Gli omosessuali secondo il cardinal Lehmann
In un libro intervista curato da Jurgen Hören il presidente della Conferenza episcopale tedesca affronta alcune domande sull’omosessualità. Le proponiamo con un bel commento trovato in rete.
Sommario
Cosa pensa il cardinal Lehmann dell’omosessualità?
Un ambivalente pomo della discordia: l’omosessualità
Non mi pare ci sia niente di nuovo
Come si pone di fronte al diverso atteggiamento che le chiese hanno nei confronti dei progetti di legge che riconoscono le unioni omosessuali?
Innanzi tutto dobbiamo prendere coscienza del fatto che ci sono notevoli differenze fra di noi: anche tra la chiesa evangelica e la chiesa cattolica spesso usano un vocabolario completamente differente. Ecco perché la prima cosa da fare è quella di non affrontare il questo tema in modo che sfoci di nuovo nella vecchia controversia sull’omosessualità. E’ molto difficile farsi un giudizio valido sulle cause dell’omosessualità. Dal punto di vista scientifico ho l’impressione che la cosa sia addirittura impossibile. Pochi mesi prima che morisse, quando stava ancora bene, chiesi a un mio carissimo amico, il noto psichiatra Albert Görres: «In base alla tua lunga esperienza di psicologo e di psichiatra puoi dirmi che cosa dobbiamo pensare oggi dell’omosessualità?». Egli mi guardò con i suoi grandi occhi e disse: «Non hai qualcosa di meglio da domandarmi? L’omosessualità è una delle questioni più difficili per me. Leggi i libri del mio allievo Walter Bräutigam (cfr. Formen der Homosexualitàt, 1967), di più non so dirti». Ho spesso avuto modo di constatare che, quando si parla di omosessualità non si può prescindere dal fatto che alcuni elementi non sono ancora stati chiariti in maniera convincente. Alla luce di questa ambiguità di fondo non possiamo pensare semplicemente di emarginare gli omosessuali, limitandoci a riproporre le vecchie condanne contro di loro. Naturalmente mi attendo anche da coloro che hanno una predisposizione all'omosessualità un comportamenti che non rendano ancora più difficili le cose a quanti fanno fatica ad accettarli: mi riferisco soprattutto a certe manifestazioni pubbliche esasperate con i relativi comportamenti scandalosi. Ci vuole infatti reciproco rispetto. Ci sono poi alcune serie questioni giuridiche, sulle quali non sono sufficientemente competente, ma di cui dobbiamo comunque prender atto. E poi dobbiamo domandarci: quando delle persone dello stesso sesso vivono insieme, possiamo considerare la cosa solo sotto l'aspetto dell'omosessualità? Ci sono tante amicizie, non da ultimo anche tra donne, che durano una vita senza che debba necessariamente intercorrere fra di esse una relazione lesbica. Conosco, ad esempio, delle insegnanti nubili che si sono messe insieme e che, quando una è malata, l'altra si prende realmente cura di tutto. Quando si cerca di introdurre qualche facilitazione per le coppie omosessuali in senso stretto, io mi domando se non esistono anche situazioni simili, ma di altro genere, in favore delle quali si potrebbero introdurre determinate facilitazioni fiscali o altre cose simili. Sono consapevole che un simile argomento può forse finire con il fornire argomentazione a chi si batte in favore delle coppie omosessuali. Credo comunque che si debba vedere, una volta constatato il fatto che un gran numero di tali convivenze dura per un periodo di tempo piuttosto lungo (nel caso dei maschi esse sono infatti spesso di breve durata), se non sia possibile introdurre delle regole sufficienti attraverso la via dei contratti privati. Non escludo comunque che si debba in ogni caso verificare, se qua e là non siano forse necessarie singole regole pratiche per mettere ordine in determinate cose, ad esempio per quanto riguarda la cura dell'altro in caso di malattia, per la prosecuzione del contratto di affitto e altre cose simili. Di questo bisognerebbe parlare con tranquillità. Quello che vedo qui come un pericolo è anzitutto la creazione di uno specifico istituto giuridico. E questo indipendentemente da una sua comparazione con il matrimonio. La vita in seno a queste partnership è infatti in larga misura un'impresa e un rischio che riguarda semplicemente gli interessati. Invece nel caso del matrimonio e della famiglia le cose sono un po' diverse, data la presenza dei figli.
Queste forme di convivenza sono state introdotte anche perché si vorrebbe fare il possibile per non entrare in conflitto con il dettame della Costituzione, secondo il quale il matrimonio e la famiglia godono di una particolare protezione da parte dello stato.
