030805_Carlo_Coccioli.jpgDedicato a Carlo Coccioli

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Carlo Coccioli è stato spesso al centro delle nostre chiacchierate. A lui abbiamo dedicato due incontri: il primo, nel mese di Giugno del 2001, quando abbiamo chiesto ad Andrea Maranini di raccontarci il rapporto che, nella sua opera, c’era tra l’esperienza di Fede e l’omosessualità. Il secondo, nel Febbraio 2004, quando con Enos Rota abbiamo ricordato la sua figura. In occasione dell’uscita di una nuova edizione di uno dei suoi romanzi più importanti, abbiamo deciso di dedicargli questa lunga pagina dedicata interamente a lui

Sommario

L’autore di cui si cercano i libri 2

Andavo da tempo alla ricerca di un libro. 2

Una domanda e una risposta. 2

Lo scrittore fantasma. 3

Chi sono io per parlare di Carlo Coccioli?. 4

Ma chi era Carlo Coccioli? Tre ritratti e una breve biografia. 5

Appunti per una biografia. 5

Andrea Maranini: «Carlo Coccioli, itinerari tra Fede e identità». 6

Luigi Mascheroni: «Un ritratto di Carlo Coccioli». 8

Ciulio Mozzi: «Carlo Coccioli, lo scrittore sciocco che si innamorò di Dio». 10

Quando muore ne parlano in pochi 12

Gian Mario Benzing sul Corriere della Sera. 12

Un articolo di Carmine Urcioli 12

Addio Coccioli. Scrittore omosessuale innamorato di Dio. 12

Finalmente qualcuno pubblica un suo vecchio libro e in tanti riprendono a parlare di lui 13

Carlo Coccioli: il ritorno di uno scrittore assente. 13

La Repubblica. Quello scrittore dimenticato che non ebbe paura di dirsi gay. 16

Il Manifesto: Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre con il cuore e con il corpo. 17

Il Secolo d’Italia: Carlo Coccioli lo scrittore più dimenticato. 19

Quattro interviste a Carlo Coccioli 20

Interrogai la Chiesa sull’omosessualità. Non me l’ha perdonato. 20

A colloquio con Carlo Coccioli 21

Budda abita a casa mia. 23

Io, cattolico, chiedo alla Chiesa di svuotare le casseforti per aiutare i deboli 24

L’autore di cui si cercano i libri

Andavo da tempo alla ricerca di un libro

Andavo da tempo alla ricerca di un libro particolare il cui titolo avevo appreso leggendo «Anime Gay» i cui autori sono sicuri che si possa essere un buon cristiano ed un buon omosessuale. Ebbene, quando avevo perso ogni speranza di trovarlo, perché ormai fuori catalogo, ebbi l'idea di chiedere aiuto, nella ricerca, ad un gruppo gay presente in internet. La risposta mi è pervenuta da un amico del nostro stesso gruppo, anche lui iscritto in quello a cui avevo chiesto aiuto, un amico, cui non sarò mai abbastanza grato per il dono.

Ha avuto infatti la premura di rispondermi e di farmi dono del libro che per me, dopo la Bibbia, e non è retorica, rappresenta il libro che ogni omosessuale cristiano dovrebbe avere sul suo comodino. 

Ritornando agli autori di «Anime gay», essi ricordano così la storia narrata in questo romanzo, «Fabrizio Lupo» di Carlo Coccioli: «Esso descrive con immagini poetiche la nobiltà di un omosessuale, fiducioso del suo rapporto d'amore con Dio, la lotta per trovare una riconciliazione con la Chiesa cattolica, alla quale appartiene».

Il protagonista del libro, che in Italia è poco conosciuto, ma che all'estero ha rappresentato un caso letterario internazionale negli anni cinquanta e sessanta, vive un tormentoso conflitto esistenziale e religioso e, infine, supera lo sconforto in seguito ad un incontro d'amore, accettando se stesso, anche davanti a Dio.

Voglio partecipare a tutti gli amici una pagina che mi ha molto colpito ed in cui, penso, molti di noi potrebbero riconoscersi.

Il protagonista, si era appena innamorato, follemente e con purezza d'animo, del suo compagno: «L'indomani mattina, di buon'ora, Fabrizio entrò in una chiesa e, guardando l'altare, disse sommessamente: "Padre, non sono venuto né a chiederti perdono, né  a ringraziarti. Non posso chiederti perdono se non per le colpe commesse; ora, in quanto alle mie scelte, sai che non sono responsabile. Non sono venuto a ringraziarti: tanta è la felicità da cui sono soverchiato, che è come mi fosse data da un destino: nata con me, o per me dai secoli dei secoli. Sono venuto, o Padre, a testimoniare che ho udito la tua voce e che ho colto il tuo cenno. Sono venuto a chiederti di non farmi indegno di lui, sono venuti a dirti che nel guardare Laurent riscopro Te: Te non più invisibile, diffuso, indifferente, ma vivo, concreto, agente, consolatore, fonte di amore: Amore. Aiutami perciò, Tu Amore, ad amare. Aiutami a consumarmi nell’amore, a non temerne il fuoco, a non vacillare davanti al rischio e alla paura del ridicolo, a non trafficare, a non avvilire, a non degradare, a non corrompere. Aiutami a distinguere dall’amore falso il vero amore. Aiutami a non cadere nelle imboscate dei nemici dell’amore. Aiutami a sopportare gli attacchi dei preti che dell’amore sanno solo il nome. Dei giudici che sentenziano sull’amore con leggi adulterate. Dei poeti che dell’amore elogiano solo gli attributi e non la sostanza. Dei moralisti, che imprigionano in dogmi l’amore. Aiutami, tu Amore, ora che il tempo è venuto».

Morale? Agli araldi del re, dobbiamo preferire il re!

Cosimo

Una domanda e una risposta

Mi piacerebbe proporvi questo interrogativo che riassume, da un certo punto di vista, il libro «Fabrizio Lupo» di Carlo Coccioli.

«Dato che da una parte sono irrimediabilmente omosessuale - domandava il protagonista, cattolico credente e ansioso di professare il suo cattolicesimo - e che dall'altra sono irrimediabilmente inadatto alla vita ascetica, in quale ordine umano, e divino mi è concesso vivere?».

Il romanzo uscì nel '52. Che io sappia, fino a oggi nessuno ha risposto a tale domanda, e tanto meno la Chiesa cattolica alla quale essa veniva direttamente rivolta. Si è sperato che in qualche modo, rispondessero i padri del Concilio Vaticano II, ma il tema non è stato nemmeno sfiorato. Tantomeno adesso con l'attuale papa Ratzinger (ma anche con Giovanni Paolo II) ci si è degnati di affrontare una delle più drammatiche situazioni psicosomatiche della vita contemporanea.

In questo ostinato rifiuto di dare una risposta (o sarebbe meglio dire in questa incapacità di dare una risposta) io scorgo uno dei più chiari segni dell'inettitudine di Roma a guidare il destino dell'uomo sulla terra.

 

Carissimo,

rileggo sempre con grande commozione il brano di Coccioli che tu hai citato. La lettura di «Fabrizio Lupo» é stata, per me, un'esperienza decisiva, di quelle che, nella vita, hanno un prima e un dopo.

Coccioli nella sua autobiografia quando parla di questo suo romanzo dice che non ricorda di averlo scritto, e addirittura sostiene che, quello che nel libro viene definito come «Il romanzo del ragazzo» se lo è ritrovato sulla scrivania all'improvviso (cfr. Carlo Coccioli, «Tutta la verità», Rusconi Editore). Quelle che invece ricorda molto bene (e lo fa più di una volta nei suoi scritti) sono le perplessità che il suo editore francese aveva espresso. quando si era ritrovato fra le mani il nuovo romanzo di quello che era stato, fino allora definito il nuovo Bernanos: «Perderà la maggior parte dei suoi lettori!». Gli aveva ricordato per spingerlo a non pubblicare il suo nuovo romanzo.

Coccioli, però, sapeva ormai di non essere più padrone di quel testo che, misteriosamente, si era trovato tra le mani e ha deciso di pubblicarlo ugualmente, memore forse della frase evangelica con cui Gesù ci ricorda che: «Occorre obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini».

La continuazione della storia la sai anche tu: anche se le risposte alle domande di Fabrizio da parte della Chiesa cattolica non sono mai arrivate, Carlo Coccioli é diventato un maestro per migliaia di noi e ha saputo suscitare energie e cambiamenti che, negli anni cinquanta,

sarebbero stati impensabili (pensa solo all'influenza che ha avuto su Tondelli).

Fatte queste lunghe divagazioni arrivo al nocciolo della tua lettera. Io credo che tu debba leggere quello che ti è capitato come come un kairos, ovvero come un'opportunità che ti è offerta, al di là delle intenzioni che tu avevi, di aiutare questa povera Chiesa, che tutti e due amiamo tanto, ma che ormai é soffocata da quel fumo di Satana che Paolo VI aveva denunciato negli ultimi anni del suo pontificato.

Riprendi il discorso che hai iniziato! Riparti dalla tua storia personale. Denuncia con chiarezza l’atteggiamento ipocrita della tua chiesa locale: se non eri adatto per un certo tipo di ministero, perché te l’hanno proposto? E se invece sei adatto per ricoprire il compito che ti hanno proposto, perché adesso ti hanno imposto di interrompere il cammino che avevi intrapreso?

Ma soprattutto non avere paura. Come me ci sono tante persone che ti sono amiche, che ti vogliono bene e che seguono con passione il tuo cammino di servizio e di testimonianza.

Un abbraccio forte.

