6 Febbraio 2010. Monsignor Bettazzi ospite del Guado

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Esattamente dieci anni fa avevamo chiesto a Monsignor Luigi  Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, di scrivere la prefazione al libro «Il posto dell'altro. Le persone omosessuali nelle chiese» che stavamo preparando per raccogliere gli atti del convegno che avevamo organizzato il 20 ottobre del 1999. A distanza di dieci anni gli abbiamo chiesto di venire a parlarci per confermarci nel senso di appartenenza a quella chiesa di cui è pastore. E lui ha accettato.

Sommario

Due testi di presentazione. 1

La locandina dell’incontro. 1

Il testo di presentazione. 2

Una breve biografia di monsignor Bettazzi. 2

Alcuni interventi di monsignor Bettazzi 3

«E’ importante che se ne parli con serietà e serenità ». La prefazione di monsignor Bettazzi al libro Il posto dell’altro  3

«Per le strade del mondo due pesi e due misure». Lettera sul World Pride 2000. 4

«Da vescovo combatterei prima Mammona». Una lettera sui DICO.. 5

«Ripartire dagli ultimi». Una lettera aperta ai confratelli vescovi sui valori non negoziabili 5

Tre interviste. 6

«Così questa città rinunciò alla speranza del Concilio». 6

«Cristo era di sinistra». 8

Dare agli immigrati la possibilità di realizzare pienamente la loro umanità. 10

 

Due testi di presentazione

La locandina dell’incontro

Il Guado

Gruppo di ricerca e di confronto su Fede e omosessualità

 

Sabato 6 Febbraio 2010 alle Ore 17.00

Teatro Santa Maria Bertrade, Via Oxilia 10 (MM1 Pasteur)

 

A tu per tu con un vescovo che ha partecipato al Concilio

Incontro con Monsignor Luigi Bettazzi 

Il testo di presentazione

Nato a Treviso nel 1923, si è trasferito in tenera età a Bologna dove è stato ordinato sacerdote il 4 agosto del 1946. Consacrato vescovo nel 1963, ha partecipato a tre sessioni del Vaticano II, segnalandosi per la citazione, durante un suo intervento, del libro «Delle cinque piaghe della Santa Chiesa» del beato Antonio Rosmini che, all’epoca era ancora fra i libri proibiti dal Sant’Uffizio.

Nominato vescovo di Ivrea nel 1966 è stato un importante punto di riferimento per molti cattolici italiani, in particolare per quanti guardavano con interesse all’esperienza del movimento internazionale «Pax Christi» di cui è stato presidente per quasi dieci anni.

Ha anche scritto numerosi libri, tra cui vale la pena ricordare: «Ateo a diciott’anni?» pubblicato da Rizzoli nel 1992; «La sinistra di Dio» pubblicato dalla Meridiana nel 1996 e il recente «In dialogo con i lontani. Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico» pubblicato da Aliberti lo scorso anno.  

Lasciata più di dieci anni fa la guida della diocesi di Ivrea per raggiunti limiti di età, monsignor Bettazzi è ormai rimasto uno dei pochi vescovi che hanno vissuto in prima persona l’esperienza del Concilio e rappresenta quindi un testimone prezioso di quell’importante stagione.

Abbiamo così pensato di chiedergli di raccontarci quell’esperienza per ravvivare in tutti noi quella stessa speranza che il Concilio, cinquant’anni fa, aveva acceso nel cuore di tanti uomini.

Una breve biografia di monsignor Bettazzi.

Le sue prese di posizione non sono mai passate inosservate e una trentina d’anni fa fece molto discutere un suo scambio di lettere con l’allora segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer. Negli anni scorsi, mentre la Chiesa manifestava la sua contrarietà su alcuni temi, tra i quali il disegno di legge sulle coppie di fatto, lui commentava: «Mi pare sia una cosa abbastanza ben fatta». Affermazioni che se arrivano da un Vescovo, certo richiamano attenzione. Si tratta di monsignor Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea, a lungo presidente di Pax Cristi, ed una delle personalità più note della Chiesa italiana.

Laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e poi in Filosofia presso l'Università degli Studi Alma Mater di Bologna, monsignor Bettazzi, nella giovinezza ha abbracciato le posizioni del personalismo cristiano. A Bologna ha insegnato presso il Pontificio Seminario Regionale ed è stato impegnato nei movimenti giovanili, in qualità di assistente diocesano e vice assistente nazionale degli universitari cattolici della FUCI. Ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II in stretto contatto con alcuni protagonisti del Concilio stesso, come Giuseppe Dossetti e il cardinal Lercaro di cui era vescovo ausiliare.

Nel 1966 è stato nominato vescovo di Ivrea, cattedra che ha lasciato nel 1999, per limiti di età. Nel 1968 è stato eletto presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace di cui, tra il 1978 e il 1985 è stato presidente internazionale.

All’interno della Conferenza Episcopale Italiana ha portato questo suo impegno in favore della pace presiedendo, per alcuni anni, la commissione Justitia et pax.

Tra i suoi libri vale la pena ricordare Ateo a diciotto anni? Pubblicato dalla Rizzoli nel 1982 e La mano sinistra di Dio, edito dalla Meridiana nel 1996 e il recentissimo In dialogo con i lontani. Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico.

Nostra integrazione della voce dedicata a Monsignor Bettazzi da WikipediaCosì questa città rinunciò alla speranza del Concilio

Alcuni interventi di monsignor Bettazzi

«E’ importante che se ne parli con serietà e serenità ». La prefazione di monsignor Bettazzi al libro Il posto dell’altro

«Sono nato mancino», così cominciavo il piccolo libro La sinistra di Dio. Ovviamente non si trattava di scelte politiche, anche se qualcuno volle subito protestare senza nemmeno avere sfogliato il libro. Si intendeva invece puntualizzare che in un mondo e in una cultura in cui il settore destro del corpo, per il 90% dell’umanità, è quello più forte, la destra diventava il segno della forza, della sicurezza, del privilegio: nel Primo Testamento «la destra dell’Altissimo» è il premio e la garanzia per chi Gli è fedele; e lo stesso Gesù Cristo, dopo le vicende della sua vita terrena e della sua morte dolorosa, risorge e sale «alla destra del Padre». E così l’ebreo, nei confronti del pagano, si sente protetto dalla destra di Dio, come lo è il maschio nei confronti della femmina, il ricco nei confronti del povero, il sano nei confronti del malato.

Gesù Cristo è venuto a farsi uomo come noi – come dice Paolo nella famosa pagina della kenosis («annientamento» Fil 2,17) – quasi ad accantonare al sua divinità per assumere la natura umana, e a svuotarsi dei privilegi che gli competevano per «farsi obbediente fino alla morte, e a quella obbrobriosa morte di croce». Gesù ha rovesciato le antiche priorità: ha privilegiato i piccoli, i poveri, gli ammalati, ha ridato dignità agli esclusi alle donne, ai forestieri, che son così diventati «la sinistra di Dio».

Non è detto che questa valutazione sia diventata automaticamente la caratteristica dei cristiani e delle Chiese; ma ad essa deve comunque rifarsi chi vuol essere fedele a Gesù Cristo. Forse l'essere mancino, quindi minoranza, l'aver subito rimproveri e violenze -come quelle della maestra di quarta elementare  che bacchettandomi mi obbligava a scrivere con la destra- può avermi reso più attento alle emarginazioni e alle sofferenze di chi si sente escluso.

Provenendo da una famiglia... equilibrata (quattro fratelli e tre sorelle) con genitori molto attenti, ed entrato in Seminario a dieci anni, non ho avuto modo di valutare queste situazioni se non molto tardi. In Seminario ci mettevano in guardia dalle «amicizie particolari», ma non ci rendevamo conto di che si trattasse. Forse l'allontanamento improvviso di qualche compagno di Seminario era il frutto del vigile controllo dei superiori. Il ministero sacerdotale non mi fece incontrare in modo forte questa realtà se non quando, divenuto vescovo e Vicario Generale, dovetti interessarmi di un sacerdote, inviato a curarsi in un'apposita clinica tenuta da religiosi americani.

Il Concilio Vaticano II, a cui ebbi la fortuna di partecipare (dalla seconda Sessione alla fine), se anche non mi fece affrontare questa realtà, pose le premesse per una valutazione più oggettiva. E non solo perché, voluto da Papa Giovanni come Concilio Pastorale (non primariamente dogmatico, come gli antecedenti, impegnati a precisare i dettagli delle verità di fede, degli «oggetti da credere»), si prefiggeva di considerare l'umanità concreta, i soggetti a cui il Vangelo è da annunciare. Alcune mutazioni di prospettiva fecero parlare di «rivoluzioni copernicane» (così non più il mondo per la Chiesa, ma la Chiesa per il mondo; e, nella Chiesa, non più i laici in subordine alla gerarchia, bensì questa al servizio del popolo di Dio); ma una precisazione importante venne fatta circa il matrimonio, a cui un tempo si prefissava come fine primario la procreazione, rimandando la «mutua unione» al terzo posto (addirittura dopo il «remedium concupiscentiae», il mezzo cioè per tacitare la passione), e che invece, nella Costituzione pastorale su «La Chiesa nel mondo contemporaneo» (Gaudium et spes), ritrova come fine primario l'amore. Questo ha avviato il recupero del senso fondamentale della sessualità, che è quello della relazione all'altro, facendogli perdere un giudizio, implicito, ma diffuso, che cioè il sesso fosse una brutta cosa (all'estremo opposto della castità, che era la «bella virtù»), da tollerare soltanto quando era proprio indispensabile, come nel momento di «fare figli».

