Quando un gay sale sul pulpito
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Dicembre 2003. Don Fabrizio Longhi, parroco di Rignano Garganico, affida la
predica della messa di mezzanotte a Pasquale Quaranta, un giovane omosessuale.
Ne nasce un caso.
Sommario
Scandalo! Un gay dichiarato sale sul pulpito
La notizia sui giornali di quei giorni
Ma cosa ha detto sul pulpito Pasquale Quaranta?
Un’intervista a Fiorentina Charrier pubblicata da Viottoli
Aurelio Mancuso: «Ringrazio don Fabrizio è stato un gesto cristiano»
I commenti raccolti dalla stampa italiana
Intanto qualcun altro si scaglia contro i gay. 11
L’ultima messa di don Fabrizio
L’Unita: «Pasquale, il gay sul pulpito alla Messa di Natale»
«Io e il mio compagno siamo gay e il nostro amore è un dono di Dio, il sesso è un dono di Dio» Pasquale Quaranta, un giovane omosessuale di Battipaglia, sta parlando dal pulpito. La messa di Natale è già iniziata, fuori nevica, la Chiesa di Santa Maria Assunta di Rignano Garganico nel foggiano è gremita. Seduti sulle panche ad ascoltare ci sono almeno trecento fedeli. Gli zampognari sono pronti. Il parroco Don Fabrizio Longhi, un uomo sui quarant’anni con un bel sorriso aperto e gli occhi intensi, ha iniziato la celebrazione secondo il rito, e a un certo punto presenta Pasquale e la signora Adelaide, la mamma. «Questa sera abbiamo due ospiti che ci portano la loro testimonianza». Pasquale, un ragazzone pieno di vita con le guance arrossate dal freddo e dall’emozione, si fa strada deciso. «Sono venuto da Salerno per parlarvi in questa Chiesa di omosessualità. Sono gay credente» un brusìo attraversa i banchi, qualcuno non capisce e chiede chi sia quel giovane, altri restano sorpresi e forse scossi. «Ho sacrificato il Natale in famiglia, mio padre e mia sorella sono rimasti a Battipaglia a lavorare nel negozio di nostra proprietà, io e mia madre siamo qui per unirci a voi nell’amore di Dio. Siamo venuti a dirvi che l’omosessualità è un dono di Dio non è peccato. Ascoltateci, chi chiede l'astinenza e la "vende" come esigenza di castità non ha capito il dono dell’amore». Sembra una vera notte di Natale, fuori vento e neve non danno tregua. In Chiesa, al centro della navata, ci sono gli esclusi, quelli che hanno bussato a tante porte e si sono sentiti dire che per loro non c’era posto. Nel 2003 gli omosessuali credenti e non credenti si sono sentiti dire tante volte che nella Chiesa e nella società per loro non c’è posto: le gerarchie lo hanno detto quando hanno ridotto al laicato Don Franco Barbero che a Pinerolo celebrava i patti d’amore tra gay e lesbiche; lo ha detto il cardinale Ratzinger nel documento che definisce dannose le unioni omosex; è stato detto dalle pagine del Lexicon, il dizionario che veicola la voce del Vaticano su molte questioni etiche ed ostracizza gli omosessuali. L’Agedo, l’associazione dei genitori e degli amici degli omosessuali, di cui mamma Adelaide fa parte, ha denunciato gli estensori del Lexicon. La gente ascolta Pasquale, gli occhi si fanno intensi, in alcuni si fa strada la commozione. Lui inizia a percepire con nettezza il motivo per cui è lì. Lo stesso motivo che gli riempirà il cuore quando prenderà l’eucarestia e dirà a se stesso: «Adesso ho capito, è questa la Chiesa che ha sognato Cristo». Vede i volti intenti a reggere l’ondata di intensità che giunge dal pulpito. Pasquale sente che gli amici gay credenti più grandi di lui - quelli dell’associazione “Il Guado”, gli altri di “Nuova Proposta”, i fedeli riuniti intorno al centro teologico del professor Mapelli che da anni approfondisce a Milano il rapporto tra gay e Chiesa, Aurelio Mancuso credente alla guida dell’Arcigay, e tanti altri - tutti coloro insomma che hanno fede, hanno preparato quel momento. Nella notte di Natale del 2003, sente di essere solo il mediatore di una grande comunità che non ha smesso mai di sperare. E si augura «che questo Natale, nella nostra Chiesa, sia gioia per tutti. Nessuno escluso». Minuta, capelli a caschetto castani, chiusa nel soprabito con il cappuccio di pelliccia, mamma Adelaide si rivolge da genitrice ai genitori: «Quando mio figlio mi ha detto che era gay non è stato facile. Abbiamo pensato di avere sbagliato, ci siamo riproposti di cercare uno psicologo. Se ne può parlare quando volete, ma quando succede in una famiglia è tutta un’altra cosa. Poi ci siamo informati. Fedeli cari, siamo tutti uguali, l’omosessualità non è una perversione, non è una malattia. Pasqualino per noi è un dono di Dio, e non sono forse doni di Dio gli amici suoi che vengono a casa? Sapete qual è la loro preoccupazione principale? I genitori! Alcuni lo sanno, alcuni li rifiutano». Le mamme la guardano. «Io per Pasqualino farei di tutto. Eppure ci sono ragazzi gay che si tolgono la vita. Pasqualino non tiene problemi è felice, noi siamo qui per tutti quelli che stanno zitti. La Chiesa non può dire di no a tutti: ai gay, ai divorziati, a quelli che hanno rapporti e non vogliono figli, e così via. Sapete come va a finire? Che a furia di dire "no" la comunione se la faranno tra loro». Ma questa sera la Comunione è tra tutti. Finita l’omelia degli “ospiti”, i fedeli si mettono in fila per prendere l’eucarestia. Gli etero, i gay, i genitori, la gente che si nasconde e quella che normalmente offende, tutti chinano il capo e con le mani congiunte si uniscono al corpo di Cristo. Gli zampognari suonano. Poi le mamme stringono la mano di Adelaide. Una dice: «Brava», un’altra: «Anche io penso che un giorno i miei figli potrebbero dirmi: “sono gay”». Un’altra ancora: «Ci vuole coraggio». «Don Fabrizio, ma adesso a voi che vi succede?», chiede Adelaide. «Abbiamo fatto solo una bella funzione». Pasquale pensa: «Ne sono certo, è questa la Chiesa di Cristo».
