deviato, ma di omosessuale o bisessuale che sente l’impulso e non lo provoca , esiste, è lì, gli appartiene, è il suo modo di essere, è lui o lei, se lo nega o lo sublima nega se stesso o se stessa, affonda nel non senso dell’estraneazione di sé, non sarà più lui/lei, sarà per sempre estraneo a se stesso, vivrà para phisis, cioè in modo contrario alla sua natura.
Arriviamo ora al «vero problema» di fondo che serpeggia, e che riguarda la funzione della teologia o dell’etica all’interno della comunità di fede, e dunque allo status della sua fonte, della Scrittura che contiene la parola e la rivelazione di Dio. Le questioni teologiche ed etiche sgorgano dal suolo della vita della comunità che si interroga su se stessa alla luce della Scrittura, interroga il suo messaggio e ciò che riguarda ciascuno dei suoi membri, del mondo in cui è incarnata e al flusso della storia in cui è inserita, per essere rilevante, per avere qualcosa da dire a chi si avvicina alla comunità stessa o all’annuncio del Cristo. La teologia o l’etica non possono astrarsi dal complesso insieme di elementi a cui devono rispondere: il messaggio della parola va dunque attualizzato e incarnato in un contesto, questa è la prima e necessaria appropriazione del testo in un processo ermeneutico vero, non possiamo limitarci a ripetere quello che diceva l’autore del Levitico o Paolo ai Romani, ma dobbiamo dirlo alle persone e al mondo di oggi. La domanda dunque sulla schiavitù come lo stato naturale di alcuni uomini, e sull’atto sessuale con la donna mestruata punito con la morte in Levitico perché aberrante, non solo sono pertinenti, contrariamente a quanto affermato da Benedetti, ma decisivi (come fa notare in modo magistrale Paolo Ricca nel suo intervento su Riforma sul peccato), perché decidono pure sullo status della omosessualità anche essa aberrazione punita con la morte e considerata come stato aberrante contro natura di alcuni peccatori anche per Paolo. L’onere della prova appunto, resta nel campo di Benedetti che ci deve dire: perché alcune aberrazioni condannate dalla Bibbia in passato ora ci fanno sorridere ed altre ancora inorridire? Qualunque sia la risposta, essa non si corrisponde con la natura, cioè quelle aberrazioni non sono date con la creazione, non sono fisse e immutabili, ma bensì sono culturali e mutabili e niente altro, e dunque oggi possiamo legittimamente superare la considerazione paolina dell’omosessualità e considerare comunque un’aberrazione da combattere la prostituzione o la pederastia.
Non si può parlare infine dell’omosessualità come di un concetto con una casistica, come di un’astrazione teoretica, da parte di un teologo è disonesto, perché non esiste l’omosessualità, a meno che non si creda nell’esistenza degli universali eterni, esistono invece «le persone omosessuali», che vivono e sono nella condizione che chiamiamo omosessualità. In realtà quando si giudica e condanna l’omosessualità vengono giudicate e condannate delle persone in carne ed ossa, si alimenta l’omofobia che carica l’arma della discriminazione che provoca sofferenza. Personalmente, non parlo mai di omosessualità, ma penso ai tanti amici e amiche che conosco, amo e rispetto, che vivono la loro condizione di omosessualità nell’amore profondo e tenero verso i loro partner, in modo fedele ed esemplare anche per me, eterosessuale. Penso a queste persone una ad una, non sono un «caso, un problema, una questione», sono persone meravigliose o normali, scintillanti o grigie, amici e amiche alcuni veramente fraterni e sorerne, fratelli e sorelle amati da Gesù Cristo che in nulla si differenziano di me né di nessun altro. L’unica differenza con me consiste nel fatto che desiderano, anziché persone dell’altro sesso, persone dello stesso sesso. E’ arrivato il momento di mettere fine ad una lunga storia di ipocrisie e nascondimenti, di discriminazione e sofferenze inflitta ad una parte della chiesa. Se non siamo capaci di parlare e di trattare a questi fratelli