Preti gay. Polemiche in Australia.
18 Agosto 2001. Sull’allegato di un grande quotidiano australiano esce un articolo dedicato all’omosessualità del clero.
Sommario
La Chiesa deve vincere la sua ipocrisia
Un freddo martedì di maggio ebbi una sorprendente conversazione in Internet. Avevo cliccato in una chat locale per gay e presto cominciai a scambiare messaggi con un tale Bill. Aveva voglia di incontrarmi. Io declinai l’invito, e stavo quasi per andarmene quando Bill mi disse che faceva un lavoro insolito: «Senti! Sono un prete». Feci un sospiro. Non sapevo come gestire la cosa.
«Cattolico?»
«Sì»
«In pensione o ancora attivo?»
«Ancora attivo»
Mi sono detto: «Devo andarci piano qui, quest'uomo potrebbe essere molto vulnerabile».
«Deve essere duro a volte. Come la metti con la dottrina e con la regola del celibato?»
«Sapevo che me l'avresti chiesto. In realtà sono un cattolico tradizionalista. Credo e insegno quello che la Chiesa crede e insegna»
«E allora cosa ci fai in questa chat?»
«Beh, sono stato celibe per 17 anni e adesso sto cominciando a esplorare un po'».
«Mi sembra giusto! - gli dico, anche se sono combattuto tra la compassione e la rabbia. D’altra parte ho già aiutato alcuni preti gay, so cosa passano e mi rendo conto che forse posso dare davvero una mano anche a quest’uomo - Ma come gestisci i tuoi desideri? Diciassette anni sono tanti!»
«Non lo so. Forse la confessione? Ci sto ancora pensando. In ogni caso non cerco di razionalizzare quello che potrei fare»
«Ho capito. Lo fai e poi ti condanni per averlo fatto»
La chat si interrompe bruscamente. Probabilmente avevo toccato un nervo scoperto e di Bill non ho più avuto notizie.
Quella che ho appena raccontato è una storia vera. D’altra parte Bill non è un caso unico: i preti gay esistono. Sono presenti in ogni Paese e operano a tutti i livelli della Chiesa. Alcuni vivono nel celibato. Altri hanno relazioni occasionali. Altri ancora hanno un partner fisso. Altri ancora frequentano sex club o fanno la ronda sperando di non essere beccati. Alcuni di loro, come Bill, cercano l’intimità sessuale nelle chat. Alcuni amano le cerimonie solenni in cattedrale, altri lavorano in parrocchie difficili, aiutando bambini senzatetto e svegliandosi nel bel mezzo della notte per placare litigi familiari e rattoppare matrimoni traballanti. Sono davvero molto diversi l’uno dall’altro, ma hanno tutti una cosa in comune: il silenzio. Ora questo silenzio finalmente si è rotto. Su The Age, l'anno scorso, Paul Rogers, ex prete di Melbourne che ora è sposato, ha parlato apertamente dei preti gay, molti dei quali provengono da ambienti conservatori, che di solito soddisfano le proprie voglie in un certo sexy club, e che poi appoggiano il divieto di dare la comunione ai cattolici gay che dichiarano apertamente la loro omosessualità. In un recente programma della ABC-Compass, un ex seminarista di Sydney ha detto di aver avuto la sua prima esperienza sessuale con un compagno di seminario: una storia abbastanza comune tra i preti gay. È poi recente la cosiddetta controversia delle Spice Girls che ha reso di pubblico dominio l’esistenza di un vero proprio gruppo di preti gay tra il clero di Melbourne vicino a George Pell, l’attuale arcivescovo di Sydney. Si sa che questi preti sono omosessuali nascosti, come del resto dice Mary Helen Woods, un’amica dell’arcivescovo Pell: «Amano il loro incenso e i loro paramenti più di ogni altra cosa e, anche se non lo ammettono, sono molto effeminati». Tra l’altro alcuni tra i più aspri critici di questo gruppo sono anch’essi gay, ma vivono la loro condizione in modo molto diverso, impegnandosi nel lavoro pastorale di base. Una parte di questo lavoro si svolge nei bar gay: conosco preti che hanno ascoltato confessioni e consigliato giovani gay nei locali fumosi di Collingwood; conosco preti che hanno un partner fisso; ne conosco altri che vivono celibi; altri ancora che utilizzano il loro giorno di riposo per andar in un certo bar dove, come mi ha detto una volta un sacerdote: «Alcuni lunedì sera assomiglia a un vero e proprio senato di preti che si incontrano».
