991007_Martini_Sinodo_Europa.jpgI sogni del Cardinal Martini

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Era il pomeriggio del 7 Ottobre 1999. Al Sinodo dei vescovi per l’Europa prende la parola il Cardinal Martini e con un breve discorso dà voce alla speranza di tutti noi. Si è trattato del primo di una serie di interventi che si sono intensificati in questi ultimi mesi e che fanno emergere il desiderio di una Chiesa capace finalmente di parlare al cuore di uomini come noi.

Sommario

Io ho un sogno! 1

L’intervento del cardinal Martini al Sinodo del 1999. 1

Un sogno chiamato Concilio. Un articolo di Giancarlo Zizola. 2

Lasciateci sognare! Un commento di Giovanni Colombo. 5

Il sogno dieci anni dopo. Il libro: «Conversazioni notturne da Gerusalemme». 6

Un tempo avevo sogni. Adesso ho deciso di pregare per la Chiesa. 6

Conversazioni notturne da Gerusalemme. Una breve antologia. 7

Le provocazioni del cardinale Martini. Un commento di Luigi Accattoli 12

I sogni delusi del cardinal Martini: «Non mi resta che pregare per la conversione della Chiesa». 16

Conversando ancora: dopo Gerusalemme, Milano. 16

Divorziati risposati, contraccezione, celibato del clero: forse è il momento di cambiare atteggiamento. 17

Le reazioni all’ultimo sogno del Cardinal Martini 18

Io ho un sogno!

L’intervento del cardinal Martini al Sinodo del 1999

Ho ascoltato con vivo interesse tutti gli interventi fatti fin qui, cercando di capire in che modo rispondessero alla domanda: come Gesù Cristo vivente nella Chiesa è oggi sorgente di speranza per l'Europa? Ma prima di esprimere qualche mio parere, vorrei fare memoria di una persona che parecchi di noi ricordano presente in quest'aula e che il Signore ha chiamato a sé il 17 giugno scorso: è il cardinale Basil Hume, arcivescovo di Westminster. Più di un intervento fatto da lui in Sinodo cominciò con le parole: «I had a dream», «Ho fatto un sogno». Anch'io in questi giorni, ascoltando gli interventi, ho avuto un sogno, anzi parecchi sogni. Ne richiamo tre.

Anzitutto il sogno che, attraverso una familiarità sempre più grande degli uomini e delle donne europee con la Sacra Scrittur a, letta e pregata da soli, nei gruppi e nelle comunità, si riviva quell'esperienza del fuoco nel cuore che fecero i due discepoli sulla strada di Emmaus (Instrumentum Laboris 27). Rimando per questo a quanto già detto da monsignor Egger, vescovo di Bolzano-Bressanone. Anche per la mia esperienza, la Bibbia letta e pregata, in particolare dai giovani, è il libro del futuro del continente europeo.

In secondo luogo, il sogno che la parrocchia continui ad attualizzare, col suo servizio profetico, sacerdotale e diaconale, quella presenza del Risorto nei nostri territori che i discepoli di Emmaus poterono sperimentare nella frazione del pane (Instrumentum Laboris 34,47). In questo Sinodo sono già state spese parecchie parole per evidenziare il ruolo dei movimenti ecclesiali in ordine alla vivificazione spirituale dell'Europa. Ma è necessario che i membri dei movimenti e delle nuove comunità si inseriscano vitalmente nella comunione della pastorale parrocchiale e diocesana, per mettere a disposizione di tutti i doni particolari ricevuti dal Signore e per sottoporli al vaglio dell'intero popolo di Dio (Instrumentum Laboris 47). Dove questo non avviene, ne soffre la vita intera della Chiesa, tanto quella delle comunità parrocchiali quanto quella degli stessi movimenti. Dove invece si realizza un'efficace presenza di comunione e di corresponsabilità, la Chiesa si offre più facilmente come segno di speranza e proposta credibile alternativa alla disgregazione sociale ed etica da tanti qui lamentata.

Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un'esperienza di confronto universale tra i Vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d'anime nel suo territorio con sufficiente numeri di ministri del Vangelo e dell'Eucarestia (Instrumentum Laboris 14). Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa (Instrumentum Laboris 48), la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali (Instrumentum Laboris 49), la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica (Instrumentum Laboris 60-61), penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Non pochi di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali, ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né gruppi di pressione. Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera. Siamo cioè indotti ad interrogarci se, quaranta anni dopo l'indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell'utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni temi nodali emersi in questo quarantennio. V'è in più la sensazione che sarebbe bello e utile per i Vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggio, ripetere quell'esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva, se non per pochi testimoni. Preghiamo il Signore, per intercessione di Maria che era con gli apostoli nel Cenacolo, perché ci illumini per discernere se, come e quando i nostri sogni possono diventare realtà.

Roma, 7 Ottobre 1999 - Sinodo dei Vescovi per l’Europa

+ Carlo Maria Martini – Arcivescovo di Milano

Un sogno chiamato Concilio. Un articolo di Giancarlo Zizola.

Nella valutazione dei risultati maggiori del Sinodo per l’Europa (1-23 ottobre 1999, in Vaticano) sembra di poter riconoscere un posto non trascurabile alla proposta fatta dall’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, nella decima congregazione generale del 7 ottobre pomeriggio. Senza pronunciare la parola Concilio Ecumenico, il Cardinale ha reso pubblico il sogno di una «esperienza di confronto universale tra i Vescovi» da ripetere «ogni tanto, nel corso del secolo che si apre». Ciò nell’intento di contribuire a sciogliere — ha spiegato Martini — «qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee, e non solo europee». Alcuni di questi punti definiti caldi dell’agenda sono stati specificati dal Cardinale: si tratta degli «approfondimenti e sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II», della carenza in qualche luogo, già drammatica, di ministri ordinati, della posizione della donna nella società e nella Chiesa, della partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, della sessualità, della disciplina del matrimonio, della prassi penitenziale, dei rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e, più in generale, del bisogno di ravvivare la speranza ecumenica. Il Cardinale ha incluso nell’elenco dei temi urgenti «il rapporto tra democrazia e valori, e tra leggi civili e leggi morali».

Il Cardinale ha ricordato che «alcuni di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali», come ad invitare con una sfumatura gentile a considerare che, se sono ancora dei nodi gravi o irrisolti nella Chiesa, i Sinodi che pur li hanno sollevati non hanno conseguito i risultati sperati sulla via di contribuire alla loro soluzione. «È importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame» ha argomentato Martini, il quale ha scartato «le indagini sociologiche o le raccolte di firme e i gruppi di pressione» come strumenti validi all'uopo.

Qui egli ha toccato l'argomento decisivo per la definizione della forma istituzionale dello strumento da lui proposto: «Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente» ha specificato. «Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell’umanità intera».

«Siamo cioè indotti ad interrogarci» ha aggiunto Martini «se, quaranta anni dopo l’indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell’utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio. Vi è in più la sensazione di quanto sarebbe bello e utile per i Vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quella esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi testimoni».

L’intervento di Martini è stato definito «un grido lanciato con coraggio», secondo l'ampio commento dedicatogli da La Croix (11 ottobre): «Si può discernere in esso - ha scritto il quotidiano cattolico francese - una irritazione sui limiti dell’apparato sinodale e, soprattutto, una volontà di progredire nell’esercizio reale della collegialità. Come? Con una assemblea di tutti i vescovi del mondo, dotata di un potere deliberativo sotto l’autorità del papa. Ciò che si chiama, canonicamente, un Concilio». Secondo una dichiarazione in esclusiva attinta dallo stesso giornale al Cardinale, egli ha precisato di aver invitato «a promuovere forme di collegialità più ampie per rispondere ai problemi precisi che ci sono posti. Tale è la buona interpretazione di ciò che io ho voluto dite. Al Sinodo noi non possiamo trattare tutti i problemi e tutti i vescovi non sono riuniti».

 

Dall’inferno al paradiso?

Degli applausi hanno salutato in aula l’intervento di Martini. Tuttavia delle riserve sono emerse, e addirittura delle critiche nei circoli più vicini ai settori direzionali del governo centrale della Chiesa. L'Osservatore romano ha contenuto il proprio entusiasmo limitando a poche righe lo spazio dedicato alle proposte di Martini nel resoconto della seduta. Nella Sala Stampa della Santa Sede è stata fatta circolare nelle ore successive una voce tipica delle operazioni di disinformazione pilotata, secondo la quale la segreteria del Cardinale, interpellata, aveva escluso che egli volesse riferirsi all’ipotesi di un Concilio, mentre una semplice lettura del testo integrale del suo intervento non lasciava adito, per la sua chiarezza, ad alcun dubbio interpretativo delle parole dette. Infine è riapparso in scena il solito monsignor Sandro Maggiolini, vescovo di Como, autore di un articolo di infiammata protesta spirituale per le preoccupazioni di riforma istituzionale espresse dal suo metropolita. Pubblicato su Il Giorno, il dissenso di Maggiolini è stato fatto conoscere anche attraverso il giornale cattolico L’Eco di Bergamo, che ne ha ripubblicato integralmente l’articolo, non senza suscitare meraviglia nella Chiesa lombarda e altrove.

Gli argomenti adottati dalla critica sono principalmente i seguenti: è velleitario parlare di un Concilio Vaticano III quando ancora il Vaticano II non è stato assimilato in profondità; le questioni fondamentali da affrontare per ravvivare la fede dei contemporanei non sono quelle indicate da Martini; non si può mutare un insegnamento, da considerarsi definitivo circa la morale coniugale e il sacerdozio delle donne: «se la Chiesa dovesse promettere il paradiso per domani a persone alle quali ha minacciato l’inferno ieri a motivo dei medesimi comportamenti, ignoro - ha scritto Maggiolini - quanto credito essa meriterebbe in futuro. Prima dannati e poi beati? Prima eretici e poi perfetti? Boh!».

Al secondo argomento si e associato il vescovo polacco di Lublino monsignor Josef Zycinski, segretario speciale del Sinodo, il quale ha dichiarato che «se argomentiamo che nuove strutture possano risolvere i nodi fondamentali, abbiamo una visione di tipo magico e non teologico» (Avvenire 12 ottobre).