e sorelle come quello che sono: fratelli e sorelle considerandoli diversi o peccatori, quale credibilità ha la nostra teologia, etica, spiritualità o prassi pastorale quando parliamo a chiunque altro sia oggetto di discriminazione? Per me risulta ormai evidente che per anni le nostre chiese si sono rese colpevoli del peccato di meschina ambiguità nei confronti dei fratelli e delle sorelle omosessuali. Solo a loro si fa pagare il prezzo dell’incoerenza della nostra vita di fronte a Dio. Anche Benedetti e Zarazaga dicono che siamo tutti peccatori, ma poi, immediatamente, gli omosessuali sono giudicati come più peccatori degli altri. Altri abbiamo peccato di incoerenza verso di loro perché avendo superato questo pregiudizio non abbiamo portato fino in fondo la conclusione evidente: eliminare nella chiesa ogni discriminazione e ostacolo che possa ostacolare o impedire la felicità, la crescita e l’accoglienza piena (e non finta) dei fratelli e delle sorelle di condizione omosessuale. L’incoerenza della chiesa è specchio dell’incoerenza della società italiana (quella che non discrimina gli omosessuali?) per la quale non esiste il peccato, ma poi rifiuta qualunque forma di riconoscimento pubblico o di possibilità del matrimonio fra persone omosessuali, faremo noi la stessa cosa, cadremo nella stessa incoerenza ed ipocrisia della chiesa cattolica e dello vaticanitaliano? La statistica dice che le separazioni e i divorzi fra eterosessuali raggiunge ogni anno il cinquanta per cento dei matrimoni celebrati, questo è un dato, ma si rimprovera agli omosessuali di avere legami tenui e dunque indegni di essere sanciti da una celebrazione matrimoniale. Secondo le indagini statistiche due su tre italiani eterosessuali tradisce il proprio partner, ma neghiamo la legittimità dell’amore omosessuale perché si dice che tendono ad essere poco fedeli. Il problema è l’ipocrisia per cui la società e le chiese fanno pagare il prezzo di questa incoerenza soltanto agli omosessuali: è ormai normale celebrare le seconde nozze, nessuno esige il celibato ai fidanzati eterosessuali, ma si pretende che le persone omosessuali non creino difficoltà alla chiesa chiedendo una benedizione della loro unione, oppure si chiede loro il celibato perché non provochino scandalo nei benpensanti. Da alcuni di questi documenti traspare insicurezza, paura della condizione delle persone omosessuali, come se le chiese, trattandoli come si devono trattare tutte le persone, anche i peccatori, cioè accogliendoli perché siano una parte della chiesa di Gesù Cristo, aprissero le porte dell’Averno. Questo nasce dall’illusione che, condannando gli omosessuali, si abbia una sola certezza, che noi siamo a posto perché almeno non siamo omosessuali, cioè la trasformazione dell’omosessuale nel peccatore (come acutamente indica Green), mi scagiona automaticamente, mi fa dire come al fariseo «grazie Signore che non mi hai fatto come quel pubblicano». Se non battezzo l’omosessuale, automaticamente, io, essendo battezzato sono a posto. Certamente questa certezza è una falsa illusione di stare a posto, ma appunto condannare gli omosessuali serve a nasconderci questa realtà della nostra profonda inadeguatezza, nessuno è a posto, e chi giudica il fratello si rende colpevole del giudizio che emette. Benedetti ed altri trasformano i loro fratelli e sorelle omosessuali in un simbolo della loro insicurezza: visto che condanniamo l’omosessuale crediamo ancora in qualcosa, mentre quelli che non considerano l’omosessuale un peccatore hanno perso ogni riferimento etico e biblico, non credono più a nulla. Insomma, i critici del GLOm e delle sue proposte fino ad ora non hanno fatto né teologia né ermeneutica, non hanno fatto etica, pastorale o spiritualità, hanno elaborato ideologia e cultura, purtroppo omofobica, come una parte della teologia cristiana ha fatto per secoli e secoli e continuerà a fare finché non scoprirà a se stessa la vera radice di questa paura verso l’omosessuale.
