Rembert Weakland. Il coming out di un
vescovo
2 aprile 2002: uno dei più autorevoli vescovi statunitensi rassegna le sue dimissioni dopo aver ammesso di aver avuto una relazione omosessuale durante la gioventù.
Sommario
La vicenda umana di un vescovo
Dom Giovanni Franzoni: «La mia stima per lui resta immutata»
Due lettere di Monsignor Weakland
Al’ex amante: «Ho chiesto luce al Signore»
Alla diocesi di Milwauke: «Non ho mai abusato di nessuno»
Sette anni dopo. Monsignor Weakland accusa.
Arcivescovo gay spara sul Vaticano
Ha dato le dimissioni il 2 aprile scorso per raggiunti limiti di età, e il 24 maggio il Vaticano le ha accolte, rispondendo alla sua richiesta di accelerare i tem pi. Ha voluto farsi da parte il più presto possibile per non essere di intralcio nel cammino della Chiesa USA per il recupero della credibilità, nella tempesta provocata dal fenomeno degli abusi sessuali da parte del clero, e attende serenamente l'esito delle inchieste. Monsignor Rembert Weakland, da 25 anni arcivescovo di Milwakee, una delle menti più aperte dell'episcopato statunitense, ha visto concludersi il suo mandato episcopale nel peggiore dei modi: anche la stampa internazionale si è infatti occupata dello scandalo che lo ha travolto, riportando alla luce una relazione omosessuale (certamente non pedofila) risalente a più di 20 anni fa, che ha avuto pesanti strascichi legali, rischiando ora di infangare il suo operato e la sua figura, stimata e amata dai cattolici in America e nel mondo. Questi i fatti. Tra il 1979 e il 1980, Weakland ebbe una relazione con uno studente di teologia, Paul Marcoux, allora trentaduenne, che interruppe dopo pochi mesi. Marcoux (la cui discutibile statura morale e la cui instabilità psicologica emergono nel corso di tutta la vicenda) gli chiedeva finanziamenti per un suo progetto (Christodrama, una sorta di psicodramma basato su letture bibliche, che avrebbe dovuto innescare in chi vi assisteva sentimenti intensi e uno slancio verso la conversione). Weakland si mostrò disponibile a dargli una piccola somma, 14.000 dollari, che erano tutto ciò che possedeva personalmente, pur esprimendo dubbi sulla validità del progetto.
Nel 1997 Marcoux ricompare, affermando che in realtà la relazione intercorsa con Weakland era nata da un abuso sessuale da parte del vescovo e minacciando di provocare uno scandalo. L'arcidiocesi e gli avvocati, a quel punto, decidono di pagare il silenzio di quell'uomo, tramite un patteggiamento confidenziale (1998): 450.000 dollari, che - afferma con forza Weakland - rappresentano una somma di gran lunga inferiore a quella che, nel corso degli anni, egli stesso versò all'arcidiocesi come frutto del suo personale lavoro di studioso (lezioni, pubblicazioni). Come a dire che, ancora una volta, si trattava di denaro personale. Ora, a distanza di quattro anni, Marcoux, nonostante gli impegni presi nel patteggiamento, che sancivano la conclusione di qualsiasi ulteriore rivendicazione da parte sua nonché il vincolo al silenzio e la restituzione di qualsiasi documento o corrispondenza avuta con Weakland, ha rilasciato un'intervista televisiva in cui ha raccontato tutta la vicenda, accusando nuovamente Weakland e annunciando la pubblicazione di un libro sulla storia. Da qui lo scandalo esploso sulla stampa statunitense, ma non solo. Weakland non ha negato la relazione, ma ha contestato che si sia trattato di un abuso. Né ha negato il versamento del denaro, ma ne ha spiegato l'origine. Alla luce di quell'esperienza, umanamente dolorosa, ha dispiegato nel suo incarico episcopale un grande impegno per i diritti dei gay e delle donne nella Chiesa, e ha sempre espresso dubbi sull'obbligatorietà del celibato sacerdotale. Di seguito pubblichiamo, in una nostra traduzione dall'inglese, la commovente lettera che scrisse a Marcoux nel 1980 per porre fine alla relazione con il seminarista, in cui sottolineava la necessità di recuperare il senso profondo del proprio celibato ed un rinnovato equilibrio interiore, e la dichiarazione che ha diffuso il 23 maggio scorso. Nel frattempo, a sostituirlo temporaneamente, è stato designato, il 25 maggio, monsignor Richard J. Sklba, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi.