Io vedo qui anzitutto alcune grandi obiezioni. La cosa che non mi piace – e questo ci distingue probabilmente un po' dalla chiesa evangelica – è il fatto che, per sostenere queste forme di convivenza e già per descriverle, si fa semplicemente ricorso a modelli giuridici e categorie, che sono specificamente radicate nel campo del matrimonio e della famiglia e che non bisognerebbe trasporre in maniera pura e semplice di là. Poi si può anche continuare ad affermare che non si intende ovviamente arrivare a una equiparazione, di fatto però esiste un accostamento e una messa in parallelo che hanno la conseguenza di svuotare la tutela particolare prevista dalla Costituzione. E al riguardo non ci daremo pace e richiameremo perlomeno l'attenzione sul fatto che qui sono in agguato dei pericoli e che, nello stabilire delle regole, bisogna tenerne conto. In effetti nella nostra società moltissime persone la pensano come noi. Ma qui con il forte appoggio di tanti media è all'opera una minoranza assai rumorosa. Se si verifica un accostamento al matrimonio in questo modo, allora a mio giudizio bisogna combattere in una maniera discreta e umanamente accettabile, i tentativi di una equiparazione. Ciò vale in particolare per la assolutamente non necessaria messa in parallelo con il matrimonio: accesso all'anagrafe, diritto a portare il cognome del coniuge come nel matrimonio, creazione di strutture parentali.
Ma che importanza ha questo problema all'interno della chiesa? Secondo lei occorre trattare con rispetto, non discriminare e non emarginare le persone omosessuali che professano la fede cattolica e cristiana?
Questo avviene già da molto, molto tempo. Solo che finora si è sempre trattato di eventi che hanno svolto un ruolo nel discreto ambito interno della cura d'anime. Oggi la confessione svolge un ruolo decisamente più modesto. Una volta erano soprattutto il confessionale, o i colloqui con il confessore, o i colloqui pastorali, il luogo dove si parlava di molte di queste cose. Mi ricordo in ogni modo ancora come all'inizio del mio sacerdozio, sia in Italia, dove ho trascorso ancora un anno dopo l'ordinazione, sia in Germania, avessimo spesso a che fare con persone omosessuali. Esse soffrivano anche a motivo della loro predisposizione. La cosa che proprio non approvo è un modo, a volte quasi esibizionistico, di comportarsi. Gli omosessuali, con certe loro manifestazioni e presentazioni scandalose, inducono ad opporsi a loro e addirittura a rifiutarli e aggravano così qualsiasi soluzione ragionevole.
I sacerdoti affetti da una predisposizione omosessuale non sono spesso dei pastori molto validi?
Per quel che ne so, debbo in effetti dire che una buona parte di essi è così. Si tratta di persone sensibili. Ma con ciò non voglio dire che, tutto sommato, già per questo essi sono necessariamente migliori di altri. A mio giudizio è importante seguirli con discrezione e anche aver fiducia in essi. Possediamo una chiara regola, la quale ci dice quando qualcuno è obbligato al celibato. Tale regola vale naturalmente in modo analogo anche per le relazioni di persone omosessuali con partner dello stesso sesso. In altre parole, ci aspettiamo che questi individui sappiano padroneggiare la loro predisposizione, senza dovere o potere per questo stringere una relazione attuale. Le cose non sono però tanto facili, quando a volte arriva qualche giovane e dice: «Non ho un partner. Però mi hanno sconsigliato di intraprendere la via del sacerdozio. Perché devo essere qui trattato in modo diverso da altri miei compagni, che nell'odierna situazione, prima dell'inizio dello studio della teologia, hanno già a volte conosciuto piuttosto da vicino delle donne? E proprio sicuro che essi potranno osservare il celibato in modo più facile di quanto io possa dominare la mia predisposizione?». Dare un giudizio in questi casi, quando si è faccia a faccia con queste persone, non è semplice. Però è anche bene dire a simili ragazzi che per essi sarà forse molto, molto più difficile padroneggiare la loro predisposizione omosessuale. Io li invito sempre in modo assai sollecito a riflettere se non facciano bene a intraprendere un'altra via e ad accettare almeno una volta un consiglio. Essi dovrebbero perlomeno tentare di abbracciare un'altra professione. In seguito se ne potrebbe ancora eventualmente parlare e chiarire se la via del sacerdozio vada assolutamente esclusa. A volte bisogna anche difendere la gente da se stessa. Tra pedofilia e omosessualità c'è certamente una differenza fondamentale, ma in molti omosessuali la tentazione della pedofilia potrebbe anche diventare forte. Durante il mio episcopato ho dovuto purtroppo constatare come, malgrado tutte le assicurazioni in contrario, si siano verificate delle trasgressioni che hanno provocato nuovi danni. Pure psichiatri a noi vicini ci dicono, in quasi tutto il mondo, che bisogna immediatamente allontanare dalla cura d'anime e dai luoghi di contatto con i bambini coloro che sono realmente dei pedofili; altrimenti il vescovo, il quale permette che una situazione del genere perduri, può effettivamente essere chiamato a risponderne penalmente. Ci tengo a chiarire questo punto. Se degli uomini dalla predisposizione omosessuale, ma non praticanti l'omosessualità, che svolgono il loro ministero nella chiesa, sbandierassero senza necessità e senza alcun motivo plausibile la loro predisposizione, non potrei assolutamente permettere che rimanessero al loro posto, perché ciò creerebbe una grande tensione nelle nostre comunità. Questa è per me una chiara linea di confine. L'omosessualità rimarrà sempre un tema provocante e ambivalente.