Rimettere quello che conta al centro del dibattito
Un dibattito di questo tipo dovrebbe versare su una sola questione: la nostra teologia e la nostra morale si devono trasformare in una pastorale di liberazione, sostegno e aiuto a tutti, perché tutti possano vivere la propria condizione e scelta di vita in modo creativo e soddisfacente nella chiesa del Dio vivente che ci ha creati tutti così come siamo: l’eterosessuale e l’omosessuale, l’uomo e la donna. Invece, siamo qui a discutere di dichiarazioni, pronunciamenti, giudizi di teologi che non fanno i teologi, ma che fanno i prefetti dell’ordine morale o i guardiani dell’ortodossia, e che comminano, a volte con delle minacce (non battezzare gli omosessuali), quali siano le uniche e autorevoli interpretazioni della verità rivelata e della morale. Questo scollamento tra la realtà della vita delle persone, e le questioni che le chiese possono o non possono discutere e dibattere in libertà, cioè cosa si può discutere e cosa è oggetto di dictat infallibili e inappellabili, pone un serio limite alla teologia. Noi protestanti ci eravamo sbarazzati, mi sembrava ricordare, quasi cinque secoli fa di questo «metodo teologico» alla Ratzinger, alla fin fine ciò che per questi fratelli costituisce la teologia e la morale, non è che un modo fra altri di interpretare la pluralità di metodi teologici, che però condanna tutti gli altri e salva soltanto il loro metodo. Il teologo protestante sa di essere invece a due passi della realtà su cui riflette, ad una certa distanza di Dio; sa che quello che dice è un’opinione, una possibilità e non pensa di salvarsi né di salvare nessuno con le sue idee sulle dottrine teologiche od etiche; pensa di essere salvato per grazia e non perché ossequia con il silenzio o l’assenso un magistero infallibile vicariale o di carta stampata. Per noi non dovrebbe esistere un problema della benedizione delle coppie di omosessuali perché Dio benedice tutti, altrimenti il pastore o la pastora dovrebbe dire alla fine del culto, prima di invocare la benedizione, che i peccatori devono uscire dal tempio perché secondo il pastore Benedetti Dio non può benedire il peccato. O non si doveva negare ieri l’ordinazione di pastori di genere femminile ed ora di quelli di condizione omosessuale. Esiste invece una possibilità, che molti accettano ed altri rifiutano, perché sono aperti o chiusi alle possibilità accennate, progressisti o conservatori. Chi scaglia delle accuse di peccatori sulle scelte delle persone, crede invece che non ci sia una distanza fra Dio e lui (purtroppo deve essere sempre un lui), che è accanto a Dio o che Dio è dietro di lui, come componente obbligata delle sue affermazioni, che non sono opinioni ma interpretazione infallibile.
Detto questo possiamo chiedere finalmente quale sia il compito del teologo e della teologa? Nel Nuovo Testamento troviamo una pluralità di voci e di teologie. Perché in due contesti originari, quello ebraico e quello greco-romano a loro volta plurali, si è proclamata la stessa verità: la vita e la morte, la risurrezione e l’insegnamento di Gesù di Nazareth, attualizzando e contestualizzando il messaggio a seconda di chi ascoltava: il galata insensato o il pio ebreo e, secondo il contesto (l’ebraismo, l’ellenismo), religioso, culturale in cui il messaggio del Cristo era proclamato. Questa ricchezza di inculturazione e adattamento si perde, curiosamente, quando il cristianesimo trionfa e diventa chiesa di stato e fede obbligatoria per i cittadini. Allora si irrigidisce, trasforma la fede e la prassi in dogma che avrà la forza della legge dello stato. Questa tendenza è tuttora presente e attiva in seno alla cultura cattolica, che tende a trasformare, quando le riesce, le sue credenze morali in legge dello Stato che poi obbliga tutti, anche i non cattolici, come si vede costantemente in Italia quando si discutono leggi che incidono sulla così detta morale cattolica.