Delia Vaccarello, L’Unità del 30 Dicembre 2003
Il Corriere della Sera: «Nella notte di Natale un gay sale sull’altare»
Le porte di una parrocchia aperte a un omosessuale che durante la veglia di Natale, al momento dell’omelia, si accosta all’altare, prende il posto del parroco e racconta la sua storia. «Sono un gay credente, sono venuto in questa chiesa per parlare di omosessualità, ma vi prego, non spaventatevi, ascoltate...» ha cominciato a raccontare Pasquale Quaranta, un ragazzo di 21 anni, che ha viaggiato da Battipaglia (Salerno) a Rignano Garganico per parlare della sua esperienza. Subito nella chiesa di Santa Maria Assunta si è levato un brusio, durato pochi secondi. Poi i fedeli hanno cominciato ad ascoltare, hanno capito che l’intervento del giovane gay era organizzato e condiviso dal loro parroco, don Fabrizio Longhi. Ma non era stato concordato, a quanto pare, con la curia di San Fedele, che non sapeva nulla dell’iniziativa del sacerdote e che sull’argomento tace. «Il brusio era comprensibile - spiega con un pizzico d’orgoglio Pasquale Quaranta - perché ad ascoltarmi c’erano fedeli cattolici con ritrosie e pregiudizi millenari, ma poi è andato tutto bene e, alla fine, sono stato avvicinato da alcune signore che si sono complimentate per l’intervento». Ma i complimenti sono andati soprattutto alla tenacia di don Fabrizio. Il segretario nazionale dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, esulta e dice che il sacerdote «ha compiuto un gesto veramente cristiano e ha voluto dare un messaggio chiaro». «È la prima volta in assoluto - sottolinea l’Arcigay - che in Italia viene data la parola in una chiesa a un gay che parla delle sue esperienze e del suo percorso di fede. È un fatto importante perché ciò è avvenuto durante la messa di Natale, quella maggiormente seguita dai fedeli». Ovviamente la notizia della «confessione pubblica» del gay credente ha fatto subito il giro del paese dove vivono appena 2 mila anime che si sono subito spaccate tra chi difende e continua a sostenere il parroco e chi invece non vuole più sentire il suo nome. A questi ultimi hanno fatto male le parole del giovane gay quando ha detto: «Io, don Franco e don Fabrizio, crediamo che la mia testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha ancora avuto modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò, ossia di gioia, di amore, di serenità e di trasparenza». Per loro è stato un colpo al cuore: quella di don Fabrizio è stata una «scorrettezza apostolica». E poco importa che al fianco di Pasquale ci fosse la mamma Adelaide, che fa parte della Ageido, l’associazione dei genitori con figli gay. Una donna semplice, che ha preso la parola e ha detto ai fedeli che l’ascoltavano: «Continuate a voler bene ai vostri figli, sempre». «È stato un momento emozionante - spiega Pasquale - ho parlato della mia omosessualità in una chiesa cattolica, addirittura durante la veglia solenne del Natale; è stato molto bello perché, vicino a me, c’era mia madre». Il gesto di don Fabrizio, come è facile prevedere, scatenerà roventi polemiche, ma ripropone il dibattito sull’enorme divario tra Chiesa cattolica e mondo gay. Un divario che, secondo l’Arcigay, è «ormai anacronistico e ingiustificabile».
R. B. Corriere della Sera del 28 Dicembre 2003
Liberazione: «Sono gay e credente. Non è una malattia, non è peccato»
«Sono venuto da Salerno per parlarvi di omosessualità, sono gay credente». Appena i trecento fedeli hanno ascoltato l'inizio di quell'insolita "predica", nella chiesa di Santa Maria Assunta a Rignano Garganico (Foggia) si è alzato un forte brusio. «Sinceramente in quel momento non capivo se stavano mormorando "che bello" oppure "che schifo"» racconta adesso Pasquale Quaranta, il giovane giornalista, 21 anni da compiere ai primi di gennaio, al quale il parroco don Fabrizio Longhi ha affidato l'omelia della messa di Natale. Un gesto coraggioso che non si sa ancora quali reazioni provocherà da parte della curia vescovile di San Severo, in Puglia. Non si sono viste, però, persone sdegnate che abbandonavano la chiesa, anzi a poco a poco gli animi si sono sciolti in abbracci per Quaranta e sua madre, Adelaide Gliorio, che a sua volta ha portato la testimonianza dell'Agedo, l'associazione dei genitori di omosessuali. A don Fabrizio il giovane di Battipaglia era stato segnalato da don Franco Barbero, il prete di Pinerolo che il Vaticano ha recentemente sospeso perché benedice le coppie conviventi dello stesso sesso. «L'omosessualità non è malattia - ha detto Quaranta verso la mezzanotte di Natale - non è perversione né trasgressione né moda e, ora mi preme sottolineare, non è peccato. Gay e lesbiche - ha aggiunto - hanno il diritto di vivere pienamente la propria vita anche sul piano affettivo e sessuale». Si tratta di un'aperta sfida alle tesi canoniche che al massimo tollerano il "l'oggettivo disordine morale" degli omosessuali a condizione che essi osservino la completa castità. «Chi chiede l'astinenza e la vende come esigenza di castità - ha proseguito infatti l'omelia - non ha capito il dono dell'amore». Nella chiesa di Rignano Garganico sono così risuonate parole come gay e lesbica, «ancor oggi intrise di disprezzo o di scandalo», come ha osservato lo stesso Quaranta nel suo appello a riconoscere che «Dio non fa pezzi sbagliati» e quindi tutti sono da considerarsi e amarsi come suoi figli. Forse un altro fremito di verità è corso sotto la navata quando il parroco - secondo il racconto del giovane - ha fatto notare ai suoi parrocchiani che, statistiche alla mano, probabilmente qualche omosessuale doveva essere presente anche tra loro. «E' la prima volta in assoluto», commenta entusiasta il segretario nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso -, sono anch'io credente e per noi è un fatto eccezionale».
F.F. Liberazione del 28 Dicembre 2003
Gazzetta del Mezzogiorno: «L’omelia del giovane gay»
Durante la messa di mezzanotte, la liturgia più importante dell' anno, l' omelia è stata affidata ad un giovanissimo gay: così il Natale nella parrocchia di Santa Maria Assunta, a Rignano Garganico, un paese in provincia di Foggia, nella diocesi di San Severo, dove vivono circa 2000 persone. Il parroco di Rignano Garganico, don Fabrizio Longhi ha deciso di non tenere l' omelia nella notte di Natale durante la veglia solenne, ma di affidarla a Pasquale Quaranta, un ragazzo di 21 anni, gay e credente, proveniente da Battipaglia (Salerno), dove vive. La notizia è stata diffusa anche dal Centro studi teologici di Milano e confermata dal protagonista dell' episodio, un giovane che, dinanzi ad una chiesa gremita di fedeli, ha cominciato a raccontare la sua storia di gay. «Sono un gay credente...», ha cominciato a dire e nella chiesa per qualche secondo si è sentito un brusio. «Una situazione comprensibile - racconta Pasquale Quaranta - perchè c'erano fedeli comuni, cattolici con ritrosie e pregiudizi millenari, ma poi tutto è andato bene e alla fine sono stato anche avvicinato da alcune signore che mi hanno ringraziato per l' intervento». «Sono venuto in questa chiesa per parlarvi di omosessualità. No, non vi spaventate, ascoltate...": così Pasquale ha continuato a parlare nella chiesa. E poi ancora: «Dicevo, sono gay credente e la ragione per cui sono qui stasera è perchè don Franco e don Fabrizio, insieme a me, credono che una testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha avuto ancora modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò, ovvero di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza». Al fianco di Pasquale, nella chiesa di Rignano Garganico, vi era la mamma, Adelaide Gliorio, che fa parte dell' Agedo, l' Associazione di genitori con figli gay. «Mia madre - racconta Pasquale - non è abituata a parlare in pubblico, è stata di poche parole e ha invitato tutti a voler bene ai propri figli». «Non ho mai fatto mistero della mia omossessualità», afferma Pasquale che compirà 21 anni il prossimo 4 gennaio. «La mia esperienza - continua - è stata emozionante: ho parlato della mia omossessualità in una chiesa cattolica, addirittura alla vigilia di Natale, è stato molto bello anche perchè accanto a me c'era mia madre». «La scelta del parroco - è detto nella nota del Centro studi teologici di Milano - ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilità dentro la Chiesa stessa, per dare voce anche agli omossessuali proprio nella notte di Natale, in un momento in cui dalla nascita del Salvatore viene un messaggio di universale fraternità e solidarietà che stringe gli uomini in un solo abbraccio di pace e di concordia».