E' così che si è giunti a canonizzare l'uso del matrimonio nei periodi infecondi (anche se Giovanni Paolo II ha poi dovuto mettere in guardia dall'egoismo che può arrivare a programmare questo uso dichiarato «lecito»); ma è così soprattutto che si è rilanciata la spiritualità dell'amore, con tute le premesse e i corollari della psicologia, della sociologia dell'etica.

Ed è così anche che si è aperta una porta per superare gli schemi antichi di un'omosessualità come scelta depravata (forse influenzata anche da prassi rituali in alcuni culti pagani) che lo stesso San Paolo condanna duramente anche per contrastare la pedofilia o il disprezzo del matrimonio (i filosofi - lo stesso Socrate - trovavano che l'omosessualità è più conveniente perché evita le complicazioni della famiglia e della prole e quindi lascia tempo e serenità per filosofare!).

I credenti che si scoprono omosessuali cominciano a chiedersi come conciliare questa loro realtà con la fede, si incontrano - non più furtivamente - per approfondire insieme i problemi che ne derivano.

Accanto ad alcune - poche per ora - attenzioni di simpatia e di aiuto, in genere purtroppo rimangono molte assenze e diffidenze, e non solo da parte della gerarchia, ma in primo luogo della stessa opinione pubblica ecclesiale, forse disposta a togliere la demonizzazione, ma restia a riconoscere che si tratta di «naturalità», sia pure di minoranza. E credo che il grande problema rimanga questo: una volta riconosciuto il valore di un'affettività omosessuale, fin dove questa potrà spingersi, sul piano morale e poi sul piano giuridico? E' importante che se ne parli, con serietà e serenità, ed è quello che ha fatto un Convegno di omosessuali credenti a Milano, è quello che fa questo libro. Vi sono riflessioni approfondite, punti di vista delle Chiese, testimonianze sofferte. V'è anche un documento, molto completo e aperto (almeno con prospettive aperte) della diocesi di Innsbruck.

E' importante che gli Atti del Convegno siano diffusi anche attraverso questo libro; per documentare e orientare la riflessione degli omosessuali credenti, ma anche per ricuperare nell'opinione del popolo di Dio delle nostre Chiese una valutazione più evangelica, più umana, più fraterna di questa realtà.

+ Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea)

«Per le strade del mondo due pesi e due misure». Lettera sul World Pride 2000.

Ad Andrate, dove sto predicando un corso di esercizi spirituali alle nostre suore d'Ivrea, mi è giunta da Pax Christ’ nazionale la richiesta di un parere su una Dichiarazione, che successivamente è stata pubblicata.

Il documento, mentre prende atto delle opposizioni fatte - da parte ecclesiastica e poi da parte civile - al raduno degli omosessuali previsto a Roma in luglio, nota invece come proprio quest'anno si sia deciso di riproporre a Roma - e senza alcuna riserva ecclesiastica - la parata militare del 4 giugno.

Da più parti s'è fatta notare, in particolare dal Comune di Roma che ha ritirato il patrocinio alla manifestazione, la motivazione degli eccessi a cui potrebbe prestarsi il grande raduno omosessuale. Ma da parte ecclesiastica, al di là della tendenza un po' teocratica di chiedere che le convinzioni religiose si traducano in leggi civili, ci si rifà troppo materialmente al fatto che la Bibbia esclude gli omosessuali dal Regno dei cieli, non tenendo conto peraltro che San Paolo, ad esempio, non solo si muove sul piano strettamente religioso, ma contempla chiaramente (si veda ad esempio Romani 1,27) l'espressione estrema dell'omosessualità, ritenuta allora a tutti i livelli una depravazione volontaria.

Oggi che le scienze ci attestano trattarsi di struttura fisiologica e psicologica, dovremmo prendere più in considerazione la prospettiva di chi si sente più in sintonia affettiva con le persone dello stesso sesso e chiede di poter coltivare amicizie che gli rendano più serena la vita. E' quanto chiedono i gruppi omosessuali cristiani, come quelli che di recente hanno interpellato i Vescovi piemontesi. Sul piano personale si potranno dare eventuali indicazioni sul ‘fin dove’ l'amicizia può spingersi, come le si danno ai tanti che hanno amicizie eterosessuali, affidando poi alla loro coscienza - agli uni come agli altri – il comportamento concreto.

Altrimenti…dovremmo riprovare ogni forma di amicizia verso persone dello stesso sesso, dalle associazioni di arma alle comunità religiose! Purtroppo non abbiamo mai privilegiato la dimensione ed il valore dell'amicizia (quella ad esempio a cui essi si richiamano, appellandosi alla Bibbia, tra Davide e Gionata), condannando a priori e proscrivendo drasticamente; e di questo dovremmo chiedere perdono.

La misura restrittiva che si usa in questo campo di comportamenti individuali non viene usata invece nel campo della collettività civile. E così non si trova nulla da dire - se non per spirito secessionistico - quando si ripropone una parata militare che ostenterà le armi più moderne che stiamo vendendo agli stessi Paesi che calpestano i più elementari diritti civili - come è stato recentemente pubblicato - e, di cui si è dotato il nostro Esercito allargando i bilanci della cosiddetta Difesa, mentre si riducono quelli delle spese sociali; e che nello stesso tempo dovrà rinfocolare lo spirito militare p4er attirare candidati all'Esercito professionale, mentre si va scoraggiando e praticamente boicottando il servizio civile.

Magari ci si appellerà - come ha fatto anche altre personalità ecclesiastiche - alla concezione di Forze Armate come strumento di pace, per non far emergere il militarismo che privilegia invece la violenza e quindi i popoli più ricchi e produttori (e commercianti) di armi. Dimenticando fra l'altro che l'ultima guerra da noi combattuta in Kosovo (ed è stata riconosciuta "guerra", alla faccia della Costituzione) è stata chiaramente voluta rinunciando a protrarre le trattative di pace e sta dimostrando ora che la pace: se vuoi veramente la pace devi preparare con determinazione la pace! Per questo ho dato la mia adesione alla mozione di Pax Christi, ed ora ho cercato di spiegare il perché.

+ Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea

Il Risveglio Popolare (Settimanale Diocesano di Ivrea), 12 Maggio 2000

«Da vescovo combatterei prima Mammona». Una lettera sui DICO

Egregio dottor Augias, leggo su Repubblica, a commento del «non possumus» sui Pacs, o Dico, che non sarebbe moralmente possibile per i cattolici appoggiare un centrosinistra che contrasta con la morale cattolica. E’ vero - ed è la comprensibile preoccupazione del Papa e della Cei – che un’equiparazione di ogni tipo di coppia al matrimonio eterosessuale potrebbe favorire lo sgretolamento di un’istituzione fondamentale.

Giungere però ad una scelta politica come conseguenza della fede, credo davvero sia un salto non solo illegittimo ma sconcertante.

La legge sui Dico non obbliga nessuno, assicura solo garanzie legali che del resto i politici (quelli stessi che difendono la «famiglia cattolica») si sono già attribuiti; così come governi «democristiani» presero atto che la maggioranza degli italiani accettava il divorzio e – entro certi limiti – purtroppo anche l’aborto.

Quello che invece non riesco a capire – da cattolico e, vorrei dire, da vescovo – è che per questa tolleranza democratica si voglia sconfessare un orientamento che – almeno nelle intenzioni – parte dalla difesa di chi ha maggiori difficoltà in linea con il Vangelo che assicura il «regno» a chi provvede ai senza lavoro, ai senza casa. La vera scelta è solo quella fra Dio e Mammona (Lc 16,13), dove Mammona è mettere al primo posto i soldi, il potere.

Vorrei che come formazione ad un autentico cristianesimo, una volta indicati i pericoli che possono accompagnare il cammino dei Dico, si combattesse con non minore energia lo spirito di Mammona, che sta inquinando il nostro mondo, alimentando la violenza, inaridendo i nostri giovani

+ Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea

Repubblica dell’11 Febbraio 2007

«Ripartire dagli ultimi». Una lettera aperta ai confratelli vescovi sui valori non negoziabili

Più volte, in passato, in previsione dell’Assemblea annuale della CEI - a cui ritengo opportuno non partecipare - ho scritto a tutti i Confratelli Vescovi una lettera con le mie riflessioni, con quelle che avrei comunicato se mi fossi recato in Assemblea. Lo facevo in segno di collegialità, ritenendo che pur tagliato ormai fuori dalla corresponsabilità della pastorale italiana, potessi ancora manifestare vicinanza al cammino della Chiesa italiana. Questa volta partecipo le mie riflessioni, sollecitate dagli incontri che ancora faccio su e giù per l’Italia, anche agli amici di Mosaico di pace come semplici auspici, sui quali pregherò, specialmente nei giorni dell’Assemblea della CEI.