Il teologo, la teologa ha come mestiere quello di inculturare e adattare il messaggio al suo tempo e alla sua cultura. Deve compiere questo suo dovere culturale e religioso verso il suo popolo e verso Dio fino in fondo. Certamente, nel contesto arcaico originario, patriarcale, tutto quello che fosse un pericolo per il patriarcato stesso era vietato e sancito religiosamente come peccato o come abominazione, cioè qualcosa che rende impuro e lascia un’impronta in chi si macchia di tale peccato. Riproporre oggi gli stessi concetti arcaici di impurità significa riportare la religiosità e la morale fuori dal contesto attuale, come se non fosse mutato nulla, occorre fare un salto logico che, in molti casi si accetta perché si riconosce l’autorità dell’infallibile interprete, caso cattolico, o di una certa lettura della Bibbia, caso dei documenti contrari al documento GLOm. Basta urlare «il re è nudo», cioè, non accettare quell’autorità per rendersi conto dell’errore di fondo: il sistema teologico fondato sulle curie e prefetture o su letture letterali di un testo sono una curiosa e notevole perduranza di un equivoco fondamentale. L’equivoco è che si possano fare le stesse affermazioni morali che si facevano duemila anni fa nelle società semitiche (e grecoromane), senza chiedersi se quelle affermazioni abbiano ancora un senso, alla luce delle nostre conoscenze e allo stato della nostra cultura. Se il teologo non può fare questo esame e deve semplicemente ripetere le proibizioni e i tabù del Levitico o di Romani, quale sarebbe la sua funzione all’interno della comunità? Non ha nessun senso oggi affermare che fare l’amore con una donna mestruata sia un’abominazione, come non ha più forse senso affermare che l’omosessualità sia un abominio, che il sesso praticato fuori dal matrimonio sia un peccato contro la morale, o che ordinare pastore una donna od un omosessuale sia contro la legge voluta da Dio o da Cristo stesso anche perché poi, come si fa a sapere cosa voleva o non voleva il Gesù storico? Alla prova dei fatti ci sono 20 tabù sessuali nel Levitico, oggi 16 su venti sono caduti, mentre sono sorti di altri tabù, prova del loro legame alla cultura del tempo e non alla natura immutabile. L’ottanta per cento degli antichi tabù oggi ci fa sorridere, non è legittimo esaminare la sostenibilità teologica o l’opportunità dell’altro 20 per cento? E comunque, può il giudizio su una persona dipendere da ciò che fa di notte, per una mezz’ora, nel proprio letto? O non considereremmo più importante giudicare una persona per la sua educazione, la sua gentilezza, la sua generosità, le sue competenze lavorative, la sua umanità? Come se l’omosessuale non fosse altro che la sua vita sessuale: nessuno giudicherebbe un eterosessuale in base a questa sua condizione, è troppo chiedere che si faccia lo stesso con tutte le altre persone?
Compito infine della teologia è indicare quale sia oggi quella frontiera nel campo che ci occupa, ovvero l’etica (che quando si riferisce a queste tematiche è piuttosto la teologia applicata alla vita delle persone concrete di carne, ossa, sentimenti e affetti), tra quello che anche per noi sarà ancora abominio e quello che oggi non può esserlo in nessun modo. La frontiera sarebbe questa, secondo la mia opinione: il teologo deve essere conscio della «distanza di sicurezza» posta tra Dio e noi, fra la nostra morale e la morale naturale, fra la rivelazione e la nostra comprensione della rivelazione divina. Quella frontiera può essere portata avanti o indietro a seconda delle proprie posizioni culturali o teologiche, ma per favore niente anatemi contro nessuno, non c’è da questa parte tutta la verità e dall’altra tutto è ipocrisia e inganno, ma mobilità delle frontiere. Questi due passi indietro del teologo ci aiutano ad evitare due tentazioni. La prima è quella di pensare che quando parliamo noi sia Dio a parlare, il delirio del fondamentalista o dell’integralista, così pericoloso storicamente e nel presente, leggendo alcuni fatti di cronaca quotidiana dell’orrore della violenza contro gli omosessuali in Italia e nel mondo (il suicidio di un ragazzo omosessuale a Torino perché perseguitato da bullismo, l’impiccagione di una donna omosessuale in Iran). La seconda è credere che siamo installati nel perenne miracolo del mistico illuminato, cioè pensare che quello che diciamo è scevro e libero da errori, perché Dio è obbligato a preservarci dall’errore. Fra la mistica della sacra ispirazione e la condanna fondamentalista di tutto ciò che non si adatta alla morale patriarcale arcaica non si lascia scampo all’individuo, né si lascia spazio alle scelte di vita in libertà del singolo. Le chiese devono rifiutare questa logica perversa. Non rimane spazio alla teologia, tutto si riduce a dictat, dichiarazioni, condanne e le chiese possono discutere liberamente soltanto su questioni periferiche, indolori, senza spessore né conseguenze per la vita né la realtà di nessuno.