Recentemente è esploso un caso intorno alla figura di Rembert Weakland, arcivescovo di Milwaukee, rimasto vittima di un ricatto a causa di una relazione sessuale, nel 1980, con uno studente di teologia - al tempo già presumibilmente maturo giacché aveva 32 anni - che in seguito, nel 1997, ha avuto bisogno di denaro ed ha ritenuto di poterlo ottenere minacciando lo scandalo. Poi, nonostante avesse ottenuto dalla diocesi la somma di 450.000 dollari, lo ha fatto comunque esplodere nel 2002 con un'inter-vista televisiva e con l'annuncio di un libro. Business is business, mi pare si dica negli Usa ed anche in Italia.
Adista (n.43 del 2002) ha presentato con molto rispetto questa informazione pubblicando anche una lettera del 1980 di dom Rembert, indirizzata al giovane, nella quale esprimeva i suoi sentimenti di amicizia e di dolore e la necessità di porre fine alla relazione per recuperare la fedeltà riscoperta nei riguardi del celibato ecclesiastico. Parrebbe che non ci fosse niente altro da aggiungere se non l'espressione dell'immutata stima per il vescovo Weakland rigorosamente impegnato, nell'episcopato americano, in una ricerca teologica e pastorale aperta verso i diritti della donna nella Chiesa, verso il rispetto dell'amore omosessuale e verso un orientamento aperto alla tutela dei diritti dei poveri e alla critica dei processi di impoverimento nella società americana ai tempi del reaganismo sfrenato.
Sento invece di dover aggiungere una considerazione. Dom Rembert Weakland era monaco benedettino, abate ed infine, prima di essere nominato vescovo, abate primate dell'Ordine benedettino. Tutto questo sembrerebbe sollevare un problema in più giacché un monaco ha, secondo il diritto canonico, un obbligo ulteriore rispetto all'esercizio della sessualità e delle relazioni sentimentali: il voto di castità. Ma è proprio qui che si apre un problema più ampio e delicato. Al di là e al di sopra del voto di castità, che non si identifica del tutto col celibato, nel monaco vi è l'aspirazione alla purezza. Monaco infatti, più che solitario significa unificato nel suo modo di essere nel mondo. Da tempo, nella riflessione sul monachesimo, si è superata l'interpretazione della parola greca monos, come traduzione di solitario. Certo il monaco sa stare solo perché vive con intensità la relazione verticale col divino, ma questo non è essenziale. L'essenziale è che il monaco abbia unificato il proprio essere e viva con semplicità e coraggio il proprio rapporto con gli altri esseri e con le situazioni.
Nel buddhismo giapponese, per esempio, i monaci, pur vivendo la purezza della mente come ricerca fondamentale, normalmente sono sposati. L'essere sposato non è in contrasto con la purezza della mente e del cuore anzi rende l'impegno più concreto. È un problema che ho dovuto risolvere anche personalmente sentendo vivamente l'esigenza di proseguire nella ricerca monastica pur avendo materialmente abbandonato il celibato. È quindi, in qualche modo, spiegabile che un monaco, negli anni '80, all'interno di una ricerca umana onesta, mite e pacata abbia potuto corrispondere ad una relazione omosessuale senza derogare ai suoi ideali di purezza e di autenticità.