Non so quale sarà il giudizio della CEI sui risultati delle recenti elezioni. La nostra gente ha sempre pensato che i Vescovi, pur astenendosi da interventi diretti, non riuscissero a nascondere una certa simpatia per il Centrodestra, forse perché, almeno apparentemente, si dichiara più severo nei confronti dell’aborto e dei problemi degli omosessuali e più favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali.

Credo peraltro che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica - dopotutto meritoria di aver evitato il fallimento finanziario del nostro Stato di fronte all’Europa (anche se questo può aver rallentato l’impegno, già avviato, di attenzione ai settori di popolazione più in difficoltà), quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto personalmente, familiarmente, programmaticamente - in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche. Anche perché in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre più la maggioranza dei popoli e tutto teso, tra noi e fuori di noi, verso la ricchezza e il potere - la «mammona» evangelica, che Gesù contrappone drasticamente a Dio - tra i valori «non negoziabili», accanto alla campagna per la vita nascente e per le famiglie "regolari", va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione già denunciata da Paolo VI nella Populorum progressio (quarant’anni fa!) tra i popoli e i settori più sviluppati e più ricchi e quelli più poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate, vanno messi l’impegno per un progressivo disarmo, richiesto da Benedetto XVI all’ONU, e quello per la nonviolenza attiva, che è la caratteristica del messaggio e dell’esempio di Gesù («Obbediente fino alla morte, e a morte di croce» - Fil 2, 16).

Forse siamo sempre più pronti a dare drastiche norme per la morale individuale, sfumando quelle per la vita sociale, che pure sono altrettanto impegnative per un cristiano, e che sono non meno importanti per un’autentica presenza cristiana, proprio a cominciare dalla pastorale giovanile. Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano cattolici, nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro furberie, e noi uomini di Chiesa tacciamo per «non entrare in politica», finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l’opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all’on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l’obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle...

Lo dico come riflessione personale. Perché mi consola pensare che il nuovo Presidente della CEI - a cui auguro un proficuo lavoro - proprio nell’intervento inaugurale di questo suo ministero richiamava il principio tipicamente evangelico del «partire dagli ultimi», che era stato proclamato in una mozione del Consiglio Permanente della CEI nel 1981 (!), e che risulta più che mai importante in un mondo (anche quello italiano! e qualche segnale ce lo fa temere sempre più per l’avvenire...), in cui si suole invece partire «dai primi», garantendo i loro profitti e i loro interessi, che non possono poi non essere pagati dalle crescenti difficoltà di troppe famiglie italiane.

L’auspicio è confortato dalla recente Settimana Sociale dei Cattolici italiani - e qui il compiacimento si rivolge al loro Presidente, che è il mio successore in Ivrea - che ha richiamato un altro centro nodale della Dottrina sociale della Chiesa e quindi della pastorale di ogni suo settore, che è il «bene comune», sul quale dovremmo comprometterci in un tempo in cui troppi - politici, impresari, categorie professionali e commerciali - pensano e lavorano solo per il «bene particolare», a spese - ovviamente - di chi non si può o non si sa difendere. Che questo dunque, dopo essere stato un messaggio così significativo sul piano dottrinale, appaia davvero come un impegno concreto e quotidiano, come qualche Vescovo già ha iniziato a dichiarare, sfidando riserve e mugugni. Come si vede, sono tanti i motivi per auspicare, tanti i motivi per pregare, in vista di questa annuale Assemblea dei Vescovi italiani.

Luigi Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi Internazionale, presidente del Centro Studi economico-sociali per la pace, vescovo emerito di Ivrea)

Mosaico di Pace, 6 Maggio 2008

Tre interviste

«Così questa città rinunciò alla speranza del Concilio»

Quarant'anni fa il cardinal Lercaro veniva rimosso. Il vescovo di Ivrea era il suo ausiliare. I ricordi di mons. Bettazzi, bolognese in incognito

Monsignor Luigi Bettazzi frequenta la città in cui diventò sacerdote, e dove fu per tre anni vescovo ausiliare del cardinale Lercaro, più di quanto non si sappia. «Vengo in incognito, per non disturbare», sorride. Col suo dono di rendere leggerissime le cose pesanti, nel seminterrato della parrocchia di Sant'Anna di via Siepelunga l'arcivescovo emerito di Ivrea spiega il Concilio a una cinquantina di fedeli. Un appuntamento parrocchiale, ma la stampa diocesana avrebbe potuto almeno darne notizia. Un velo di dimenticanza sembra essere sceso a Bologna anche su monsignor Bettazzi, proprio come su Giacomo Lercaro e su Giuseppe Dossetti, coi quali condivise gli anni emozionanti del Concilio Vaticano II, fino alla rimozione d'autorità del cardinale, di cui tra pochi giorni, nel silenzio della città della fede e di quella laica, ricorrerà il quarantesimo anniversario. «Giovane da moltissimo tempo», a 84 anni monsignor Bettazzi sta mettendo per iscritto un po' di ricordi di vita, che ripercorreranno anche i suoi anni a Bologna. Ma, per quanto sollecitato dall'intervista a Repubblica di un vecchio amico come monsignor Giovanni Catti, si vede che richiamare quei momenti gli costa qualche sforzo di diplomazia, più che di memoria.

Monsignor Bettazzi, sa spiegarsi perché a Bologna rimangano così scarsi segni dell'eredità di Lercaro?

«La loro fu un'epoca di contrapposizioni fra mondi, un'epoca che sollecitava lo sviluppo delle personalità, oggi è tutto più appiattito. Ma non so se si possa parlare di un'era Lercaro a Bologna. Quelli furono, anche per Bologna, gli anni del Concilio. E quegli anni, a Bologna, portano forte il segno di Giuseppe Dossetti».

Dossetti partecipò al Concilio come assistente di Lercaro.

«Qualcosa di più. Lercaro aveva capito che Dossetti guardava all'avvenire. Si fidò di lui, lo mandò avanti, lo lasciò fare. Gli fece scrivere molti dei suoi discorsi».

Allora cambio la domanda: perché a Bologna rimangono così pochi segni dell'eredità di Dossetti?

«L'eredità di Dossetti, cioè l'eredità del Concilio, avrebbe dovuto essere quella commissione per l'adeguamento della diocesi ai decreti conciliari, che Dossetti avviò su incarico di Lercaro nel gennaio del 67, ma che morì prima di aver dato frutti, per vicende note e meno note».

Si riferisce alla rimozione di Lercaro?

«Prima, prima. Lercaro lasciò la sede arcivescovile nel febbraio del '68, ma già nel settembre precedente aveva annunciato, con grande sorpresa di noi suoi collaboratori, che sarebbe stato affiancato da un coadiutore con diritto di successione, che era poi il futuro arcivescovo Poma. Per fargli posto, dovetti lasciare Bologna e accettare la nomina a Ivrea. Dossetti lasciò qualche mese più tardi, quando il destino di Lercaro fu chiaro: e la spinta al rinnovamento si fermò».

La rimozione di Lercaro è ancora un mistero?

«Credo che le sue dimissioni siano state un po' forzate. Ma non solo, come si dice comunemente, per le sue posizioni contro la guerra in Vietnam. C'erano anche le preoccupazioni delle gerarchie, e di Poma stesso, per alcune scelte pastorali, anche, per esempio, per l'avventura delle nuove chiese, quel piano ambizioso, quasi rinascimentale che Lercaro aveva concepito: chiamare gli architetti migliori del mondo per costruire le nuove case del Signore, ma gli architetti famosi costano».

Con la partenza di Lercaro, sua e di Dossetti finì la Bologna conciliare?

«Furono tre anni di grandi speranze ma senza un seguito. Di fatto, le prime diocesi in Italia ad adottare le novità del Concilio furono quelle in cui andarono a finire i vicari di Lercaro, Baroni a Reggio Emilia e io a Ivrea».

Eppure Bologna è ricordata come la grande retrovia del Concilio.

«Bologna fu la città del Concilio: ma lo fu a Roma, forse meno a Bologna. E Dossetti ebbe un gran ruolo in questo».

Il cardinale Biffi, nel suo recente libro di memorie, lo ridimensiona parecchio, e punta il dito contro l'eccessivo spirito politico dell'ex costituente.

«Al contrario, l'esperienza di Dossetti alla Costituente gli fu molto d'aiuto nelle situazioni conciliari che richiedevano grandi doti di mediazione e prudenza. E sapeva anche come comunicare. Alla sera, finite le commissioni, si chiudeva in una stanza con Raniero La Valle, il direttore dell'Avvenire d'Italia, e assieme facevano le paginone sul Concilio: così il giorno dopo i vescovi per capire cosa stava succedendo leggevano il giornale di Bologna più che l'Osservatore Romano».

Bologna è stata anche la città degli storici del Concilio. Cosa pensa delle polemiche della gerarchia contro il professor Alberigo e la sua scuola, colpevoli di aver parlato del Concilio come di una svolta nella storia della Chiesa?

«Il Concilio fu una novità enorme non per la teologia, ma per la vita della Chiesa. Continuità dogmatica, discontinuità pastorale. Non credo sia sensato dare la colpa all'Officina bolognese di Alberigo dell'interpretazione di un evento che un vescovo polacco, tornando nel suo paese, definì addirittura una rivoluzione. Forse conosce il nome di quel vescovo, si chiamava Karol Wojtyla».