C’è teologia, invece, quando si rispetta questa distanza e si dà spazio alla persona, alla sua vita, alle sue scelte, alla sua ricerca, perché no, di felicità e soddisfazione nelle relazioni umane (in tutte le relazioni umane possibili, complesse, meravigliose e devastanti). In fondo le persone non andavano da Gesù per avere precetti morali sulla loro condotta, ma perché in lui trovavano la potenza e l’autorità della parola che dava libertà e salvezza. Forse è chiedere troppo se chiediamo ai nostri fratelli che si atteggiano a prefetti della morale, o a guardiani delle frontiere dell’ortodossia, di fare due passi indietro per incontrare tutti noi, il resto degli umani, a quella distanza necessaria da Dio per riconoscerci insieme fratelli e sorelle anche se la pensiamo in modo diverso? Uomini e donne, niente altro, alle prese con la nostra condizione che cerchiamo di vivere, ciascuno nello stato o condizione in cui ci troviamo dopo la chiamata del Signore a seguirlo, e senza impedire a nessuno il raggiungimento della pienezza della sua esistenza personale unica meravigliosa e complessa della ricchezza con cui Dio ha dotato ciascuno e ciascuna di noi.
Martin Ibarra Perez, pastore battista, Milano, 11 Settembre 2007
Presentando la dichiarazione la moderatora della Tavola valdese, Maria Bonafede, ha dichiarato di essere contenta che il Sinodo abbia approvato quello che lei ritiene «un atto dovuto» nella testimonianza cristiana e ha esortato le chiese a sostenere concretamente, il prossimo anno, le veglie ecumeniche contro l’omofobia organizzate dai gruppi di credenti omosessuali che il 28 giugno di quest’anno hanno visto, in quattordici città italiane, un’ampia partecipazione di cristiani di varie confessioni.
Il sinodo della Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi)
Considerate:
1 la condizione di discriminazione sociale e legislativa in cui versano molte persone omosessuali nel nostro paese che, limitando oggettivamente il loro diritto ad avere una affettività serena e responsabile, le rende oggetto di violenza fisica e psicologica;
2 la situazione, lesiva per i fondamentali diritti umani, a cui sono sottoposti milioni di omosessuali nel resto del mondo là dove le persone omosessuali sono esposte a persecuzioni nell’indifferenza quasi assoluta dei governi occidentali, disinteressati anche alla problematica della concessione del diritto d’asilo a coloro che sono soggetti, nel proprio paese d’origine, a minacce, pene corporali e sovente anche a pena capitale per il loro diverso orientamento affettivo;
Esprime:
1 la propria solidarietà alle persone omosessuali oggetto di discriminazioni e persecuzioni;
2 la propria preoccupazione per il repentino aumento degli episodi di omofobia sociale e fisica in Italia;
3 la propria condanna ferma ed assoluta verso le persecuzioni e le condanne capitali emesse in molti paesi nei confronti di persone omosessuali;
Invita:
1 in vista dell’Assemblea-Sinodo BMV di Novembre 2007, le chiese ad appoggiare organizzazioni, gruppi e iniziative tese a sensibilizzare l’opinione contro il pericolo strisciante dell’omofobia e coloro che si impegnano per salvare dal boia migliaia di persone condannate ingiustamente a causa del loro diverso orientamento affettivo;
2 le chiese a sostenere le veglie ecumeniche di preghiera contro l’omofobia che, nell’ultimo anno, si sono susseguite in varie città d’Italia, specialmente il 28 giugno (giornata internazionale di festa del movimento di liberazione omosessuale) con l’appoggio trainante di alcune nostre comunità locali.