Si è così ripresentata, con leggere variati, la retorica lefebvriana di coloro che, a disagio con alcune direttive di un Concilio da loro interpretate restrittivamente, usano la scarsa recezione del Vaticano II, soprattutto sull’ecclesiologia di comunione e sul pluralismo religioso, per contrastare l’eventualità dell'apertura di una nuova fase conciliare nella Chiesa cattolica, in accordo con i nuclei tradizionali della curia romana. Essi trascurano di ammettere l’evoluzione dei dogmi e i progressi compiuti dalla Chiesa nell’approfondimento nella Rivelazione, e sono gli stessi che distillano il loro disgusto sulla raccomandazione di Giovanni Paolo II ad ammettere con spirito di pentimento gli errori compiuti nei secoli, con l’ovvio effetto di liberare dall’inferno le vittime di tali errori, se ivi effettivamente finite.

Fonti ecclesiastiche hanno fatto notare il paradosso di questi difensori intrepidi del principio di autorità, inclini ad anatemizzare i dissenzienti, ora in scena nelle vesti di chi non esita a farsi dissenziente, in atti pubblici e soprattutto in mene sotterranee, nei confronti di altri Pastori autorevoli, così dando spettacolo non molto edificante di divisione nel corpo episcopale su temi di non secondaria importanza per la pastorale della Chiesa e per la Fede del popolo. Le stesse fonti non escludono tuttavia che costoro, frequentando come sogliono le redazioni dei giornali, abbiano fatto intendere qualche disponibilità a rivedere la loro intransigenza di facciata per abbracciare i principi democratici di quella «opinione pubblica nella Chiesa» riconosciuta già da Pio XII, addirittura fino ad impegnarsi a riconoscere, se necessario, eguale diritto di critica e di dissenso al loro gregge, pur di attingere cattedre più elevate. Ma l’aspetto più preoccupante della controversia ha riguardato la presunta opposizione tra spiritualità e riforma delle strutture istituzionali, come se San Bernardo di Chiaravalle e Santa Caterina da Siena fossero divenuti spiritualmente discutibili quando, mossi dal desiderio di rendere più vitale la spiritualità della Chiesa nella loro epoca, denunciavano la cupidigia di potere e l’immobilismo della curia romana e raccomandavano ai papi di «porre la scure alla radice» con profonde riforme strutturali. Essi non esitavano ad accusare i conservatori di nuocere alla spiritualità della Chiesa, un rimprovero che non ha perso col tempo il suo valore. In realtà la storia bimillenaria della Chiesa, coi suoi ventun Concili Ecumenici, testimonia che precisamente gli interventi dottrinali e disciplinari adottati in Concilio furono normalmente importanti, a misura del grado di recezione ecclesiale, per sanare i difetti di spiritualità riscontrati nell’istituzione ecclesiale, a causa di un attaccamento troppo forte agli interessi politici e alle tendenze temporalistiche del clero.

 

Il terzo potere

Al crepuscolo del pontificato polacco, si può notare che il valore principale dell’intervento sinodale di Martini sembra consistere meno nel suo contenuto programmatico per il futuro pontefice che nel richiamo forte da lui operato alle prerogative irriducibili del collegio episcopale, che effettivamente trovano la loro piena espressione in un Concilio universale. Già molteplici sono state le voci significative levatesi nella Chiesa in anni recenti per invocare un maggiore rispetto da parte dell’apparato burocratico del Vaticano dei compiti relativi alla collegialità propri dei vescovi, bloccando le pretese indebite della curia romana di surrogarli nel governo della Chiesa universale, con e sotto Pietro. Si ricorderanno le denunce espresse al riguardo dall'ex arcivescovo di Vienna cardinale Franz König e dall’arcivescovo emerito di San Francisco monsignor John Quinn, secondo il quale l’eccesso di centralizzazione romana rischia di costituire una controtestimonianza per la spiritualità necessaria alla Chiesa e di agire come «un terzo potere» autonomo interposto tra il papa e i Vescovi. L'ex presidente della Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti aveva indicato, tra le conseguenze di tale processo patologico, il sovvertimento dell’articolazione canonica dei poteri nella Chiesa cattolica e la preclusione di ogni seria discussione su questioni gravi come la contraccezione, l’ordinazione delle donne, l’assoluzione generale e il celibato dei preti latini, col connesso diritto prioritario dei fedeli all’eucarestia: questione di assoluta natura spirituale e sacramentale, come quella del matrimonio cristiano. Sembra di poter considerare che l’originalità dell’intervento di Martini sta principalmente nell’aver mostrato la congiunzione tra questi problemi caldi e lo spazio più elevato possibile dell’esercizio della responsabilità collegiale dei vescovi, nel loro compito sacramentale di coadiuvare il Pastore supremo nell’esercizio del governo universale della Chiesa (che è questione spirituale anch'essa, e non anzitutto giuridica e tanto meno politica).

Se non interpretiamo male, quella di Martini può essere stata quasi una mano tesa al papa per sottrarlo alla solitudine istituzionale in Vaticano, e per assicurare alle proposte da lui incoraggiate dopo il Giubileo del Duemila, e contenute nella Tertio Millennio adveniente, uno strumento adeguato di esecuzione, idoneo a convalidarle anche dopo il Giubileo, a festa finita: non si può trascurare il fatto che, nell’intervento di Martini, ricorrano alcuni fra i temi della riforma ecclesiale rilanciati dal papa in quella lettera, in particolare il tema dello sviluppo dell’ecclesiologia di comunione e quello dei progressi del cammino ecumenico. Una cosa però è l’auspicio generico, un’altra la registrazione istituzionale delle riforme enunciate: al primo si applaude, alla seconda si fischia, perché opera sul nervo scoperto e disturba i conducenti.

E' ben noto del resto il fatto che, impotente ad affrontare questioni di drammatica impellenza pastorale, Roma preferisce censurarle e rinviale al prossimo pontefice, mentre il papa regnante è entrato nel ventunesimo anno dirottandosi nei viaggi e lanciando, per quanto affaticato, delle sonde nei cieli dell’avvenire. Si ricorda peraltro che ai problemi di solitudine istituzionale rispetto alla curia Giovanni XXIII seppe rispondere, avendo quasi 80 anni, proprio ricorrendo ad un Istituto di consolidata tradizione apostolica e restituendo la parola ai vescovi col Vaticano II. Forse. Martini fa intendere, tra le righe, di pensare persino ad una convocazione periodica del Concilio, come disposto per sempre dal decreto Frequens al Concilio di Costanza nel 1417 per scadenze ogni dieci anni, che invece non furono osservate.

 

Se un nuovo Concilio…

Non si saprebbe sottovalutare la difficoltà dell’impresa d’un Concilio, all’alba del millennio. Esso riunirebbe, come i precedenti, tutti i vescovi cattolici del mondo. Nel 1870, il Vaticano I aveva riunito 704 padri e nel 1962-1965 il Vaticano II ne riunì circa 1.900, in quattro sessioni. Oggi un Concilio riunirebbe oltre 4.300 vescovi, ai quali bisognerebbe aggiungere i superiori degli Ordini e Congregazioni religiose, gli uditori laici e i  rappresentanti delle altre confessioni cristiane: un’impresa mastodontica. D’altronde, i problemi sul tappeto non lo sono meno, quelli della ricomprensione del mistero cristiano in rapporto alla modernità e alla mondialità, in prima linea. Basterebbe solo la questione posta sul tappeto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962, nell’allocuzione inaugurale del Vaticano II, a giustificare un nuovo Concilio: «L’autentica dottrina va esposta e studiata attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno». È una ritrattazione degna di una nuova Calcedonia, di una nuova Nicea, per rilanciare l’inculturazione del seme evangelico nei diversi linguaggi di un mondo di globalizzazione. Un’impresa destinata a coinvolgere tutte le Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente, uno spazio effettivamente conciliare, dunque unificante.

L’idea che un Concilio sia ormai maturo circola da tempo in ambienti ecumenici. Ne avevo io stesso trattato in un Convegno del Sae nel 1992, e poi nell’edizione francese del Successeur (Paris, 1995). Ne parlò Konrad Raiser, pastore luterano, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, nel 1997 (Cfr. Confronti, maggio 1998, con un'intervista a Raiser). Nello stesso anno, il teologo ortodosso Olivier Clément inseriva nel volume Rome, autrement la proposta della convocazione di un concilio veramente ecumenico, come quelli tenuti insieme dall’Oriente e dall’Occidente nel primo millennio, per approvare da parte di tutte le Chiese le decisioni, riformulate, adottate durante i secoli della divisione, e proclamare la ritrovata unità delle Chiese cristiane intorno a un vescovo di Roma da tutte accettato.

Il cardinale Martini ha parlato di un sogno. Tra i sogni e la realtà, delle mediazioni si impongono. Il Sinodo sull’Europa ha mostrato, in più di un intervento riformistico e ricco di speranza, che la Chiesa avverte più di ieri il bisogno di inverare, dinanzi ai pessimisti, la profezia di Gioele di cui parlano gli Atti (2, 17): «Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio spirito sopra ogni persona e i vostri anziani faranno dei sogni».

Giancarlo Zizola - Rocca (21) 1 novembre 1999

Lasciateci sognare! Un commento di Giovanni Colombo.