Se il successore di Lercaro fosse stato Dossetti, sarebbe cambiata la storia di Bologna, o almeno quella della sua Chiesa?

«Non so dire quanto sarebbe riuscito. Certo aveva dalla sua l'ascendente della sua santità. Lercaro era un vescovo autorevole, ma forse era entrato meno nel cuore della comunità».

Un pastore rimasto in fondo estraneo al suo gregge, come suggerisce Catti?

«Per carattere e per ragioni oggettive. Il Concilio lo tenne a lungo lontano, e quand'era a Bologna era molto assorbito anche dalle cure della sua famiglia. Era in fondo un capo solitario. Nasalli Rocca, ad esempio, era entrato molto più in sintonia con la diocesi. Quando Dossetti divenne vicario generale, dopo un primo riflesso di prudenza, i preti furono entusiasti: sembra un abate più che un vicario».

Monsignor Catti suggerisce che a Lercaro abbiano nuociuto anche gli abbracci di Dozza, le lodi dei comunisti.

«Non credo. Lercaro non fu un vescovo con simpatie di sinistra. Persino nella Dc le sue simpatie andavano ai moderati, a Elkan più che a Zaccagnini. E i rapporti col comune li delegava a Catti. Ero con Lercaro quando tornò dal Concilio, ricordo quanto fosse contrariato all'idea di essere accolto dal sindaco, pretese che ci fosse almeno un politico dell'altra sponda, io riuscii a trovargli Salizzoni, anche se poi apprezzò molto il discorso del sindaco. Non credo sia stato danneggiato da certi apprezzamenti, tutt’al più si disse che perfino i comunisti gli riconoscevano grandi doti».

Vale lo stesso per Dossetti?

«Anche di Dossetti è rimasta un'immagine che non gli corrisponde interamente. Tra lui e Lercaro, era proprio Dossetti il più diffidente rispetto alle possibili strumentalizzazioni. Quando arrivò dal Comune la proposta di cittadinanza onoraria, Lercaro chiese a Dossetti di scrivergli il discorso, e pare che lui abbia insistito perché non accettasse, per il timore di una strumentalizzazione politica. Al che Lercaro, con i modi severi che sapeva assumere, gli rispose: Le ho chiesto un discorso, non un'opinione, e Dossetti gli scrisse un grande discorso».

Come fu il rapporto fra i due?

«Dossetti era l'unico che potesse dare consigli a Lercaro. Io non ci sono mai riuscito. Se ero io a chiedergli eminenza cosa dice di questo? lui temeva lo volessi condizionare e sembrava si chiudesse. Se glielo diceva Dossetti, ascoltava».

Era più convincente?

«Era più santo. E anche più obbediente, disciplinato. Lercaro lo volle sacerdote e lui disse sì, lo volle candidato sindaco e lui disse sì anche se avrebbe preferito di no. Io non sono così santo».

Rimpiange i suoi anni a Bologna?

«Lasciarla fu una sofferenza, ma avevo capito che restando avrei creato dei problemi, lasciai sapendo che non si poteva fare di più. A Ivrea invece mi accolsero benissimo, come il collaboratore di Lercaro, l'uomo del Concilio, fu un nuovo splendido inizio».

Cosa si può fare per riportare Lercaro e Dossetti nella storia di questa città?

«Restituire la loro verità di uomini e di pastori, in ciò che hanno fatto di buono e nei limiti e nelle sofferenze che hanno incontrato. È vero che preferiamo tutti pensare a Gesù Cristo risorto: ma prima fu messo in croce».

Michele Smargiassi, Repubblica del 1 febbraio 2008

«Cristo era di sinistra»

Conosco Monsignor Bettazzi da una quarantina d’anni, dai tempi in cui era Vescovo di Ivrea, ed io giornalista a l’Unità di Torino. Ricordo di averlo incontrato in più occasioni in quegli anni caldi da un punto di vista sociale, mentre svolgevo il mio lavoro di cronista, in mezzo ai cortei degli operai in sciopero, per la difesa dei loro diritti, primo fra tutti quello del posto di lavoro. Incontri fugaci, ma significativi. E Monsignor Bettazzi era lì, tra quei lavoratori, a quegli operai, a esprimere loro la solidarietà di tutta la sua Diocesi. E quella presenza gli costò anche una denuncia «per blocco stradale». Venne prosciolto in istruttoria, con tutti gli operai in lotta «perché il fatto non costituiva reato».

Negli anni del mio mandato di sindaco di Torino fui coinvolto in uno scambio di corrispondenza tra Luigi Bettazzi e Enrico Berlinguer. Il vescovo di Ivrea, nel luglio 1976, aveva indirizzato una lettera aperta al segretario generale del Pci che così si apriva: «Onorevole, Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni di vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pure aperta, al Segretario di un partito, come il suo, che professa esplicitamente l’ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana. Eppure mi sembra che anche questa lettera non si discosti dalla comune preoccupazione per un avvenire dell’Italia più cristiano e più umano».

Berlinguer rispose in tredici fitte cartelle dattiloscritte, che varrebbe la pena ripubblicare integralmente con la lettera del vescovo di Ivrea considerata la struggente attualità di alcuni temi trattati. Scrive Berlinguer: «Le posizioni assunte e i comportamenti seguiti dal Pci lungo diversi decenni fino ad oggi, penso dovrebbero portarla a riconoscere, Signor Vescovo, che l’insieme di essi costituisce la valida garanzia che nel Partito comunista italiano esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista; ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista». Quanti della folta schiera dei neo-liberali (oggi vanno di moda) del centro sinistra e della cosiddetta Casa delle libertà sarebbero disposti a sottoscrivere una dichiarazione di questo genere?

Ed eccomi qui, nella casa vescovile di Albiano, dove vive oggi il Vescovo emerito di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi. Una conversazione, stimolata, provocata, da una serie di domande a 360 gradi. Partiamo subito.

Larga parte dei giovani oggi ci dicono che «questo mondo così com’è non ci piace» e che «un altro mondo è possibile». Cosa rispondiamo loro?

«Io credo che dobbiamo renderci conto del tipo di comunicazione che c’è oggi. Ai tempi di Berlinguer la tensione ideologica portava la gente a riflettere, a pensare, a orientarsi e a scegliere. Oggi il tipo di comunicazione che c’è, così rapido e preordinato, fa sì che non si pensi più: i problemi vengono presentati e hanno già le loro soluzioni. Questo è talmente evidente che si fa fatica oggi nel mondo a distinguere le politiche di destra e quelle di sinistra, e a trovare il modo di sopravvivere nel mondo globalizzato in cui viviamo, senza rendersi conto che in fondo chi possiede i mezzi di comunicazione li utilizza secondo i propri interessi. Già nel 1980 il Rapporto Brandt dell’Onu (Rapporto sulla disparità fra Nord e Sud del mondo, promosso dall’ex cancelliere tedesco Willy Brandt, ndr) segnalava che il più grande pericolo per l’umanità non era la guerra atomica (allora possibile), ma la divaricazione fra la parte più ricca e sviluppata dell’umanità e quella più povera e dipendente. Cosa che va continuando dal 1980, per cui il mondo è organizzato dai G8, cioè dalle nazioni più ricche, secondo i loro interessi, rendendo sempre più emarginata la maggioranza dell’umanità. È questo tipo di atmosfera che rende difficile lo sviluppo di un pensiero autonomo, che nelle grandi linee viene orientato da chi ha in mano le leve del potere economico, politico e militare, e dalla stragrande maggioranza delle persone viene ricevuto automaticamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa che offrono le soluzioni preordinate dei Grandi. Di questo credo siano vittime in modo particolare i giovani, che a questo forse non sono sufficientemente preparati. A loro dovremmo dire di rendersi conto che il futuro è nelle loro mani, ma devono cercare di essere consapevoli e responsabili dell’orientamento del mondo, altrimenti diventano strumenti di un mondo organizzato dagli altri per i propri interessi. Danno a questi giovani le cose rispondenti forse ai loro desideri più immediati, ma in fondo li mettono al di fuori delle leve dell’orientamento del mondo di domani».

Lei, monsignore, è stato molto in sintonia con il pensiero, non solo come intellettuale, ma come uomo di Chiesa, quindi con la sua azione di vescovo del cardinale Pellegrino, e in particolare alla sua lettera pastorale «camminare insieme», definita stoltamente «datata». Le posso chiedere perché una figura eminente come la sua è stata praticamente rimossa dalla Chiesa piemontese?