Ciò che non è spiegabile è il cedimento, pur all'interno del gruppo responsabile di una diocesi, ad un ricatto. Ma qui il discorso si fa ancora più sottile e difficile. Il cedimento al ricatto ed il rifiuto di sostenere la pubblicità di quanto avvenuto è senza dubbio riprovevole, ma questa colpa va ampiamente condivisa per motivi culturali e sociali che riguardano in modo particolare le chiese o altri organismi istituzionali. È la costrizione a mimetizzare i sentimenti e le relazioni che costringe, sotto ricatto, a cercare di evitare la pubblicità. È dunque un problema che, almeno per ora e chissà per quanto tempo, riguarda la società intera e le chiese in particolare. Se rivelando una propria esperienza, avvenuta sotto la costellazione della reciprocità e della purezza, non ci fosse il rischio di esporsi alla riprovazione pubblica e alla censura, molto meno si parlerebbe di scandalo e molto più raro sarebbe il ricatto.
«L'amicizia è l'inesprimibile serenità del sentirsi al sicuro con una persona, senza dover soppesare i pensieri né misurare le parole» (George Eliot)
Caro Paul,
la citazione di apertura è più per scuotermi che per dire dove - per il dolore - io mi trovo. Se ho una grande esitazione nel dire come mi sento dentro, ho ancora più paura di scriverlo. Fa sembrare tutto così permanente ed irreversibile. Uno dei miei ricordi più traumatici, durante il liceo, è quando venivo sorpreso a scrivere nel mio diario durante lo studio invece di lavorare e il diario mi veniva confiscato e letto - ne sono sicuro - da tutti i prefetti. Il saggio consiglio di mia madre, quando mi lamentavo di questa ingiustizia, era che non avrei dovuto mettere per scritto quello che non volevo che tutto il mondo leggesse. Così va il mondo, dopotutto. Renderà il nostro cammino meno pesante, o almeno ti darà un'idea di come mi sento ed un'occasione per riflettere.
Prima di tutto: tutto questo è troppo pesante per me ma suppongo che si tratti del dolore dell'amore profondo. Tutta l'esperienza di queste ultime settimane - e specialmente di quest'ultima - è stata catartica ma spossante, con ferite che si rimargineranno solo con più fiducia e più tempo.
Da dove cominciare? Dopo il nostro ultimo incontro da me, prima che tu partissi per Atene, ho capito che il nostro sogno di andare a Nantucket era in forse. Le tue due chiamate l'hanno reso doppiamente chiaro. Tu mi avevi fatto promettere prima che non mi sarei tirato indietro e io lo volevo fare quel viaggio, avevo bisogno del riposo e dell'atmosfera che ero sicuro avrebbe offerto. Ma, come confidarmi con te? Ero terrorizzato all'idea di farlo. Detestavo l'idea di affrontare tutta questa situazione confusa, per come la vedevo dal mio limitato punto di vista emotivo. Cerco di farlo ora, ma non posso evitare di pensare: «Leggerà fino alla fine? Capirà che al di là di ciò che le parole dicono, sto continuando a esprimere quanto è profondo il mio affetto per lui? O forse combinerò un pasticcio, renderò le cose peggiori e mi pentirò di averci anche solo provato?».
Ma tant'è, l'amore può più del coraggio. Dopo quell'incontro ho capito quanto tu avessi bisogno del denaro per portare avanti il progetto Christodrama e quanto contassi su di me per questo. Era evidente la tua rabbia per il fatto che io non potessi fare la parte del grande patrocinatore. Scommetto che l'hai interpretato come un rifiuto nei tuoi confronti. Già una volta l'avevi messa in questi termini: «Se non hai fiducia nel progetto, almeno abbi fiducia in me». Paul, ti ho davvero dato tutto quello che possiedo personalmente. I 14.000 dollari sono veramente il mio limite personale: è il denaro che ho ricevuto dalla comunità quando sono diventato vescovo e semplicemente non ho risparmi miei.