Il Cardinale Martini ha sognato. E i suoi sogni li ha raccontati al Sinodo dei Vescovi Europei nel pomeriggio del 7 ottobre scorso. Otto minuti di intervento in seduta plenaria. Non pare che il suo esempio sia stato contagioso. Anzi, secondo il Cardinale Tettamanzi, nessuno, proprio nessuno l'ha seguito. «L'intervento del Cardinal Martini non ha avuto nessuna eco tra i padri sinodali» ha affermato seccamente l'arcivescovo di Genova durante la conferenza stampa finale. Nella Chiesa anche sognare è diventato imbarazzante. Un segno, come minimo, di debolezza. Eppure, come scrisse una volta Tonino Bello, Vescovo non dimenticato: «Una Chiesa che non sogna non è una Chiesa, è solo un apparato. Non può recare lieti annunzi chi non viene dal futuro.» Quindi Tettamanzi può dire quello che vuole ma noi prendiamo sul serio le parole di Martini perché le sentiamo vive e profetiche. Per questo le pubblichiamo integralmente. La Chiesa arriva alla fine del millennio logorata. Finita l'era degli stati cristiani, tramontata anche la certezza dello «stato diffuso di cristianità condivisa», come si legge nel documento preparatorio del Sinodo, la barca di Pietro naviga in un mare pieno di foschia. Più si applaude ai trionfi mediatici di Papa Wojtyla, più si accentuano i segnali di allontanamento dai valori del cristianesimo, proprio in quel continente che è stato culla e colonna della Chiesa cattolica nella sua dimensione di istituzione universale. Com'è dunque possibile rivitalizzare la presenza della Chiesa? La Chiesa può riprendere slancio se, da una parte, non sarà confusa con una multinazionale del sacro e se, dall'altra, sarà fino in fondo comunità di credenti liberi e convinti. Ciò significa innanzitutto prendere atto della mutazione epocale con cui finora l'istituzione ecclesiastica non ha fatto pienamente i conti: la spinta radicale all'autodeterminazione. Poco importa che questa autodeterminazione sia poi manipolabile nei fatti (e lo è) e che porti a esiti nichilisti, resta il dato di una libertà di credere, di muoversi, di inventarsi che, in tali dimensioni di massa, non è mai esistita nella società del passato e che rappresenta ormai un punto di non ritorno. Di fronte alla porta dell'uomo moderno, che vuole decidere autonomamente dove andare, la Parola può soltanto bussare e aspettare («Sto alla tua porta e busso» dice l'Apocalisse). La Bibbia, «il libro del futuro del continente europeo», va offerta gratis e senza fanatismi, con molto rispetto e senza imposizioni , perché solo una Parola accolta nella libertà produce cammini di liberazione, genera discepoli di Emmaus dal cuore infiammato. Per essere una comunità credibile non si può più rinviare ulteriormente la riflessione sulle forme e sullo stile di governo all'interno della Chiesa. Martini parla dell'utilità, quasi della necessità di uno strumento collegiale più universale e autorevole del sinodo stesso. Infatti novecento milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo, alla ricerca di nuove rotte in tema di fede e di morale, non possono essere governati da un apparato centrale per quanto composto da personalità colte, intelligenti e pie (e non tutti lo sono: la cura al bromuro degli ultimi quindici anni ha prodotto effetti devastanti sulle nomine episcopali). Cercare insieme, decidere insieme, agire insieme è invece il grido sommesso che sale da tante parti della Chiesa Cattolica d'Europa così come dagli altri continenti. Qualcosa si dovrà pur fare perché il malessere non si trasformi in abbandono. La storia dell'Islam e del Buddismo dimostra del resto che l'annuncio di una buona notizia non è legato necessariamente ai poteri imperiali di una istituzione centrale. E giova ricordare che il simbolo del cristianesimo non è mai stato una cattedra ma una tavola il cui rito consiste nel pasto comune. Soltanto intorno ad un bel banchetto i fratelli divisi del cristianesimo potranno ritrovare l'unità. E soltanto uniti potranno dare una testimonianza sincera ed efficace a questa società stordita, che cerca Dio nel basso dei cieli.

Giovanni Colombo, Presidente Rosa Bianca

Milano 26 novembre 1999

Il sogno dieci anni dopo. Il libro: «Conversazioni notturne da Gerusalemme»

Qualche mese fa il cardinal Martini è tornato su molti dei temi che gli stanno a cuore in un libro intervista che ha scritto con il gesuista austriaco Georg Sporschill. Su questo libro il Guado ha organizzato, insieme alle altre associazioni che partecipano al Coordinamento 9 Marzo, una giornata di studi e di approfondimenti. Ci sembra quindi il caso di riaprire il dossier dedicato agli interventi dell'arcivescovo emerito di Milano per proporvi una serie di nuove riflessioni.

Un tempo avevo sogni. Adesso ho deciso di pregare per la Chiesa.

«Nonostante io sia un tipo mattiniero, a Gerusalemme parlavamo spesso fino a tarda notte, dei giovani di oggi. Ci siamo avvicinati ai sogni. Di notte le idee nascono più facilmente che nella razionalità del giorno».

Nei primi passaggi di Conversazioni notturne a Gerusalemme, il Cardinale Carlo Maria Martini ci racconta subito il clima nel quale sono nate le conversazioni con il gesuita Georg Sporschill e con i giovani del suo centro di attività. Le conversazioni toccano diversi punti del nostro tempo: della Chiesa e della società di oggi; dall’ingiustizia al mondo dei giovani; dall’amore all’esigenza di una chiesa più aperta al dialogo con il mondo fino alle domande di senso. Il tono è molto franco, diretto. La riflessione e l’esperienza sul presente sono lette in rapporto alla fragilità e alla precarietà portata dagli anni e dalla malattia.

«Un tempo – dice – avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni. A settantacinque anni mi sono deciso a pregare per la Chiesa».

Questo maggiore realismo, che potrebbe far pensare a un atteggiamento più rinunciatario o disilluso, è nei fatti animato dal desiderio di prospettive ampie, che Dio stesso fonda e incoraggia. Infatti, «Dio ci conduce fuori, nell’immensità. Ci insegna a pensare in modo aperto».

Ed è proprio il respiro grande, la stessa ampiezza della visione di Dio propria dell’approccio biblico, che suggerisce a Martini di vegliare sulla rigidità e le inautenticità che attribuiamo a Dio. «Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo».

Nel rispondere ai giovani, Martini ha modo di ribadire una distinzione che ha a cuore da sempre : quella tra chi lavora col pensiero e chi sta «in balia degli eventi».

«La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se, con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito, non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa».

Occorre poi lavorare per una nuova cultura della sessualità e della relazione. «La dedizione – dice - è la chiave dell’amore: questo per me è fondamentale. L’essere umano è chiamato ad andare oltre se stesso. Ciò significa essere presente per gli altri e avere bisogno di loro. La dedizione, tuttavia, riguarda anche la trascendenza. Possiamo salire da un livello a un altro superiore. Nella dedizione di sé gli esseri umani si aprono a Dio. Nell’incontro fisico si tende verso questo traguardo. Guardare la meta è più importante che domandarsi se sia permesso o se sia peccato. Soprattutto in queste problematiche profondamente umane, come sessualità o corporeità, non si tratta di ricette, ma di percorsi che iniziano e proseguono con le persone».

Siamo di fronte a pagine di grande intensità. Una riflessione notturna che si spinge fin dove si può vedere o intuire la direzione del cammino. Allo stesso tempo, una grande passione, che ha l’umiltà di chiedere e perfino di mendicare luce a pace. «Esiste un racconto indiano secondo il quale la vita si svolge in quattro fasi. Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere e nella quarta fase l’uomo impara a mendicare».

Gianguido Vecchi (giornalista), Silvano Fausti (biblista), Maria Cristina Bartolomei (teologa), Gaetano Luguori, dal blog http://nelterritoriodeldiavolo.blogspot.com

Conversazioni notturne da Gerusalemme. Una breve antologia.

Non so, se abbiate letto Conversazioni notturne a Gerusalemme, il libro scritto a quattro mani dal cardinale Carlo Maria Martini, intervistato dal gesuita austriaco Georg Sporchill. Il testo è di una bellezza indicibile grazie all’affresco di una Chiesa dialogante, aperta al mondo e sempre pronta a rinnovarsi che emerge dalle parole dell’arcivescovo emerito di Milano. Martini è conscio di star vivendo gli ultimi chilometri del suo itinerario terreno e, pertanto, con sincerità e senza reticenze, ci lascia le sue speranze per la Chiesa e la società del futuro. In quello che è il suo testamento spirituale. Quasi in punta di piedi, per rispetto a colui che considero un profeta del nostro tempo, ho voluto delineare un piccolo itinerario del pensiero di Martini, così come emerge dalle sue risposte alle domande di padre Sporschill. Fermo l’augurio che possiate immergervi nella lettura completa di un libro da non dimenticare. Ne vale la pena.

         

A chi non crede in Dio

«Avrei molte domande da porgli. A cosa attribuisce importanza? Quali sono i suoi ideali? Quali valori ha? E’ questo che vorrei scoprire. Non intenderlo convincere di nulla, ma solo dirgli che deve provare a vivere senza fede in Dio e, nello stesso tempo, riflettere su se stesso. Forse in alcuni periodi della vita avvertirà una speranza, si accorgerà di cosa dà senso e gioia alla vita. Gli auguro di dialogare con persone in cerca della fede e con credenti. Forse Dio gli donerà la grazia di riconoscere che esiste».

 

Il desiderio di Cristo per l’oggi

«Credo che risveglierebbe proprio i giovani benestanti e li porterebbe dalla sua parte per cambiare il mondo insieme a lui. Cambiare il mondo significa togliere le paure agli uomini, ridurre l'aggressività, abolire le ingiustizie tra poveri e ricchi. E soprattutto dare agli uomini una patria così che si sentano al sicuro, siano essi bambini, stranieri, anziani, moribondi o malati».

 

La regola d’oro

«La più importante è: ama il prossimo tuo, amerai il prossimo tuo come te stesso. Oppure, come recita l’originale ebraico: amerai il prossimo tuo perché egli è come te. Se sono consapevole che l’altro è fatto della mia stessa pasta, che ha gli stessi pregi e difetti che ho io, questa vicinanza dà anche la forza di volergli bene».

 

Sesso e Matrimonio

«Non potere avere un amore che si esprima anche nella tenerezza corporea sarebbe disumano. Accettare delle regole, prepararsi a un legame tra uomo e donna, è invece necessario come lo è imparare a essere capaci di amare con il corpo e con la mente. Dall’altro canto, se non riservi qualcosa al momento dell’impegno e del matrimonio, se anticipi tutto, il rischio di fallire a causa delle debolezze e dei limiti umani e del tuo rapporto è grande. L’amore tra due persone è sempre unico. Per questo è opportuno tutelarsi da una ‘svendita’. Se un uomo ha già vissuto prima o al di fuori del matrimonio tutto ciò che è fisicamente possibile con molte donne, oppure una donna con molti uomini, non resta quasi spazio per la scoperta di nuove esperienze comuni. Ma questo è troppo poco per un rapporto coniugale che non si basi sulla pura fortuna e sul caso».

 

L’incontro

«Un giorno, quando ero ancora molto giovane, mi sono seduto su una panchina accanto a un ragazzo dall’aspetto assai trascurato. Risvegliandosi dal suo stato di ebbrezza, mi guardò spaventato: ‘Chi sei?’. La domanda mi colse impreparato. ‘Sono un sacerdote. Posso fare qualcosa per te?’. Entrammo insieme in un bar, perché era affamato. così ebbe inizio un rapporto che mi fece scoprire per la prima volta il mondo delle droghe e della terapia. E riuscii a trovare un posto per quel giovane in una casa gestita da suore».