«Credo che vada sottolineata intanto l’importanza delle due parole “camminare insieme”, nel senso che anche all’interno del mondo ecclesiale c’è chi spinge per camminare ma autonomamente, o a gruppetti, e chi, per stare insieme, sta fermo. Direi invece che è una fondamentale legge dell’umanità e della Chiesa quella di camminare insieme. Quanto al cardinal Pellegrino, al di là della sua ben documentata formazione intellettuale, sul piano umano, mi piace ricordare che quando aveva un’intuizione su qualche verità o orientamento lo presentava con molto vigore, alle volte anche con poca diplomazia. Anche quando parlava all’interno della CEI, ricordo che spesso usava forme che si prestavano ad essere criticate per alcuni particolari, e questo lo rendeva forse meno efficace. D’altra parte è anche vero che quando si propongono dei notevoli cambiamenti si trovano delle notevoli resistenze. Basta guardare anche oggi come viene considerato il Concilio: l’autorità religiosa di Bologna non c’era ai funerali di Alberigo e non ho potuto presiederlo io, vescovo. Criticano Alberigo perché considerava il Concilio come un evento di grande cambiamento, mentre loro lo considerano solo un’accelerazione, che non va interpretato come una discontinuità ma come una continuità. Su un piano dogmatico è vero che c’è continuità, non ci sono verità nuove, ma su un piano pastorale invece la discontinuità è fortissima. Un vescovo romano è addirittura arrivato a dire che siccome Paolo VI accettava sollecitazioni della minoranza, il Concilio va interpretato secondo la minoranza. Sarebbe come dire che siccome un quadro deve avere una cornice, la bellezza del quadro è determinata dalla cornice. E questo si dice in un volumone presentato dal cardinal Ruini e dal professor Riccardi a Roma».

Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, non si stanca mai di ripetere, rifacendosi al Vangelo, «di essere schierato dalla parte degli ultimi». Non si ha la sensazione che questa massima evangelica sia molto osservata non solo dagli uomini politici ma anche dalla stessa autorità della Chiesa di Roma. Mi sbaglio? Nel recente viaggio in Brasile del Papa si è avuta l’impressione che quella moltitudine di poveri, «gli ultimi», siano stati un po’ trascurati.

«C’è un documento Cei del 1981, che è un’isola, perché dice che bisogna cominciare dagli ultimi; ma in seguito non se n’è tenuto molto conto. Questo anche perché si è fortemente condizionati dall’opinione pubblica, che non è fatta dagli ultimi, ma dai mezzi di comunicazione di massa che sono in mano ai potenti, i quali hanno l’abilità di presentare delle motivazioni anche umanistiche per quelli che sono i propri interessi. Basti pensare a chi dice di fare la guerra per portare la democrazia quando invece si sa che c’è ben altro sotto. Quindi è difficile continuare a partire dagli ultimi perché siamo parte di un meccanismo che non lo prevede. Pensiamo anche all’otto per mille, che certo permette alla Chiesa di fare del bene, ma che in fondo mette la Chiesa nell’esigenza di muoversi nell’ambito finanziario. Quindi si fa molto per gli ultimi ma sempre partendo da un certo tipo di mondo. Paolo VI preparò la Popolorum progressio del 1967, un’enciclica molto forte che fu il suo modo per dire che la Chiesa stava con i poveri. Ma il vero intervento fu fatto nel 1968 a Medellin dai vescovi dell’America Latina, i quali dissero che bisognava incominciare a vedere le cose con gli occhi dei poveri. Invece oggi normalmente i mezzi di comunicazione di massa ci presentano le cose con gli occhi dei ricchi, tant’è vero che oggi la prima cosa che si fa per salvare l’economia è licenziare gli operai. Io ricordo che, quando vendevamo le armi a Iraq e Iran (ed è proibito vendere armi a paesi belligeranti), il nostro bravo Ministro della Difesa d’allora la prima volta disse che noi le vendiamo a tutti e due (e vinca il migliore!), la seconda volta disse che “non sapeva”, (ma un ministro dovrebbe sapere!); e la terza volta disse che di due casi sapeva ma aveva chiuso gli occhi perché altrimenti sarebbero fallite due fabbriche italiane. Ecco, questo è vedere con gli occhi dell’economia e di chi sta bene, mentre partire dagli ultimi significa soprattutto guardare dal loro punto di vista. Questa io credo che dovrebbe essere la grande presa di coscienza che dovremmo fare: noi ci preoccupiamo dei giovani, ma quando loro vedono che i grandi corrompono e fanno i loro interessi a discapito degli altri possiamo poi lamentarci se nel loro piccolo fanno altrettanto? Per quanto riguarda il viaggio in Brasile è normale che succeda questo, perché chi organizza non vuole far vedere la miseria. Succedeva anche quando andava Giovanni Paolo II, anche se magari voleva fermarsi a benedire una capanna in Africa veniva bloccato, perché questi viaggi sono tutti organizzati nel dettaglio, e chi organizza vuole fare bella figura».

Motivo di questo nostro colloquio è stato quello di verificare una sensazione che ci angoscia, cioè di vivere un tempo «dissociato», quasi che una forma di virus misterioso abbia colpito le classi dirigenti dell’umanità accentuando le disuguaglianze, la povertà, la violenza, mettendo a rischio quelli che vengono chiamati «i beni comuni» sull’altare di una falsa modernità. Non ritiene che la Chiesa in un contesto mondiale caratterizzato da una drammatica realtà potrebbe avere una grande funzione di orientamento, di guida, nonché di denuncia?

«Io credo che qualcosa si muove, ma purtroppo succede lentamente. Ai vertici nel 1989 a Basilea per la prima volta si sono incontrati i Cristiani d’Europa, Cattolici, Protestanti e Ortodossi; e il tema era “pace e giustizia a salvaguardia del creato”. Significava che prima di metterci d’accordo sul piano dei valori teologici, sui quali si continuerà sempre a discutere, bisognava mettersi insieme sui valori dell’umanità, sui grandi temi. Fu una cosa molto importante. Papa Giovanni ebbe a dire “ma se noi guardiamo bene Gesù aveva posizioni che oggi chiameremmo di sinistra”. Noi siamo più propensi ad intervenire sulla morale individuale, che poi però viene lasciata alla valutazione della persona, che su quella sociale, che sfocia nel politico. Ma dovremmo avere la chiarezza di dire che non possiamo prendere come principio politico il potere e l’interesse perché questo è proprio quello che scredita la religiosità. Giovanni Paolo II ebbe questa grande intuizione di convocare ad Assisi tutte le religioni dicendo che pur avendo opinioni e nomi diversi adoriamo tutti lo stesso Dio e non possiamo più fare le guerre in nome della religione. Papa Giovanni diceva già nel 1963 nella Pacem in terris che dati i mezzi di distruzione che ci sono oggi e date le possibilità di incontro, ritenere che si possa portare avanti la pace con la guerra è alienum a ratione, che fu tradotto “sembra impossibile” ma in realtà significa “è roba da matti”. Papa Giovanni Paolo II nel dicembre 2003 arrivò a dire che si doveva insistere di più sulla non violenza attiva, perché proprio secondo i principi cristiani dovremmo condannare la guerra».

La nostra è una rivista che si rivolge in modo particolare alle nuove generazioni. Se dovesse inviare loro un messaggio cosa gli direbbe?

«Gli direi innanzitutto di cercare di pensare, di farsi delle idee proprie attraverso verifiche e confronti. Poi direi loro di mettersi insieme ad altri, perché da soli non si arriva da nessuna parte. Io penso sempre ai giovani del ’68, che dicevano “facciamo l’amore e non la guerra”: di fronte ad un mondo tutto orientato al consumo, organizzato per la produzione e per il commercio, con il settore delle armi in testa all’industria, loro auspicavano un mondo impostato sull’umanità. Certo, poi l’amore bisogna anche farlo per bene».

Diego Novelli per l’Unità del 13 Luglio 2007

Dare agli immigrati la possibilità di realizzare pienamente la loro umanità

Da 32 anni sono Vescovo di Ivrea. Sono stato per molti anni Presidente di Pax Christi, il Movimento Cattolico Internazionale per la Pace. Per diciassette anni Presidente italiano, per gli ultimi sette anche internazionale. Mi hanno coinvolto in tanti problemi, missioni in Centro America, in Africa, conoscenza col Vietnam. Forse questi sono i motivi per cui ho dovuto interessarmi in modo particolare di questi problemi, di carattere sociale, anche internazionale..

Qual è il rapporto della Chiesa con lo Stato quando lo Stato limita l'immigrazione, mette delle leggi, che non permettono agli immigrati di restare in Italia o di sbarcare addirittura in Italia?

Io distinguerei il livello della Chiesa gerarchica e il livello della Chiesa, cioè delle persone umane che fanno la Chiesa. Io penso, ad esempio la Caritas o alle varie Caritas, come anche i vari movimenti, anche il nostro di Pax Christi, o i vari movimenti che si ispirano alla Chiesa cercano di richiamare, ecco, questa fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani al di là delle diversità delle culture, del colore della pelle o delle loro origini e anche alla esigenza fondamentale che ogni essere umano ha.

Noi siamo ancora molto condizionati dal diritto di proprietà. Se una cosa è mia ne faccio quello che voglio. Mentre noi siamo usufruttuari, amministratori dei beni del mondo, che sono dati a tutta l'umanità. Ogni essere umano, che nasce, nel mondo, ha diritto di avere quanto gli è necessario, indispensabile, per avere una vita dignitosa. E chi ha di più, allora deve allora considerare che deve mettersi in qualche modo al servizio del promuovere il fatto che ogni essere umano possa, non soltanto ricevere l'elemosina, ma realizzare lui stesso quanto è necessario per il suo mantenimento.