Gianni Geraci

Lo scrittore fantasma

Avevo sentito parlare di Carlo Coccioli una ventina di anni fa. Ma non l'ho letto che molti anni dopo, quando ebbi tra le mani «Piccolo karma», un diario messicano e americano intriso di una compassione per la vita e per tutto quanto esiste in questo mondo che me lo fece amare subito. Coccioli, grande scrittore ignorato dai media perché da decenni viveva in Messico, praticamente solo e solitario, era rimasto nei miei pensieri come un autore da approfondire, anche se ignoravo persino i titoli dei suoi libri. Sapevo che era omosessuale e che era praticamente venerato da tutto l'universo gay che aveva fatto corona a Pier Vittorio Tondelli. Sapevo della sua strana spiritualità, ma poco altro. Mi era piaciuto «Piccolo karma» e questo era sufficiente per tenerlo in un reparto segreto e illuminato della mia memoria. Mi erano rimaste nella mente, come un'agnizione misteriosa, le pagine su Disneyland, nelle quali esalta la finzione-realtà (l'avevo pensato e ripensato anch'io prima, senza neanche aver letto Augé). E poi citava Borges. Prima o poi avrei letto altre cose. Invece, ieri sera, mentre passeggiavo per Spaccanapoli, mi sono fermato alla solita bancarella di libri vecchi che è all'angolo tra via Benedetto Croce e uno di quei vicoli che scendono verso San Giovanni Maggiore. Ho guardato i titoli. La bancarella ha sempre qualcosa di strano: qualche vecchio libro della Medusa, per esempio. A 2,50 euro ho scovato «Il cielo e la terra» di Coccioli. Forse il suo libro più famoso. Un'edizione della Vallecchi del 1958. Ho letto lo scritto sull'aletta. Ci sono pagine dedicate a Napoli. L'ho preso. E' la storia di Ardito Piccardi un prete mezzo santo e mezzo dannato. Quasi seicento pagine. Sempre sulle alette ci sono i giudizi positivi di vari gesuiti e quello di Domenico Porzio (l'uomo che a 15 anni mi fece conoscere e amare «Horcynus Orca»): «Finalmente uno scrittore giovane che ha capito perfettamente che cosa s'intenda e che cosa debba essere un romanzo». Mentre tornavo a casa lo sfogliavo, cercando le pagine sulla Napoli del 1943. Ero un po' spaventato dalle tante, troppe volte che vedevo ricorrere la parola Gesù. E poi la copia che avevo comprato faceva parte della Biblioteca di una congregazione mariana. Ma la curiosità era stata forte, quanto il ricordo del piacere che avevo provato a leggere «Piccolo karma». Sempre tornando a casa, ho parlato a lungo con la persona che mi accompagnava di Coccioli. Tanto che lei si è incuriosita e ha voluto che tirassi fuori dagli scaffali il libro che, da ieri sera, é sul suo comodino. Questa mattina ho cercato con Google qualche notizia su «Il cielo e la terra», e ho scoperto che Coccioli è morto.

«Come? Quando?». Mi sento come Totò. Ebbene è morto il 5 agosto del 2003. Molti giornali ne parlarono. Io ero in Croazia, allora. E, come mi capita tutte le volte che in vacanza non leggo il giornale, al ritorno non vado a ripassare quanto è avvenuto prima. Inizialmente ho sentito di aver subìto un torto. Ma mi sono consolato: per me Coccioli è vissuto un anno e mezzo in più.

Dal blog http://www.rapportoconfidenziale.splinder.com/

Chi sono io per parlare di Carlo Coccioli?

Sono uno che, come tanti, ha cominciato a leggere i suoi libri perché in un articolo Pier Vittorio Tondelli aveva detto: «Io l’ho letto, ed è stato importante per me». Per me, in quel momento, era importante Pier Vittorio Tondelli e qualunque cosa fosse importante per lui, era importante anche per me. Poi: sono uno che ha letto ventitré libri di Carlo Coccioli (e non sono ancora tutti): la maggior parte in italiano, cinque in francese, due in spagnolo; uno, sia in italiano sia in francese. Alcuni di questi libri («Fabrizio Lupo», ad esempio, o «Il cielo e la terra») li avrò prestati cinque, sette volte: e, contrariamente al mio solito, li ho sorvegliati attentamente perché tornassero indietro. Altri («Davide», oppure «L’erede di Montezuma») ho cercato non so quante volte di prestarli, e non ci sono quasi mai riuscito. Parecchi ne ho regalati, perché la mia politica è questa: che tutti i Coccioli che trovo li compero, e poi li metto in circolazione.

Ecco dunque i miei titoli per parlare di Coccioli: sono un lettore e un prestatore. Credo che la cosa giusta sarebbe raccontare in buon ordine e con calma l’avventura umana e letteraria di Coccioli, dal principio alla fine. Ma di questo non sono capace. Ho letti i libri di Coccioli nell’ordine in cui li ho trovati: quindi prima i più recenti, poi i più antichi; prima quelli pubblicati da Rusconi, poi pian piano quelli pubblicati da Vallecchi; poi, naturalmente, quelli comperati del tutto a caso dall’amico che andava in Messico, e quelli trovati casualmente in librerie dell’usato, librerie del metà prezzo e bancarelle.

La prima cosa da dire su Coccioli, quindi, è questa: che bisogna amarlo prima di conoscerlo. In libreria, di suo, non c’è praticamente nulla: forse solo «Piccolo karma» ristampato da Baldini Castoldi Dalai, e «Uomini in fuga» (un magnifico libro sull’alcolismo e gli Alcolisti Anonimi ristampato da Guerini e Associati). La biografia del «Budda» (Rusconi) e l’edizione Jaca Book di «Uomini in fuga» si trovano con una certa facilità nel circuito delle librerie a metà prezzo. Nelle biblioteche pubbliche, mi si dice, Coccioli non si trova. Anche l’altro ieri (oggi è il 13 luglio 2004, sono le sei e mezzo di mattina) mi ha scritto un ragazzo da Torino (e Torino non sembra una città sguarnita) dicendomi: «So che lei lo conosceva, io qui non trovo niente, ho battuto tutte le biblioteche». Gli ho scritto: «No, non l’ho mai conosciuto» e: «Che libri cercavi?». Finito di scrivere questo pezzo, esco e gli spedisco il pacco.

Molti ragazzi (mai nessuna donna mi ha chiesto in prestito un libro di Coccioli) ai quali avevo prestato qualche libro di Coccioli mi hanno poi detto: «Sono rimasto deluso, mi aspettavo qualcosa di più, qualcosa di diverso». Uno, una volta, ha detto: «È tutto fuorché un grande scrittore». Un altro: «È puerile». Sono d’accordo. Carlo Coccioli è stato uno scrittore fluviale; ha scritto tantissimo, non so quanto scrivesse ogni giorno, ma mi ha data sempre l’impressione di quello che ogni giorno faceva tre, cinque, dieci pagine; è uno scrittore che scrive sempre di una cosa sola, ci gira continuamente intorno, non parla d’altro; è ingenuo, si innamora di libri orrendi, le sue fonti sono spesso costituite dalla peggior divulgazione; è prolisso di una prolissità costitutiva, continua, inesorabile; eccetera eccetera. Ma allora perché, perché io ho comperati e letti ventitré libri suoi? Perché lo presto continuamente in giro? Perché tanti continuamente mi chiedono di lui?

Una volta, credo nel 1998, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro italiano (un libro-intervista, traduzione di un originale messicano), Carlo Coccioli passò addirittura al Maurizio Costanzo Show. Costanzo domandò a questo ometto piccolo, buffo, con la testa tonda e pelata: «Di che cosa parlano i suoi libri?». E Coccioli, meravigliatissimo: «Di Dio! E di che altro, sennò?». La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire «le fasi della ricerca spirituale» di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico (dove, secondo me, si rifugiò, perché in Italia e in Francia, luoghi ossessivamente cattolici e omofobi, non gli pareva più di poter vivere) affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (Giuro! In «Piccolo karma», libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell’immagine tenerissima e assurda del Dio caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo.

Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l’ostracismo. E a me viene in mente il passo famosissimo della Prima lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso: «Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,25) e ancora: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti» 1 Cor 1,27). Per questo andrebbe letto Carlo Coccioli: per la sua stoltezza che è sapienza, per la sua impudicizia che è tenerezza, per il suo infantilismo che è maturità. Alcuni suoi libri sono veramente belli: io sono particolarmente affezionato a «Uomini in fuga», a «Le tourment de Dieu» (Fayard), a «Davide» (Rusconi) a «L’erede di Montezuma» (Vallecchi). Altri sono molto brutti. Ma mi permetto di dire che non ha importanza: è nella natura dell’impudicizia consentire atti belli, magari perfetti, e atti imperfetti, o addirittura brutti. Non può esserci questo senza quello. E magari, se a un qualche editore capita di leggere questo pezzo, sappia che sono disponibile alla vendita porta a porta.

Giulio Mozzi sul sito Letture e scritture, 13 Luglio 2004

Ma chi era Carlo Coccioli? Tre ritratti e una breve biografia

Appunti per una biografia

Carlo Coccioli nasce a Livorno, il 15 maggio 1920 primo dei quattro figli di Attilio Coccioli, un ufficiale dell’esercito originario di Taranto e di Anna Duranti, livornese di famiglia ebraica. All’età di 7 anni, con la madre e i tre fratelli si trasferisce in Cirenaica, dove il padre, ufficiale dell’esercito, era in servizio fin dal 1924. Termina la scuola primaria a Parma (dove nel frattempo la famiglia si era temporaneamente trasferita) e lì si iscrive a un istituto tecnico commerciale. Con la famiglia rientra in Libia, a Tripoli, e lì resta fino al 1938 quando, si trasferisce con la famiglia a Fiume. Nella città istriana termina gli studi superiori e, nel 1939 si iscrive all’Istituto orientale di Napoli.

Nel 1940 il padre Attilio, che era impegnato sul fronte in Africa, viene catturato dagli inglesi, mentre il resto dalla famiglia Coccioli è costretto, nel 1941, ad abbandonare Fiume e a trasferirsi ad Arcetri, nei pressi di Firenze.

Chiamato al servizio di leva obbligatoria, nel luglio del 1942, Carlo termina il corso ufficiali a Rieti e prende servizio come sottotenente a Torino fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. Nel dicembre dello stesso anno riesce a terminare i suoi studi universitari, laureandosi in Lingue e letterature orientali (Ebraica e Araba).

Partecipa alla lotta partigiana e diventa comandante di una brigata delle formazioni «Giustizia e libertà», viene catturato dai tedeschi, ma riesce ad evadere e riprende la guerra partigiana che gli varrà, al termine del conflitto, il conferimento di una medaglia d’argento al valor militare. Con Antonio Predieri, nel 1945, pubblica un libro dedicato alla Resistenza dal titolo: «11 Agosto».

Al termine della guerra raggiunge la famiglia ad Arcetri e inizia a lavorare presso l’editore Vallecchi che, nel 1946, pubblica il suo primo romanzo: «Il Migliore e l'Ultimo». Nella sua nuova casa di via Pietra Piana a Firenze inizia a scrivere, per un premio letterario bandito a  Venezia, quel romanzo «Il ragazzo» che avrebbe costituito, cinque anni dopo, il nucleo centrale di «Fabrizio Lupo». Nel 1948 pubblica «La piccola valle di Dio». Nel 1949 vince il premio paraggi con il romanzo «La difficile speranza» che viene pubblicato anche in Francia, dove Coccioli inizierà ad andare regolarmente, alloggiando all’Hotel Racine. Nel 1950 incontra Michel, il Laurent di «Fabrizio Lupo», il personaggio spesso indicato, nelle opere di Coccioli, come «L’Immagine» e, soprattutto, il primo grande amore della sua vita. Con lui trascorre una vacanza all’isola del Giglio mentre, grazie al successo dell’edizione francese del suo romanzo «Il cielo e la terra» (1950) acquista un appartamento a Montmartre. Nel 1950 riceve il premio Charles Veillon per l’edizione francese del romanzo «Il giuoco», mentre nel 1952 pubblica direttamente in francese «Fabrizio Lupo» il romanzo dedicato al suo tormentato amore con Michel.