Quello che ora posso fare personalmente per aiutarti sarà poca cosa. So che mi stai spingendo perché ti dia soldi della Chiesa, per una sorta di appoggio ecclesiale al Midwest Institute di Christodrama. Sento che così mi stai mettendo in una situazione impossibile. Per me il denaro della Chiesa è un patrimonio sacro; rappresenta le offerte dei fedeli e io devo rispondere del modo in cui vengono spese. Sulla mia scrivania ci sono centinaia di richieste di finanziamenti per cause meritevoli, per progetti di aiuto alle periferie, per gli anziani, gli handicappati, ecc. Non passa giorno senza che io sia costretto a rifiutare fondi per quei progetti. Semplicemente non vedo come potrei autorizzare un finanziamento per il tuo. E non perché non ti voglio bene. Per dirtela tutta, non vedo come potresti guadagnare la somma di denaro che ti serve, conducendo lo stile di vita a cui sei abituato, e riuscendo tuttavia a metterne da parte. Sento che prima o poi avrai un triste risveglio, e sarebbe meglio che avvenisse ora, prima che tu sia troppo coinvolto. So che altri, meno dotati e meno qualificati di te, chiedono prezzi alti, ma di solito sono persone che si sono fatte un nome. Mi sembra che tu voglia cominciare dal punto d'arrivo (questo è perché tu sei così perspicace e hai un vasto background) e che i passaggi intermedi, che pure non possono essere evitati, ti stufino. Mi spiace se ti ho dato l'erronea impressione di essere in grado di portare avanti il progetto finanziariamente. Se sono stato io a condurti a questa conclusione, me ne dispiace profondamente. Per me è anche difficile credere - e mi rifiuto di farlo, ma non lo scriverei se non me ne fosse sorto il dubbio - che questo aspetto finanziario sia così vitale per la nostra amicizia. Il suo successo o il suo fallimento è legato alla mia possibilità di aiutarti? Non voglio pensarlo. C'è una ferita che ha bisogno di rassicurazioni. So anche che da parte tua c'è stato dispiacere e disappunto per il fatto che io non mi sia mostrato entusiasta e coinvolto nello psicodramma come lo eri tu. Ho sentimenti ambivalenti su di esso. Posso vederne il valore come tecnica ma ho dei dubbi. Gli unici risultati che ho visto e che posso misurare sono quelli che ha avuto su di te. Avevo il terrore di vederti andare a questi seminari perché mi sei sempre sembrato peggiore e non migliore, a causa di essi. Mi sembrava che ti isolassero psicologicamente ed emotivamente e ti lasciassero scisso e nessun tempo, nessuna struttura, nessun aiuto ti rimettessero insieme per affrontare di nuovo la vita. Non mi sembrava che facessero emergere e che sviluppassero quelle qualità dominanti, eccellenti, meravigliose che spingono ad amare Paul; ti lasciavano autocentrato o concentrato su di te. Non dovrei avere ragione ad essere scettico? E poi non capisco Christodrama. Dal momento che l'hai creato tu sei ipersensibile e prendi ogni critica come un affronto personale. Penso che tu ne sappia qualcosa. Non so se sia un progetto di vita. Ne dubito. Dovrebbe essere, penso, solo uno degli aspetti della conversione cristiana, e non l'unico. So che quel termine dà fastidio a qualcuno. Probabilmente ad alcuni dice troppo - come se vi soggiacesse un segreto neopelagianesimo e vi si trovasse la grazia, o come se tutti gli aspetti della vita sacramentale o dell'esperienza religiosa non siano pure essi un cristodramma (forse sarebbe meglio chiamarlo Istituto di Psicodramma e di conversione cristiana). Credo anche, Paul, che Christodrama richieda un alto livello di elaborazione spirituale, con un orientamento biblico e liturgico, se si vuole che abbia successo. Tu nei sei capace, ma ci stai?
Se solo, Paul, tu potessi soppesare bene tutte le tue risorse, le meravigliose qualità che noi tutti amiamo in te, ed accettare i tuoi limiti! È difficile parlarti con schiettezza perché chiudi la discussione con gesti di rabbia se uno non mostra consenso nei tuoi confronti. Penso di essere diventato molto cauto, forse eccessivamente accomodante, quasi al limite della disonestà, per la tua depressione e i tuoi discorsi di suicidio. Questo mi mette in una sorta di circolo vizioso da cui non so come uscire. Voglio essere onesto e sincero con te, ma temo di farlo, visto che hai bisogno di così tante conferme. Mi sento in trappola. Per esempio, sono sconcertato dal modo in cui gestisci il denaro. Ma dire che forse l'amministrazione non è il tuo forte e che dovresti sempre lavorare in squadra, in modo che questo aspetto sia curato da altri, non è sminuire Paul ma accettare quello che sei. Tutti noi abbiamo limiti di questo genere e moriremo felicemente con essi così come sono. Tu questo lo vedi bene in Vicki e in Don, ma non in te. Forse dovrai sempre dare il meglio di te come parte di una squadra, e non come parte dominante di essa.