Storie come queste sono semplicemente la versione locale di un fenomeno molto più vasto di cui finalmente si discute. Nel 1999 un libro intitolato The Changing Face of the Priesthood ha scosso la Chiesa degli Stati Uniti. Scritto da Donald Cozzens, rispettato rettore di seminario e professore di teologia pastorale, era uno studio incisivo della crisi del sacerdozio cattolico, una crisi che ha molti volti (dalla pedofilia, all'aumento dell'età media, fino al risentimento per l'abuso di potere del Vaticano). In realtà il capitolo che ha dato fuoco alle polveri è stato quello che trattava i problemi legati all’orientamento sessuale dei sacerdoti dove lo stesso Cozzens ha citato studi che parlano di una percentuale di omosessuali che oscilla (a seconda dell’indagine statistica che viene fatta) tra il 23 e il 48% tra i preti e che arriva a toccare addirittura al 55% tra i seminaristi. D’altra parte queste stime sono simili a quelle fatte da Richard Sipe, uno psichiatra che si è occupato di comportamenti sessuali del clero e che ha alle spalle oltre vent’anni di vita monastica. Nel 1990, Sipe, dopo un’attività clinica di più di quindici anni, ha scritto che il 30% dei preti era omosessuale e ha aggiunto che entro il 2010 più della metà dei preti americani sarebbe stata gay. Molte ricerche dicono che questa incidenza è già stata raggiunta e le stesse ricerche ci dicono che questa stessa percentuale è ancora più alta tra i seminaristi. Basandosi sui decenni di lavoro che ha svolto accanto a preti e vescovi, il rettore Cozzens afferma che «più del 50% dei preti diocesani potrebbe avere tendenze omosessuali» anche se ci sono: «Molti preti che sono confusi circa il loro orientamento sessuale perché hanno negato in modo così perfetto il loro orientamento che, a dispetto delle loro fantasie predominanti continuano a credere di essere eterosessuali». E con una franchezza ammirevole non ha problemi nell’osservare che: «La crescente percezione, raramente contestata da coloro che conoscono bene i sacerdoti è che il sacerdozio stia diventando un’occupazione per gay». Non meravigliano le critiche che ci sono state nei confronti di Cozzens. Ma anche i critici più accaniti hanno dovuto ammettere che una percentuale significativa o una minoranza sostanziale di preti e di seminaristi sono realmente gay e che molti di costoro sono anche sessualmente attivi. Nessuno poi nega che queste percentuali sono aumentate negli ultimi tre decenni, da quando alcune decine di migliaia di persone hanno lasciato il sacerdozio per sposarsi. D’altra parte la promessa di celibato, in questi stessi decenni, ha incontrato una vera e propria crisi, legata non tanto al rinnovamento che è seguito al Concilio Vaticano II, quanto alla liberazione sessuale che ha travolto i valori tradizionali. Solo coloro che sono ancora prigionieri di un’idea di prete cattolico formato Bing Crosby nel Campane di Santa Maria in, possono restare sorpresi di fronte alla notizia che anche il sacerdozio è cambiato perché uomini che a vent’anni avevano fatto la promessa di celibato, in un’epoca molto più liberare di quella in cui si erano formati, hanno scoperto delle urgenze sessuali represse che, unitamente alla solitudine cronica e alla saggezza cinica della mezz'età, li hanno spinti ad affrontare momenti di intimità sessuale che, in precedenza non avrebbero mai preso in considerazione. Richard Sipe rileva che: «Quasi il 50% dei preti omosessuali vive con fedeltà la promessa di celibato, una percentuale che si osserva anche tra i preti eterosessuali», ma nel dire questo ci dice anche che più della metà dei sacerdoti cattolici degli Stati Uniti vive questa stessa promessa come qualche cosa di non impegnativo.
In Australia non ci sono studi statistici sui preti gay o sui preti sessualmente attivi. Nel 1999, però, Janiene Wilson, una psicoterapeuta che lavora al Seminario di Sydney, ha detto al giornalista David Marr che i risultati ottenuti da Sipe erano tranquillamente applicabili anche al contesto australiano. Numerosi aneddoti e alcune stime approssimative tendono a confermare quest'impressione. La cosa non è poi sorprendente visto che la composizione etnica e culturale delle due comunità cattoliche è molto simile.