Ed è per inseguire lui che inizia, tra il 1951 e il 1953, una seria di viaggi che lo porteranno prima in Canada e quindi in Messico dove, nel 1954, decide di stabilirsi in una fase molto delicata della sua esperienza umana (la fine definitiva della relazione con Michel lo lascia in una profonda crisi depressiva) e letteraria (le polemiche causate dal suicidio di alcuni lettori del suo romanzo «Fabrizio Lupo» gli avevano definitivamente alienato, in Francia, le simpatie degli intellettuali cattolici).

A Città del Messico continua la sua attività di scrittore, pubblicando libri scritti indifferentemente in spagnolo («Manuel il messicano» nel 1956 e «L’erede di Montezuma» nel 1964), in francese («Le cailleu blanc» nel 1958, «Ambroise» e «Un suicide» nel 1959 e «Soleil» nel 1961) e in italiano («L’immagine e le stagioni» nel 1954, «Omeyotl, diario messicano» nel 1962). Negli anni ’50 inizia anche a collaborare con alcune testate giornalistiche in Messico e in Italia. Viaggia in tutta l’America Latina ed è a Firenze (dove continua ad avere una casa) durante l’inondazione del novembre ‘66 a cui dedica il saggio: «Firenze 1966».

Nel 1970 racconta il suo progressivo percorso di allontanamento dal cattolicesimo e di avvicinamento alla religione ebraica nel libro «Documento 127» (il cui titolo originale, nell’edizione spagnola, è decisamente molto più esplicito: «He incontrado el Diòs de Israel»). Un episodio relativo alla sua adolescenza pubblicato in questo libro provoca però la rottura con il padre Attilio che chiede anche alla moglie Anna di troncare i rapporti con il figlio Carlo. Nel 1973, con il libro «Uomini in fuga», fa partire in Italia il movimento degli Alcolisti Anonimi. Dopo la pubblicazione, nel 1976, del romanzo «Davide», la morte del suo amato cane Fiorello in un incidente stradale durante un viaggio negli Stati Uniti (raccontata nel romanzo «Requiem per un cane» del 1977) lo avvicina progressivamente alle religioni orientali frequentando la sede messicana degli Hare Krishna (descritta nel romanzo «La casa di Tacubaya» del 1981) e, passando dall’induismo (ricordato, nel 1986, con il romanzo «Rapato a zero»), approda infine a quello che lo stesso Coccioli definisce, nei suoi ultimi scritti, il «pianerottolo buddista» della lunga scala da lui percorsa per raggiungere 

Negli anni ’80 assume a servizio Javier, col quale instaurerà un legame d'affetto sempre più forte e che finirà con adottare, unico figlio, nel 1993, mentre nel 1985, in seguito a un terremoto che colpisce la capitale messicana, decide di trasferirsi a San Antonio, negli Stati Uniti, dove scrive il romanzo di viaggio «Piccolo Karma».

Rientrato a Città del Messico, il 10 luglio del 1988, Coccioli è vittima di un misterioso sequestro di matrice terroristica: alcuni individui che non saranno mai identificati lo rapiscono e lo processano per una notte intera. Al termine di questo processo decidono però di lasciarlo libero e di risparmiargli la vita. Nel 1990, nel libro «Budda e il suo glorioso mondo», Coccioli fa il punto del suo tormentato percorso di Fede, mentre nel 1995, nel libro intervista autobiografico «Tutta la verità» chiarisce molti episodi della sua vita che erano rimasti oscuri,

Nel 1998 pubblica, a Città del Messico, il suo ultimo romanzo «San Benjamin Perro» che non verrà mai tradotto in italiano. Muore per un attacco cardiaco a Città del Messico il 5 agosto del 2003. Negli ultimi istanti, essendogli stati offerti, da parte di un amico sacerdote, gli estremi sacramenti, li ha rifiutati con gentilezza.

I suoi archivi sono stati donati, per lascito testamentario all’Università di Houston; un fondo costituito da venti dattiloscritti originali, con note e correzioni autografe, è stato costituito presso lo Harry Ransom Center, dell’Università di Austin, in Texas; una fondo dedicato a Carlo Coccioli è stato costituito con il materiale da lui donato nel 1985 presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze, mentre la sua casa di Città del Messico è stata trasformata in un museo a lui dedicato.

Andrea Maranini: «Carlo Coccioli, itinerari tra Fede e identità»

Classe 1920, nomade fra Firenze, Parigi e la ormai definitiva Città del Messico, perfettamente trilingue, autore a partire dal 1946, anno della pubblicazione de «Il migliore e l'ultimo» (cronaca, più che romanzo, delle sue avventure di eroe della Resistenza) di una quarantina di opere, moltiplicatesi in quasi centosessanta edizioni, traduzioni e ristampe. Questo irrequieto delle strade e delle risposte all'esistenza, prima cattolico, poi ebreo, poi fedele di Krishna, induista, animista, sempre e comunque assertore della bontà del sesso e della legittimità dell'amore, in qualsiasi forma esso si manifesti, scriveva nella sua lunga auto intervista «Tutta la verità», pubblicata nel 1995: «Conversando con me stesso non sono mai stato troppo disposto ad ammetterlo. Ma è innegabile che la mia letteratura appartiene a una sfera della sensibilità che è, e non potrebbe non essere, omosessuale».

La presenza omosessuale ne percorre per intero l'opera, non c'è quasi titolo nel quale essa non compaia con minore o maggiore violenza: dal desiderio senza nome di Tim ne «La difficile speranza» (1947) alle poche pagine dedicate a Giocondo in «La piccola valle d Dio» (1948): «Sono un omosessuale. Omosessuale parve la parola di una lingua barbara e misteriosa, non la lingua di tutti i giorni», fino ad arrivare a personaggi a tutto tondo come Alberto Ortognani ne «Il cielo e la terra» (1950): «Mi pareva di uscire di me per amore, non pensavo che a lui». La forte cornice cattolica, in cui questo testo si inserisce, rende il percorso verso la propria identità del personaggio un itinerario doloroso, ma la descrizione del giovane e delle vittorie e sconfitte verso la piena dignità del suo amore, attraverso le pagine di diario che vengono proposte al lettore, è paradigmatica e stupefacente per la carica di verità e realismo. Con questo libro (dallo strepitoso successo di vendite in tutta Europa, fino ai paesi nordici, agli Stati Uniti e al Sud America) inizia l'analisi di Coccioli intorno alla possibilità di felicità concessa a un omosessuale all'interno dell'adesione di Fede cattolica; quasi come un secondo volume di questo percorso, nel 1952 viene pubblicato a Parigi, non da Plion l’usuale editore di Goccioli ma da un suo affiliato La Table Ronde , «Fabrizio Lupo»: il testo più profondamente e assolutamente a carattere omosessuale di Coccioli (ed uno dei suoi libri più intensi): la storia del pittore omonimo e della sua relazione con un ragazzo francese, Laurent, vissuta tra Firenze e Parigi, fino al tragico epilogo che vede il suicidio, a pochi giorni di distanza, di entrambi i protagonisti. Nella storia è adombrata (non certo fino al suo finale tragico), la relazione tra Coccioli stesso ed un altro importante narratore e traduttore francese suo coetaneo, relazione condivisa nei primi anni Cinquanta. Il libro, a giudizio di una certa critica omosessuale, è quasi sempre stato ostracizzato a causa dello sfondo cattolico nel quale i personaggi si muovono, ma questo ha finito per irrigidire l'analisi in un'unica possibile (quanto sterile) chiave di lettura del libro. E innegabile che Fabrizio Lupo sia cattolico e desideroso di vivere un'esistenza di Fede, ma questo non deve compromettere l'impianto complessivo del romanzo che tratteggia un personaggio consapevole della sua legittimità a vivere alla luce del sole il modo d'amare che gli è proprio: il libro è innanzitutto l'itinerario verso l'accettazione di se stessi per come si è. Certo, il suicidio finale del protagonista potrebbe far pensare a una negazione della possibilità di una vita vissuta felicemente in una relazione omosessuale. Ma non credo trattarsi tanto di questo: lo leggo piuttosto come un invito rivolto alla comunità omosessuale, così come alla società civile e alle chiese, un invito a costruire un mondo nel quale un amore di quel tipo, un amore con la A maiuscola, chiunque esso coinvolga, possa essere possibile.

L'itinerario che Coccioli traccia è chiaro e non credo sia condivisibile soltanto da coloro la cui adesione di Fede sia cattolica (io stesso non sono tra costoro): «Accettazione nel significato di ammissione: ci si assume, si accoglie la propria realtà. E’ il primo passo... il secondo passo viene, poi, nell'acquisire l'orgoglio di quel che si è».

In Italia Fabrizio Lupo è pubblicato soltanto nel 1978 ma occorre tener presente che il testo vide la luce in Francia nel 1952, un anno prima del Jean Paul di Marcel Guersant, nel quale l'omonimo personaggio del libro, dopo una vita consumata nel vizio si spegne, sul letto di morte, trasfigurato da una «salvifica normalizzazione». In Coccioli i personaggi restano quali sono: nell'Amore che è loro proprio, e la loro scelta di vita non ha nulla a che fare con un presunto vizio o con situazioni da normalizzare.

Nel 1959 è pubblicata anche una delle rare incursioni di Coccioli nel teatro con un'opera, «Los Fanaticos», messa in scena a Cuba prima dell'avvento del regime castrista. In essa è descritta la sgomenta reazione di un personaggio, fanatico nelle proprie certezze, alla scoperta che un ragazzo che gli fa da segretario è omosessuale. E’ un sacerdote, in questo caso, a difendere il giovane e la legittimità della sua inclinazione. Si chiude così il cerchio aperto con «Il cielo e la terra», dove proprio un sacerdote, con la sua incapacità di comprensione e la sua rigidità, aveva in pratica condannato a morte il giovane Alberto Ortognani. Nella pièce, il datore di lavoro si rivolge così al ragazzo: «Voglio farti una proposta. Ti propongo di non dirmi nulla del tuo passato, nemmeno una parola, che tu non mi dica nulla di quanto ti convinse a ricevere nella tua stanza questo giovane. Il passato è passato. Che tu riconosca con lealtà e va seppellito. Si può cambiare opinione rispetto a quanto si è scelto ma non si evita o rifiuta quello che è il nostro destino». Il datore di lavoro poi parla con il sacerdote: «E’ esaltato nel suo vizio, in una specie di fanatismo».