Gazzetta del Mezzogiorno del 28 Dicembre 2003
Libertà: «Giovane gay pronuncia l'omelia alla messa della Vigilia»
Durante la messa di mezzanotte, l'omelia è stata affidata ad un giovanissimo gay: così il Natale nella parrocchia di Santa Maria Assunta, a Rignano Garganico, un paese in provincia di Foggia dove vivono circa 2000 persone. La notizia è stata pubblicata sul sito dell'Arcigay; nessun commento è stato fatto dalle autorità ecclesiastiche locali. Il parroco, don Fabrizio Longhi, ha deciso di non tenere l'omelia, ma di affidarla a Pasquale Quaranta, un ragazzo di 21 anni, gay e credente, proveniente da Battipaglia (Salerno), dove vive. La notizia è stata diffusa anche dal Centro studi teologici di Milano e confermata dal protagonista dell'episodio, un giovane che, dinanzi ad una chiesa gremita di fedeli, ha cominciato a raccontare la sua storia di gay. «Sono un gay credente», ha cominciato a dire e nella chiesa per qualche secondo si è sentito un brusio. «Una situazione comprensibile - racconta Quaranta - perché c'erano fedeli comuni, cattolici con ritrosie e pregiudizi millenari, ma poi tutto è andato bene e alla fine sono stato anche avvicinato da alcune signore che mi hanno ringraziato per l'intervento». «Sono venuto in questa chiesa per parlarvi di omosessualità. No, non vi spaventate, ascoltate...»: così Pasquale ha continuato a parlare nella chiesa. E poi ancora: «Dicevo, sono gay credente e la ragione per cui sono qui è perché don Franco e don Fabrizio, insieme a me, credono che una testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha avuto ancora modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò, ovvero di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza». Al fianco di Pasquale, nella chiesa di Rignano Garganico, vi era la mamma, Adelaide Gliorio, che fa parte dell'Agedo, l'Associazione di genitori con figli gay. «Mia madre - racconta Pasquale - non è abituata a parlare in pubblico, è stata di poche parole e ha invitato tutti a voler bene ai propri figli». «Non ho mai fatto mistero della mia omosessualità», afferma Pasquale che compirà 21 anni il 4 gennaio. «La mia esperienza - continua - è stata emozionante: ho parlato della mia omosessualità in una chiesa cattolica, addirittura alla vigilia di Natale, è stato molto bello anche perché accanto a me c'era mia madre». «La scelta del parroco - è detto nella nota del Centro studi teologici - ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilità dentro la Chiesa stessa, per dare voce anche agli omosessuali proprio nella notte di Natale, in un momento in cui dalla nascita del Salvatore viene un messaggio di universale fraternità e solidarietà che stringe gli uomini in un solo abbraccio di pace e di concordia». Quanto avvenuto nella chiesa di Santa Maria Assunta è stato commentato dal segretario nazionale dell'Arcigay, Aurelio Mancuso. «Sono credente e per noi - ha detto Mancuso - è un fatto eccezionale».
Libertà di Piacenza del 28 Dicembre 2003
La Stampa: «Un ragazzo gay parla dall’altare»
Foggia – Natale “diverso” in un piccolo paese del Foggiano. Lo ha deciso il parroco di Rignano Garganico, don Fabrizio Longhi, che ha chiesto a un ragazzo gay di tenere l’omelia durante la veglia di mezzanotte. Il giovane si chiama Pasquale Quaranta, compirà 21 anni il 4 gennaio prossimo. Nella piccola chiesa di Santa Maria Assunta, gremita fin sulle scale, Pasquale si è avvicinato al microfono accompagnato dalla mamma Adelaide ed ha cominciato, con voce incerta: «Sono un gay credente – ha detto – sono venuto qui per parlarvi di omosessualità». Le prime parole sono state accolte da sguardi di meraviglia e da frasi bisbigliate da un banco all’altro. Pasquale si è fermato qualche secondo, poi ha preso coraggio e ha proseguito. «Non vi spaventate - ha detto – credo che la mia testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, probabilmente, non ha avuto ancora modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò, ovvero di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza». Ma perché don Fabrizio ha fatto questa scelta? E’ un parroco impegnato nel sociale, un no global dicono in paese, perché ha partecipato alla grande manifestazione di Genova, nell’estate 2001. Ma non solo: è anche presidente pugliese del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, quello che fa capo a don Luigi Ciotti e a don Vinicio Albanese, sacerdoti per i quali la fede è testimonianza diretta. Il senso della testimonianza voluta da don Fabrizio lo spiega il Centro studi teologici di Milano, che insieme al sito dell’Arcigay ha parlato dell’episodio: «La scelta del parroco – fanno sapere da Milano – ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilità dentro la Chiesa, per dare voce anche agli omosessuali proprio nella notte di Natale». E il segretario nazionale dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, sottolinea che è la prima volta in Italia che un gay parla in una chiesa della sua esperienza e del suo percorso di fede. Monsignor Michele Seccia, vescovo della Diocesi di San Severo da cui dipende Rignano, ha detto che si riserva di decidere dopo aver sentito don Fabrizio: «L’omelia tenuta da una persona diversa dal celebrante – ha detto – va contro le norme della Chiesa». Soddisfatto dell’esperienza Pasquale Quaranta, che la termine dell’intervento ha anche ricevuto i complimenti di alcuni fedeli. Wladimir Luxuria, star transex dei salotti televisivi, con un’adolescenza sofferta vissuta a Foggia, fu costretto a rivelare in diretta tv le proprie tendenze sessuali ai genitori. Oggi dice: «Sono orgoglioso che questo segnale parta dalla mia provincia in cui sono nato. Ricordo a tutti il caso del giovane gay sicialiano che si dette fuoco davanti a S.Pietro».