Io credo che compito della Chiesa o dei cristiani sia quello di agire, ma anche quello di promuovere questa presa di coscienza dell'uguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani e di questa destinazione universale dei beni, per cui ogni essere umano ha diritto di quanto gli è necessario e chi ha di più ha diritto, ha il dovere, non di sciupare ecco, ma di mettere anche quanto ha dei suoi beni, al servizio di coloro che ne sono meno favoriti.

A Lei personalmente è mai capitato, per esempio, di scontrarsi con la legge, favorendo un extracomunitario?

Io direi che la legge, soprattutto nei paesi democratici, vorrei dire, la legge considera anche le sollecitazioni. Io penso, noi come movimento di pace, partimmo con l'obiezione di coscienza, quando l'obiezione di coscienza non era riconosciuta. E allora era andare contro la legge. Ma non era andare contro la legge, la legge, per uscire, ecco, per fare i miei comodi, ma era sollecitare la legge a rendersi conto come essa stessa deve progredire. E allora anche qui io credo che ci siano delle azioni che non sono fatte, ecco, per contrastare la legge, quasi per utilizzarla egoisticamente, ma sono fatte per sollecitare i responsabili della legge a tener conto dei valori umani più fondamentali, ecco. M'è capitato una volta di occupare un'autostrada insieme a degli operai in sciopero, ecco. Sono stato assolto perché il fatto non costituisce reato, perché era un'occupazione simbolica. Ma per dire che attraverso quel modo si cercava di richiamare all'attenzione dell'opinione pubblica e dei responsabili alle esigenze dell'occupazione di questi operai.

A proposito delle associazioni per gli immigrati che si trovano in Italia, volevo sapere come avviene, all'interno delle comunità di extracomunitari, l'informazione a proposito di queste associazioni.

Loro si rendano conto perché queste associazioni, questi movimenti, sia di carattere confessionale-religioso come di carattere laico, - ce ne sono tanti - loro vedono chi si accosta a loro soltanto sul piano della legge per verificare se c'è o no, ecco, se ci sono i requisiti per restare o meno, o quanti invece vengono incontro per aiutarli a prendere coscienza delle possibilità che hanno e per inserirli nel cammino della società. Faccio un piccolo esempio. Nella mia Diocesi, l'abbiam chiamata la Casa d'Abramo, perché diverse associazioni religiose, anche protestanti, ebrei, oltre i cattolici, apriamo questa casa per una prima accoglienza di questi extracomunitari, che sono in gran parte musulmani. Ecco, si rendono conto lì e si aiutano lì, a vedere quali possibilità concrete hanno di restare al di dentro della legge o di avere in mano gli elementi per cui legalmente possono restare in Italia. Credo che sia attraverso il contatto concreto la manifestazione prima, ecco, per dare, a questi che vengono da fuori, la conoscenza delle possibilità che hanno.

Non tutti riescono a integrarsi bene nella società. Le persone che rimangono fuori, vengono recuperate in qualche modo, anche dalla Chiesa, oppure da associazioni, oppure vengono lasciate un po' così, allo sbando.

Io credo che la prima cosa sia proprio dar loro la possibilità di realizzare la loro umanità pienamente, che probabilmente nei loro paesi d'origine, per tanti motivi, non hanno avuto modo di farlo. Ci sono delle persone molto intelligenti, molto capaci, ecco. Quindi offrire loro gli spazi per crearsi un livello di cultura e quindi di possibilità. E per il resto questi, che non hanno questo livello, direi, ci sono tanti lavori che ormai gli Italiani non vogliono più fare. Dicevano degli alti politici che noi abbiam bisogno almeno di centomila extracomunitari, ogni anno, per fare i lavori che noi non vogliamo più fare, come noi siamo andati, i nostri emigrati sono andati, in Svizzera, in Germania, trenta, quaranta, cinquant'anni fa, a fare i lavori che i Tedeschi non volevano fare. Rendiamoci conto anche di questo, cioè facilitiamo a loro la possibilità di una, direi, di una occupazione legale, direi che sia sufficientemente redditizia per loro, anche perché loro, data la diversa, il diverso valore del denaro, delle loro monete, un guadagno limitato, che a noi forse non basterebbe, noi ne vogliamo uno di più per noi è già sufficiente per mandare anche qualcosa a casa. Fatto entro la legge, io credo che è dare a ciascuno la possibilità di realizzarsi a tutti i livelli, secondo le sue possibilità.

Due persone diverse, che vengono da paesi diversi, di usanze diverse e quindi anche di religione diversa, se si sposano e hanno un figlio, che educazione devono impartirgli.

Direi che questo fa parte dell'accordo che c'è tra i due sposi. E' vero che noi in passato, per esempio, dicevamo che non permettevamo a un cattolico, o a lui o a lei, di sposarsi se non c'era l'impegno a battezzare e a far crescere cristiano ecco o cattolico addirittura, ecco, il figlio. Io direi che ci deve essere un accordo. E' chiaro che noi auspichiamo, ecco, che ci possa essere una educazione cristiana, che, fra l'altro, è più inserita nell’ambiente, nell'atmosfera, nella mentalità, nella sensibilità del nostro, del nostro ambiente, eco, di quanto non potrebbe essere invece, se uno crescesse con una mentalità, una sensibiltià musumana. Io credo che debba essere un accordo e credo che debba essere un accordo fondamentale: il rispetto reciproco e anche l'accordo, ecco, perché la educazione dei figli venga fatta in maniera, direi, anche corrispondente alla sensibilità, alla mentalità dell'ambiente in cui ci si trova.

In Italia ci sono gruppi di persone di extracomunitari che si ambientano meglio di altri, cioè ovvero se extracomunitari, che provengono, da paesi come la Cina o comunque paesi orientali, si ambientano meglio di extracomunitari, che, invece, provengono da paesi africani oppure sudamericani.

Ma io credo che da una parte c'è, ci può essere questa difficoltà, ecco, del colore della pelle, che è una difficoltà che facciamo noi, ecco. Ci può essere anche la difficoltà o la diversità della mentalità della cultura. Tra gli extracomunitari, per esempio, ci sono i Filippini. I Filippini sono per gran parte cattolici, e allora più facilmente si inseriscono, anche perché inserendosi nella comunità religiosa, nella partecipazione alle attività religiose, si sentono subito in qualche modo più accolti, ecco, più favoriti. Ma direi che questo può essere uno dei problemi e il colore della pelle e la religione, ecco, sono due elementi che possono fare difficoltà, ma credo che siano proprio allora quelli che ci provocano a mettere in questione la nostra mentalità, per cui quelli di pelle bianca, e magari cristiani, sono di serie A, quelli che non hanno la pelle bianca e che non sono cristiani li consideriamo di serie B. Ecco di considerare le cose sul piano della fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani e di questa capacità, ecco, di riconoscimento, di accoglienza, di collaborazione anche con coloro che sono diversi, anche in cose così fondamentali come può essere la cultura o la religione.

Fino ad ora abbiam parlato di comunque possibilità di integrazione di queste persone. Abbiamo davanti agli occhi spesso situazioni in cui questa integrazione manca e queste persone vanno ad alimentare quelle che sono le attività criminali. Non Le sembra necessario che ci sia una limitazione da parte della legge italiana, all'accesso di queste persone nel nostro paese, anche per non perdere una nostra identità, noi Italiani?

Io credo che più che una limitazione, dovrebbe esserci una regolamentazione - e è quello che si sta facendo -, una regolamentazione, che, per esempio, controlli che non arrivino quelli che sono stati delinquenti nel loro paese - lo abbiamo visto molte volte con i paesi dell'Est -, che non ci siano di quelle, per esempio delle ragazze, che vengono sfruttate, che vengono con l'apparenza di un lavoro e poi, in realtà, costrette alla prostituzione. Direi che permetta loro anche di valutare e di vagliare, proprio per aiutare questi a inserirsi, a integrarsi in ambienti in cui possono realmente realizzare la loro, i loro valori umani.

Io avrei meno, meno timore di questo, di questa preponderanza, dal momento che, come dicevamo prima, se noi abbiamo bisogno di questi per fare dei lavori, che noi non ci sentiamo più di fare, ecco regolamentiamo in maniera, in maniera adatta, valutiamo anche da dove vengono. Ci sono questi rifugiati politici, che vengono da posti dove là, al loro paese, ecco, non potrebbero più vivere. Io credo che un'attenta regolamentazione, ma fatta con larghezza di spirito, ecco, e con spirito di fraternità - fra l'altro, se loro trovano un'accoglienza più cordiale -, più facilmente si inseriranno nel paese e avranno un atteggiamento non di odio, non di ostilità, non di rivendicazione, ma di simpatia, di cordialità, di collaborazione.

Lei, presentandosi, ha raccontato di aver avuto anche esperienza di missioni. Qual è l'accoglienza che viene riservata ai "bianchi", diciamo "bianchi" tra virgolette, agli Europei nelle altre società?