La risposta del sacerdote è chiara: «Lei crede davvero che rifiuti per fanatismo? Probabilmente lui non vede nella sua natura la presenza di un vizio. Non ho nulla in mio favore, né santità, intelligenza, nessuna cultura, né una vita esemplare, non ho meriti. Ne ho, contro la sua intransigenza, il soccorso della mia religione, perché la mia religione è a lei che dà ragione. Ho le mani vuote, vuota la testa, così come l'anima, ma senza dubbio ho dalla mia una cosa: la mia possibilità, il mio diritto di invocare la misericordia. Ho in mio favore la pratica della mia chiesa, pratica d'amore, anche se non ho in mio favore la sua teoria. Robert non si crede responsabile perché dice: "Non sono io che ho scelto. La mia non è una scelta, è un destino". E’ vero? E’ falso? Cosa sappiamo noi dell'uomo?»

L’itinerario di Coccioli è poi continuato con altre tappe, altre peregrinazioni di una maniacale appropriazione delle diverse adesioni religiose, conoscenze mai solo intellettuali, ma piuttosto rituali e devote nell'entusiasmo proprio ad ogni nuovo fedele, quasi a testare personalmente quale di quelle vie potesse essere chiave privilegiata alla gioia. E l'amore che gli è proprio, quello di un uomo per un altro uomo, ritorna come una costante ineludibile lungo tutta la sua opera: nella rilettura della vicenda biblica di Davide e Gionata; negli accostamenti suggeriti dall'entusiasmo per la figura di Krishna e per la radicalità dei suoi devoti; nell'incontro sconvolgente con la compassione buddista ed oltre, con la religione attenta all'anima delle cose, oltre che delle creature, nella solidarietà del tutto (uomo animali piante cose mondo e cosmo) che scaturisce dall'amore.

Caddero inascoltate anche le pagine rapite di Pier Vittorio Tondelli in «Un weekend post moderno»: «Quello che si ama nell'opera di Carlo Coccioli non è solo il tormento esistenziale di natura teologica dunque, ma anche lo stile di vita appartato, l'amore per gli umili e i reietti, l'assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male».

Nel 1998 e 1999, ospite in due lunghi soggiorni presso la casa di Coccioli a Città del Messico, ho potuto essergli segretario nella faticosa redazione di «Itinerario nel caos», un lungo libro-testimonianza stampato in un limitato numero di copie non messe in commercio. Assistere alla composizione di questo profondo bilancio di un'intera esistenza è stata un'esperienza irripetibile. Selezionare gli articoli più significativi comparsi durante più di cinquant'anni nella stampa di tutto il mondo, datare le foto e riconoscere i volti degli amori e delle amicizie, scorrere ogni libro ed ogni traduzione. Ma, oltre a tutto ciò, chiuse ogni giorno le bozze del libro, vedere Coccioli occupato nel soccorso ai cani randagi della strada per farli scampare alla soppressione o nel trovare alloggio ai tanti giovani sbandati della megalopoli messicana: ecco l'opera letteraria, ecco la vita spesa nella ricerca e consumata nell'Amore: di un uomo per un altro uomo, di un uomo per coloro che sono piccoli ed indifesi, di un uomo per il divino.

Andrea Maranini su Babilonia del 1 Febbraio 2003

Luigi Mascheroni: «Un ritratto di Carlo Coccioli»

Carlo Coccioli. Carlo, il Messicano. Ma quante formule si sono sprecate per lui? Vagabondo Spirituale, Scrittore Alieno, Anarchico dello Spirito, Autore assente, Omosessuale innamorato di Dio, Anticlericale di molta fede… Carlo Coccioli. Difficile trovare uno scrittore italiano insieme più strampalato, scomposto, inquieto, tante volte illeggibile, a suo modo geniale. Nelle librerie i suoi titoli ormai sono scomparsi, una manciata sopravvivono nei Remainders o sulle bancarelle, e negli ultimi dieci anni le case editrici hanno ristampato solo due titoli: il minutario «Piccolo Karma» e «Uomini in fuga».

Un autore che vale poco, dunque, o nulla.

Errore! Coccioli vale parecchio, ma è inclassificabile e come ogni irregolare del pensiero è poco vendibile, poco recensibile, poco leggibile. Lui stesso lo sapeva, e infatti se ne andò presto dall’Italia, girò un po’ l’Europa e poi volò dall’altra parte dell’Oceano «perché non potevo sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non ero disposto a rendere omaggio né a lui, né a Piovene», e divenne il Messicano.

È morto nell’agosto del 2003 a Città del Messico, aveva 82 anni e un grande rammarico: il mancato riconoscimento letterario in patria. La casa dove ha trascorso l’ultima parte della vita, nel quartiere Della Valle della capitale messicana, da qualche settimana è diventato il Museo della Casa della cultura Carlo Coccioli con tutti i suoi libri, i suoi quadri, le sue lettere, le fotografie. E mentre lo scrittore fa capolino in veste di autore-attore dalle pagine del romanzo «La cultura enciclopedica dell’autodidatta» di Davide Bregola, appena pubblicato da Sironi, l’editoria italiana sembra dare segni di un rinnovato interesse verso questo non-allineato della letteratura: dopo l’estate Fazi pensa di ripubblicare «Fabrizio Lupo», Diabasis ha in mano il seguito, inedito, di «Piccolo Karma» mentre Sironi – nella persona di Giulio Mozzi, coccioliano di ferro – è interessata a riproporre alcuni titoli, come «Davide», «Requiem per un cane», «Il Cielo e la terra». Sono dei buoni pretesti, oggi, per ricordarlo.

Da dove partire? Dal punto in cui lui era arrivato: Dio. Carlo Coccioli ha cercato Dio in tutte le sue forme, in tutti i luoghi della Terra, in tutti i Libri, in tutte le religioni: quasi ad affermare il diritto a non dovere nulla ad alcun dogma, è stato (o meglio: in molti hanno pensato che sia stato) prima cattolico ultraortodosso, poi protestante, ebreo, musulmano, gnostico, spiritista, animista, psichedelico, induista e infine buddista. «Dio ha molti nomi - disse una volta - e io li scrivo tutti». È vero: bruciava incenso, pregava al Muro del Pianto, innalzava lodi alla Vergine Maria, recitava i Mantra indiani, leggeva il Corano in arabo, danzava con gli Hare Krishna, predicava la New Age ed era devoto anche agli Alcolisti Anonimi, associazione alla quale, negli anni Settanta, dedicò «Uomini in fuga» facendo conoscere anche in Italia l’associazione che combatte la schiavitù dall’alcol.

Coccioli è morto giusto tre anni fa, nel 2003, in Agosto, quando i giornali sono in stanca e i lettori pure. La notizia, rimbalzata da Città del Messico, passò quasi sotto silenzio. Eppure scompariva un personaggio a suo modo unico, straordinario, scrittore dalla bibliografia vastissima (una cinquantina di titoli, moltiplicatisi in quasi centosessanta tra edizioni, traduzioni e ristampe, dal romanzo «Il migliore e l’ultimo» uscito da Vallecchi nel ’46 al seguito del celebre «Piccolo Karma» rifiutato da un editore proprio nella primavera del 2003), passato attraverso decine di case editrici, tradotto in almeno quindici lingue, venduto per milioni di copie. Ma soprattutto scompariva una intelligenza affascinante, irritante, non di rado insopportabile, di una cultura sterminata (a cinquant’anni diceva di aver già letto qualche decina di migliaia di libri), spiritualmente in bilico tra grazia e peccato.

Era nato a Livorno nel 1920, ma trascorse buona parte dell’infanzia a Bengàsi, in Libia, dove il padre serviva il Regno d’Italia come ufficiale. Studiò in Italia, prima a Fiume e poi in Toscana, si guadagnò una medaglia per le sue azioni militari durante la Resistenza col gruppo «Giustizia e libertà» e appena finita la guerra si laureò in Lingue e letterature Orientali a Napoli. Intanto scriveva - arriverà a farlo correttamente in tre lingue, pubblicando in italiano, francese, spagnolo (caso peraltro più unico che raro di scrittore che traduce se stesso) - senza che la critica riuscisse mai a incasellarlo in un genere, una scuola, uno stile.

Dopo «Il cielo e la terra», del 1950, il suo vero libro-choc è il romanzo «Fabrizio Lupo» uscito nel ’52 in Francia e poi nel ’78 in Italia - con il quale Coccioli, in quel momento un cristiano che ha scoperto la propria diversità, attraverso la storia-documento di un cattolico gay affronta il tema scandaloso del rapporto tra omosessualità e fede («Dio e il sesso sono state le colonne portanti della mia vita», disse in vecchiaia).

Uno così - omosessuale, eretico delle lettere, in odore di destra per giunta - in Italia non poteva starci a lungo. E infatti se ne andò in esilio volontario - come disse - per sfuggire alle regole e alle umiliazioni di una società letteraria che non lo voleva accettare. Prima tappa la Francia - Parigi fu per qualche tempo la sua amante - poi, a partire dal ’53, il Messico (con frequenti sconfinamenti a San Antonio, in Texas). E’ proprio in Messico, tra la capitale e Cuernavaca, che scrive i suoi libri più importanti: «Manuel, il messicano» (1956), «L’erede di Montezuma» (1962) - romanzo-capolavoro sul tramonto della civiltà dell’oro e del sole distrutta dai conquistatori e dai mercanti europei – «Requiem per un cane» (1973), il poema «Davide» (1976), finalista al Campiello, «Le case del lago» (1980), «La casa di Tacubaya» (1982) - ovvero la sede messicana degli Hare Krishna – i bellissimi racconti «Uno e altri amori» (1984), «Piccolo Karma» (1987) e la tormentata autobiografia «Tutta la verità» (1995).