 

Giovani

«Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutare ad ascoltare il loro maestro interiore. Suonano strane, ma sono parole di Sant’Agostino. Egli afferma con grande chiarezza che possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio deve essergli dato dalla sua interiorità».

«Certamente il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno, caso mai lo si opprime».

 

Humanae Vitae

«La cosa più triste è che questa enciclica ha contribuito a far si che molti non prendessero più in seria considerazione la Chiesa come interlocutrice o maestra. Soprattutto la gioventù dei nostri paesi occidentali, che non pensa più a rivolgersi a rappresentanti ecclesiastici per questioni riguardanti la pianificazione familiare o la sessualità. Riconosco che l’enciclica Humanae vitae ha purtroppo prodotto anche un effetto negativo. Molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone. Ne è derivato un grave danno».

 

Contraccezione

«Già nel 1964 una commissione composta da specialisti dei settori della medicina, della biologia, della sociologia, della psicologia e della teologia presentava a papa Paolo VI un parere esauriente sui temi che furono in seguito trattati nella Humanae Vitae. Tuttavia, con un solitario senso del dovere e mosso da profonda convinzione personale, il papa pubblicò l’enciclica. Sottrasse scientemente l’argomento ai dibattiti dei padri conciliari; in questa materia volle assumere una responsabilità altamente personale. A lunga scadenza, la solitudine di questa decisione non si è dimostrata un presupposto favorevole per trattare il tema sessualità e famiglia.

Papa Giovanni Paolo II, una grande personalità, ha seguito la via di una rigorosa applicazione. Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse del privilegio dell’infallibilità papale. Dopo l’enciclica Humanae Vitae, i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, hanno seguito, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti. Quasi quarant’anni di distanza (un periodo lungo quanto il passaggio di Israele nel deserto) potrebbero consentirci una nuova visione.

 

Chiesa, vita, amore

«Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito all’enciclica Humanae Vitae. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza. Papa Giovanni Paolo II ha contribuito molto a infondere nuova vita al rapporto tra Chiesa ed ebraismo, così come al rapporto tra Chiesa e scienza, pronunciando quelle indimenticabili ammissioni di colpa che oggi, secoli dopo l’ingiusta condanna di Galileo Galilei o Darwin, hanno grande effetto. Per i temi che riguardano la vita e l’amore non possiamo in nessun caso attendere tanto. Sapere ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza».

 

AIDS

«Quando penso alla problematica dell’Aids (secondo l’Onu circa quaranta milioni di persone hanno contratto l’HIV, in prevalenza in Africa; lo stesso rapporto registra nel 2006 tre milioni di morti), entrano in gioco non soltanto la medicina, ma anche la politica e la cooperazione allo sviluppo. Se la Chiesa riuscisse a promuovere la comunicazione con tutte queste parti, interrogandole e ascoltando con attenzione, sarebbe senz’altro un’iniziativa costruttiva.

In Vaticano si discute dell’uso dei preservativi, non ultimo perché il papa è molto preoccupato per la piaga dell’AIDS. Anche l’ipotesi di consentirne l’uso come male minore alle coppie che hanno contratto l’HIV non è sufficiente. Questa presa di posizione mi ha portato a contrasti. Sono diventato il ‘cardéal da camisinha’, mi ha riferito ridendo un sacerdote del Brasile. E un po’ come dire il ‘cardinale dei preservativi’. A volte, dunque, vengo messo in cattiva luce, specie da alcuni giornali».

 

Rapporti prematrimoniali

«Nessun vescovo e nessun sacerdote ignora ormai che la vicinanza fisica delle persone prima del matrimonio è un dato di fatto. Se vogliamo proteggere la famiglia e promuovere la fedeltà coniugale, dobbiamo rivedere il nostro modo di pensare. Illusioni e divieti non portano a nulla. Da amici e conoscenti ho avuto modo di vedere che i giovani andavano in vacanza con loro e dormivano insieme in una stanza. Nessuno pensava di nasconderlo o di considerarlo un problema. Avrei dovuto dire qualcosa al riguardo? E difficile. Non riesco a comprendere tutto, anche se sento che qui forse nasce una nuova vicendevole attenzione, un comune apprendere e un accordo più saldo delle generazioni. Questo rende felici vecchi e giovani e non lascia soli né gli uni né gli altri nelle loro domande su amore e solitudine. Desidero accompagnare questa evoluzione con benevolenza, interrogando e pregando».

 

Omosessualità

«Nella mia cerchia di conoscenze vi sono coppie omosessuali, persone stimate e altruiste. Non mi è mai stato chiesto, né mai mi sarebbe venuto in mente, di giudicarle. La questione è come possiamo affrontare questo argomento. Mi riesce più facile trovare un modo quando conosco qualcuno di persona e non devo difendere tesi generali. La Bibbia condanna l’omosessualità con parole forti. A motivarle era la problematica prassi dell’antichità, quando gli uomini avevano, accanto alla famiglia, amanti di sesso maschile, a volte anche ragazzi. Un famoso esempio è Alessandro Magno».

«La Bibbia vuole invece tutelare la famiglia, la donna e lo spazio per i figli. Nella Chiesa ortodossa l’omosessualità è considerata un orrore. Nella Chiesa evangelica i rapporti sono molto più aperti. Esistono coppie omosessuali anche tra pastori, sono autorizzate a esercitare la loro funzione, purché non pubblicizzino questo modo di vivere. Sappiamo che l’argomento ha messo a dura prova la Chiesa anglicana. Nell’ebraismo gli  ortodossi vietano severamente l’omosessualità, ma nell’ebraismo riformato esistono apposite sinagoghe per omosessuali».

«In questa pluralità cerchiamo la nostra strada. La preoccupazione principale delle Sacre Scritture è la tutela della famiglia e uno spazio sano per i figli, che in ogni caso vengono dalle coppie eterosessuali. Di conseguenza io propendo per una gerarchia di valori e non, in linea di principio, per una parità di diritti. Ho già detto più di quanto non avrei dovuto. Percorriamo insieme e con prudenza cammini che si differenziano. Ma non dobbiamo farci la guerra a causa di questi percorsi diversi. Ho già citato i limiti tracciati dalla Bibbia».

«Nel rapporto con l’omosessualità, tuttavia, nella Chiesa dobbiamo rimproverarci di essere spesso stati insensibili. Penso a un giovane che si sforzava di comprendere il proprio orientamento sessuale. Era in grande difficoltà. Non poteva parlarne con nessuno perché si vergognava. Sentiva che se avesse confessato le sue tendenze omosessuali sarebbe stato emarginato. Questo giovane si è ammalato perché non lo abbiamo aiutato. Le depressioni lo hanno condotto da uno psichiatra, dal quale ha trovato un orecchio pronto ad ascoltarlo e un incoraggiamento».

 

Celibato obbligatorio

«Il celibato è un altro argomento. Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la Chiesa dovrà escogitare qualcosa. Oggi a un parroco vengono affidate sempre più comunità, oppure le diocesi importano sacerdoti di culture straniere. Questa a lungo termine non può essere una soluzione. La possibilità di consacrare viri probati, uomini esperti, di provata fede e capacità relazionale) dovrà in ogni caso essere discussa».

 

Cattedra di non credenti

«A Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti per sentirli parlare del loro contributo alla salvezza del mondo e di ciò che hanno da dire all’uomo. Non dimenticherò mai un famoso psicoanalista che parlò della preghiera dei non credenti. Volevo coinvolgere individui pensanti. Dovevano partecipare con la loro ricerca della verità. Ho chiesto ai non credenti da dove traessero il loro fondamento etico. Un noto giornalista ha replicato: "Non lo so. Non ho avuto alcun motivo per vivere e per servire, eppure l’ho fatto. Perché?". E’ stato il più sincero. Ho sottolineato spesso che mi interessava il soggetto, che in questa cattedra i docenti erano i non credenti. A volte essi hanno espresso qualche critica nei nostri confronti portando la Chiesa a correggersi e soprattutto ad ampliare il suo orizzonte. Mi hanno indicato alcuni problemi e ingiustizie nell’ambito della diocesi. Hanno donato ai giovani la tolleranza eliminandone le paure, perché tutti noi abbiamo sentito che non erano nemici, al contrario condividevano con noi obiettivi fondamentali e talvolta escogitavano idee e percorsi migliori dei nostri».

 

Chiesa e femminismo

«Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non 'donnicciole' mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora. Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione».

«Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida. Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito un'importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osserviamo l'albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne e aiuta la Chiesa ad andare avanti».

 

Ministeri ordinati per le donne

Ovunque nella Chiesa si può constatare che le donne assumono sempre più compiti direttivi. Ammetto che questa evoluzione positiva è nata più dalla necessità che da una convinzione del clero. Ma è uno sviluppo promettente. Nella Bibbia vi sono donne che dirigono comunità: penso a Lidia di Filippi e alle molte collaboratrici di Paolo a capo delle sue comunità. Nel Nuovo Testamento incontriamo le diaconesse, presenti nella Chiesa primitiva e fino al Medioevo. Negli ultimi anni le teologhe hanno scoperto l'importanza di queste donne per la Chiesa. Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti.

Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo per uniformare le diverse tradizioni».

 

Una Chiesa aperta

«Sì, voglio una Chiesa aperta, una Chiesa che abbia le porte aperte alla gioventù, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né tiepide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo: come aiuto nell’affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuole portare. Tradurre non significa svilire. Oggi la parola di Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso la nostra vita con il coraggio dell’ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuole liberare gli afflitti e gli oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti. Sono colpito dalla domanda di Gesù: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi. Saremo molto più liberi di seguire la chiamata di Gesù».

 

Vescovi e riforma della Chiesa

«Non possiamo sempre gridare forte la verità. Essa presuppone amore e sensibilità, I vescovi non sono soli, possono ascoltare i loro fratelli e sorelle, le loro collaboratrici e i loro collaboratori. La Chiesa ha sempre bisogno di riforme. La forza riformatrice deve venire dal suo interno. Non solo il singolo, ma anche la comunità e la Chiesa locale possono fare esercizi spirituali, rivedere il proprio percorso, individuare cosa sia riuscito e quali siano stati gli errori».