La Stampa del 28 Dicembre 2003
La città di Salerno: «L'omelia della Vigilia? E' toccata ad un gay»
«La mia esperienza è stata emozionante: ho parlato della mia omossessualità in una chiesa cattolica, addirittura alla vigilia di Natale, è stato molto bello anche perchè accanto a me c'era mia madre». Lo ha spiegato Pasquale Quaranta, gay ventunenne di Battipaglia che ha trascorso una vigilia di Natale a dir poco insolita, tra lo stupore dei parrocchiani. E' accaduto a Rignano Garganico, un piccolo paesino in provincia di Foggia dove vivono circa 2000 persone. E' stato proprio Pasquale a sostituirsi al parroco per l'omelia della vigilia. Strano da credersi, ma è andata proprio così. Durante la messa di mezzanotte, l'omelia, che è poi anche la liturgia più importante dell'anno, è stata affidata ad un giovanissimo gay: è trascorso così il Natale nella parrocchia di Santa Maria Assunta, a Rignano Garganico, tra lo stupore di tutti i fedeli. La notizia, data la sua singolarità, ha presto fatto il giro del Belpaese. E, nella giornata di ieri, è stata anche pubblicata sul sito Internet dell'Arcigay. Il parroco di Rignano Garganico, don Fabrizio Longhi - secondo quanto spiega l'Arcigay - ha deciso di non tenere l'omelia nella notte di Natale durante la veglia solenne, ma di affidarla a Pasquale Quaranta, un ragazzo di 21 anni, gay e credente, proveniente da Battipaglia dove vive. La notizia è stata diffusa anche dal Centro studi teologici di Milano e confermata dal protagonista dell'episodio. «Sono un gay credente...», ha cominciato a dire, tra mille chiacchiericci. «Una situazione comprensibile - racconta Pasquale Quaranta - perchè c'erano fedeli comuni, cattolici con ritrosie e pregiudizi millenari, ma poi tutto è andato bene e alla fine sono stato anche avvicinato da alcune signore che mi hanno ringraziato per l' intervento». «Sono venuto in questa chiesa per parlarvi di omosessualità. No, non vi spaventate, ascoltate...»: così Pasquale ha continuato a parlare nella chiesa. E poi ancora: «Dicevo, sono gay credente e la ragione per cui sono qui stasera è perchè don Franco e don Fabrizio, insieme a me, credono che una testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha avuto ancora modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò, ovvero di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza». Al fianco di Pasquale, nella chiesa di Rignano Garganico, vi era la mamma, Adelaide Gliorio. «La scelta del parroco - è detto nella nota del Centro studi teologici di Milano - ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilità dentro la Chiesa stessa, per dare voce anche agli omossessuali proprio nella notte di Natale, in un momento in cui dalla nascita del Salvatore viene un messaggio di universale fraternità e solidarietà che stringe gli uomini in un solo abbraccio di pace e di concordia».
La Città di Salerno del 28 Dicembre 2003
Sono venuto da Salerno per parlarvi in questa Chiesa, di omosessualità. Sono gay credente… No, non vi spaventate! Ascoltate… Dicevo, sono gay credente e la ragione per cui sono qui stasera è perché credo che una testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha avuto ancora modo di confrontarsi nei termini in cui ne parlerò... ovvero di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza. L’omosessualità non è una malattia, non è perversione, né trasgressione, né moda e – la cosa che mi preme sottolineare ora – non è peccato! Si tratta di un dono di Dio che, in quanto tale, non è scelto e che ci si ritrova a vivere.
La fede, ugualmente, è un sentimento che scopriamo e coltiviamo dentro di noi, un ‘orientamento’ che siamo chiamati, nello stesso modo, a vivere. Gay e lesbiche hanno il diritto di vivere pienamente la propria vita, anche sul piano affettivo e sessuale, tanto quanto una persona eterosessuale. Chi chiede l'astinenza e la ‘vende’ come esigenza di castità non ha capito il dono dell’amore.
Chiediamoci piuttosto: qual è il mio rapporto nei confronti di una persona omosessuale? Quale sarebbe la mia reazione se mio figlio o mia figlia mi rivelasse la sua omosessualità? Sono sicuro che le risposte farebbero emergere quel pregiudizio millenario che una tradizione storica, anche quella cattolica, ha radicato nelle coscienze. Io vi dico: «Liberiamocene!»
«Troppe persone fanno ancora dipendere la loro pace dal parere della Gerarchia, come se essa fosse ‘la chiesa’ o addirittura l’eco o l’interprete della voce di Dio. La chiesa è una realtà più viva e variegata in cui lo Spirito di Dio suscita voci ed esperienze diverse». Ci sono migliaia di persone che, in queste ore, soffrono la solitudine per un orientamento che viene condannato come immorale, intrinsecamente malvagio, abominevole. Badate, solitudine non significa semplicemente ‘stare soli’, vuol dire anche stare insieme a tante altre persone ma ‘sentirsi soli’, non pienamente compresi. C’è chi si è tolto la vita perché non riusciva ad accettare la propria omosessualità per motivi confessionali mal interpretati e per l’ostilità della gente o della famiglia.
Sembra risuonare in questa notte, una notte santa perché il figlio di Dio è venuto al mondo, nel freddo di una povera grotta, fuori dalla città degli uomini, ciò che il prologo al Vangelo di Giovanni dice: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto…». Quanti dei nostri fratelli e sorelle, amici e amiche, gay e lesbiche (queste parole sono ancor intrise oggi di disprezzo o di scandalo) non sono stati accolti? Quanti sono venuti nella loro famiglia umana e non vi hanno trovato posto?
È’ il destino di quelli che Gesù ama più di tutti, coloro ai quali è accaduto di trovarsi nella stessa situazione in cui Lui si è trovato, tra gli uomini e le donne del suo tempo: ce lo racconta stanotte il Vangelo di Luca: «La Vergine partorì il bimbo, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia (…) perché non c’era posto per loro nell’albergo». Non c’era posto, come oggi, per molti non c’è posto, non c’è nelle nostre case per Lui e per tanti fratelli che sono omosessuali, non c’è posto nel cuore per accogliere e la Chiesa stessa, la comunità dei credenti, sembra essere diventata quell’albergo, dove non c’è posto. È’ possibile secondo voi che Dio possa essere felice di questo? Dio non fa ‘pezzi sbagliati’ e siamo tutti suoi figli! Ognuno ha diritto ad essere quello che è e di essere qui, non meno degli alberi e delle stelle. Il dono più grande che potete fare/vi, da questo Natale in poi, sarà quello di abbracciare il ragazzo gay, la ragazza lesbica che vi è vicino, sia egli/ella vostro figlio/a, vostro fratello, vostra sorella o cugina, un vostro parente. Dimostrategli il vostro Amore. C’è n’è bisogno. Dio ne sorriderà, siatene certi! «Ero forestiero..”, cioè ero straniero, differente, della diversità che ci disturba, in base alla quale noi attribuiamo ad altri qualcosa di non giusto o di storto e – dice Cristo - voi mi avete accolto (…)». Ero gay dunque e mi avete accolto, rispettato e amato (è l’insegnamento del Vangelo di Matteo). Accogliamoci qui l’un l’altro come Dio ci ha voluti: perché «Come facciamo ad amare Dio – nostro padre - che non vediamo se non amiamo il nostro fratello che vediamo?» (II Lettera di Giovanni). E come possiamo sperimentare l’amore e la paternità unica di Dio se come figli escludiamo altri figli, nostri fratelli? Il Padre nostro che sta nei cieli e il Figlio suo che oggi è tra noi, nell’umanità e fragilità di una creatura, ci chiedono l’unico abbraccio dell’amore filiale che ci fa’ tutti fratelli.
Il mio augurio per questo Natale è che sempre meno persone si sentano sole a causa di un orientamento affettivo naturale che non può significare una discriminante nei rapporti umani. L’augurio è che ognuno di voi capisca che una persona omosessuale è, al pari di una persona eterosessuale, immagine di Dio. Non mi sento di ‘dimostrare’ nulla a nessuno sul terreno della fede. Posso solo testimoniare umilmente con la mia vita per ogni dono ricevuto, grazie a Dio. «In Lui le differenze sono belle perché hanno radici nel Suo cuore di creatore, fonte di Vita». Che questo Natale, nella nostra Chiesa, sia gioia per tutti. Nessuno escluso. Grazie!