È molto difficile ottenere informazioni sull'omosessualità e sull'attività sessuale nel clero. A gennaio dello scorso anno, tuttavia, il Kansas City Star ha pubblicato una serie di articoli che mostrano come negli Usa ci fossero stati almeno 400 preti morti di Aids e che, probabilmente, questo numero non rende appieno la vastità del fenomeno che coinvolgerebbe il clero statunitense in una percentuale che viene stimata tra le quattro e le otto volte più grande di quella relativa all’intera popolazione statunitense. Un altro sondaggio più informale che si basava su 800 interviste a sacerdoti cattolici, più del 65% degli intervistati ha detto di aver conosciuto almeno un prete morto di AIDS, mentre il 30% ha affermato di conoscerne di sieropositivi.
Visto che molto probabilmente la maggior parte dei preti sieropositivi mantiene il segreto sulla sua propria condizione e che i sieropositivi sono solo un frammento della popolazione maschile sessualmente attiva, anche questi dati ci portano a concludere che i preti sessualmente attivi sono davvero molti.
Ma come fanno questi preti a conciliare la loro vita sessuale con la promessa di celibato? Alcuni pensano che il celibato sia soltanto un requisito formale, destinato inevitabilmente a finire. Altri lo reinterpretano come un profondo impegno nel vivere il Vangelo. Altri ancora lo leggono semplicemente come una rinuncia al matrimonio. Moltissimi credono che il rispondere ai propri desideri sessuali li abbia resi uomini più completi e preti migliori. Come mi ha scritto recentemente uno di questi preti gay: «Alcuni di questi uomini riversano sulle loro comunità quel calore e quella compassione che hanno appreso in incontri occasionali rivitalizzanti o tra le braccia del loro partner». Qualcuno resterà senz’altro scioccato da un commento del genere: alcuni gruppi cattolici tradizionalisti hanno iniziato a sostenere che i sodomiti hanno stravolto la città di Dio e che dovrebbero essere cacciati dal sacerdozio e dagli ordini sacri. Persino i commentatori più avvertiti parlano come se i preti gay rappresentassero un grave problema per la Chiesa, semplicemente perché sono gay.
Padre Cozzens, da onesto e eterosessuale celibe qual è, afferma con calma che: «In tutta la storia della Chiesa molti preti, papi, e santi sono stati omosessuali. I preti gay esercitano il loro ministero in modo creativo ed efficace ad ogni livello di leadership pastorale». Egli afferma che i preti gay tendono ad essere «protettivi, intelligenti, pieni di talento e sensibili», facendo eco a psicologi ed antropologi che suggeriscono che gli uomini gay hanno spesso doni partic olari di leadership spirituale. Non è l'omosessualità in sé il problema. Né lo è l'attività sessuale. Il problema reale è il segreto. Storici come Mark Jordan, dell'Atlanta Emory University, e John Boswell di Yale, hanno appurato che uomini che amano uomini sono sempre stati attratti dal sacerdozio e dalla vita religiosa. Questi uomini hanno tradizionalmente accettato l'imposizione del silenzio e del segreto come prezzo per mantenere un porto sicuro in tempi ostili. Per molti secoli sia la Chiesa che lo Stato hanno punito i sodomiti con l'esilio, la tortura e la morte sul rogo. Persino in Australia, alla fine degli anni '70, gli uomini colti in flagrante con altri uomini venivano trascinati davanti al tribunale e si ritrovavano con la reputazione, la carriera e la famiglia distrutte. In questo clima, giovani sensibili e spirituali, che non sentivano un particolare desiderio di sposarsi, vedevano il sacerdozio come una scelta naturale e sacra. Essendo stato io stesso così, so che molti candidati al sacerdozio cercano sinceramente di dedicare la loro vita alla preghiera e al servizio. Molti accettano l'insegnamento della Chiesa secondo cui l'omosessualità è contraria alla legge naturale e che il sesso deve essere vissuto solo all’interno della relazione matrimoniale. Molti credono fermamente che l'amore di Dio sia sufficiente per sopportare la solitudine della vita celibataria. Alcuni di costoro sono molto giovani. Io, ad esempio, avevo 17 anni. Solo più tardi uno scopre quanto possa essere urgente il desiderio sessuale, quanto persistente sia il desiderio di intimità, quanto impalpabile, di fronte a questi desideri prorompenti, l'amore di Dio.