 

L’essenziale per un cristiano

«Un cristiano si distingue per il suo coraggio, per il coraggio che gli viene dalla fede. Sa che Dio lo guida e lo sostiene. E allo stesso modo Dio parla per bocca degli altri. Vale dunque la pena di ascoltare l’opinione altrui. I cristiani non temono il dialogo, cercano la collaborazione di persone di diversa fede e pensiero, di chi pone domande e di chi è insoddisfatto. Con loro, insieme e in concorrenza, i cristiani portano nel mondo luce, orientamento, guarigione, protezione, pace e gioia di vivere. L’insieme dei cristiani nell’ecumenismo e il dialogo interreligioso sono richiesti e favoriti dalle necessità del mondo».

Islam

«Noi cristiani dobbiamo combattere pregiudizi diffusi e nemici immaginari. I terroristi non possono appellarsi al Corano. I fondamentalisti esistono da entrambe le parti. Soltanto l’istruzione e il progresso sociale possono privarli del potere. In questo consiste uno degli attuali compiti di noi cristiani: essere all’altezza del nostro ruolo di ospitanti. Per esempio nel far fronte ai problemi scolastici e linguistici dei figli dei lavoratori stranieri. Sono contento degli sviluppi nell’ora scolastica di religione cristiana che oggi prevede di insegnare ai nostri bambini le grandi religioni. Sapranno che i musulmani credono nella Vergine Maria e in Gesù il Messia, che venerano anche santi cristiani di epoca bizantina».

 

Giustizia

«Come cristiani guardiamo a Gesù. Egli è motivo di un’assoluta novità, la Chiesa. Gesù ha svolto il compito ricevuto da Dio di creare, accanto al primo popolo eletto di Israele, un secondo strumento per la pace. Si trova dunque in prima linea; si è confrontato con tutte le autorità politiche: con Erode, con Pilato, con il sinedrio, con i partiti dei farisei e dei sadducei. Si è battuto con passione per la giustizia e ha voluto cambiare il mondo».

«La Chiesa di Gesù Cristo deve contribuire a rendere il mondo più giusto e più pacifico. Secondo la Bibbia, la giustizia è più del diritto e della carità: è l’attributo fondamentale di Dio. Giustizia significa impegnarsi per chi è indifeso e salvare vite, lottare contro l’ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace. La giustizia deve vegliare affinché il diritto, così com’è formulato nelle leggi, consenta a tutti gli uomini un’esistenza dignitosa. Gesù ha dato la sua vita per la giustizia».

 

Strategia politica

«‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’ (Mt 22,21). Gesù rispose così alla domanda su come debbano essere suddivisi i poteri. La collaborazione tra istituzioni religiose e statali, tra associazioni umanitarie, singole imprese sociali e organizzazioni pubbliche è importante. Abbiamo bisogno di tutte le forze, fino a quando non vi saranno più affamati. Gesù si distingue perché ama il nemico. Se uno ti percuote una guancia, porgigli anche l’altra. Vale a dire: sorprendi il tuo nemico e sta a vedere cosa succede. Una concessione, una sorpresa, una cortesia fa sì che qualche inimicizia si spenga da sola. Uno sguardo al Discorso della montagna è rivelatore: chi è beato per Gesù? Non i vincitori, ma i perseguitati. Non i felici, bensì gli afflitti. Non i possidenti, bensì i poveri e gli affamati. Non i conformisti, ma coloro che sono maltrattati. Gesù ha risvegliato le energie più intime dei poveri e ne ha fatto politica».

«Una strategia che parte dalla sua percezione del travaglio degli esseri umani. Gesù vive con loro. Riceve richieste di aiuto da molte persone, eppure non si rassegna, anzi, cerca dei giovani e li prepara per farne suoi collaboratori, apostoli. Questa formazione dei suoi discepoli era senz’altro anche politica. Imparavano ciò che Gesù voleva, proprio attraverso gli aspri confronti che egli aveva, o era costretto ad avere, con gli avversari politici. Gesù mostrava ai suoi discepoli il disagio dei pagani, che non conoscevano Dio e la dignità dell’essere umano. I suoi discepoli dovevano andare da coloro che cercavano aiuto e far sentire loro l’amore di Dio per tutti gli uomini. La vita di Gesù culmina sulla croce. Ha pagato il suo impegno con la vita. Forse, per avere successo è necessario rinunciare al successo. Non si tratta soltanto di un’astuta strategia contro il male. Dare la vita non è un gesto facile da spiegare in modo razionale. È possibile confidando in lui».

Giovanni Panettiere, dal sito http://emiliaromagna.noisiamochiesa.org/

Le provocazioni del cardinale Martini. Un commento di Luigi Accattoli

Testo di una conferenza tenuta presso la Parrocchia di Santa Croce, a Vinci, il 16 Gennaio 2009

 

1. Il dono e il coraggio di essere cristiani in questo tempo: l’aiuto che ci viene dal cardinale Martini

Ero già stato qui a Vinci qualche anno addietro e avevo un buon ricordo della vostra vivacità nel dibattito - si parlava della «purificazione della memoria» predicata da papa Wojtyla - e del modo persuasivo in cui il vostro parroco celebra l’Eucarestia. Sono stato dunque felice di questo secondo invito. E due volte felice per l’argomento: è infatti un bell’argomento, quello che avete scelto, il messaggio sempre più vivo che ci viene dal cardinale Carlo Maria Martini, e in particolare dal suo ultimo libro. Martini è stato grande biblista e poi arcivescovo di Milano - per 22 anni: la stessa durata di Ambrogio - e cardinale di gran nome e ora fa giungere da Gerusalemme, dove si è ritirato, una voce quanto mai stimolante: più di quand’era biblista e vescovo e cardinale. Una voce che va al cuore dell’essere cristiani oggi e che ci aiuta nell’impresa della fede. Dalle sue parole ci viene un aiuto a credere.

Dobbiamo fare attenzione per non sprecare questa occasione e il rischio di sprecarla è più che evidente, se ci lasciamo prendere dalla disputa suoi problemi di politica ecclesiastica che sono legati a questa grande figura di uomo di Chiesa: se davvero sia un antipapa, come vogliono farlo apparire alcuni; quanto sia in accordo e quanto in contrasto oggi con papa Ratzinger e ieri con papa Wojtyla; la sua critica all’enciclica «Humanae vitae», la sua idea sul ruolo delle donne nella Chiesa, sul celibato, sull’ecumenismo. Non trascureremo nessuno dei problemi che vengono affrontati nel libro, ma non vogliamo farci distrarre dal suo contenuto essenziale: che è un invito a rischiare la vita - cioè a impegnare a fondo la propria vita, tutta la vita - per amore di Gesù. E’ possibile in questo nostro tempo? Il cardinale risponde di sì e ci indica come. Questo è il punto, il resto sono corollari.

 

2. Partiamo dal «rischio della fede»

Il primo spunto lo prendo dal titolo del volume: Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede. Qui il più importante è il sottotitolo. C’è nel titolo l’elemento della «notte»: «Di notte le idee nascono più facilmente che nella razionalità del giorno«, dice il cardinale nella prefazione ricordando l’ambientazione delle conversazioni con il confratello gesuita Georg Sporschill e commenta con parola felice: «Ci siamo avvicinati ai sogni» (p. 3). Proveremo un poco anche noi a sognare stasera! E poi c’è Gerusalemme: «Gerusalemme è la mia patria. Prima della patria eterna» (p.76). Qui «Dio ci incalza con Gesù» (p.75), qui «le grandi e piccole cose assumono una dinamica divina» (p.76). Ma soprattutto veniamo a sentire che Gerusalemme è un’immagine della fede con tutte le difficoltà» (ivi). Questo soprattutto ci interessa, perché noi ci interessiamo a Martini come padre e maestro nella fede.

Dunque il titolo già molto condensa. Ma il sottotitolo è ancora più capiente: «Sul rischio della fede«. Perché la fede è un rischio, perché la fede va arrischiata: ricordate la scommessa di Pascal? E badate che si tratta di scommettere la vita!

 

3. Che vuol dire «rischio della fede»?

L’espressione Martini non la definisce e allora - per intenderla - io ho segnato tutte le volte che nel libro ricorre la parola rischio.

«Ringrazio Dio per la libertà, con tutto il rischio che comporta» dice a pagina 13. Il rischio della fede si basa sul rischio della libertà. E il cardinale sa - e con lui ogni genitore sa - «come [negli ultimi decenni] nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà» (p.103). Ci sono dunque pericoli e c’è un rischio serio, ma non c’è altra via per la fede: essa va giocata in questa condizione umana. Il rischio della libertà è il rischio di perdersi nella libertà. Ma nel libro c’è anche il concetto di rischio come costo umano della fede: la fede è un salto e tu lo fai e nulla ti assicura del risultato. A pagina 32 c’è una profonda riflessione sul celibato inteso come un rischio. Egli dice che i sacerdoti e i religiosi scelgono di restare celibi per «seguire Gesù nel suo celibato», cioè per «essere completamente liberi di servire Dio» e in tal modo «rischiano la vita per amor suo».

«Rischiate qualcosa! Rischiate la vita» è l’appello ai giovani che formula a p. 63.

Della crisi della Compagnia di Gesù oggi in Europa dice: «Essa deve osare farsi avanti e rischiare tutto. Deve avere coraggio» (p. 81).

 

4. «La fede è il grande rischio della vita»

C’è un altro testo recente del cardinale Martini che dice forse con maggiore chiarezza, in poche parole, tutto questa veduta della fede come rischio della vita: si tratta di un articolo apparso il maggio dell’anno scorso sulla rivista dei gesuiti statunitensi «America» e riportato nel testo originale italiano da «Avvenire» del 27 luglio scorso con il titolo «Quale cristianesimo nel mondo postmoderno». Vi si diceva che forse la «situazione» del cristiano nel mondo postmoderno tutto considerato «è migliore di quella che esisteva prima», perché in questo mondo di «libertà senza freni» il cristianesimo «ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida» e «la fede compresa come un rischio diventa più attraente». Quel «rischio» viene così descritto: «La fede è il grande rischio della vita. ‘Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà’ (Matteo 16, 25). Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo».

 

5. Il «rischio» della fede si affronta con il «coraggio» della fede

Il libro è per intero un invito al coraggio. Rivolto prima alle persone, ai giovani in particolare e poi anche alla comunità della Chiesa nel suo complesso.