Nessuno si sarebbe mai aspettato che, la notte della vigilia di Natale, nell’affollata chiesetta Santa Maria Assunta di Rignano Garganico, davanti ad oltre trecento fedeli, un prete rinunciasse alla predica per dare la parola ad un giornalista gay. Non è la trama di un romanzo ma realtà: il parroco, don Fabrizio Longhi, ha organizzato tutto nei minimi dettagli per permettere a Pasquale Quaranta di raggiungere la sua parrocchia. Pasquale è un collega di Salerno che compirà ventuno anni il quattro gennaio duemilaquattro; non fa mistero della sua omosessualità e, da due anni, si occupa di associazionismo gay. «Ho cominciato da un sito web – spiega – raccogliendo testimonianze su fede e omosessualità. Poi ho scelto di incontrare le persone, di guardarle negli occhi per apprezzare il valore umano che ognuno di loro porta con se». Al termine della celebrazione, Pasquale è letteralmente preso d’assalto dal pubblico: anche noi ne approfittiamo per girargli qualche domanda.
Come vi è venuta in mente un’idea simile?
Pasquale sorride: «Ho ricevuto la telefonata di don Franco Barbero il 22 dicembre: “Pasquale devi andare a Foggia – mi ha detto – c’è bisogno...”. Sulle prime ero titubante, a dire il vero mi sembrava una follia: partire da Salerno la vigilia di Natale alle 19:30 (prima non potevo, dovevo aiutare i miei nei negozi di abbigliamento, abbiamo lavorato ad orario continuo), partecipare alla Messa delle 23:00 e parlare di omosessualità in Chiesa, fare la predica al posto del parroco... Don Fabrizio ha compiuto un gesto incredibile, credo abbia un valore simbolico e profetico rilevante, per la Chiesa cattolica e la comunità gay credente».
È la prima volta che in Italia accade una cosa del genere?
«Penso proprio di sì, considerando anche le modalità con la quale si è svolta la funzione religiosa. Non dimentichiamo però che c’è una storia che porta a questi risultati: ci sono persone che hanno lottato tanti anni per ottenere una dignità più volte negata, io sono solo l’ultimo arrivato e cerco di portare, umilmente, il mio contributo».
So che suo padre era francescano e che lei ha studiato otto anni dagli Stimmatini. Come ha reagito la sua famiglia a questa richiesta d’intervento così particolare?
«Dalla domanda sembra quasi che volessi diventare prete. In realtà ho studiato nella Scuola Cattolica San Gaspare Bertoni perché in altri istituti, a Battipaglia, si facevano molti scioperi e i miei volevano che studiassi con una certa costanza, sia alle scuole medie che al liceo. Papà, al contrario, aveva già intrapreso gli studi teologici, poi ha capito che la sua vita non era in questa Chiesa e ha sposato, fortunatamente mamma. Trascorrere il Natale separati non è stato il massimo ma era il prezzo da pagare per questa esperienza. Mamma come vede è qui con me, papà è rimasto a casa con mia sorella a chiudere i negozi. In famiglia tutti sono sereni, hanno intuito che questa Vigilia ha un qualcosa di speciale. Papà mi ha dato anche alcuni consigli sul testo dell’intervento... ».
Cosa desidera per il 2004?
«Mi auguro che la gente apra gli occhi, anche i preti in Vaticano… Prima o poi si renderanno conto che non siamo categorie (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali…) ma persone. E che più omosessuali siano in grado di vivere con serenità i propri affetti senza nascondimenti. La verità ci rende un po’ più liberi».
Don Fabrizio per ora preferisce restare in silenzio.
A sentir parlare Pasquale sembra di assistere ad una vera rivoluzione: sono lì davanti a tutti, tra gli ingranaggi di questa enorme macchina arrugginita che è la Chiesa cattolica. Sembrava una pazzia ma, evidentemente, qualcosa sta cambiando. C’è la speranza che questo enorme meccanismo inerte, un giorno, possa muoversi verso il mondo che rispecchia davvero i vividi sogni di Cristo. Sogni che Pasquale, don Franco, don Fabrizio e tanti altri riescono a vedere.
Fiorentina Charrier –Viottoli – Dicembre 2003
Sul «caso Quaranta» é intervenuto anche il presidente dell'Arcigay nazionale Aurelio Mancuso, che ha parlato di una scelta giusta. Sulla questione si é espresso anche il Centro studi teologici di Milano, che ha ricordato ocme «la scelta del parroco ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilitá dentro la Chiesa stessa, per dare voce anche agli omossessuali proprio nella notte di Natale, in un momento in cui dalla nascita del Salvatore viene un messaggio di universale fraternitá e solidarietá che stringe gli uomini in un solo abbraccio di pace e di concordia». «Sono credente e per noi - ha detto Mancuso - é un fatto eccezionale: é la prima volta in assoluto in Italia che viene data la parola in una chiesa e un gay parla della sua esperienza ma anche del suo percorso di fede. E' un fatto importante anche perchè é avvenuto nella notte di Natale, nella messa che viene maggiormente seguita dai fedeli. Ringrazio don Fabrizio Longhi perchè ha compiuto un gesto veramente cristiano, il parroco ha voluto dare un messaggio chiaro alla popolazione italiana».
Aurelio Mancuso, Segretario Arcigay
Il Mattino: «L’omelia di Pasquale: il caso e le polemiche»
Ha cominciato con il Prologo al Vangelo di Giovanni: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto». E ha continuato. «Quanti dei nostri fratelli e sorelle, amici e amiche, gay e lesbiche (queste parole sono ancor intrise oggi di disprezzo o di scandalo) non sono stati accolti?». Pasquale Quaranta, studente di giornalismo e attivista dell’associazione gay Federico Garcia Lorca di Salerno, è stato probabilmente il primo laico, sicuramente il primo omosessuale che ha tenuto, nella notte di Natale, un’omelia dall’altare di una chiesa al posto del sacerdote. Uno scandalo senza scandali durante la messa di mezzanotte nella parrocchia di Santa Maria Assunta, a Rignano Garganico, un paese di 2000 persone che fa parte della diocesi di San Severo, in provincia di Foggia. Erano in chiesa non più di trecento persone, molti anziani, decine di giovani, quando Pasquale è stato invitato a fare l’omelia dal parroco don Fabrizio Longhi. Un sacerdote di periferia abituato però a portare nella sua parrocchia i problemi del mondo. E questa volta ha voluto invitare un giovane omosessuale. Pasquale è arrivato a Rignano da Battipaglia, la città dove vive, insieme alla madre, Adelaide Gliorio, che da sempre lo sostiene. Poche parole della signora: «Vogliate bene ai vostri figli», ha detto. «Parlare della mia omosessualità – dice Pasquale, che compie 21 anni il 4 gennaio – è stato ancora più bello accanto a mia madre».