I bianchi si portano dietro la loro fama o il loro passato di colonizzatori. Quindi vengono guardati con un certo, con un certo timore, qualche volta anche con una certa ... Il fatto di dire: "Ecco i bianchi, adesso i bianchi son gli Americani, e quindi son quelli che han dei soldi, son quelli che possono dar via anche con una certa, con una certa richiesta, ecco, di aiuto, una certa speranza di aiuto", quando non è. Ricordo a Bagdad, immediatamente dopo la guerra - ero per una missione -: vedevano un bianco, mi correvano dietro e dicevano: '"Bush!", cioè ero identificato col presidente americano che li aveva bombardati. Io credo che il problema più grande sia forse l'accoglienza religiosa, perché, per esempio, il mondo musulmano, soprattutto certi ambienti "fondamentalismi", come diciamo - noi vediamo in Algeria -, ci sono queste correnti. Direi sono così legate alla loro mentalità che l'Islam è l'unica religione vera, che rifiutano quanto non è Islam. In Arabia Saudita - per esempio, noi a Roma abiam fatto una moschea per i musulmani -, in Arabia Saudita uno non può fare un gesto pubblico di culto cristiano. Se trovano che uno, anche in una casa, abbia detto messa, ecco viene, direi, viene punito. O vediamo, come in Algeria, dove vengono, son stati sgozzati sette monaci, è stato ucciso un vescovo, solo perché erano cristiani. Questo credo che sia il problema: ché per sé Il Corano non è, non è così violento. Soltanto che ci sono quelli che sfruttano, ecco, questa violenza, come dobbiamo dire anche noi l'abbiam fatto in passato, con i tempi delle Crociate: vedere un musulmano era ..., eravamo legittimati a farlo fuori. Solo che questo è sette secoli fa. Credo che il mondo ha camminato. E Allora io credo che noi dobbiamo aiutare, ecco, anche questi popoli, che per sé sarebbero così, così chiusi al dialogo, all'attenzione, al rispetto religioso, a sentire invece che siamo in un mondo ormai multiculturale, multireligioso e che dobbiamo rispettare anche le culture, le religioni che non sono come le nostre. Credo che sia il grande problema con cui entriamo, la grande finalità, con cui noi entriamo nel Duemila nel Terzo Secolo, nel Terzo Millennio.

Spesso noi diamo assistenza a queste persone che arrivano, però quest'assistenza molto spesso cade nell'assistenzialismo e molto spesso le popolazioni che accolgono prendono con distacco e anche con cattiveria questo tipo, perché con le tasse e tutto il resto. Ecco, invece di dare tipo un'assistenza, qui, nel nostro paese, che non voglia avere altri esseri diversi da me nel mio paese, però dare un'assistenza nel paese proprio d'origine, in modo da creare opportunità nel loro paese, così proprio da non sradicarli anche loro dalle loro origini e dalla loro terra?

Questa è un'osservazione giustissima. Mao diceva:" Piuttosto che dare un pesce, insegnamogli a pescare". Ecco, io credo che questo sia un grande... Lo dico sempre per i Marocchini che ho sulla piazza della mia cattedrale e dico: "Ma se noi gli dessimo del lavoro, la possibilità di lavorare in Marocco, sarebbe il primo lui ad essere contento di restare a casa sua". Ecco questo è un grosso problema e devo dire che noi abbiamo anche alcuni limiti, perché devo dire che molte iniziative O.N.G. - cioè sono gli organismi non governativi - si erano impegnate ed avevano delle sovvenzioni anche dallo Stato per impegnarsi a promuovere il lavoro altrove. In tempi non tanto lontani, una decina d'anni fa, chi era al governo ha preferito chiudere le sovvenzioni per fare in proprio questo aiuto. Soltanto che questo aiuto è stato burocratizzato, è servito per i partiti, per i partiti. In Somali abbiam speso tanti soldi e che cosa abbiamo portato? Facevamo degli enormi silos. Non si sapeva perché, ecco. Cioè è stato utilizzato male. Molti dei nostri organismi non governativi han dovuto ridurre o finire con la loro attività. Io credo che dovremmo ripartire ecco, per questa, con questa visuale, del promuovere più che possiamo lo sviluppo nelle nazioni e per questo anche aiutare forse questi organismi privati, controllarli, ma perché sono quelli forse che possono rispondere di più alle esigenze vere e proprie delle popolazioni. Quanto più le facciamo sviluppare in loco e tanto più noi aiutiamo questi a restare a casa, a casa loro.

Cercando però di non creare un nuovo colonialismo.

No, no. Io credo che, per esempio, ecco, anche attraverso questi organismi non governativi, che appunto non sono tanto ufficiali, ecco degli Stati, credo che più facilmente, ecco, si riesce a far sentire a questa gente che sono loro che crescono, sia pure con l'aiuto nostro, ecco. Io credo che questo problema della promozione e dello sviluppo nei paesi, direttamente nei loro paesi, sia la grande finalità a cui noi dobbiamo guardare.

Lei ha parlato di molte differenze religiose di questi extracomunitari che regolarmente ogni anno vengono in Italia. Che cosa ne pensa la Chiesa? Non c'è in qualche modo una paura che tutte queste ondate religiose, così diverse dalla nostra, possano creare un duro colpo per la nostra Chiesa italiana?

Io credo che, se noi valutassimo la Chiesa come era quella di una volta, un blocco in cui si era cristiani, perché si era dentro, perché si nasceva dentro, ci sarebbe questo pericolo. Ma in un mondo come quello di oggi, dove ognuno se vuol essere cristiano è perché lo sceglie lui, ecco, cioè uno magari diventa cristiano quando non capiva niente, perché vien battezzato da piccolo, ma, quando uno diventa grande, lo si vede. Se ne ha voglia, se si sente fa il cristiano, se no, no. Io credo che in un mondo come questo, il confronto con delle religioni diverse stimola a prendere coscienza e allora, se uno vuole essere cristiano, farlo sul serio. Tant'è vero che ci sono di quelli che sono cristiani, battezzati cristiani, poi si fan buddisti, no? Oppure qualcuno si fa perfino musulmano, ecco, o magari, o perché ha sposato una musulmana, o una cristiana perché ha sposato un musulmano, ma direi che questo, in un mondo come quello di oggi, direi provoca e stimola la presa di coscienza e le responsabilità personali. Io credo che alla fine, ecco, non sia un male che uno, se è cristiano, lo sia perché ha riscelto lui di esserlo.

Lei prima ha parlato della, della convinzione di altri popoli sulla - dell'Islam, per esempio -, la convinzione che sia l'unica religione giusta e accettabile. Allora una integrazione molto forte, che probabilmente avverrà tra qualche anno nel nostro paese, non potrebbe dar luogo anche a scontri religiosi?

Ma io credo che ogni persona, se segue una religione, ritiene che la sua sia la buona, se no non la seguirei. Ma allora, insieme a questo, deve rispettare la scelta dell'altro. La libertà religiosa è proprio questo: di capire, ecco, che ognuno deve liberamente scegliere il modo con cui andare a Dio. Io devo rispettare l'altro, fra l'altro tenendo conto che se uno lo fa onestamente, in buona fede, direi avrà qualcosa da insegnare anche a me. Io credo, per esempio, che i musulmani ci insegnino la fedeltà alle loro pratiche religiose. No? Ramadan, le preghiere che fanno. Ho visto, a Baghdad, ecco, dei soldati, all'ora della preghiera, mettersi in ginocchio, cosa che da noi non farebbero. Cioè, ecco, allora io dico: spero che noi, se siamo coerenti col nostro cristianesimo, aiuteremo anche loro a riconoscere qualche cosa. Cioè ognuno deve seguire la sua religione, ritenendola la religione la religione vera, ma deve rispettare e incoraggiare gli altri ad essere ..

E loro questo lo sanno?

Dovremmo insegnarglielo. Per questo, dicevo prima, che forse il grande problema del Nuovo Millennio è proprio questo, direi, di far emergere anche di dentro del mondo islamico, queste, queste, queste situazioni o questi settori, di tolleranza e di rispetto che ci sono e che invece tentano di essere sopraffatti dai settori più fondamentalisti, quelli che dicono: "Tu non sei un vero musulmano e allora ti faccio fuori". Credo che sia un grande compito che ci aspetta, che aspetta tutte le religioni. E credo che anche questi incontri che ci sono - c'è una grande Assemblea mondiale delle religioni per la pace, ecco, che raccoglie insieme cristiani, buddisti, musulmani -, ecco credo che questi movimenti possono aiutare a un cammino di rispetto e di tolleranza reciproca.

Secondo Lei cosa si può fare per portare la gente ad accettare questi immigrati?

Io credo che, intanto ci sono delle convinzioni che uno deve farsi, ecco. Deve riflettere e pensare a questa fondamentale dignità di ogni essere umano, a questo rispetto reciproco. Poi io credo che sia molto importante trovare le iniziative, i gruppi che ci sono e incoraggiarli, perché sono cose che più facilmente vengono, direi, hanno una incidenza, si sono fatte insieme. Ci sono queste varie iniziative, movimenti, confessionali, religiosi, laici, ecco, proprio per l'integrazione, l'accoglienza: io credo che incoraggiarli, se non partecipare, almeno, ecco, direi appoggiarli e presentarli all'opinione pubblica, credo che sia un mezzo per far camminare tutti verso un mondo più pacifico e più solidale.