Al centro del volume c’è un capitolo intitolato «Il coraggio di decidere», che parte dalla considerazione della figura di Abramo: «Dio lo inviò nell’incertezza e Abramo partì. Ebbe il coraggio di decidere. Così diventò la benedizione di molti. Ancor oggi, la sinagoga, la chiesa e la moschea vivono della sua audacia. Abramo è il padre di tutti gli uomini che credono e hanno fiducia. Andiamo verso il futuro, la gioventù in testa, e cerchiamo nuove strade per gli uomini. Insieme ad Abramo dico ai miei amici: coraggio! E ne auguro di più a tutti noi nella Chiesa» (p. 42).

 

6. L’ultima prova: dire sì a Dio nella morte

Prima delle singole chiamate al coraggio che sono disseminate per il libro - e che vedremo più avanti - dobbiamo trattare della chiamate centrale, che è quella riguardante la morte: perché la morte è la prova più grande e dunque chiede il coraggio più grande. Il coraggio di «affidarsi» al Signore. Perché le prove della fede - il «rischio» dice Martini - si superano con «l’affidamento al Signore» e dunque la morte, che è la prova decisiva, richiede l’affidamento più grande: «Senza la morte non saremmo capaci di dedicarci completamente a Dio. Terremmo aperte delle uscite di sicurezza, non sarebbe vera dedizione. Nella morte, invece, siamo costretti a riporre la nostra speranza in Dio e a credere in lui. Nella morte spero di riuscire a dire questo sì a Dio» (p. 10).

In un altro testo recente - «Affidamento totale a Dio», che tratta del «pensiero alla morte» di Paolo VI, apparso nel volume Paolo VI uomo spirituale e anticipato il 28 settembre scorso da Avvenire con il titolo «Meditazioni sulla morte» - quel pensiero il cardinale lo svolge così: «La morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio (…) Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani».

 

7. «Dove ardono conflitti lo Spirito è all’opera»

 

La prima delle chiamate al coraggio che ci viene dal cardinale in queste conversazioni» potremmo intitolarla così: «Non avere paura del conflitto, della varietà, delle novità, dell’incontro con mondi a te sconosciuti». Questa formulazione riassuntiva è mia, ma ecco una frase del cardinale: «Io sono convinto che là dove ardono conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all’opera» (p. 3).

Un’affermazione più articolata della stessa idea la troviamo nell’articolo - citato sopra - per la rivista America:  «Non avere paura di ciò che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio. Prova a essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. I giovani sono molto sensibili a un atteggiamento di ascolto senza pregiudizi».

Più che il conflitto, secondo il cardinale si dovrebbe temere la troppa quiete: «Mi dicono che un tempo la gioventù era più combattiva e più critica di oggi. Se la gioventù è diventata silenziosa, ciò desta in me la preoccupazione che il suo cuore sia altrove, che non nutra più alcun interesse per la Chiesa e il suo sviluppo, per le sue grandi missioni nel mondo. Se nella Chiesa regna troppa calma, se nella società si diffonde a macchia d’olio una sensazione di sazietà, sento la nostalgia di Gesù di lanciare sulla terra il fuoco ardente dell’entusiasmo» (p. 44).

Per «imparare a vivere la vastità dell’essere cattolico» Martini invita a cogliere dalla consuetudine con la Scrittura «l’ampiezza della visione di Dio»: «Chi legge la Bibbia e ascolta Gesù scoprirà che lui si meraviglia della fede dei pagani. In un passo del Vangelo egli non propone come modello il sacerdote, bensì l’eretico, il samaritano. Quando pende dalla croce, accoglie in cielo il ladrone. Il migliore esempio è Caino: Dio segna Caino per proteggerlo e far sì che nessuno possa ucciderlo. Ma prima Caino si è macchiato di una colpa: ha ucciso suo fratello. Nella Bibbia, Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli, vuole che soccorriamo e serviamo in diversi modi tutti gli uomini. L’uomo, invece, e anche la Chiesa corrono sempre il rischio di porsi come assoluti» (p. 20).

 

8. «La situazione della Chiesa esige delle decisioni»

Le chiamate al coraggio Martini le rivolge ai singoli, ai giovani, agli educatori e a tutti: perché «chi non prende decisioni si lascia sfuggire la vita» (p. 65). Ma quella chiamata l’indirizza anche - e specificamente, in più passi del volume - alle persone che hanno autorità nella Chiesa: «Oggi in Europa, specie in Europa occidentale, la situazione della Chiesa esige delle decisioni«, leggiamo a p. 42. Il riferimento è all’indebolimento del rapporto della Chiesa con i giovani: «Manca la prossima generazione» (ivi).

Uno potrebbe obiettare: ma non ci sono le folle giovanili delle Giornate mondiali della gioventù? Sì ci sono, ma non bastano, risponderebbe il cardinale. E io - che sono padre di ragazzi che hanno partecipato alle Giornate - dico che egli ha ragione. Bisogna muoversi, insiste Martini e argomenta che se Cristo tornasse «infonderebbe molto coraggio, perché oggi molte cose avvengono per paura» (p. 27).

Innanzitutto - secondo Martini - occorrerebbe trovare il modo di «rendere indipendenti i cristiani» (p. 66), istruendoli a «vivere con la Bibbia» in modo di «trovare risposte personali a domande fondamentali» senza dipendere costantemente dall’autorità: «La parrocchia e la Grande Chiesa diventerebbero un contesto che procura stimoli e supporto, non necessariamente un magistero da cui il cristiano dovrebbe dipendere e che spesso prende a pretesto per allontanarsi» (p. 66).

Questo ideale del cristiano «indipendente» o «autonomo», che è «in grado di testimoniare in maniera convincente la sua fede anche davanti ad altri e saperne rispondere» (ivi), torna più avanti nel volume, in riferimento a Ignazio di Loyola: «Mediante gli esercizi, ha mostrato ai cristiani un modo per poter diventare persone autonome e capaci di giudicare in diretto rapporto con Dio» (p. 82).

 

9. Problemi che attendono «nuove risposte»

Metto qui - in rapida rassegna - le questioni discusse alle quali già accennavo in apertura, che sono toccate dal cardinale nelle «conversazioni» e che hanno fornito ai media lo spunto più frequente per parlare di questo volume.

Il cardinale indica in più di un passaggio «il rapporto con la sessualità e la comunione per divorziati e risposati» come «problemi» ai quali dare «nuove risposte» e che egli ebbe a suggerire ai cardinali, nel preconclave del 2005, in «preparazione all’elezione dell’ultimo papa» (p. 42).

Dell’Humanae vitae tratta alle pp. 91-94, esprimendo l’opinione che «quasi quarant’anni di distanza potrebbero consentirci una nuova visione» e permetterci di «mostrare una via migliore», formulata «in modo tale che alla responsabilità di chi ama spetti un ruolo importante e decisivo».

A proposito dell’Aids dice a p. 95 che «anche l’ipotesi di consentire l’uso dei preservativi come male minore alle coppie che hanno contratto l’Hiv non è sufficiente«.

Quanto alla predicazione in materia sessuale osserva che «in passato la Chiesa si è forse pronunciata anche troppo intorno al sesto comandamento: talvolta sarebbe stato meglio tacere» (p. 94). Si tratterà dunque di «accompagnare» la maturazione dei giovani in questa materia «con benevolenza, interrogando e pregando» (p. 96), tenendo conto che «la Bibbia limita in modo evidente i messaggi sulla sessualità» (p. 97).

A p. 114 il cardinale usa di passaggio l’espressione «accettazione dell’omosessualità», mentre a p. 98 specifica: «Io propendo per una gerarchia di valori e non, in linea di principio, per una parità di diritti» tra coppie omosessuali ed eterosessuali. E chiede all’interlocutore che in questa materia gli sia concessa «la riservatezza e la discrezione che a mia volta chiedo alla Chiesa in tema di sessualità».  In conclusione afferma che «La Chiesa deve lavorare a una nuova cultura della sessualità e della relazione» (p. 99).

Quanto al celibato dei preti afferma che «la possibilità di consacrare viri probati dovrà in ogni caso essere discussa» (p. 100).

Sul ruolo delle donne «la nostra Chiesa è un po’ timida». «Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne» e «tuttavia questo non è un motivo per uniformare le diverse tradizioni» (pp.108s).

 

10. Coraggio ma non «sconsiderata libertà»

«Sì, voglio una Chiesa aperta, una Chiesa che abbia le porte aperte alla gioventù, una Chiesa che guardi lontano» e «io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo» (p. 109), ma questo non significa ignorare le difficoltà di questo momento storico, dovute sia a chi si allontana dal Concilio, sia a chi rivendica una totale libertà: «Vi è un’indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio. Il coraggio e le forze non sono più grandi come a quell’epoca e subito dopo. Ed è indubbio che nel primo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita [...] penso a quanti in questo periodo hanno abbandonato il sacerdozio, a come la Chiesa sia frequentata da un numero sempre minore di fedeli e a come nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà. E’ comprensibile che soprattutto i vescovi e gli insegnanti conservatori vogliano limitare le manifestazioni di disgregazione e siano tentati di tornare ai vecchi tempi. Ciò nonostante dobbiamo guardare avanti» (p. 103).

Questa pagina è stata poco segnalata nelle recensioni, ma è importante nell’economia del volume: essa chiarisce che il cardinale vede una difficoltà in chi «prende le distanze» dal Concilio, ma anche in chi propugna una «sconsiderata libertà».

 

11. «Sii amico dei poveri» e «combatti il peccato del mondo»

Così il cardinale descrive il rischio che si corre a dare corpo d’amore all’obbedienza della fede, cioè a lottare contro le ingiustizie e le vessazioni di cui sono fatte oggetto le creature umane, in ogni parte del globo: «Il peccato del mondo non deve essere minimizzato, né ricondotto a debolezze personali. Il peccato è un appello a decidere. Chi è pronto a lottare con Gesù contro l’ingiustizia? Chi si spinge in questa lotta al punto di accettare, come Gesù, svantaggi, ingiurie e sofferenza? Il mondo reclama a gran voce giovani coraggiosi» (p. 122).

Quando all’espressione «peccato del mondo», che Martini prende dalla predicazione di Giovanni il Battezzatore (»Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo», Giovanni 1, 29), in altra pagina il cardinale afferma che «sono ‘peccati del mondo’ anche le catastrofi naturali che falciano migliaia di persone» (p. 12). E ancora: «Con ‘peccato del mondo’ la Bibbia non si riferisce solo alle nostre colpe personali, bensì a tutte le ingiustizie e ai pesi che ereditiamo. Gesù ci chiama a collaborare alla guarigione là dove l’ordine divino del mondo è stato violato» (p. 31).