«Sono gay e sono credente», ha detto dall’ambone nella sua omelia Pasquale. E all’improvviso è stato il silenzio, seguito da un brusio. «La ragione per cui sono qui stasera è perché credo che una testimonianza possa farvi riflettere su una realtà con la quale ognuno di voi, molto probabilmente, non ha avuto modo di confrontarsi nei termini di gioia, di amore, di serenità, di trasparenza». E anche il parroco che l’ha ospitato l’ha sostenuto: «Quanti qui fra voi, lo dice la statistica, hanno questo orientamento affettivo e sono costretti a nascondersi?». Poi l’invito alla fratellanza, inedito e commosso di Pasquale: «Abbracciate il ragazzo gay, la ragazza lesbica che vi è vicino». Frasi che pesano in una chiesa cattolica romana che ancora oggi impone la castità agli omosessuali. «L’omosessualità non è una malattia, non è perversione, né trasgressione, né moda e non è peccato», ha concluso Pasquale che diverse volte ha subito mortificazioni e aggressioni verbali. Quella alla presentazione di un libro a Eboli, poi le incaute parole di un sindaco con il quale ha avuto modo di chiarirsi. «Ma anche battaglie vinte grazie al coraggio di chi chiede il riconoscimento dei diritti degli omosessuali – dice Pasquale – come la discussione sul registro delle coppie di fatto a Salerno. Una battaglia persa, ma che ci è valsa l’apertura di una sede del circolo di cultura gay in centro città». Pasquale continua la sua testimonianza e trova solidarietà. Ieri il suo telefono ha squillato per tutto il pomeriggio: amici, conoscenti, colleghi. «La mia piccola rivoluzione di Natale, però, deve continuare ogni giorno».
Gianni Colucci, Il Mattino (edizione di Salerno) del 28 Dicembre 2003
Corriere della Sera: «Sono credenti, ma non trovano spazio nella chiesa»
Alza le spalle don Fabrizio, stretto nel suo maglione che anche oggi gli fa da tonaca: «Non vorrei parlare io, è Pasquale il protagonista di questa vicenda e con lui tutta la comunità, la mia comunità, la nostra». E Pasquale lo accontenta, come tutta la comunità di Rignano Garganico del resto: non si parla d’altro da due giorni. Di quell’omelia della notte di Natale: nella chiesa madre di Santissima Maria Assunta quest’anno l’omelia l’ha letta Pasquale Quaranta, omosessuale di 20 anni. È arrivato in trasferta da Battipaglia con la mamma Adelaide per commuovere i fedeli di Rignano col suo dilemma di essere gay e credente, emarginato dalla nostra Chiesa. È tornato a Battipaglia e non ha ancora smesso di raccontare la sua esperienza, a tutto il Web, a tutto il mondo. «L’ho invitato io a venire qui, ho trovato la sua storia su Internet. Mi sembrava una testimonianza importante: gli omosessuali faticano a trovare spazio nella Chiesa». E allora ci ha pensato don Fabrizio Longhi a dargli un piccolo spazio, a lui, come fece per l’imam di Roma lo scorso Natale, come per le donne che lavorano con le prostitute vittime della tratta. «Non ho mai letto l’omelia di Natale da quando sono qui, ho sempre lasciato la parola per testimonianze importanti di vita», spiega don Fabrizio. Ed è buffo sentirlo parlare con quel suo accento bergamasco che ha attraversato indenne i 12 anni passati qui a Rignano Garganico, duemila anime nel cuore del Parco del Gargano, pochi chilometri da San Giovanni Rotondo, patria di Padre Pio. Duemila anime e quattro chiese in questo paesino dove la storia di Peppone e don Camillo sembra andare al contrario: qui giunta civica spostata a sinistra e abitanti si stringono in difesa del parroco. Mario Pontonio, muratore, dichiaratamente ateo: «Non ci vado a messa, ma non c’è bisogno di andarci per essere d’accordo con don Fabrizio». Raffaella Vigilante, liceale, 18 anni: «Non capisco il problema: don Fabrizio ci ha fatto conoscere una situazione della quale non sapevamo nulla. È fondamentale per noi. Parlo io, ma tutti i ragazzi del paese la pensano così, lo so». Anche dalle donne dell’Azione Cattolica si leva un coro in difesa del giovane parroco dall’aria mite e gli occhi brillanti: «La sua missione è dar voce agli emarginati. E gli omosessuali, purtroppo, lo sono dentro la Chiesa», dice Grazia Del Vecchio, e con lei annuiscono Marta e Antonietta, prima della riunione nella sala sotto la parrocchia. Teresina, la donna più anziana della parrocchia del Carmine, alza gli occhi al cielo quando parla di don Fabrizio: «Che Gesù ce lo conservi». Ha paura Teresina. Perché la verità è che la vita di don Fabrizio non è tutta rose e fiori in questo paesino che vive di pascolo e lavori artigianali spesso precari e improvvisati. Per ben due volte l’auto di don Fabrizio è stata data alle fiamme. Più volte qualcuno ha denunciato alla Curia il suo operato di frontiera. Don Fabrizio è coordinatore regionale della Cnca, comunità nazionale dove lavorano don Vinicio Albanese e don Luigi Ciotti: non tutti nella Chiesa la pensano allo stesso modo. L’omelia gay non ha avuto conseguenze, ancora. Il vescovo di San Severo, Michele Seccia, non ne aveva saputo nulla, prima. «Mi aspetto qualche reazione, probabilmente», dice don Fabrizio e allunga il passo. La funzione nella chiesa di San Rocco non può attendere.
È un fiume in piena Pasquale Quaranta: «È stata un’esperienza fantastica, sono ancora emozionato». Ventun anni li compirà a giorni questo ragazzone di Battipaglia che ha mamma Adelaide come prima alleata, iscritta all’Agedo, l’associazione che riunisce genitori di figli gay. Lui dice che di essere omosessuale lo ha scoperto due anni fa e non ha esitato: «Sono andato da mamma e gliel’ho detto». Poi non ha esitato a dirlo a tutti, diventando in questi anni giornalista di siti e riviste gay, protagonista di associazioni omosessuali. Ora la sua scommessa vorrebbe vincerla con la Chiesa: «Sono credente», dice. E spiega: «Difficile definirmi cattolico, perché non riesco a condividere il linguaggio violento che usa il Vaticano contro gli omosessuali. Gesù non ce l’aveva con noi, non c’è una parola contro di noi nel Vangelo». Nella Bibbia sì, però, e Pasquale non fa fatica ad ammetterlo: «L’omosessualità è definita un’abominia nel "Levitico". Ma non si può rimanere fermi a duemila anni fa, la cultura evolve. Bisogna capire che anche l’omosessualità è un dono di Dio. È una cosa naturale. Non è una scelta come tanti pensano. Sono certo che tanti di noi non sceglierebbero di essere gay, se solo potessero». È un fiume in piena Pasquale Quaranta. Della sua omelia di Natale si porta addosso il ricordo della corsa in auto fatta da Battipaglia, subito dopo aver chiuso il negozio di abbigliamento, in mezzo alle nevi del Gargano. «È stato don Franco Barbero che mi ha chiamato da Pinerolo: "C’è bisogno di te a Foggia", mi ha detto. Poi mi ha telefonato don Fabrizio: mi ha entusiasmato questo prete, sono corso a Rignano volentieri». È stato sospeso dalle sue funzioni don Barbero: «Perché fa battaglie che danno fastidio», dice Pasquale. Danilo è rimasto in disparte: «Il mio compagno è un tipo discreto, non vuole apparire», spiega Pasquale e aggiunge: «Siamo fidanzati da quasi un anno, e questo a dispetto di chi non vuole capire che anche gli omosessuali vivono una vita monogama. È una relazione faticosa, però, lui sta a Milano». E non vuole far sapere della sua omosessualità: «Teme di perdere il lavoro», ammette Pasquale. La strada della sua battaglia è molto in salita.