Torre Pellice 29 Giugno 2007
La Chiesa valdese «esprime la propria solidarietà alle persone omosessuali oggetto di discriminazioni e persecuzioni; la propria preoccupazione per il repentino aumento degli episodi di omofobia sociale e fisica in Italia; la propria condanna ferma e assoluta verso le persecuzioni e le condanne capitali emesse in molti paesi nei confronti di persone omosessuali». Per questo motivo il Sinodo «invita le Chiese a sostenere le veglie ecumeniche di preghiera contro l'omofobia che, nell'ultimo anno, si sono susseguite in varie città d'Italia, specialmente il 28 giugno (giornata internazionale di festa del movimento di liberazione omosessuale) con l'appoggio trainante di alcune nostre comunità locali».
Salta all'occhio la distanza fra queste parole - contenute in un ordine del giorno proposto dalla REFO (Rete evangelica Fede e omosessualità) e approvato dal Sinodo valdese e metodista lo scorso 31 agosto - e quelle dei documenti e delle dichiarazioni della gerarchia cattolica in materia di omosessualità: a farlo notare sono in primo luogo i rappresentanti delle associazioni omosessuali. «Arcigay ringrazia la REFO per aver promosso l'ordine del giorno e tutta la Chiesa valdese italiana per il suo pluriennale impegno a fianco delle persone omosessuali, che è per noi fonte di conforto e di fattiva vicinanza», ha dichiarato Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay. «Non si può non notare - ha aggiunto Mancuso - quale distanza abissale vi sia tra le parole pronunciate dal Sinodo valdese e il silenzio (quando va bene) o gli insulti provenienti dalla Chiesa cattolica italiana nei confronti delle persone LGBT».
Secondo Gianni Geraci, presidente del gruppo di cristiani omosessuali Il Guado, «ancora una volta la Chiesa evangelica valdese dimostra alle Chiese che sono in Italia che la solidarietà nei confronti delle persone omosessuali è un aspetto del cristianesimo del nostro tempo». Geraci cita la prima lettera di Giovanni: «Se uno dicesse: 'Io amo Dio', e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21): «I vertici della Chiesa evangelica valdese in Italia - spiega - hanno saputo testimoniare, nella concretezza di un gesto, questo messaggio che ci arriva dal Nuovo Testamento. I vertici della Chiesa cattolica italiana, questo semplice gesto, non sono ancora riusciti a farlo». «Alla luce di questa differenza - conclude Geraci - mi chiedo: 'In quale, tra queste Chiese, si è manifestata, per le persone omosessuali che chiedono di essere accolte, l'unica Chiesa di Cristo?'».
Apprezzamento per il segnale lanciato dal Sinodo valdese è venuto anche dall'AGEDO, Associazione genitori, parenti e amici di omosessuali: «La nostra associazione ringrazia ancora una volta la Chiesa valdese che continua a dare un esempio di chiarezza e coraggio nell'affrontare il tema dell'omosessualità». «Come genitore - ha dichiarato Mila Bianchi dell'AGEDO - esprimo il mio personale apprezzamento per come si esprime da parte vostra la solidarietà, non solo con l'uso di una corretta terminologia e collocazione affettiva ma anche con il vostro impegno a promuovere iniziative che aiutino nella comprensione»: «Per questo troverete sempre la nostra disponibilità come associazione di genitori che da anni lottano per il riconoscimento dei diritti dei propri figli/e, ricordando al mondo che un buon genitore è quello che ama e sostiene, attraverso l'impegno educativo e morale, i propri figli al di là del proprio orientamento sessuale, della propria identità di genere».
Al termine del percorso documentato dai documenti che vi abbiamo proposto Valdesi, Metodisti e Battisti italiani hanno deciso di approvare un documento che, pur non arrivando a raccomandare alle singole comunità la benedizione delle coppie omosessuali, rappresenta comunque un importante passo avanti sulla strada della piena accettazione delle persone omosessuali. Di seguito vi presentiamo il testo del documento, accompagnato da un breve articolo introduttivo.
Si è tenuta a Ciampino (Roma), dal 2 al 4 novembre 2007, la quarta sessione congiunta delle massime assemblee deliberative delle chiese battiste, metodiste e valdesi, note con la sigla BMV. Per 3 giorni, 250 persone, riunite all'insegna dell'esortazione «Insieme perché, insieme per chi» hanno discusso, oltre che di ecumenismo, di giustizia, di violenza sulle donne e di immigrazione, anche di omosessualità dopo un il complesso dibattito che ha coinvolto numerose chiese locali, in particolare quelle battiste.