Presto si scopre che i singoli preti vivono con una zona di privacy intorno. Ognuno va avanti senza mai entrare troppo in confidenza, né conoscere troppo. Fintantoché i protocolli sacri vengono osservati e certe credenze vengono promosse a livello ufficiale, ciò che uno pensa o fa in privato è cortesemente e intenzionalmente ignorato. Quando uno vive per anni in un sistema rigido ma molto gratificante, come spesso fanno i preti, quest'accordo arriva a sembrare sensato. Tuttavia, nei secoli, questo matrimonio tra inflessibilità istituzionale e licenza privata ha creato un'intera cultura del segreto, della doppiezza e del timore che ha finito col penalizzare coloro che dicono la verità e premiare quelli che difendono degli insegnamenti e delle strutture in cui essi stessi non credono per primi. Questo è il mondo del segreto clericale, dove la mano sinistra rifiuta di sapere che cosa fa la destra; dove i vescovi che condannano con forza l'omosessualità, in privato sono noti per essere loro stessi gay; dove nessuno si stupisce realmente quando un parroco conservatore muore di infarto in un sex club di gay. In questo mondo molti preti conducono giochi coperti e complicati per il bene della Chiesa, così facendo esercitando una violenza emotiva su loro stessi e sugli altri, quando condannano in pubblico ciò che non possono integrare nei loro cuori. Mark Jordan mette in guardia dall'immaginare il segreto clericale come «una sequenza di stanze interne che dà rifugio a tutti i preti gay. Non ci sono rituali prestabiliti o storie comuni a tutti, né reti di supporto durature. Non c'è un'appartenenza comune. Le varietà di vita sessuale nel clero sono troppo complicate e troppo a compartimenti stagni». Per ogni prete isolato che cerca sesso occasionale, ce n'è un altro che tenta di sublimare i suoi desideri attraverso la preghiera e il servizio.
Il potere pervasivo del segreto fa sì che coloro che cercano di discutere di omosessualità sono di solito accusati di sensazionalismo. Nel 1995 una dozzina di vescovi americani ha espresso rammarico sul fatto che la loro Conferenza episcopale rifiutava di discutere su «voci di una maggiore percentuale di uomini omosessuali nei seminari e tra i sacerdoti». Jordan commenta che ci sono «vescovi che si lamentano con altri vescovi del fatto che è diventato impossibile parlare apertamente persino di voci di omosessualità». E così qual è stata la risposta della gerarchia al lavoro di Cozzens? Dopo molta rabbia iniziale, molti vescovi ora ammettono di malavoglia che c'è una questione di cui discutere. Si dice che il Vaticano stia cercando modi per allontanare candidati omosessuali dai seminari, anche se questo potrebbe significare la fine del sacerdozio. In compenso, alcuni leader della Chiesa replicano che l'unica cosa di cui discutere è l'attività sessuale, dal momento che «il celibato ci rende tutti uguali» e l'orientamento sessuale in sé è totalmente irrilevante. Questo è stato l'approccio assunto dai responsabili dei seminari a Londra dopo che un recente documentario di Channel 4, Queer and Catholic ha proposto un’intervistato a Cozzens insieme a quelle con alcuni responsabili di seminari a Roma e in Inghilterra e alla storia di alcuni ex seminaristi. Di fronte ad un tema che non può più essere negato, la Chiesa replica dicendo che in realtà non è di grande importanza. Persino George Pell ha preso a dire che l'orientamento sessuale, in sé, è «moralmente indifferente». Questa sarà una novità per ex seminaristi come il mio amico Laurie a cui fu ingiunto di lasciare il noviziato gesuita perché era gay. Sarà una novità per gli ex preti come Julian Ahern, a cui è stata rifiutata la comunione e che poi sono stati emarginati dalla gerarchia perché erano usciti allo scoperto.
Gran parte di tutto questo suonerà nuovo al cardinal Joseph Ratzinger, che gestisce la dottrina cattolica per conto del papa. Nel 1986 ha scritto una lettera ufficiale, autorizzata dal papa, il cui obiettivo era quello di condannare quanti affermano che l'orientamento omosessuale in sé sia neutro o persino buono. Si tratta, sostiene Ratzinger, di un "disordine oggettivo" perché consiste in una «tendenza intrinsecamente malvagia». Con questi presupposti la Chiesa ha silurato insegnanti gay, ha tenuto i preti gay assolutamente nascosti, ha richiesto esenzioni dalle leggi antidiscriminazione e si è opposta all'estensione dei diritti civili ai gay. L'approccio secondo cui «il celibato ci rende tutti uguali» serve a mettere tra parentesi anche il fatto che molti preti, etero e gay, siano in realtà sessualmente attivi. Nella storia della Chiesa, il celibato è stato ampiamente onorato nell'infrazione. Quando il cardinal Seper disse, al sinodo dei vescovi a Roma del 1971: «Non sono totalmente ottimista sul fatto che il celibato venga osservato», affermava ciò che i vescovi e gli storici della Chiesa sapevano ormai da tempo. È giunto il momento di parlare apertamente. La Chiesa, a livello pubblico, sta chiaramente entrando in un'epoca di confusione e di contraddizione nel suo approccio all'omosessualità. La gerarchia può vedere le discussioni sui preti gay come un incubo nelle pubbliche relazioni, o può vederle come un'opportunità per invitare la comunità cattolica a riesaminare l'approccio con cui la Chiesa stessa tratta di sessualità, di castità, di piacere e di potere. Qualunque cosa succeda, le questioni non scompariranno. Fenomeni moderni come la libera stampa e un laicato adulto le noteranno sempre.