Alessandra Arachi, Corriere della Sera del 28 Dicembre 2003
Corriere del Mezzogiorno: «Belle parole, ma non andavan dette lì»
Invoca la pietas, umana e cristiana, don Mario Gigante, teologo e viceparroco della Cattedrale di San Matteo, nell’affrontare serenamente il caso dell’omelia gay di Natale. E, citando Sant’Agostino, ripreso da papa Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris: «Bisogna distinguere l’errante dall’errore – dice – il peccatore dal peccato, non dobbiamo prenderci l’arbitrio di condannare e praticare invece una misericordiosissima comprensione, con un margine di flessibilità, anche per le situazioni problematiche e inquietanti». Nelle condizioni di quel parroco, però, che ha ceduto la predica ad un gay credente, don Mario avrebbe agito diversamente: «È stato un gesto azzardato, ci voleva senso della moderazione, l’omelia, specialmente nella notte di Natale, deve essere fatta dal sacerdote, è lui che provvede alle necessità spirituali dei fedeli. Qui invece si è verificato un eccesso di zelo».
Sulle parole pronunciate da Quaranta contro un pregiudizio millenario, il viceparroco si esprime favorevolmente: «Sono azzeccate e umanissime, non contengono mica l’apologia di un crimine o di un atteggiamento che non si confà ad uno spirito cristiano. Piuttosto che esprimere disprezzo, dobbiamo fare del nostro meglio per accogliere queste persone e avviarle verso un sentiero di riabilitazione».
«Chi è senza peccato scagli la prima pietra!». È la reazione, ripetuta, del padre gesuita Domenico Pizzuti quando viene informato di ciò che è accaduto a Rignano Garganico. «Questo è il senso cristiano vero che vale per ogni situazione – spiega – anche per chi sposa la seconda o la terza moglie. Se leggiamo la Bibbia, i profeti hanno fatto di peggio. Tutti, senza giustificarci delle nostre scelte, abbiamo bisogno della misericordia del Signore e di salvarci». Nessuna discriminazione, dunque, nella attività religiose e soprattutto rispetto e capacità di ascolto per qualsiasi “creatura” umana davanti alla grotta di Betlemme. «Il problema vero semmai – riprende padre Pizzuti – è un altro, se quella chiesa era il luogo più opportuno per esprimersi. Vero è che anche un laico può essere chiamato ad illustrare il Vangelo ma io, nei panni del parroco, non avrei abusato della mia prerogativa e proprio per rispetto nei riguardi dell’assemblea dei fedeli avrei rimandato qualsiasi iniziativa in un altro contesto, alla fine della celebrazione, magari, in una sede più conviviale. A meno che non ci fosse nel paese una situazione così grave di discriminazione contro i gay da imporre di parlarne immediatamente».
Gabriele Bojano, Il Corriere del Mezzogiorno del 27 Dicembre 2003
Sono quasi tutte positive le reazioni degli abitanti di Rignano, il più piccolo centro del Parco Nazionale del Gargano, alla notizia dell'omelia di Pasquale Quaranta durante la notte di Natale. Il brusio iniziale ha fatto immediatamente spazio al silenzio più assoluto che ha accompagnato anche le parole di Adelaide Gliorio, mamma di Pasquale e membro dell'AGEDO, che ha offerto ai presenti il suo atto d'amore nei confronti di un figlio che solo per gli altri é un ‘diverso’.
I parrocchiani hanno reagito come nessuno avrebbe potuto mai immaginare, con un lungo applauso di compiacimento e di liberazione per quanto era avvenuto. In paese, tra favorevoli e contrari all'iniziativa, il consenso é stato pressoché unanime per un gesto di coraggio che certamente proietterà la piccola Rignano Garganico, che conta appena 2100 anime, nella storia italiana dell'emancipazione delle persone omosessuali. Mario Pontonio, muratore, dichiaratamente ateo: «Non ci vado a messa, ma non c’è bisogno di andarci per essere d’accordo con don Fabrizio». Raffaella Vigilante, liceale, 18 anni: «Non capisco il problema: don Fabrizio ci ha fatto conoscere una situazione della quale non sapevamo nulla. È fondamentale per noi. Parlo io, ma tutti i ragazzi del paese la pensano così, lo so». Anche dalle donne dell’Azione Cattolica si leva un coro in difesa del giovane parroco dall’aria mite e gli occhi brillanti: «La sua missione è dar voce agli emarginati. E gli omosessuali, purtroppo, lo sono dentro la Chiesa», dice Grazia Del Vecchio, e con lei annuiscono Marta e Antonietta, prima della riunione nella sala sotto la parrocchia. Teresina, la donna più anziana della parrocchia del Carmine, alza gli occhi al cielo quando parla di don Fabrizio: «Che Gesù ce lo conservi». Tutto questo dimostra come la comunità ecclesiale sia avanti anni luce rispetto alle paure e alle condanne che continuano a segnare le dichiarazioni di molti ecclesiastici.
Sul caso Quaranta é intervenuto anche il segretario nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso, che ha parlato di una scelta giusta: «Sono credente e per noi - ha detto Mancuso - é un fatto eccezionale: é la prima volta in assoluto in Italia che viene data la parola in una chiesa e un gay parla della sua esperienza ma anche del suo percorso di fede. E' un fatto importante anche perché é avvenuto nella notte di Natale, nella messa che viene maggiormente seguita dai fedeli. Ringrazio don Fabrizio Longhi perché ha compiuto un gesto veramente cristiano, il parroco ha voluto dare un messaggio chiaro alla popolazione italiana». Positivo anche il commento del Centro studi teologici di Milano, che ha ricordato come: «La scelta del parroco ha voluto prediligere un gruppo sociale da sempre al centro di polemiche e di ostilità dentro la Chiesa stessa, per dare voce anche agli omosessuali proprio nella notte di Natale, in un momento in cui dalla nascita del Salvatore viene un messaggio di universale fraternità e solidarietà che stringe gli uomini in un solo abbraccio di pace e di concordia». In un’intervista rilasciata dopo l’avvenimento Vladimir Luxuria, star di alcuni salotti televisivi, con alle spalle un’adolescenza sofferta vissuta proprio a Foggia, ha esclamato: «Sono orgoglioso che questo segnale parta dalla provincia in cui sono nato» e ha ricordato la morte di Alfredo Ormando, il gay siciliano che si dette fuoco davanti a S.Pietro.