Karl Lehmann, È tempo di pensare a Dio, Queriniana, Brescia, 2001, pag. 51ss.
Carissimi,
mi sono letta la dichiarazione del cardinal Lehmann e, pur ritenendo il linguaggio assolutamente rispettoso, credo che rispecchino quanto sino ad ora abbiamo avuto modo di ascoltare dalla gerarchia. In particolare gli elementi che sottolineerei sono i seguenti.
1. Gli omosessuali siano discreti, non diano scandalo: si tratta di affermazioni che condivido, ma vorrei che fossero accompagnate da un’analoga raccomandazione agli eterosessuali: quante sono infatti le manifestazioni scandalose che li riguardano e che rischiano di dare fastidio?
2. L'argomento omosessualità, a livello pastorale, viene affrontato individualmente: con la confessione o in riunioni chiuse. Io credo invece che una maggiore trasparenza su queste iniziative potrebbe fare uscire l’omosessualità da quell’ambiente di semiclandestinità che spinge gli omosessuali a tacere e a vergognarsi. Occorre invece lavorare perché la condizione omosessuale venga accettata ed accolta, preparando in modo opportuno i tanti genitori che, di fronte all’omosessualità di un figlio, cadono dalle nuvole perché pensavano fosse un problema che mai avrebbe potuto riguardarli da vicino.
3. Da un punto di vista della legge il cardinal Lehmann ammette che ci sia un minimo di regolamentazione della vita di coppia fatte salve alcune pecurialità relative alle coppie sposate per non intaccare in alcun modo l’istituto matrimoniale. Questa preoccupazione diventa però eccessiva e si corre il rischio di non arrivare a una reale tutela delle coppie di fatto.
4. La scelta di parlare contemporaneamente di omosessualità e di pedofilia, mettendole addirittura in relazione tra di loro, è molto rischiosa e tra l’altro non rispetta il dato scientifico che ci dice chiaramente che la pedofilia non costituisce una componente perversa dell’orientamento sessuale, ma è una perversione presente sia nelle persone eterosessuali che nelle persone omosessuali.
5. Per quanto concerne la questione omosessualità e presbiterato, si esclude la possibilità che un prete possa dichiarare pubblicamente la propria omosessualità per motivi diversi dall’esibizionismo e dallo spirito polemico. Io credo invece che in alcuni casi certi coming out potrebbero far capire in certi ambienti, anche clericali, che si può essere preti e omosessuali senza per questo venire meno alla promessa di celibato e restando comunque dei buoni preti. I limiti di una testimonianza non possono essere definiti in partenza, perché è la sensibilità di ciascuno che li determina.
Riguardo al chiasso e ai Pride, pur non avendone mai visto uno, penso anch’io che ci debba essere una maggior misura in questo tipo di manifestazioni. Suggerisco però che la richiesta vada fatta senza polemiche in nome del buon senso e del buon gusto. Un omosessuale cristiano ha comunque il dovere di non scappare nemmeno di fronte a queste situazioni oggettivamente difficili: e anche se la televisione fa vedere solo le presenze più trasgressive, la sua presenza avrà comunque il valore di una testimonianza.
Chiudo osservando che la castità è una virtù a cui siamo chiamati tutti come cristiani. Da questo punto di vista non credo che per le persone omosessuali ci siano delle differenze, come invece afferma il cardinal Lehmann.
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