Su questo tema Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, aveva ricordato che «oggi vengono nelle nostre chiese molti fratelli e sorelle omosessuali che desiderano condividere la fede e la testimonianza evangelica in Italia: il fatto che persone che faticano ad essere accolte socialmente lo possano essere nella comunione della chiesa cristiana, è una realtà che dà spessore alla nostra fede. Sono certa che il l'Assemblea BMV saprà affrontare con fede e con rispetto questo tema che riguarda l'accoglienza della chiesa».
Ci si è confrontati in particolare sul tipo di accoglienza da dare alle persone omosessuali valutando anche l’opzione, presentata dal Gruppo di Lavoro che era stato nominato per studiare il problema, di benedire le coppie omosessuali. Su questa specifica ipotesi che era stata aspramente dibattuta si è deciso di non decidere in maniera di salvaguardare l’unità tra le chiese dopo che, all’interno della chiesa battista era emersa una profonda divisione che rischiava di riproporre anche in Italia la rottura che si è già consumata a livello internazionale.
In questo difficile frangente i delegati della 4ª sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) e del Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste hanno voluto comunque approvare un documento in cui hanno ricordato «il peccato della discriminazione delle persone omosessuali e delle sofferenze imposte loro dalla mancanza di solidarietà» e hanno condanato le violenze verbali, fisiche e psicologiche inflitte agli omosessuali, invitando le chiese «ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discriminazione»
Nostra rielaborazione dell’articolo pubblicato da Notizie Evangeliche il 4 Novembre 2007
La quarta sessione congiunta dell'Assemblea generale dell'UCEBI e del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi:
1 crede in un Dio d'amore che per primo ci ha accolti chiamandoci ad una vocazione all'accoglienza nello spirito del passo di Romani che dice: "Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio" (15:7);
2 crede che l'essere umano sia fondamentalmente un essere in relazione con Dio e con il suo prossimo, e che la relazione umana d'amore, vissuta in piena reciprocità e libertà, sia sostenuta dalla promessa di Dio;
3 esprime apprezzamento per il fatto che molte chiese locali, associazioni regionali battiste e circuiti delle chiese valdesi e metodiste abbiano affrontato, sulla base del documento prodotto dal Gruppo di lavoro sull'omosessualità, in incontri anche congiunti, il tema dell'omosessualità, serenamente, senza preclusioni e pregiudizi;
4 mentre confessa il peccato della discriminazione delle persone omosessuali e delle sofferenze imposte loro dalla mancanza di solidarietà, condanna ogni violenza verbale, fisica e psicologica, ogni persecuzione nei confronti di persone omosessuali;
5 invita tutte le credenti e tutti i credenti a sostenere quelle iniziative tese a costruire una cultura del rispetto, dell'ascolto e del dialogo;
6 invita le chiese ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discriminazione;
7 invita le chiese, nell'ottica di uno Stato laico, a sostenere e promuovere concretamente progetti e iniziative tesi a riconoscere i diritti civili delle persone e delle coppie discriminate sulla base dell'orientamento sessuale;
8 auspica che il confronto e la riflessione, informati ad una lettura approfondita ed esegeticamente attenta della Scrittura, proseguano ancora nel futuro, partendo dal riconoscerci sorelle e fratelli nella comune fede in Gesù Cristo.
Roma, 4 Novembre 2007
Vi riportiamo di seguito il documento approvato dal Consiglio Federale dell’Assemblea delle Chiese Evangeliche Italiane (un altro pezzo del protestantesimo italiano), approvato dopo la dichiarazione congiunta di Valdesi, Metodisti e Battisti italiani. Si tratta di un esempio di come comunque ci siano anche nel mondo protestante, forti resistenze alla piena inclusione degli omosessuali.
1 Condividiamo totalmente i punti 4 e 5 quali necessarie condizioni (la condanna della violenza e della persecuzione) e finalità (le iniziative che promuovono la cultura del rispetto) su cui tutti gli evangelici devono e possono impegnarsi in modo congiunto. Ciò non vuol dire soccombere alla cultura del politicamente corretto che impedisce il libero (ancorché rispettoso) scambio di idee e bolla come omofobe tutte le visioni (compresa quella biblica) che non si adeguano al relativismo etico.