Ora, qualcosa di me, argomento noioso, ma tant'è. Negli ultimi mesi mi sono reso conto di quanto fossi esausto, teso, pensoso, senza gioia. Non riuscivo a pregare. Mi sembrava di non essere onesto con Dio. Mi sentivo lontano da Lui, dall'affrontarlo. Sapevo qual era il problema: stavo lasciando che la tua coscienza prendesse il sopravvento su di me e non potevo convivere con questa sensazione. Mi sentivo il peggior ipocrita del mondo. Così, piano piano, ho recuperato l'importanza del celibato nella mia vita, non solo il celibato fisico, ma la libertà che l'impegno ad esso mi dà. Sapevo che avrei dovuto affrontarlo e prendere sul serio quell'impegno che mi ero assunto 34 anni prima. In questi mesi ho sentito il mio compito di prete-arcivescovo quasi insopportabile e ho capito che mi trovavo ad un crocevia e che dovevo trovare il coraggio di prendere una decisione. Paul, per me non esiste un altro modo di vivere. Prenditi gioco di me, se proprio devi: me l'aspetto. Dì pure che sto cercando di fuggire, ma io devo essere me stesso.
So che non potrei mai essere per te un Don o chiunque altro. Il tempo a mia disposizione è limitato. Il mio incarico di vescovo mi assorbe completamente. Non c'è altra strada. Devo essere libero e senza fardelli, se voglio servire in pienezza la Sua Chiesa. Non c'è altra strada per me. In questi mesi ho trascurato non solo la preghiera, ma tante persone, perché la mia vita era immersa nella tua. Il logorio e la tensione che provo nell'essere vescovo oggi, Paul, è più grande di quanto si possa immaginare, almeno per me. Per questo motivo non posso più darti il tipo di amicizia di cui tu sembri avere bisogno.
Mentre scrivo piango: queste sono, dal punto di vista personale, le più grandi rinunce che il Signore mi abbia chiesto di fare per il suo Regno. Non ti chiedo di capire, ma almeno di non ridere di me. E poi, Paul, ci sono alcune cose che mi hanno causato rabbia e che devo dirti. Non ti ho mai sentito totalmente onesto con me riguardo al tuo coinvolgimento con Don. L'intensità del rapporto è venuta alla luce solo quando la storia è finita. Non deve stupire che io non abbia saputo reagire in modo adeguato. Sono ancora un po' arrabbiato e perplesso riguardo a tutta la questione dei soldi e al modo in cui tu uscivi presto dal lavoro e sprecavi soldi con Don, Vicki, ecc. Ho cominciato a chiedermi cosa stessi contribuendo a fare. E poi avrò bisogno di tempo per superare quest'ultima settimana. Mi sono sentito umiliato, manipolato: un completo fallimento su tutti i fronti. Ho fallito con te, ho fallito con me. Ho fallito come amico, ho fallito come prete. Psicologicamente sono crollato e mi sono congelato. A Boston non ho fatto nulla se non piangere e cercare di pregare. Ho chiesto solo un po' di luce al Signore: «la punizione crudele che mi hai dato me la sono meritata». Ho chiesto solo che ti aiutasse in questo tuo momento di smarrimento. L'impotenza può essere un sentimento paralizzante. Ho pregato affinché in qualche modo tutto questo fosse purificante e portasse me - ma soprattutto te - ad un nuovo livello di esistenza. Ho chiesto perdono per aver fallito con te e per la grazia di essere di nuovo in piedi e di cercare di essere non un vescovo, ma un semplice cristiano. Paul, Dio è buono.
Ti voglio bene.