Quali sono gli ostacoli, che eventualmente la Chiesa pone all'integrazione fra le razze, benché ci insegna il rispetto per le religioni altrui. Ad esempio prima si è parlato della difficoltà, delle difficoltà che possono riscontrare una coppia, che può riscontrare una coppia nel riconoscimento, da parte della Chiesa cattolica, di quest'unione se il figlio non potrà essere battezzato. Allora voglio sapere, la Chiesa benché predichi il rispetto, è disposta però a conciliarsi poi con questi, con questi precetti e con le altre razze? E poi volevo sapere anche se, secondo Lei, c'è qualcosa che la Chiesa potrebbe fare in più rispetto a quello che fa oggi.

Ma io credo che la prima cosa sia proprio di mettere in chiaro, di mettere le persone interessate di fronte alla loro situazione. Per esempio, se una sposa un musulmano di fargli presente che in un domani sarà quasi praticamente obbligata forse a essere musulmana - non lo so - o difficilmente, ecco, potrà battezzare i suoi figli. Io credo che uno debba, debba rendersi conto di questo, in maniera che se lo fa non debba dire: "Ah, ma non lo sapevo! Ma perché non me l'hanno detto?". Io credo che questo sia il primo compito. Certamente, se una dice: "Ma io, pur di fare una famiglia, lascio stare anche la mia religione o non mi interessa come saranno i miei figli", ecco noi rispettiamo, ecco, questa scelta, ma dobbiamo mettere in chiaro che è un po' un rinunciare alla propria religione. Io credo però che l'incontro anche tra, per esempio, questi gruppi musulmani che ci sono, nel piccolo lo si cerca di fare, per far loro capire che forse possono essere stati educati in una mentalità un po' chiusa, fondamentalista, quella per cui, se non sei musulmano ti faccio fuori, mentre nell'interno stesso de Il Corano, del mondo musulmano ci sono delle persone più illuminate, che dicono, parlano ecco di questo rispetto che ci deve essere anche da parte di chi ritiene che la propria religione sia l'unica vera, ma che deve rispettare le altre. Io credo che questo discorso, ecco, debba essere fatto nelle grandi città. Io penso a Torino, nella città grande vicino a me, l'Arcivescovo ha mandato un sacerdote a venire a studiare l'islamismo, ad andare a studiare l'islamismo a Roma, proprio perché tornando possa essere in grado di parlare, di fare un discorso, che sia a livello, in sintonia col linguaggio che ha il mondo musulmano che si trova nelle nostre città.

Ricordo di aver letto sui giornali, nel periodo di Natale, che alcuni bambini di Torino, studenti delle elementari, chiedevano, in alcune lettere indirizzate a Babbo Natale, di allontanare gli immigrati dalla città. Torino ha vissuto una situazione di tensione e di scontri fra "italiani" ed extracomunitari. La mia paura è che questo eccessivo "permissivismo", nei confronti dell'immigrazione, potrà creare un domani, nelle nuove generazioni, problemi di razzismo.

Sì, io credo che questo dipenda molto dalle famiglie, perché un bambino se scrive così, è perché ha sentito in casa fare questi discorsi. Se in casa cercassero di educarlo invece a capire, ecco, la necessità di accogliere e di fraternizzare, nell'ambito delle regole, nell'ambito di questa ..., non dell'assistenzialismo, ma di una promozione, della solidarietà che promuovi, io credo che anche i bambini sarebbero i primi a capire il loro ...., hanno molto meno che noi grandi, ecco, questa contrapposizione, ecco, del colore. Che poi è, la contrapposizione diventa tra chi sta bene e chi sta male. Ecco io ho portato anche quella sciarpa. E' una sciarpa dell'arcobaleno. Anche questa era stata data a monsignor Tonino Bello e sul punto di morte l'ha lasciata a me. La portano le donne delle Ande, in America Latina, che si sentono un po' emarginate. Siamo arrivati noi bianchi e noi siamo stati i primi, abbiamo emarginato gli originari. E loro dicono: come questa sciarpa porta tanti colori che però fanno un'unica sciarpa, dobbiamo elevare le culture, elevare le tribù, essere insieme a lavorare insieme. Io l'avevo data, vede monsignor Tonino Bello l'avevo nella mia cappella. E' venuta una donna dell’Ecuador e aveva la sciarpa come questa qua. Ha pianto di commozione a pensare che anche in Europa questo loro messaggio dell'unità per la promozione degli esseri umani, soprattutto di quelli più emarginati, più poveri, ecco, trovava una certa accoglienza.

Qual è la storia del movimento Pax Christi International?

E' nato durante la guerra. Un vescovo francese era stato messo in prigione perché aveva aiutato degli ebrei e pensò come da secoli Francia e Germania, due nazioni cristiane, anche se una più cattolica e una più protestante, ma risolvere i problemi con le guerre. Dice: "Se esco, cercherò di promuovere l'unione". E' uscito e ha fondato questo movimento, che era d' amicizia tra Francia e Germania e poi è diventato un movimento di amicizia, soprattutto in Europa, di amicizia e di spiritualità della pace, in tempi in cui sembrava che la guerra ..., anche qui in Italia allora si diceva: la guerra è il momento più alto della vita di un popolo, perché in quella il popolo ritrova la sua forza, no è la pace il momento più alto. E da lì allora è nato questo movimento con delle sezioni nazionali autonome, che poi dalla spiritualità è passato... Dice: "Non basta parlare di spiritualità. Se è concreto, per esempio, allora sei impegnato nella lotta contro il riarmo". Era il tempo in cui c'era la contrapposizione Est-Ovest e allora anche dalla nostra parte dice: "Dobbiamo spendere tanto per fare delle armi, anche armi nucleari, armi stellari, da contrapporre per difendersi dalla Russia". In questo modo si mangiano tanti soldi che sono quelli che sarebbero indispensabili per promuovere, anche nell'interno delle nazioni. E da lì si è passati allora ai diritti degli uomini dei popoli, ai diritti dei popoli. Anche questa missione a cui alludevo, in Centro America, era perché là, direi come la Russia in Afganistan diceva: "Ma questo è troppo vicino all’Afganistan, devo intervenire io", così l'America Centrale, nei confronti degli Stati Uniti d'America, dice: "E' il cortile di casa" e questo provocava dittature militari e tanta ingiustizia, tanta oppressione nei confronti dei poveri. Ecco, allora si è passati alla difesa dei diritti degli esseri umani, soprattutto dei più piccoli e dei più poveri, che è il grande problema di oggi. Già nel 1980 un rapporto di una commissione, voluta dall'ONU, per dire quali sono i problemi grossi del mondo d'ora in avanti, 1980 era Willy Brandt, l'ex cancelliere tedesco, il presidente, quindi è chiamato Rapporto Brand - , si era in piena Guerra Fredda -, diceva: "Il grande problema non è la contrapposizione Est-Ovest, si può anche non fare una guerra. Ma è la contrapposizione tra la parte più ricca del mondo e quella più povera chiamata convenzionalmente il Nord e il Sud del mondo, perché lì la divaricazione c'è già e tende a diventare sempre più grande. I popoli ricchi sempre meno e sempre più ricchi i popoli poveri, sempre più e sempre di più poveri. Questo è il grande problema, diceva già allora, al di fuori delle religioni, ecco E allora credo che il problema è quello - io mi richiamo alla Rivoluzione Francese, no -: libertà, uguaglianza e fraternità. C'è stato il secolo della libertà, il liberalismo, anche accentuato nel capitalismo selvaggio, e poi il secolo della uguaglianza anche con le dittature comuniste. Ecco io, spero che il Tremila sia il secolo della fraternità, il secolo della solidarietà, in cui si mettono insieme le esigenze della libertà con quelle della collettività, della comunità.

Abbiamo visto come le religioni possono, a volte essere un elemento negativo all'elemento di aggregazione dei popoli. La Chiesa, nonostante il fatto che si sia resa conto di questo e si sia posta nei confronti degli altri popoli con una mentalità più aperta, mantiene tuttora degli elementi che tendono a separare. Non so, per esempio, il fatto che Lei stesso sia vestito in maniera caratteristica, sia vestito da Ministro della Chiesa Cattolica, non è un qualche modo un dire che lei è prima cristiano che uomo? Non sarebbe meglio ricordarsi che noi siamo prima uomini e poi tutto il resto?

Sì. D'altra parte è vero che anche forse, quando sono in giro così, posso avere minori segni, però, mi dicono che, così - non vorrei che fosse un nascondere la mia qualifica, perché se qualcuno può avere, senza ostentarla, senza imporla, ma se qualcuno può avere piacere o può ad un certo punto rivolgersi a qualcuno che gli dica una parola diversa, ecco sappia, magari, che io ci sono. Questo può essere .... E' vero che molti preti oggi sono talmente mescolati che non li si riconoscono più. Ma io credo che più che questo qui, debba essere proprio lo stile, ecco, questo grande cambiamento che abbiamo fatto nel Concilio Vaticano II, ecco, 35 anni fa - io stesso c'ero, sono uno dei pochi vescovi ormai rimasti in funzione -, sia stato proprio questo, il passare dalle grandi verità, direi che schiacciano a un certo punto, non per rifiutarle o per rinunciarle, ma per ritrovarle nella nostra persona e testimoniarle con la nostra, direi, con la nostra vita di tutti i giorni.