Questa calda prospettiva di impegno sociale Martini la presenta così nel testo già citato comparso sulla rivista America e ripreso da Avvenire: «Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di sé stesso uno di loro».

Emblematico nella sua forza biblica è questo passaggio: «La ricchezza è pericolosa: dobbiamo fare attenzione a usarla per la nostra felicità e per una maggiore giustizia, affinchè non diventi un peso. Gesù ha espresso questa concreta preoccupazione con le parole: ‘E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli’» (p. 13).

 

12. Essere audaci nella preghiera

Termino tornando con la mia presentazione al cuore del messaggio che ci viene dal cardinale: «Il rapporto con Gesù, che può crescere in ogni cosa, è per me la più profonda fonte di senso, di gioia di vivere» (p. 35).

Alla domanda su che cosa chiederebbe a Gesù se ne avesse la possibilità, Martini risponde con mite audacia: «Gli chiederei se in punto di morte mi verrà a prendere, se mi accoglierà. In quei momenti difficili, nel distacco o in punto di morte, lo pregherei di inviarmi gli angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura» (p. 11). Questo il suo invito alla preghiera audace: «Con Dio possiamo anche lottare come Giacobbe, dubitare e combattere come Giobbe, piangere come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche queste sono vie che conducono a Dio» (p. 17). Infine l’audacia è tutta giocata, di nuovo e sempre, in vista della propria morte e si fa audacia della fiducia, o dell’abbandono: «Io parto dal principio che Dio non pretenda troppo da me: sa cosa possiamo sopportare. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare» (p. 36).

Luigi Accattoli, dal blog http://www.luigiaccattoli.it/blog/

I sogni delusi del cardinal Martini: «Non mi resta che pregare per la conversione della Chiesa»

«Ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alla gente che pensa più in là. Una Chiesa che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa». Sono le parole del cardinal Carlo Maria Martini raccolte nei Colloqui notturni a Gerusalemme, libro recentemente edito in Germania dalla casa editrice Herder (di sogno Martini parlò anche nel celebre intervento sul rinnovamento della Chiesa fatto al Sinodo dei Vescovi del 1999, censurato da tutti i media cattolici e pubblicato dalla nostra agenzia, cfr. Adista n 73/99).

L’ottantunenne gesuita, già arcivescovo di Milano, tira le somme di un’esistenza trascorsa nella costante e travagliata ricerca di Dio, vissuta dentro la Chiesa. E confida queste riflessioni all’amico padre Georg Sporschill, anch’egli gesuita, in un testo che assume la forma del colloquio o dell’intervista. I 7 capitoli del volume affrontano questioni profonde di fede, di etica, di società e di Chiesa. A quest’ultima Martini indirizza un accorato appello per una rapida e profonda riforma. Ad esempio, di fronte alla crisi vocazionale che investe la Chiesa cattolica soprattutto in Occidente, considera inefficaci le soluzioni proposte fino ad ora delle gerarchie. «La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea - afferma, come ad esempio - la possibilità di ordinare viri probati (uomini sposati ma di provata fede, ndr)» o di riconsiderare il sacerdozio femminile, sul quale riconosce la lungimiranza delle Chiese protestanti. Ricorda persino di aver incoraggiato questa posizione in un incontro con il primate anglicano George Carey: «Gli dissi di farsi coraggio – spiega Martini – che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti».

Se le sue tesi sull’organizzazione della Chiesa appaiono già fortemente riformatrici, ancora più avanti guarda nell’affrontare i temi etici legati alla sessualità. Critica l’Humanae Vitae di Paolo VI sulla contraccezione, enciclica scritta «in solitudine» dal papa e che proponeva indicazioni poco lungimiranti. «Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia». Sarebbe opportuno, afferma, gettare «un nuovo sguardo» sull’argomento. La Bibbia, in definitiva, non condanna a priori né il sesso né l’omosessualità. È la Chiesa, invece, che nella storia ha spesso dimostrato insensibilità nel giudizio della vita delle persone. «Tra i miei conoscenti – ricorda ancora Martini – ci sono coppie omosessuali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli». Dunque la Chiesa, invece di educare il popolo di Dio alla libertà e alla «coscienza sensibile», ha preferito inculcare nel credente una dogmatica moralistica ed acritica.

Il contatto con le altre religioni, saggiato in prima persona durante il lungo soggiorno a Gerusalemme, ha rappresentato per Martini un punto di non ritorno, una scuola di vita e di fede. La ricerca di Dio in quelle terre - peraltro, come lui stesso afferma, estremamente travagliata ed attraversata spesso da lunghe ombre - costringe a ripensare il dialogo interreligioso perché, dice, «Dio non è cattolico», «Dio è al di là delle frontiere che vengono erette». È l’uomo che sente la necessità di razionalizzare in apparati normativi e istituzionali la gestione del sacro. In realtà, le istituzioni ecclesiastiche «ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo». Incontrare e (perché no) pregare insieme all’amico di altra religione, dice, «non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano».

E invita: «Non aver paura dell’estraneo». Il grande comandamento invita ad amare l’altro come se stessi. «Ama il tuo prossimo - afferma - perché è come te». Il giusto - e in questo caso Martini prende in prestito la seconda sura del Corano - è colui che «pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini».

Giampaolo Petrucci su ADISTA 41/2008

Conversando ancora: dopo Gerusalemme, Milano

Il 20 maggio è uscito il libro «Siamo sulla stessa barca» in cui sono raccolte alcune conversazioni tra il cardinal Martini e don Luigi Verzè. Anche in questo caso l’arcivescovo emerito di Milano ha deciso di affrontare quei temi sui quali, nella chiesa italiana, regna un rumoroso silenzio.

Divorziati risposati, contraccezione, celibato del clero: forse è il momento di cambiare atteggiamento

Ecco di seguito un’anticipazione del libro scritto a quattro mani dal cardinal Martini e da don Verzè

 

Carlo Maria Martini

Non so se sono sveglio o sto sognando. So che mi trovo completamente al buio, mentre un lento sciabordio mi fa pensare che sono su una barca che scivola via sull’acqua. Cerco a tastoni di stabilire meglio il luogo in cui mi trovo e mi accorgo che vicino a me vi è un albero, forse l’albero maestro dell’imbarcazione. A poco a poco mi avvicino così da potermi aggrappare a esso con le mani, per avere un po’ di sicurezza e di stabilità nei sempre più frequenti moti della barca sulle onde. In questo tentativo incontro qualcosa che mi sembra come una mano d’uomo. Forse è un altro passeggero che sta cercando anche lui di appoggiarsi all’albero maestro. Non so chi sia, come non so io stesso come mi sia trovato su questa barca. Ma il tocco di quella mano mi dà fiducia: mi spingo avanti così da poterla stringere ed esprimere la mia solidarietà con qualcuno in quell’oscurità che mette i brividi. Vorrei anche tentare di dire qualcosa, pur non sapendo se il mio compagno di barca capisce l’italiano.

Ma nel frattempo lui inizia a farmi qualche breve domanda, a cui sono lieto di rispondere. Si tratta di una persona che non conoscevo, ma di cui avevo sentito parlare. Mi colpiva il suo interesse per me in quel momento difficile, in cui ciascuno avrebbe voglia di pensare solo a se stesso. Dialogando così nella notte fonda, in quel momento di incertezza e anche di pericolo si videro a poco a poco spuntare le prime luci dell’alba. Riconobbi il luogo in cui mi trovavo: eravamo noi due soli in barca. E usando alcuni remi che trovammo in fondo a essa, ci mettemmo a remare verso la riva, fermandoci ogni tanto per assaporare la tranquillità del lago. Ci siamo detti molte cose in quelle ore. È venuto chiaramente alla luce durante la conversazione che eravamo tanto diversi l’uno dall’altro. Ma ci rispettavamo come persone e ci amavamo come figli di Dio. Anche il fatto di trovarci sulla stessa barca ci permetteva di comprenderci e di accoglierci, così come eravamo. Tra le prime cose che ci siamo detti c’è naturalmente un poco di autopresentazione. Così ho appreso che il mio interlocutore aveva nientemeno che ottantanove anni, mentre io ne avevo ottantadue. Don Luigi Verzé (tale appresi poi essere il nome di colui che viaggiava con me) presentava la sua vita come quella di uno che aveva vissuto sessantuno anni di sacerdozio. (...)

 

Luigi Maria Verzé

Quanto è cambiata ora la valutazione etica ecclesiastica, rispetto a quella imposta ai tempi della mia infanzia. D’altra parte, poiché la moralità è imperativo categorico, la gente si fa una propria etica laica e la Chiesa resta con un’etica cristiana incongruente perché incondivisa dagli stessi devoti. Ricordo, per esempio, che nella mia visita alle favelas del Brasile frequentemente mi incontravo con povere donne senza marito con un bimbo in seno, un altro in braccio e una sfilza di altri che le seguivano, tutti prodotti di diversi mariti. Era giocoforza concludere che la pillola anticoncezionale andava consigliata e fornita. Il Brasile, totalmente cattolico fino agli anni Ottanta, ora è disseminato di chiese e chiesuole semicristiane, organizzate però sui bisogni anche spiccioli della gente. La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate e delle feste per la dea Iemanjà, l’antica Venere cui tutti, compreso il prefetto cristiano, gettano tributi floreali. La Chiesa, più che vivere, sopravvive sulle ossa degli eroici primi missionari. E poiché siamo in tema di morale pratica, che cosa dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati? Io penso che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l’obbligo del celibato, poiché temo che per molti il celibato sia una finzione. E non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio, oggi così estraneo ai fatti della Chiesa? Forse non si è ancora maturi per tutto questo, ma Lei non crede che siano temi ai quali si dovrebbe pensare pregando lo Spirito?

 

Carlo Maria Martini

Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo, la Chiesa appare un po’ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d’accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità. Occorre prepararle, e occorre dopo dare un seguito di riflessione nell’ambito della parrocchia o del gruppo. Non credo, però, che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari. La Chiesa vive là anche su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. È questa la ricchezza delle nostre comunità. Tanti laici di queste nazioni e anche tanti laici vicino a noi sono seri e impegnati. Lei mi chiede che cosa penso della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati. Io mi so no rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza.

Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c’è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita. Dopo di ciò Lei affronta un problema molto importante, dicendo che ai sacerdoti andrebbe tolto l’obbligo del celibato. È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti. Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave.