Lettera di monsignor Weakland scritta a Paul Marcoux, Adista (43) 3 Giugno 2002
Non ho mai abusato di nessuno. Non vedo Paul Marcoux da più di vent'anni. Quando lo incontrai la prima volta qui a Milwaukee, era un uomo sulla trentina. Paul Marcoux ha riferito di un patteggiamento tra noi. Poiché accetto il vincolo di riservatezza del patteggiamento, non farò commenti circa il suo contenuto. Poiché detengo la responsabilità finanziaria del benessere dell'arcidiocesi, voglio che i fedeli dell'arcidiocesi sappiano che, nei miei 25 anni da vescovo, ho versato all'arcidiocesi i proventi delle mie lezioni e delle pubblicazioni, insieme ad altri onorari. Nell'insieme, quel denaro supera di gran lunga l'ammontare della cifra del patteggiamento. Dato il clima attuale, in cui la Chiesa è chiamata a recuperare la sua credibilità, questa situazione potrebbe essere una ulteriore e continua distrazione da quello scopo. Non voglio essere di ostacolo a questa ricerca da parte della Chiesa, che continuerò ad amare con tutto il mio cuore e che ho servito al meglio delle mie capacità per questi cinquantun anni. Come richiesto dal diritto canonico, ho consegnato le mie dimissioni da arcivescovo al Santo Padre il giorno del mio 75.mo compleanno, il 2 aprile scorso. Ora ho chiesto al Vaticano di accelerare la loro accettazione. Chiedo preghiere e riconciliazione.
Lettera di monsignor Weakland alla diocesi di Milwaukee, Adista (43) 3 Giugno 2002
Giovanni Franzoni, Adista (56) 16 Luglio 2002
La Chiesa cattolica sbaglia sui gay secondo l'ex arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland, che oggi, in una intervista al New York Times, spara a zero sul Vaticano. «Se diciamo che Dio è amore, come si spiega che 400 milioni di persone al mondo sono gay? E perché le religioni del mondo, come fa il cattolicesimo, dicono a questi milioni di persone che devono vivere tutta la vita senza poter esprimere l'amore fisico?». Weakland è gay, probabilmente il primo vescovo a ammettere volontariamente di essere omosessuale. Oggi l'ex arcivescovo è uscito per la prima volta allo scoperto con un libro di memorie (Un Pellegrino in una Chiesa Pellegrina) e un'intervista al New York Times destinata a fare scalpore: l'ex alto prelato ha accusato il Vaticano di preoccuparsi «più dei preti pedofili che delle loro vittime». Weakland ha 82 anni. Prima di essere nominato arcivescovo da Paolo VI, è stato il capo mondiale dell'Ordine dei Benedettini. Ha scritto una decina di libri, dato alle donne potere ai vertici della diocesi e preso posizioni controverse in materia di aborto, politiche sociali, diritti dei gay, ecumenismo, liturgia, poteri dei vescovi. L'ex arcivescovo ha detto di aver scoperto le sue tendenze omosessuali quando era adolescente, ma di averle soppresse fino a quando è diventato arcivescovo, quando ha avuto relazioni con molti uomini perché «la solitudine, a quel punto, era diventata molto forte». Uno di questi uomini, l'ex seminarista Paul Marcoux, lo aveva accusato nel 2002, nel corso di una trasmissione televisiva . L'uomo - 61 anni oggi, 29 allora - aveva anche rivelato che l'arcidiocesi di Milwaukee gli aveva versato 450 mila dollari per comprare il suo silenzio. Lo scandalo di sesso e soldi si era abbattuto come una meteora sul capo di Weakland: all'indomani dell'intervista di Marcoux all Abc, il Vaticano faceva sapere che aveva accettato le sue dimissioni. L'ex arcivescovo ha detto al New York Times che le sue cattive relazioni con papa Giovanni Paolo II furono in parte la ragione per cui non informò il Vaticano nel 1997 che Marcoux aveva minacciato di lavare i panni sporchi in tribunale. «Avrei dovuto andare a Roma a spiegarmi, ma un amico altolocato a Roma mi disse che la Chiesa preferiva mettere cose di questo genere a tacere, che questo era il modo con cui ci si comportava a Roma», ha detto l'ex arcivescovo al giornale. Weakland ha detto anche che all'epoca non avrebbe voluto essere etichettato a Roma come gay: «Roma, come sapete, e' un piccolo villaggio».