Coccioli non ebbe grande fama in Italia, o perlomeno l’ebbe molto tardi. Curzio Malaparte e Aldo Palazzeschi lo sostennero, mentre Guido Piovene lo attaccò duramente. Geno Pampaloni scrisse che nelle sue pagine c’è qualcosa di dannunziano, Carlo Bo disse che Coccioli e i suoi libri sembrano provenire «da un’altra cultura», ed è nota l’infatuazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli che di lui, nell’87, su L’Espresso, scrisse: «Cominciai a leggere Carlo Coccioli alla metà degli anni Settanta. Ogni libro di Coccioli che scopro in libreria rappresenta per me un’avventura che mi spinge subito a leggerlo. Rispetto e amo questo scrittore assente, lo stile di vita, l’amore per gli umili e i reietti, l’incessante tormento teologico, l’angoscia mistica, la sensualità, l’assoluta fedeltà alle sue ragioni d’ispirazione e scrittura,insomma, la lotta titanica di un uomo con Dio». E fu proprio grazie a Tondelli che molti (ri)scoprirono gli scritti non ordinari - fantateologici, erotici, romantici, romanzeschi, gialli, diaristici - del Messicano. Uno che diceva: «Il comune denominatore dei miei libri sono io».

Il successo lo ottenne all’inizio in Francia, e poi fu molto letto in Sudamerica. Mentre viveva tra Città del Messico e il Texas, in compagnia del vecchio cane Fiorino e di un giovane inserviente, guardando telenovelas in tv e pensando ai libri scritti e a quelli lasciati in sospeso, a volte firmava sul quotidiano messicano «Excelsior», sul settimanale «Siempre», in maniera discontinua anche sui giornali italiani («Il Giornale» e «Il Corriere della sera», «La Nazione») parlando soprattutto della condizione umana contemporanea, della disumanizzazione della vita nei grandi insediamenti urbani, della difesa degli esseri più deboli. Ogni tanto tornava, per un poco, in Italia. Scettico nei confronti dell’uomo («A me non piacciono gli specchi, anzi li detesto. Sono una parodia dell’infinito. Invece di riflettere Dio, riflettono facce di scimmie, le nostre») e dell’umanità («Io di fratelli ne ho avuti solo due, e uno è morto. Non ho punta voglia di averne quattro miliardi»), non abbandonava mai le sue idee provocatorie, polemiche e impopolari. Come quando nel 1989, sull’onda dell’indignazione globale di fronte al regime islamico iraniano che condannò a morte Salman Rushdie per l’opera blasfema «Versetti satanici», in quindici giorni diede alle stampe, in spagnolo, «La sentenzia del Ayatola» in cui prendeva posizione a favore di Khomeini sostenendo che se Rushdie aveva il diritto di scrivere il suo romanzo, lo stesso diritto aveva Khomeini di condannarlo. Oppure, come quando durante il G8 di Genova, nell’estate infuocata del 2001, entrò per l’ennesima volta in rotta con le gerarchie cattoliche chiedendo al Vaticano un gesto clamoroso: vendere i propri tesori e ridistribuire il ricavato ai poveri perché «una Chiesa ricca non è la Chiesa di Dio».

«Del caso Coccioli - scrisse il critico Giancarlo Vigorelli nel 1976 parlando del libro Davide, concepito nell’autunno del 1966, nella Firenze dell’alluvione, ma pubblicato dieci anni dopo - scommetto che il primo a volersene liberare è lo stesso Coccioli, ma stenta invece a liberarsene il nostro establishment letterario, che non gli perdona: d’essere al di fuori, e al di sopra dell’ambiente, dei quadri e delle gerarchie, della nostra letteratura; di vivere all’estero, Francia o Messico, e di avervi avuto un gran successo, libri a forte tiratura, traduzioni in più lingue; di avere scritto una quindicina di libri direttamente in francese, oltre a quelli in italiano, e tre in spagnolo, trovando pronta udienza in altre letterature, che quasi se lo sono appropriato, quanto la nostra vorrebbe trattenerlo in chissà quale quarantena». Trent’anni dopo non c’è bisogno di cambiare neppure una virgola.

Carlo Coccioli: uno che metteva al posto d’onore Taine, Sainte Beuve, Pascal, Kerouac, Campana, «naturalmente - aggiungeva - assieme alle telenovelas e alle cumbias». E che non poteva fare a meno del suo «impareggiabile Simenon». Nauseato dagli italiani e critico verso i fratelli scrittori (ad eccezione, forse, di Pier Paolo Pasolini), litigava con tutti, odiava gli editori, considerava le elezioni democratiche dei cataclismi di idiozia e i giornalisti delle danzatrici del ventre, sempre costretti a esibirsi in pubblico. Uno che amava studiare l’ebraico e andare a zonzo per centri commerciali e che è riuscito a dimostrare, o perlomeno ci ha tentato, come sia possibile un percorso spirituale - seppure tormentato e zigzagante - anche in una cultura pop come quella in cui gli capitò di vivere.

Nel novembre dell’86, colpito da un infarto, dichiarò: «Ho il terrore della morte e pur essendo un patologico divoratore di libri non ho mai trovato in letteratura una soluzione che potesse convincermi». E non la trovò neppure nella religione. Le due cose alle quali aveva dedicato tutta la sua vita.

Luigi Mascheroni su Il Foglio del 12 agosto 2006

Ciulio Mozzi: «Carlo Coccioli, lo scrittore sciocco che si innamorò di Dio»

Riprendiamo dal Riformista l’introduzione di Giulio Mozzi alla nuova edizione del romanzo «Davide» di Carlo Coccioli pubblicata da Sironi

Sono nato nel 1960. Come tanti della mia generazione, ho cominciato a leggere Carlo Coccioli quando i suoi libri erano ormai pressoché tutti fuori commercio. Il primo – ne aveva parlato Pier Vittorio Tondelli in alcune pagine di «Un week-end postmoderno», uscito nel 1990, e mi ero incuriosito – fu «Piccolo Karma», pubblicato nel 1987 e già espulso dal mercato editoriale. Ne trovai una copia in una libreria a metà prezzo, nella mia città, Padova. Il secondo fu «Uomini in fuga», nell’edizione Jaca Book del 1989, trovato a Roma.

Il terzo fu «Il cielo e la terra»: trovai la prima edizione Vallecchi del 1950, ma senza sovraccoperta, in una bottega di carabattole ad Ancona. E potrei continuare: «Le corde dell’arpa», pubblicato da Longanesi nel 1967 con una curiosa sovraccoperta quasi da romanzo pruriginoso (una specialità di Longanesi, all’epoca), comperato a Firenze alla grande svendita della Libreria Marzocco.

«La casa di Tacubaya» stampato ma non pubblicato da Editoriale Nuova nel 1982 (la leggenda dice che, essendo fallita la casa editrice, l’intera tiratura andò al macero, e si salvarono solo le copie spedite dall’ufficio stampa ai giornalisti) trovato a casa di un lontano parente (non giornalista però: e qui la leggenda va in crisi) e prontamente sottratto; «L’immagine e le stagioni» intravisto più volte in librerie antiquarie ma mai acquistato perché, per un motivo o per l’altro, il prezzo era sempre superiore alle mie possibilità; eccetera; fino ai più prosaici acquisti degli ultimi anni, via internet, presso librai italiani e francesi e spagnoli: perché non tutti i libri di Coccioli hanno avuta un’edizione italiana: ad esempio «Journal» pubblicato da La Table Ronde nel 1957, che ebbe oltre a quella francese solo un’edizione messicana, o «Un suicide», pubblicato da Flammarion nel 1959, che fu pubblicato in Spagna e Germania.

Si dice che, chi vuol farsi desiderare, deve negarsi. Sottrarsi. Nascondersi. Farsi cercare. Devo dire che la ricerca delle opere di Carlo Coccioli – un’avventura che dura da diciotto anni, e non è ancora conclusa – è stata una vera e propria esperienza erotica. Ci sono scrittori che si ammirano, si adorano, si stimano, si apprezzano, si storicizzano: ci sono scrittori che si amano di un amore matrimoniale, ossia di un amore pacificato e sicuro; e ci sono scrittori che si amano con un amore da innamorati. Carlo Coccioli, per me, è uno di questi. Io lo amo con un amore da innamorato, e perciò lo amo ciecamente. Lui mi tradisce, mi si nasconde, mi si nega: e io lo amo lo stesso.

Quando, nel 2006, conobbi Marco Coccioli, nipote di Carlo – grazie a lui questa nuova pubblicazione di Davide è stata possibile – e mi ritrovai improvvisamente davanti a una libreria nella quale c’erano tutti i libri di Carlo Coccioli, in tutte le loro edizioni in tutte le lingue, ebbi anche un vago senso di delusione. Ciò che avevo inseguito per anni e anni, e che ancora non possedevo completamente, era tutto lì, disponibile. Bastava allungare la mano. Non avrei potuto possedere, ma leggere sì. Marco non mi avrebbe negato un prestito. All’improvviso era tutto troppo facile. Mi consolò scoprire che in realtà quei libri non erano proprio tutti: ne mancava uno. «Le case del lago», pubblicato da Rusconi nel 1980. Io ce l’avevo. Lo regalai a Marco dicendo – mentivo – che ne avevo due copie. L’innamoramento e il collezionismo hanno questo in comune: sono due forme di perversione. Credo.

Ma dovrò dire qualcosa, di questo innamoramento. Perché sono innamorato di Carlo Coccioli? So di non essere solo. In questi diciott’anni ho incontrato un numero imprevedibile di curiosi di Coccioli, di interessati a Coccioli, e anche di innamorati duri di Coccioli. La mia collezione di libri coccioliani ha viaggiato molto. Più o meno tutti sono stati prestati più volte. Soprattutto «Fabrizio Lupo»: il romanzo che uscì in Francia nel 1952 – nella Francia dove Coccioli si era trasferito, inseguendo un amore e il desiderio di una patria meno bigotta e ottusa dell’Italia – e suscitò un tale scandalo da provocare una nuova fuga: quella, definitiva, in Messico.

Coccioli vi approdò nel 1953, e lì rimase per sempre. In quell’anno «Fabrizio Lupo» fu pubblicato in lingua spagnola (ma in Argentina, per qualche tempo, ne fu impedito il commercio); nel 1958 fu stampato in Gran Bretagna – con un titolo diverso, quasi per mascherarlo – ma fu effettivamente distribuito solo nel 1960. Negli Usa, arrivò nel 1966. In Italia solo nel 1978. Ma che cos’ha di così terribile, di così scandaloso, questo romanzo? È semplicemente una storia di amore omosessuale: di amore, non di sessualità omosessuale; di un amore omosessuale che non rinuncia alla trascendenza, anzi si spalanca ad essa.

Io non sono omosessuale. Ma so che alcune pagine – indirettamente, ma indubbiamente autobiografiche – di Pier Vittorio Tondelli hanno dato forma al mio amore sessuale: perché lo hanno aperto alla trascendenza. E l’apertura alla trascendenza che c’è in tutte le opere di Carlo Coccioli – che sono tutte, indirettamente ma indubbiamente, opere autobiografiche – ha dato forma alla mia apertura alla trascendenza.