E credo che quando la Chiesa lo affronterà avrà davanti anni davvero difficili. Non mancheranno coloro che diranno di aver accettato il celibato unicamente per arrivare al sacerdozio. D’altra parte, sono certo che ci saranno sempre molti che sceglieranno la via celibataria. Perché i giovani sono idealisti e generosi. Inoltre ci sono nel mondo alcune situazioni particolarmente difficili, in alcuni continenti in particolare. Penso però che tocchi ai vescovi di quei Paesi fare presente queste situazioni e trovarne le soluzioni. Lei si domanda anche se non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio. L’elezione dei vescovi è sempre stato un problema difficile nella Chiesa. Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse è stata portata troppo in alto loco. Mi ricordo che un canonista cardinale intervenne in una riunione per dire che non era giusto che la Santa Sede facesse due processi per la stessa persona: uno dovrebbe essere fatto in loco e il secondo dal Nunzio. Quanto alla partecipazione della gente, vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma è difficile dire che le cose vadano senz’altro meglio. In conclusione, si tratta di una realtà molto complessa. Però l’attuale modo di eleggere i vescovi deve essere migliorato. Sono temi sui quali si dovrebbe riflettere molto, e parlare anche di più. Nei sinodi qualcosa emergeva, ma poi non veniva mai approfondito. Il problema, però, esiste e deve potersi fare una discussione pubblica a questo proposito.

Anticipazione pubblicata dal Corriere della Sera del 20 Maggio 2009

Le reazioni all’ultimo sogno del Cardinal Martini

 

Parole che fanno bene al cuore. Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera

Fa bene al cuore leggere le parole del cardinal Carlo Maria Martini e di don Luigi Verzé tratte dal libro che hanno scritto insieme, Siamo tutti nella stessa barca: parole di comprensione, di apertura e di carità cristiana di cui da tempo si sentiva un grande bisogno.

E il pensiero che sono entrambi anzianissimi e uno dei due anche molto malato dovrebbe in un certo senso rassicurare i fedeli più tradizionalisti e, perciò, magari, turbati se non proprio scandalizzati dalle loro teorie: tra tutti gli uomini di chiesa non sono ormai forse quelli più vicini a Dio e dunque in grado, chissà, di intenderne meglio la voce?

Doppiamente possono essere rassicurati questi fedeli, in quanto, sia pure forse più nell’immaginario comune un po’ stereotipato che non nella realtà dei loro cuori, uno è sempre stato considerato piuttosto di sinistra e l’altro piuttosto di destra: due uomini, perciò, che si sarebbero ritenuti di idee contrastanti su tutto o quasi tutto.

L’avesse detto soltanto il cardinal Martini, qualcuno avrebbe pensato: il solito prete comunista; l’avesse invece detto soltanto don Verzè, qualche altro avrebbe ragionato: cosa non si fa pur di venire incontro al Presidente del Consiglio. Invece si sono trovati entrambi d’accordo nell’auspicare che la Chiesa si decida infine a concedere i sacramenti anche ai divorziati risposati. Ecco, è tutta qui la pietra dello scandalo, la piccola grande rivoluzione che numerosissimi in tutto il mondo si aspettano da tempo, spesso anche nella sofferenza più profonda e quel che è peggio, irrisolvibile. Abituati ad ascoltare confessori che, come condizione per accostarsi all’eucaristia, propongo loro di vivere in castità se non, addirittura, di tornare con il primo marito o la prima moglie, magari a loro volta ampiamente risposati, è con comprensibile sollievo e gratitudine che accoglieranno le parole dei due illustri, anziani sacerdoti.

Il pensiero va in particolare a quei credenti che, abbandonati dal partner malgrado loro, per poter continuare a ricevere i sacramenti — una consolazione, si sa, nello sconforto del fallimento sentimentale — si vedono costretti a una prospettiva di perenne solitudine, esclusi dalla festa e condannati per un divorzio subito, per una colpa, cioè, che non hanno commesso, secondo una giustizia che si fa fatica a riconoscere come divina.

Don Verzé e il cardinale Martini hanno, con questo loro pronunciamento, affrontato una questione delicata sulla quale in genere le gerarchie ecclesiastiche non si mostrano molto possibiliste: semplificando al massimo, se, cioè, l’uomo è fatto per la religione oppure la religione per l’uomo; e hanno optato, così sembra, per la seconda ipotesi.

Visto il gran numero di abbandoni della pratica ecclesiastica e viste anche, per esempio in Brasile, le molte conversioni ad altre fedi con regole meno rigide della nostra cattolica, la si potrebbe a prima vista considerare una scelta suggerita da una nuda e cruda realpolitik. Tuttavia, pensando alla storia dei due uomini, leggendo i brani della loro conversazione e ascoltando il tono accorato delle loro voci, si ha piuttosto l’impressione che l’istanza comune sia il frutto di una riflessione basata sulla necessità urgente che la Chiesa, non soltanto in teoria ma anche nella pratica, sia davvero vicina ai bisogni dei fedeli.

Una scelta di umana comprensione, di indulgenza e di carità, dunque: non l’uomo per la religione, ma la religione per l’uomo. Con un’attenzione intelligente all’evoluzione della storia e al mutare dei tempi e del costume: da non considerare necessariamente — come a volte si ha l’impressione che la Chiesa consideri — opera del diavolo.

Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera del 20 Maggio 2009

 

Cardinali liberi. Aldo Maria Valli su Europa

Il telefono del cardinale Martini ieri è rimasto a lungo occupato. Lo hanno chiamato moltissimi preti, non solo ambrosiani. Per dirgli grazie. Non tanto di aver “aperto” alla possibilità del matrimonio per i sacerdoti, quanto per aver parlato del problema con grande onestà e libertà. Perché il problema c’è ed è serio. Nessuno ha ricette pronte per l’uso. Come sostiene lo stesso Martini, la questione dovrà essere affrontata sapendo fin dall’inizio che rappresenterà un momento di sofferenza e di scontro nella Chiesa.

E tuttavia sempre meglio un dibattito aperto che un coperchio tenuto a forza sopra una pentolone con dentro tante domande e tanti drammi. Il cardinale nella conversazione con don Verzé pubblicata dal Corriere della Sera è stato onesto ma non ha detto nulla di nuovo rispetto ad altre sue prese di posizione in materia. Da tempo sostiene che il celibato dei preti cattolici di rito latino è un argomento da affrontare senza paura, per esempio all’interno di un sinodo dei vescovi appositamente convocato.

Sempre che il sinodo stesso sia riformato assegnandogli una valenza di autentico dibattito, senza tutele e censure dall’alto. Idem per quanto riguarda la possibilità di accedere al sacramento della comunione per i divorziati risposati. I casi sono tanti e tutti diversi uno dall’altro. Impossibile imporre una norma uniforme. D’altra parte, già adesso la maggior parte dei parroci si regola caso per caso. Quando hai di fronte una persona in carne e ossa la valutazione si fa automaticamente più flessibile.

Anche per quanto riguarda questa materia un sinodo ad hoc potrebbe dire molte cose. Tocca ai vescovi far giungere al Vaticano la voce del popolo. In generale, come dare torto al cardinale Martini quando chiede che lo stesso spirito di misericordia giustamente impiegato nei confronti dei vescovi lefebvriani sia utilizzato anche per altre questioni che toccano da vicino (anzi, molto più da vicino) la vita della Chiesa e dei fedeli? L’anticipazione del libro di Martini e di don Verzé è uscita sul Corriere proprio un giorno prima dell’intervista al cardinale Tettamanzi sul suo ultimo libro, Non c’è futuro senza solidarietà, dedicato alla crisi economica ma soprattutto alla crisi di Milano, che è economica ma prima morale e sociale.

Così ecco il vecchio arcivescovo di Milano e il nuovo accomunati uno dopo l’altro, in prima pagina e con grande rilievo sul Corrierone, per trattare questioni di attualità le cui radici affondano però nei problemi più profondi della società e anche della Chiesa. Quando Tettamanzi chiede che Milano accolga l’altro senza paura, perché la sua vocazione, oltre che la sua fortuna, è sempre stata l’accoglienza fiduciosa, lancia un segnale diretto anche al mondo cattolico, per dire che non si può adagiare in un moderatismo che nulla ha a che fare con lo spirito evangelico. È un messaggio chiaramente politico, ed è significativo che sia lanciato proprio mentre in tanti settori della Chiesa cosiddetta “di base” (orribile espressione per dire i fedeli che vivono a contatto col mondo) si stanno registrando crescenti mal di pancia per la politica del governo in materia di immigrazione.

Martini, don Verzé e Tettamanzi rappresentano a diverso titolo e in diverso modo punti di riferimento per un mondo ecclesiale che ha voglia di libertà. Non nel senso dell’anarchia, ma del confronto. Quando Tettamanzi dice che la città di Milano è fatta oggi di tante città impenetrabili l’una nei confronti dell’altra, ha in mente di certo anche l’impenetrabilità di alcuni mondi all’interno della Chiesa. Niente confronto, nessun rapporto, nessuno spirito di comunione. E invece, come dice il libro di Martini e don Verzé, siamo davvero tutti nella stessa barca. Riconoscerlo potrebbe accrescere il senso di umiltà e aiutare tutti a mettersi reciprocamente in ascolto. Milano come un polo che, dentro la Chiesa, pungola Benedetto XVI? Qualcuno lo sostiene e qualcosa di vero c’è, ma non per ostilità verso il papa. Semplicemente, succede che certe realtà siano più sensibili ai problemi e riescano a fare da termometro meglio di altre. Milano ha sempre avuto questo ruolo anche dentro la Chiesa.

Secondo alcune dietrologie, il fatto poi che l’anticipazione del nuovo libro di Martini-Verzé sia uscita giusto un giorno prima di quella relativa al nuovo libro di Tettamanzi rientrerebbe in una manovra tesa a ribadire la supremazia intellettuale dell’arcivescovo emerito rispetto a quello in carica, ma qui si entra in un pettegolezzo curiale che non porta da nessuna parte. La sostanza sta nelle richieste lanciate e negli allarmi. Piuttosto c’è da valutare un aspetto. Don Verzè è vicino ai novant’anni, Martini ne ha compiuti 82 a febbraio, Tettamanzi 75 lo scorso marzo. Quel che resta della possibilità di dibattito dentro la Chiesa è affidato alla terza età, e questo non è un buon segno.

Aldo Maria Valli su Europa del 21 maggio 2009