Weakland sta per far uscire un libro di memorie, in cui rivela che la Congregazione per i Vescovi chiese a un altro vescovo USA di indagare su di lui nel 1988 e che «in ogni viaggio ad limina, sempre, ho notato che ero preso da parte e che mi si diceva di incontrare i capi dicastero del Vaticano. In quelle visite al loro ufficio mi presentavano una lista di lamentele. Era azioni o decisioni che sembravano irritare il papa e altri membri della Curia». Weakland dice di «aver conservato un grande rispetto per il Santo Padre come papa, ma di aver trovato poco da amare ed ammirare nel suo stile di trattare le persone che erano in disaccordo con lui».
Marco Tosatti, La Stampa, San Pietro e dintorni del 16 Maggio 2009
«E’ così che si fa a Roma». E’ stato questo il commento di un alto prelato in Vaticano quando l’ex arcivescovo di Milwakee lo contattò a proposito di un ricatto a seguito di una relazione omosessuale. «Certe cose è meglio metterle a tacere perché in Vaticano si preferisce che non se ne parli». Sono alcune delle rivelazioni che emergono in un’autobiografia di prossima pubblicazione scritta dall’arcivescovo Rembert Weakland che torna a far parlare di sé dopo alcuni anni di silenzio. E questa volta lo fa a testa alta dichiarando che la Chiesa Cattolica ha fermato il suo processo di rinnovamento che era avvenuto durante gli anni ’60 e ’70 a seguito del Concilio Vaticano II. Poi con l’arrivo di Giovanni Paolo II si era tornati a una dottrina rigida e centralizzata interamente controllata dal Vaticano.
Il libro si intitola A pilgrim in a pilgrim church e uscirà a giugno, pubblicato dalla casa editrice William B. Eerdsman. L’ex frate benedettino ripercorre la sua gioventù in Pennsylvania e arriva a raccontare i particolari di una relazione sessuale che lo portarono a lasciare con vergogna le più alte gerarchie della Chiesa cattolica. Nella primavera del 2002 l’arcivescovo Weakland seguì con orrore la diretta televisiva mentre un uomo di nome Paul Marcoux rivelava di avere avuto rapporti sessuali con l’arcivescovo e di avere ricevuto 425mila dollari perché non dicesse a nessuno di quanto era avvenuto fra di loro. Erano cinque anni che Weakland temeva quel momento. Già nel 1997 infatti era stato contattato dall’ex amante con un ricatto. L’alto prelato inizialmente aveva sborsato soldi di tasca sua ma mentre le richieste da parte di Marcoux continuavano fu l’arcidiocesi di Milwakee a pagare un’alta somma per mettere a tacere lo scandalo.
Ma cinque anni dopo Marcoux era tornato alla carica, questa volta dicendo di essere stato costretto a rapporti sessuali con Weakland contro la sua volontà. Poco dopo la fine della diretta televisiva, si apprende dal libro di memorie, l’arcivescovo telefonò al nunzio apostolico a Washington, monsignor Gabriel Montalvo, e gli chiese consiglio su come comportarsi. «Naturalmente negheremo che tutto questo sia mai avvenuto», fu la risposta di Montalvo, ma Weakland rispose che avrebbe negato lo stupro, ma non che ci fossero realmente stati rapporti sessuali tra adulti consenzienti. L’arcivescovo nel suo libro sostiene che il Vaticano continua a negare l’evidenza dei fatti, non soltanto relativi alla sua particolare situazione ma in generale alla questione dell’omosessualità nella Chiesa Cattolica. Sostiene Weakland infatti che fra il clero c’è un’incidenza di omosessuali fra il 25 e il 50 per cento. «Se Dio è amore com’è che ci sono circa 400 milioni di omosessuali al mondo? Vuol dire che ci sono religioni, compresa quella cattolica, che negano a centinaia di milioni di persone il diritto a un’espressione fisica e genitale del loro amore».
Andrea Visconti, Alto Adige del 16 Maggio 2009