Nel 1995 Rusconi pubblicò «Tutta la verità», un grosso libro-intervista a Carlo Coccioli. Per l’occasione Coccioli – che aveva eletto il Messico a nuova patria, ma al quale non dispiaceva tornare in Italia, a volte anche per qualche mese – fece addirittura un’apparizione al Maurizio Costanzo Show. Io non lo vidi. Me lo raccontò un amico. Costanzo si era avvicinato a Coccioli, del quale probabilmente ignorava tutto, e gli aveva domandato brutalmente: «E allora, di che cosa parlano i suoi libri?». E Coccioli: «Di Dio! Di cosa altro vuole che parlino? C’è forse qualcos’altro di cui parlare?». Indubbiamente Carlo Coccioli era uno sciocco. Non aveva senso del ridicolo. Ma, di fronte a lui, quelli che si credono saggi diventano sciocchi. Perché non sono innamorati.

Il mio innamoramento per Carlo Coccioli è, dunque, l’innamoramento per un uomo innamorato di Dio, e innamorato di un amore appassionato, sensuale e inebriante. E mi rendo ben conto, rileggendo il romanzo «Davide» (pubblicato da Rusconi in Italia nel 1976 – contemporaneamente all’edizione francese –, finalista al Premio Campiello, tradotto in spagnolo nel 1978 e in polacco nel 1980; ristampato – miracolo! – negli Oscar Mondadori nel 1989, e tuttavia da tempo espulso dal mercato) che questa narrazione mi affascina proprio perché vi si sovrappongono l’autobiografia vera di Carlo Coccioli – il racconto del suo amore appassionato, sessuale e inebriante per Dio – e l’autobiografia fittizia del re Davide – anch’egli innamorato di Dio d’amore appassionato, sessuale e inebriante –: e ciò nonostante la fedeltà al testo biblico è altissima. Curiosamente, proprio dove i toni più accesi, dove ti pare di sentire accenti più coccioliani e meno biblici, se vai a controllare trovi che ciò che Coccioli racconta è semplicemente ciò che già fu, tantissimo tempo fa, raccontato.

Una delle mie fantasie preferite è questa: che uno dei compiti che uno scrittore può assegnare a sé stesso – qualunque scrittore, anche se scrive libri di entomologia urbana o di bioarchitettura o di sociologia dei processi culturali o di fisica dei materiali metallici, eccetera – sia quello di aggiungere libri alla Bibbia. La narrazione è prima di tutto ripetizione, ripresa, continuazione. Come si dice, presso certi popoli, quando il narratore comincia a narrare: «Vi racconterò una storia, così come l’ho sentita raccontare, e come anche voi la racconterete a vostra volta». Molte grandi opere letterarie non sono altro che ripetizioni, riprese, continuazioni. Forse perché, in fondo, le storie da raccontare sono poche, sono quelle. Forse perché i grandi narratori sono proprio quelli che hanno l’umiltà e l’orgoglio di raccontare una storia perché l’hanno sentita raccontare da un altro, e perché chi li ascolta la racconti, a sua volta, ad altri.

Giulio Mozzi

Quando muore ne parlano in pochi

Gian Mario Benzing sul Corriere della Sera

Se ne era andato dall’Italia nel ’53, sbattendo la porta, per rifugiarsi prima a Parigi e poi in Messico; ieri mattina se ne è andato per sempre, dopo una lunga malattia. Lo scrittore livornese Carlo Coccioli, classe 1920, è morto per una crisi cardiaca a Città del Messico, la sua seconda patria. Una figura poliedrica e singolare: uno degli autori più letti dell’America Latina, in Italia sempre osteggiato, quando non misconosciuto. Carlo Bo lo definì «scrittore alieno»; Pier Vittorio Tondelli, «lo scrittore assente». Ed era proprio questa sua «lontananza», spirituale prima ancora che fisica, vissuta come eterna tensione verso un irraggiungibile «altrove», a costituire, con la «diversità», l’essenza del suo stile e del suo impegno umano. Medaglia d’argento per le azioni durante la Resistenza, col gruppo «Giustizia e Libertà»; laurea in Lingue orientali a Napoli; un’ascendenza ebrea, subito elusa per un tenace approdo al cristianesimo, attraverso islamismo e buddismo; sostenuto da Malaparte e da Palazzeschi, attaccato da Piovene; Coccioli, che scriveva con pari agio in italiano, francese e spagnolo, ha segnato, nella nostra cultura letteraria, il punto di emergenza di un dissidio scomodo e pungente, quello tra fede cattolica e omosessualità.

Il suo esordio, con il romanzo diabolico «Il cielo e la terra» (1950) e ancor più «Fabrizio Lupo» (1952), espressione del tormento di un cristiano omosessuale, gli attirarono critiche feroci. Tanto da indurlo a emigrare. Autore prolifico (in bibliografia una cinquantina di titoli), in Italia aveva pubblicato, tra gli altri, «Davide» (1976), «La casa di Tacubaya» (1982) e «Piccolo Karma» (1987), il cui seguito, «Piccolo Karma 2», è stato appena rifiutato da un grande editore italiano. Sempre polemico e amante della provocazione, Coccioli fece scalpore, due anni fa, quando, in occasione del G8 di Genova, in un’intervista al Corriere chiese al Vaticano un gesto clamoroso: svuotare le proprie casseforti e ridistribuire la ricchezza ai poveri. Esempio estremo di una pulsione umanitaria, in Coccioli perennemente intrecciata alla ricerca di Dio.

6 Luglio 2003

Un articolo di Carmine Urcioli

Lo scrittore Carlo Coccioli, nato nel 1920 a Livorno e da tempo residente in Messico, è morto per complicazioni polmonari sopraggiunte all'ennesimo intervento cardiaco cui si era sottoposto. Ne ha dato notizia il fratello all'amico, nonché curatore dell'opera italiana, Enos Rota. Coccioli che aveva adottato da tempo un ragazzo messicano, lascia un patrimonio composto da 17 case sparse tra Europa e America, oggetti d'arte dal valore inestimabile, e i diritti sulle opere letterarie tradotte in tutto il mondo per un valore di diverse decine di milioni di dollari all'anno. Grande amante degli animali, aveva disposto da tempo che un terzo di tutti i suoi averi andasse alla lotta contro la vivisezione animale.

Lo scrittore aveva pubblicato pochi libri in lingua italiana, «Il migliore e l'ultimo» (1946), «La difficile speranza» (1947), «La piccola valle di Dio» (1948), si era trasferito poi in Francia, dove scrisse in francese, in Canada e infine, nel 1953, stabilmente in Messico, sua patria d'adozione. Molti suoi libri tra cui «Il cielo e la terra» (1949) o «Fabrizio Lupo» (1952), furono dei best seller in tutto il mondo. In essi Coccioli iniziò ad introdurre i temi dell'omosessualità in una poetica di conciliazione con la Fede. Fu accolto freddamente dalla critica italiana, che lo stroncò in varie occasioni. Nel 1995 è stato pubblicato un testo autobiografico, «Tutta la verità», in cui ripercorre la sua vita, i rapporti con la società letteraria francese, messicana ed italiana e la sua religiosità, che evolve dal cattolicesimo ortodosso, all'ebraismo, all'induismo, al buddismo. «Il cristianesimo fa parte di me, della mia essenza. Gli rifiuto soltanto di voler obbligarci a credere che possiede il monopolio di Dio», è una delle sue ultime frasi.

Sarà sepolto nel cimitero ebraico della cittadina messicana in cui viveva, ma aveva espresso di recente il desiderio di essere seppellito nella cappella familiare a Livorno.

7 Luglio 2003

Addio Coccioli. Scrittore omosessuale innamorato di Dio.

Di lui, Carlo Bo disse una volta «è uno scrittore alieno che appartiene a un' altra letteratura». Curzio Malaparte ha definito i suoi dialoghi «taglienti, intensi, anche allucinanti, e nello stesso tempo distratti». Tondelli si trovava «molte volte in totale empatia con la sua scrittura», lo ammirava, e nel suo «Weekend postmoderno» gli ha dedicato un saggio molto intenso. Eppure di questo autore italiano, scomparso a Città del Messico all' età di ottantatré anni (era nato a Livorno nel 1920), sepolto nel cimitero del villaggio di Atlixco, molti stenterebbero a pronunciare anche solo il cognome. Carlo Coccioli, così si chiama. Non Cocciòli, e neppure Cocciolì, come invece pensano i francesi, suoi lettori entusiasti, convinti da sempre che si tratti di un loro scrittore. L' equivoco nasce dal fatto che Coccioli è un autore trilingue: scriveva infatti in francese come in spagnolo, oltre che in italiano. Inoltre da uomo bizzarro, narciso e inquieto come pochi, prima di andarsene a Città del Messico nel '53, mezzo secolo fa, ha vissuto parecchi anni a Parigi, e poi qualche tempo in Canada, per seguire uno dei suoi folli amori. Da noi invece è sempre stato un signor nessuno, tranne che per un pubblico che più di nicchia non si può. Non è neppure sempre facile rintracciare le sue opere, in libreria. Una vera colpevole stranezza, questo nostro autore così assente - è ancora una definizione di Tondelli - in un Paese dal modesto parco scrittori, un autore che non compare nelle enciclopedie, nelle antologie, negli schedari, con l' aura del personaggio ribelle, anomalo e cosmopolita, che ha fatto della lontananza il suo implacabile destino.

Carlo Coccioli è scrittore poligrafo con una cinquantina di titoli, alcuni usciti in ogni parte del mondo, dal Madagascar al Perù, da New York a Lisbona. Ha solo trent' anni quando pubblica «Il cielo e la terra», romanzo diabolico del '50: verrà tradotto in diciassette lingue. Due anni dopo, esce «Fabrizio Lupo», romanzo-choc per quegli anni, un appassionato documento religioso su un' omosessualità, per così dire, casta (al protagonista si ispirerà Pasolini per il suo film Teorema). La novità del romanzo, oggi considerato un classico del genere, è proprio questa: omosessualità come Amore con l' iniziale maiuscola. Siamo molto lontani dai maestri della materia, da Gide a Cocteau, da Thomas Mann a Jean Genet, ma l' uscita di «Fabrizio Lupo» provoca un tale frastuono di reazioni, non esclusa l' invettiva, che l' autore - raggiunto da migliaia di lettere - decide di allontanarsi dall' Europa. Se ne va a Città del Messico, per un paio di settimane, pensa Coccioli, e invece poi ci rimane tutta la vita.