E qui veniamo al timore che sta dietro al modo in cui la gerarchia affronta i temi legati alla sessualità. Un timore che nasce dalla consapevolezza che il sistema di dottrine che la morale cattolica propone ha la fragilità di un castello di carte che, quanto più precario si manifesta quanto più ostinatamente viene difeso nella sua interezza, perché ci si rende conto che se cede una parte le conseguenza sono rovinose per tutta la struttura. Permettere a una coppia sposata di praticare la contraccezione o ammettere che vi siano dei bravi sacerdoti gay sessualmente attivi significa far crollare l’intero edificio dell’attuale insegnamento della Chiesa in materia di sessualità, un edificio, tra l’altro, che già molti teologi dicono non avere basi profonde. Ma se succede questo, dopo che la stessa Santa Sede si è spesa ripetutamente in difesa della morale sessuale tradizionale, c’è il rischio di veder compromessa la stessa pretesa del magistero di parlare con autorevolezza. La Chiesa cattolica è l'ultima grande istituzione in Occidente che combatte attivamente contro l’omosessualità. La discussione all'interno del clero è solo all'inizio. Le cose potrebbero diventare scottanti e caotiche nel momento in cui il dovesse diventare instabile, o quando i cattolici comuni cominciassero a provare un senso di delusione per l’ipocrisia della chiesa. Nel frattempo, io continuerò a pensare al povero Bill. Continuerò a ricordare la sua lotta di 17 anni con desideri comuni che però lui ha vissuto sempre come malvagi. Non dimenticherò la sua ricerca di un’intimità che non ha mai conosciuto. Ma più di tutto pregherò perché lui non dimentichi il potere della grazia, che nessun pronunciamento ecclesiastico può limitare o fermare. Pregherò per Bill, e pregherò per me stesso, perché io possa imparare a non vedere in Bill un oppositore o un peccatore, ma un fratello intrappolato da un sistema di lacci molto più grande di lui.
Michael Kelly, Spectrum allegato al Sydney Morning Herald del 18 Agosto 2001
Non c'è nulla di nuovo nelle calunnie e nelle esagerazioni di Michael Kelly. Ma le calunnie sono così grossolane e gratuite che non possono restare senza risposta.
L'articolo si contraddice da solo: riconosce l'impossibilità di ottenere un quadro accurato, ma con un certo compiacimento afferma che il 48,5% (o è il 58%?) dei preti è gay e che metà di essi è sessualmente attivo. Il popolo cattolico sa che queste cifre e le pretese di Kelly sono false. Il pericolo è che quelli che stanno all'esterno possano concludere che queste affermazioni selvagge, che provengono da una realtà statunitense, siano vere qui a Sydney, o altrove in Australia. Non lo sono.
Il nocciolo della untuosa diffamazione di Kelly è che «la Chiesa cattolica è l'unica istituzione in Occidente che ancora conduce una campagna contro l'omosessualità». Questa è una tipica distorsione, mezza verità, di Kelly. Tutte le maggiori confessioni cristiane, eccetto alcune liberal, si oppongono all'attività omosessuale. La Chiesa cattolica continua ad aiutare gli omosessuali in molti modi. Io ho la massima fiducia nell'integrità morale della stragrande maggioranza del clero di Sydney e le debolezze di pochi, pubbliche o segrete, non possono annullarla.
La Chiesa cattolica crede e insegna che l'attività sessuale deve essere confinata alle coppie sposate, un uomo e una donna, e si oppone a qualsiasi attività sessuale fuori dal matrimonio. Appoggia e aiuta ogni tipo di persona, peccatore o santo. In questo contesto familiare, la Chiesa cattolica continuerà ad opporsi alla legittimazione di ogni attività sessuale extraconiugale, ivi compresa l'attività omosessuale. Continuerà anche ad opporsi alla propaganda omosessuale, specialmente tra i giovani. In questo non vi saranno cambiamenti.
Monsignor George Pell, Arcivescovo di Sydney