Intervistato dal Corriere del Mezzogiorno don Mario Gigante, teologo e membro del capitolo della Cattedrale di Salerno, ha apprezzato le parole di Pasquale («Sono azzeccate e umanissime, non contengono mica l’apologia di un crimine o di un atteggiamento che non si confà ad uno spirito cristiano. Piuttosto che esprimere disprezzo, dobbiamo fare del nostro meglio per accogliere queste persone e avviarle verso un sentiero di riabilitazione») ma ha anche criticato la scelta di don Fabrizio («È stato un gesto azzardato, ci voleva senso della moderazione, l’omelia, specialmente nella notte di Natale, deve essere fatta dal sacerdote, è lui che provvede alle necessità spirituali dei fedeli. Qui invece si è verificato un eccesso di zelo»). Evita invece di affrontare i contenuti dell’omelia di Pasquale, Monsignor Michele Seccia, vescovo della Diocesi di San Severo da cui dipende Rignano. Contattato da un giornalista ha infatti affermato che: «L’omelia tenuta da una persona diversa dal celebrante – ha detto – va contro le norme della Chiesa». Più articolata, ma sostanzialmente simile il commento del gesuita Domenico Pizzuti, intervistato dal Gazzettino di Venezia: «Vero è che anche un laico può essere chiamato ad illustrare il Vangelo – ha infatti dichiarato - ma io, nei panni del parroco, non avrei abusato della mia prerogativa e proprio per rispetto nei riguardi dell’assemblea dei fedeli avrei rimandato qualsiasi iniziativa in un altro contesto, alla fine della celebrazione, magari, in una sede più conviviale. A meno che non ci fosse nel paese una situazione così grave di discriminazione contro i gay da imporre di parlarne immediatamente».
Gianni Geraci, Il Guado, Primavera 2004
«Le famiglie devono mobilitarsi per ristabilire la verità - ha detto il frate francescano dall'altare di Santa Teresa a Solofra - e la verità è solo quella della Bibbia». Parroci diversi. A Rignano Garganico, in provincia di Foggia, Don Fabrizio Longhi ha rinunciato a recitare l'omelia della notte di Natale. Il suo posto l'ha preso Pasquale Quaranta, gay credente di Battipaglia. In Chiesa, Quaranta ha detto ai fedeli: «L'omosessualità non è una malattia, non è perversione, né trasgressione, né moda e - la cosa che mi preme sottolineare ora - non è peccato. Si tratta di un dono di Dio». Parole opposte ha usato ieri Padre Ottavio Galasso, durante la messa nella Chiesa di Santa Teresa a Solofra. Il tema da cui partire era la celebrazione della Sacra Famiglia. «Credo che verso i gay dobbiamo essere ancora più amorevoli e rispettosi - ha spiegato ai devoti presenti - ma non possiamo indicarli come un modello. Anzi sono delle contraddizioni che il Signore vuole segnalarci. Negare questo sarebbe cedere all'ipocrisia». Padre Ottavio è stato ancora più esplicito: «Se dovessi fare un esempio, direi che gli omosessuali sono come gli zoppi. Per loro tanto amore e comprensione. Anzi ancora più del solito. Ma non gli si può far fare quello che farebbe una persona normale». L'omosessualità è una condizione individuale, che può essere compresa ma che non può diventare la norma. «Le unioni gay sono delle aberrazioni e ancora di più lo sono i propositi di chi vuole far crescere i bambini ad una coppia omosessuale. I politici, e anche una parte della Chiesa hanno perso di vista la verità. La verità è quella della Rivelazione, che indica nel padre, nella madre e nel figlio la cellula della vita sociale. Il resto è moda. E poi, chi affiderebbe il proprio bambino ad una coppia omosessuale?». Eppure le legislazioni di alcuni paesi riconoscono i diritti civili anche alle unioni gay. «Questo avviene perché i politici si lasciano catturare dalle contingenze del momento - ha detto Padre Ottavio - ma sono sicuro che in cuor loro non pensano quello che propongono nelle leggi. Oggi il "gaysmo" è elemento di una voga modernista contro la quale le famiglie devono ristabilire la forza della tradizione, anche quando eleggono i politici».
Alfonso Raimo, Il Mattino di Avellino del 29 dicembre
La Messa è finita. E con la messa si è conclusa anche l’avventura a Rignano di un “prete scomodo”. Centinaia di persone hanno salutato ieri mattina nel più piccolo paese del Gargano don Fabrizio Longhi, 43 anni, bergamasco, che ha celebrato l’eucarestia per l’ultima volta, prima essere trasferito, dopo 12 anni, per decisione della Curia. Sulla folla che assiste compunta si staglia uno striscione: «Rignano saluta l’asinello del Signore». L’asinello è un prete che ha diviso cuori e umori, un amico ricco di umanità per il popolo (i giovani lo chiamavano semplicemente Fabrizio), un discepolo stravagante e cocciuto per le gerarchie ecclesiastiche. Ieri alla festa patronale di San Rocco, davanti a monsignor Michele Seccia, vescovo di San Severo, don Fabrizio ammette «alcuni errori», ma le parole dell’ex parroco sono soprattutto per la sua gente: «Il popolo di Rignano Garganico rappresenta la carne di Dio» dice con le lacrime agli occhi.
I fedeli lo hanno difeso. Sempre. Tutti. Fino alla fine, quando si parla addirittura di barricate per non farlo andar via, per non farlo migrare «all’altro incarico» cui la Curia lo destina. Il popolo di Rignano lo protegge dalle alluvioni di critiche che gli piovono addosso a intervalli regolari. A cominciare da quel look che disturba, per esempio, quel modo di presentarsi sull’altare durante la messa, quando indossa invece che i paramenti sacri, semplici stole colorate, acquistate in missioni in Africa o in centri di accoglienza.
E soprattutto quando, lo scorso Natale, fa parlare durante l´omelia un omosessuale ventunenne di Salerno, Pasquale Quaranta, sostenitore delle iniziative dell’Arcigay. «Sono venuto in questa chiesa a parlarvi di omosessualità. No, non vi spaventate, ascoltate…» dice il giovane, davanti a un’assemblea attonita eppur desiderosa di viverne il racconto: l’episodio travalica il minuscolo abitato e fa il giro delle diocesi meridionali, i superiori vanno su tutte le furie, gran parte della comunità lo difende a spada tratta. Giovani e anziani, donne e uomini. E anche in ambienti ecclesiali c’è chi approva. Don Tonino Intiso, vicario della diocesi di Foggia, si espone: «Noi sacerdoti dobbiamo essere capaci di gesti forti come quello di don Fabrizio, altrimenti non diamo nessuna testimonianza».
Il pensiero torna allora all’altra vicenda, quella del Natale dell’anno prima. Don Fabrizio cede l’altare stavolta ad alcune prostitute e soprattutto all´imam della moschea di Roma, quella più grande d’Europa. Dà il microfono a colui che poi, pochi mesi più tardi, verrà rimosso e allontanato dall’Italia per le insolite preghiere ad Allah, «affinché faccia trionfare i combattenti islamici in Palestina, Cecenia e altrove nel mondo». Quest’anno a Pasqua, invece, decide di far suonare in chiesa giovani di tutta Italia convenuti per partecipare al secondo raduno di taranta, organizzato dal Centro studi delle tradizioni popolari del Gargano.
La notizia del trasferimento l’aveva annunciata il 20 giugno scorso proprio il vescovo, motivandolo come un normale atto dovuto alla chiusura naturale del mandato di don Fabrizio. La decisione però non piacque a nessuno, insorsero anche le associazioni tra le quali l’Arcigay. Ora don Fabrizio è atteso a un incarico in Lombardia, dove probabilmente si trasferirà per metà settembre. Difficile decifrare il suo stato d´animo, se sia cupo o sereno. Eppure ogni prete sa bene che come Cristo, si può essere «scomodi», ma non si può disobbedire al Padre.
Gianpaolo Annese, la Repubblica, 17 agosto 2004