«In nessuna città mi sento bene come in quest' orribile Città del Messico», mi disse in un incontro nella sua casa, una decina d' anni fa. «Qui sto bene, forse perché si respira un clima di forte spiritualità. Nelle città dove la gente non ha problemi materiali, insomma nelle civiltà di primo mondo, è tutto così prosaico. In Svizzera, a quale Dio si pensa?». Era la domanda di un uomo che ha vissuto in un continuo estenuante tormento religioso, posseduto dal Mysterium Magnum, che ha scelto di vivere in una città anche terzomondista, e in una casa immersa nel profumo d'incenso e sobria fino all' austerità che gli somigliava molto. Soltanto libri, molte strane sculturine di cavalli, e tante foto di cani. Soprattutto di Fiorello, il barboncino che ha vissuto con lui per quindici anni. Con le lacrime agli occhi, durante la nostra intervista, mi diceva: «Quando è morto Fiorello, l' unico vero amore della mia vita, per il dolore sono finito dallo psicoanalista. Da quel lutto terribile sono guarito soltanto scrivendo Requiem per un cane». Mi raccontò che aveva anche scritto una cartolina da San Antonio, nel Texas, a Tondelli, che non conosceva e avrebbe incontrato solo una volta a Milano per l' uscita di «Budda e il suo glorioso mondo». Era una risposta in codice a una lusinghiera recensione del «Piccolo Karma» firmata dallo scrittore emiliano sull’Espresso. Quella sua cartolina diceva: «Non so se queste parole le giungeranno: inviarle è quasi una sfida. Fiorino è morto e, più solo che mai, giro in una jeep dai deserti all' oceano. Confronto le mie inquietudini con l' impertubabilità del mondo». Due temi hanno ossessionato Coccioli, determinando le sue scelte personali e letterarie: il tema religioso e quello sessuale. Specialista di religioni e lingue orientali, fine conoscitore di letterature camitico-semitiche, è scrittore dichiaratamente omosessuale tormentato da un' angoscia metafisica che lo ha spinto ora verso il cattolicesimo più ortodosso, poi verso l'ebraismo, e ancora verso le religioni e le filosofie orientali, prima l'induismo e poi il buddismo. Ma alla fine sembrava mescolare tutto cercando un approdo teologico al Nulla. L'ultima volta, al telefono, mi ha salutato dicendo: «Magari le ultime parole che pronuncerò saranno quelle di una preghiera come l'Ave Maria».

Luciana Sica su Repubblica del 7 Agosto 2003

Finalmente qualcuno pubblica un suo vecchio libro e in tanti riprendono a parlare di lui

Carlo Coccioli: il ritorno di uno scrittore assente

In occasione dell'uscita di «Davide» sul blog di Giulio Mozzi vengono proposte le reazioni di una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.

«Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto». Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro «Quelli che ami non muoiono mai», Mario Fortunato (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole - quasi un ritornello - quando ho provato a domandare a un po’ di scrittrici e scrittori d’Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, non l’ho mai conosciuto, ma è come se l’avessi conosciuto, lo dico anch’io.

Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata Pier Vittorio Tondelli. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, «Piccolo Karma»; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume «Un week-end postmoderno» (Bompiani 1987).

«In nessun autore italiano contemporaneo - scriveva Tondelli - è presente una così grande tensione interiore, un’irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico». Tuttavia «quello che si ama nell’opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l’incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l’ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della «Casa di Tacubaya» (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di «Uomini in fuga» (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l’induismo e il buddhismo Zen, ma anche lo stile di vita appartato, l’amore per gli umili e i reietti, l’assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l’erotismo, la predilezione omosessuale».

In quell’articolo di Tondelli c’era anche lo zampino di Mario Fortunato.

«Faceva un gran caldo a Milano, nell’estate del 1987. – racconta - Pier Vittorio Tondelli e io eravamo stati a una festa. A ora tarda [...] Pier mi trascinò in uno dei bar che lui preferiva. Cominciammo a parlare fitto. [...] Scoprimmo di avere appena letto entrambi un libro strano, misterioso, misteriosamente bello: Piccolo Karma, di Carlo Coccioli. [...] Chiesi a Pier di scriverne per L’espresso e lui lo fece subito, [...] con la grazia misurata che aveva in dono».

Quell’articolo, anche grazie al fascino che emanava, ed emana tuttora, la figura di Tondelli, fu importante per molti di noi, della nostra generazione (io sono nato nel 1960). Marino Magliani, scrittore ligure mio coetaneo che da più di quindici anni vive in Olanda a IJmuiden, sulla costa del Mare del Nord, racconta: «Ho capito meglio chi ero leggendo un saggio di Pier Vittorio Tondelli su Carlo Coccioli, dove Tondelli definiva Coccioli un autore assente. Ecco, chi sei anche tu, mi son detto. Certo lo sapevo da sempre, ma non avevo mai trovato la parola secca. Cosí cominciai a informarmi su questo scrittore che era andato via dall’Italia molto prima di me, anzi prima che io nascessi, aveva vissuto a lungo a Parigi e poi in Messico, scriveva brillantemente in francese e spagnolo, e ogni volta che appariva qualcosa in rete - poiché altre cose era difficile trovarle - qualche racconto o qualcuno che ne parlava, mi ci fermavo, come ci si volta quando ci chiamano per nome o con un nome che ormai ci appartiene. Autore assente. Presto vidi che non ero il solo, anzi mi fu chiaro che stavo interessandomi a Coccioli esattamente perché altri l’avevano cercato prima di me e lo stavano cercando mentre lo cercavo io. Per ultimo, mi accorsi che tutti quanti stavamo cercando l’autore che forse più di ogni altro e ovunque aveva cercato Dio».

Dal Nord al Sud. Anche Antonella Cilento, scrittrice napoletana, è arrivata a Coccioli via Tondelli: «Scrivendo la tesi di laurea su di lui e leggendo gli articoli che lo riguardavano o che aveva scritto sugli autori che lo appassionavano trovai più volte il nome di Coccioli e mi incuriosì il fatto che in biblioteca potevo trovare a stento Fabrizio Lupo». Ma perché a uno scrittore che può suscitare tanto amore in chi lo legge è spettato un destino di assenza, di marginalità, addirittura di scomparsa dalle biblioteche?

«Coccioli, - dice ancora Cilento - dichiarò spesso di aver lasciato l’Italia perché esisteva un establishment culturale moraviano che impediva la rappresentazione di altre scritture. Leggendone le poche pagine che ho potuto rintracciare ho riconosciuto almeno uno dei temi, la creaturalità, l’infinito e ossessivo amore per gli animali e i piccoli della terra che lo avvicinano ad altri autori, per lo più donne, che in Italia hanno vissuto negli stessi anni di Coccioli una reductio di lettura critica e di pubblica».

Massimiliano Governi, autore di pochi e non allineati libri (ricordiamo «L’uomo che brucia» del 2000 e «Parassiti del 2005, entrambi pubblicati da Einaudi) è il più secco e diretto: «Coccioli per me è il più grande scrittore italiano del Novecento», dichiarò ancora anni fa. Alla domanda: «Perché?» oggi risponde: «Perché mi ha insegnato a dire la verità, tutta la verità».

E anch’io, a proposito del dire la verità, in un articolo del giugno 2004 scrivevo: «La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire le fasi della ricerca spirituale di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico, [...] affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in Piccolo Karma, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell’immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo. Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l’ostracismo».

È Giorgio Vasta, che lavora da anni nell’editoria e che ha appena esordito con il molto lodato romanzo «Il tempo materiale» (Minimum Fax, 2008), a legare i temi dell’impudicizia e del nomadismo.

«Prima di cominciare a leggere i libri di Carlo Coccioli, - racconta Vasta - non conoscevo l’esistenza di una tonalità espressiva, e siccome quello che di un libro mi interessa di più è la tonalità generata dall’amalgama di lessico sintassi e figure della narrazione, avere conosciuto una tonalità che ignoravo è stato ed è ancora importante. Liberatorio. La tonalità che ho trovato dentro i libri di Coccioli che ho letto ha a che fare con il pudore, o meglio con il crinale tra pudore e spudoratezza. È un pudore del linguaggio e una spudoratezza delle immagini messe in scena, una frizione continua tra il desiderare di dire e il non poterlo fare del tutto. Questo contrasto, assunto e sviluppato, credo abbia dato luogo in Coccioli a una specie di santa oscenità dello stile. Leggo le pagine di Coccioli e ho a che fare con un italiano impressionante, una lingua all’interno della quale esistono ancora, e con vigore, espressioni perdute che in Coccioli non risultano mai museificate ma sempre vive presenti e intense e classiche e stranianti. È come se la sua lunga permanenza all’estero avesse funzionato da agente di contrasto, come se vivere per anni immerso in un paese nel quale si parla spagnolo avesse generato un’esaltazione dell’italiano più bello. Un italiano santo. Usato per costruire narrazioni serenamente oscene».

Eppure, anche quando i suoi libri venivano pubblicati in mezzo mondo (e in quattordici lingue in tutto), Carlo Coccioli era una sorta di intoccabile.

«Negli anni Settanta, - conferma Mario Fortunato - quando lo scoprii per quell’istinto primario che illumina tante letture adolescenziali, era quasi una vergogna possedere i suoi libri. Coccioli era omosessuale, molto religioso e per giunta conservatore. I suoi romanzi li pubblicava Rusconi, un editore non proprio à la page. Lessi Fabrizio Lupo, un romanzone alluvionale, sovrattono, gremito di aneliti mistici, che non mi appartenevano né punto né poco. Eppure quanta sincerità nella sua scrittura. Un’onestà intellettuale che rasentava l’autolesionismo. E poi: che meraviglia quella storia di un amore gay così melodrammatico. Per anni, divorai i libri di Coccioli quasi di nascosto. Di lui non sentivo parlare mai. Mai sui giornali. Mai da nessuna parte. Un fantasma».

La parola fantasma torna anche sulla bocca di Bruno Gambarotta: «Io sono nato nel 1937. Da ragazzo, nel primo dopoguerra, leggevo dalla prima all’ultima pagina «La Fiera Letteraria» e «Il Mondo». In quelle pagine compariva, di tanto in tanto, il fantasma di uno scrittore italiano che viveva in Messico ed era pubblicato in Italia da Longanesi». Un altro editore non certo progressista. «Non c’erano mai sue foto. Era un irregolare, non classificabile sotto una delle etichette che predispongono i critici. Era uno come Antonio Delfini o Sergio Ferrero. Pare che scrivesse in un modo diverso dagli altri, che le sue storie non avessero niente in comune con quelle che circolavano in Italia».