2 Rileviamo che, nonostante vi siano state prese di posizione da parte di altri organismi rappresentativi dell’evangelismo italiano sull’omosessualità (ad esempio il documento Omosessualità: un approccio evangelico dell’Alleanza Evangelica Italiana del 2003), questi testi sono stati ignorati nel documento preparatorio del GLOM e nella discussione che ha preceduto l’Assemblea/Sinodo. Il dialogo tra componenti diverse dell’evangelismo italiano dovrebbe passare dalla conoscenza documentata delle posizioni altrui. Esprimiamo pertanto rammarico per questa ulteriore occasione mancata di confronto.
3 Notiamo nei punti 1 e 2 alcuni vuoti nella presentazione della prospettiva biblica sull’essere umano. E’ giusto il richiamo alla relazione come tratto fondamentale dell’antropologia biblica, ma manca il riferimento alla complementarietà dei generi maschile e femminile quale cornice della relazione d’amore che include la sfera sessuale. Dio ha creato l’essere umano «maschio e femmina» (Genesi 1,27) ed è questa relazione matrimoniale di coppia («una stessa carne» dice Genesi 2,24) che riceve la promessa di benedizione di Dio (Genesi 1,28). E’ vero che il peccato ha infranto la complementarietà facendola diventare un luogo di conflitto tra uomo e donna (Genesi 3,16) e che la mascolinità e la femminilità sono soggetti a gravi distorsioni. Ma è altresì vero che, grazie all’opera di Gesù Cristo e nella potenza dello Spirito Santo, la complementarietà è ristabilita nell’ordine della redenzione (Matteo 19,4-5; Efesini 5,22-31; Colossesi 3,18-19; Ebrei 13,4). Nel contempo, sempre nell’ordine della redenzione, sono considerati peccato tutte le relazioni sessuali (sia eterosessuali, sia omosessuali) che fuoriescono dal patto matrimoniale. Quindi affermare che una generica «relazione d’amore», ancorché reciproca e libera, sia sostenuta dalla promessa di Dio è monca rispetto all’insegnamento biblico se omette di indicare quale sia la cornice biblica della relazione d’amore benedetta dal Signore e le distorsioni dell’adulterio e della fornicazione da cui la Parola di Dio mette in guardia.
4 Consideriamo bello il richiamo dei punti 1, 2 e 6 all’accoglienza reciproca basata sull’accoglienza di Dio. Anche qui, tuttavia, manca il riferimento all’appello alla «conversione» dalle varie forme d’idolatria a cui tutti gli esseri umani sono asserviti nel peccato alla libertà dei figli di Dio. Chi viene accolto da Dio intraprende un cammino di cambiamento e non rimane quello che è. Ciò vale per tutti, in quanto non esiste una persona che sia sessualmente normale. Tutti coloro che s’incamminano nella via del discepolato cristiano sono chiamati a ricostruire la propria identità di genere e di relazione sulla base del disegno biblico della complementarietà.
5 Riteniamo che l’invito a riconoscere i diritti civili delle coppie da parte dello stato (punto 7) debba avere come criterio la non equiparazione tra il matrimonio e altre forme di convivenza e che i diritti debbano semmai essere riconosciuti alle libere scelte di individui nell’ambito di contratti privatistici.
6 Accogliamo con interesse l’invito a proseguire il confronto e la riflessione sul tema dell’omosessualità (punto 8) e condividiamo la base di partenza della discussione («Una lettura approfondita ed esegeticamente attenta della Scrittura»). Ci permettiamo di aggiungere che l’ascolto ubbidiente ed intellingente della Parola deve praticare i principi evangelici del tota Scriptura (non selezionando i testi, ma accogliendoli tutti) e del Scriptura sui ipsius interpres (non leggendoli in modo avulso, ma nell’ambito di tutto il consiglio di Dio).
Roma, 10 Dicembre 2007
Il Consiglio Esecutivo Federale dell’Assemblea delle Chiese Evangeliche Italiane