Ma oggi, finalmente, con la ripubblicazione di «Davide», Carlo Coccioli comincia a tornare in libreria. Ovviamente ci auguriamo che sia possibile restituire al pubblico italiano non solo questo romanzo, ma almeno la parte più solida e sicura dell’opera di Coccioli. Ed è bello vedere che questo ritorno in libreria - dopo anni di ostracismo, di assenza, di vita fantasmatica - è salutato con favore da scrittori e scrittrici di tutte le specie e di tutte le età.

Antonella Cilento: «È giunto il momento che l’Italia lo recuperi». Bruno Gambarotta: «Ho sempre desiderato conoscere la sua opera e finalmente si presenta l’occasione di colmare il vuoto. Farò il possibile per far circolare la notizia che il fiume carsico Coccioli ritorna finalmente in superficie». Alcide Pierantozzi: «Quella dell’uscita di Davide è una notizia splendida». Giuseppe Lupo, che ha annotato i carteggi raccolti in «La storia dei Gettoni di Elio Vittorini» (a cura di Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso, Aragno 2007): «È un’operazione molto importante, l’idea di recuperare e rilanciare un autore come Coccioli». Giacomo Sartori, altro scrittore che vive la maggior parte della vita fuori dall’Italia (a Parigi): «Adoro - letteralmente - Coccioli, che avevo scoperto già molti anni fa da solo». Sergio Pent: «Concordo sull’importanza di riscoprire il Davide di Coccioli e anche le altre sue opere ormai da tempo introvabili». Giancarlo De Cataldo si proclama lettore di Coccioli «da tempi immemorabili». E così via, ormai la mia casella della posta è tutta un fiorire di incoraggiamenti.

Ma la gioia per il ritorno in libreria di un autore così paradossalmente amato e dimenticato, e l’apprezzamento per la sua opera, non possono trasformarsi in acritica lode. Trovo molto interessante quanto mi ha scritto il poeta romano Franco Buffoni: «Saluto con gioia l’uscita di Davide nelle edizioni Sironi. Anche per ragioni anagrafiche sono un coccioliano d’antan. Naturalmente ritengo superata la posizione di Coccioli nei confronti del mondo abramitico (salvezza, eternità, afflato), ma ammiro sempre il suo coraggio per avere affrontato - in anni difficilissimi - la tematica omosessuale. Per questo ti invito a ripubblicare anche, per esempio, Fabrizio Lupo. Erano quelli gli anni duri democristiani, in cui Coccioli lavorava e pubblicava in Francia, in Messico. Mentre il Coccioli di Davide nel 1978 già venne accolto in un clima diverso, come testimoniano l’attenzione critica e i premi ricevuti. Ricordo però il commento del rettore di un noto liceo cattolico milanese: “Peccato, è il libro che darei in mano a tutti i nostri allievi. Non fosse per quella esplicita carica erotica omosessuale”. Ecco - seguendo l’esempio coraggioso di Coccioli - noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare. Ma paradossalmente l’ostacolo che incontriamo è proprio in quell’ordine del Creato tanto caro anche allo stesso Coccioli. Sono ormai convinto che una vera e profonda accettazione dell’omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all’affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un creatore abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente. Da tale retaggio viene l’ottuso trincerarsi di molti dietro a un feticcio chiamato diritto naturale. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici - in primis quello vaticano - contro il movimento omosessuale. Dunque in Davide assistiamo a mio avviso a uno scontro paradossale: Coccioli vs Coccioli».

Articolo di Domenico Pinto pubblicato sul sito http://www.nazioneindiana.com/

La Repubblica. Quello scrittore dimenticato che non ebbe paura di dirsi gay

Sogna, il vecchio Davide a un passo dalla fine, di volare sopra i monti della Giudea, il corpo di nuovo giovane, vigoroso, attraversato da una frenesia di piacere. «Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità e l’indicibile godimento di fecondare la terra». Davide, il re d’Israele, padre di innumerevoli figli, amante di innumerevoli donne.

Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, col cuore e con il corpo. Così lo racconta Carlo Coccioli nel romanzo che, a distanza di trent’anni dalla prima uscita, l’editore Sironi ripubblica grazie all’appassionata ostinazione di un altro scrittore, Giulio Mozzi. Dichiarazione di innamoramento si intitola la prefazione scritta da Mozzi per il libro.

«Ho scoperto Coccioli - racconta - come quasi tutti gli scrittori della mia generazione: leggendo «Un week-end postmoderno» di Pier Vittorio Tondelli. Mi precipitai a comprare il poco che si riusciva a trovare, primo fra tutti un libretto, il «Piccolo Karma», dal quale anche Tondelli era stato sedotto. Me ne innamorai. Da allora, era il 1990, ho messo insieme quasi tutti i suoi libri, trovati sulle bancharelle in giro per il mondo. Solo Marco Coccioli, il nipote, e adesso curatore dell’opera di suo zio, ne ha più di me».

Carlo Coccioli era nato a Livorno, nel 1920. Il padre, Attilio, è un sottotenente dei bersaglieri, la madre è Anna Duranti, livornese di famiglia ebraica. Cresce in Libia, poi si trasferisce con la famiglia a Fiume. Si laurea all’Orientale di Napoli e nel 1946 pubblica il primo romanzo, per Vallecchi, «Il migliore e l’ultimo». Nel 1950 scappa a Parigi. Perché, come riporta Tondelli, non poteva sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non era disposto a rendere omaggio né a lui né a Piovene. Scrive «Il cielo e la terra», che diventa subito un grande successo tradotto in diciassette lingue. Nel ‘52 pubblica in Francia il libro della svolta, «Fabrizio Lupo», storia d’amore omosessuale. Dovranno passare più di vent’anni prima che il libro arrivi in Italia. Il tema, l’omosessualità, e il suicidio finale de due amanti, considerato un possibile pessimo esempio, spaventano gli editori. Ma attraggono invece Pasolini, che si ispirò al protagonista del romanzo di Coccioli per disegnare il misterioso ospite del film «Teorema».

Soltando dopo Davide, finalista al premio Campiello (1976), l’editore Rusconi si azzarda a stampare «Fabrizio Lupo», chiedendo una traduzione allo stesso Coccioli. In una recensione dell’epoca, Dario Bellezza attribuisce a questa bizzarra liturgia del travaso da una lingua all’altra alcune manchevolezze della scrittura. Ma di questa continua oscillazione si nutriranno sempre i libri di Coccioli, nel bene e nel male, e la sua vita.

Dopo lo scandalo seguito a «Fabrizio Lupo», lo scrittore aveva lasciato l’Europa per l’America Latina. E a Città del Messico visse fino al 2003, accanto all’amatissimo Javier. Che adottò, non potendo sposarlo, per legalizzare la loro unione e farne il suo erede.

Coccioli ha scritto moltissimo e in molte lingue.

«Era un grafomane, - mi racconta ancora Giulio Mozzi - come tutti i mistici. Tutta la letteratura religiosa è una letteratura fluviale, una smisurata preghiera. La scrittura diventa un quotidiano esercizio spirituale, ma anche un dono, che deve essere il più abbondante e il più ghiotto possibile. Al Dio del momento, che nella tortuosa avventura spirituale di Coccioli è stato Cristo, Buddha, Krishna, ma anche un cane, o i santi bevitori».

«Uomini in fuga», ristampato nel 2004 da Guerini e Associati, è un racconto-reportage sugli Alcolisti anonimi. «Requiem per un cane», dedicato all’amato Fiorino, potrebbe essere il prossimo libero di Coccioli che uscirà per Sironi. Magari insieme a «San Beniamino Cane», ancora mai tradotto in Italia.

«Coccioli - dice ancora Mozzi - non ha mai smesso di cercare Dio nelle cose, ma il suo Dio, chiunque fosse, era Dio carnale. Omosessualità, Dio e sesso. Non c’è niente di più temibile per la nostra tradizione, ma forse niente che ci riguardi di più. Lo sapeva bene Pasolini».

Il romanzo «Davide», osserva Mozzi, «mi ricorda moltissimo le Memorie di Adriano della Yourcenar. Per potenza espressiva e capacità di restituire la passione, la forza e l’inermità di un grande uomo. E’ un libro che si pone nella linea del romanzo storico, ma è anche la biografia di un’anima, scritta con l’abilità e nella lingua ricchissima di uno scrittore magnifico. Le cui radici toscane forniscono il respiro della grande epica, nel ricordo delle narrazioni mandate a memoria, dalla Bibbia all’Iliade, come si usava prima, anche nelle campagne».

Perché in «Davide» lo scrittore non inventa una storia d’amore, ma svela quella già contenuta nel più grande libro mai scritto. «La Bibbia è un grande romanzo popolare. - continua Mozzi - C’è guerra, sesso, potere, ci sono quei corpi che la nostra Chiesa vorrebbe nascondere, ed evitare. Anche questo è un buon motivo, mi sembra, per ripubblicare proprio adesso il romanzo di Coccioli».

E poi ci sono tutti i suoi ammiratori, orfani delle sue opere. Che sono moltissimi, e diversi tra loro. Coccioli era un uomo vanitoso, logorroico, un tipo strano. Uno che alla domanda: «Che cosa stai facendo?» poteva rispondere: «Sto cercando Dio». Un balordo, forse. Ma indimenticabile.

«Ecco, - mi spiega Mozzi - il motivo per cui amo tanto questo scrittore: è che sento in lui una santa stupidità, un approccio alla vita e alla letteratura innocente, creaturale. Che lo fa somigliare all’altra scrittrice religiosa della nostra storia letteraria del Novecento, la cui vita non fu meno appartata, la cui fama conobbe altrettanti inceppi: Anna Maria Ortese». Anche lei difficile da costringere in un canone, e così diversa dai suoi contemporanei. Scrittori che, secondo la definizione di Dario Bellezza, avevano troppo da dire.

«Si spiega così l’ostracismo a Coccioli, - conclude Mozzi - contenutista efferato per abbondanza di sentimenti e di passioni travolgenti: sesso, politica, religione. Troppa grazia! Si spiegano così in quegli anni successi di scrittori dimenticati e attardatisi a rimasticare le briciole del neorealismo o che ancora imperversano, grondando di vittorinismo e pavesismo, come la Gizburg, che sanno sì tenere la penna in mano, ma non hanno mai avuto, al contrario, granché da dire».

Elena Stancanelli sul Venerdì di Repubblica del 20 Febbraio 2009

Il Manifesto: Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre con il cuore e con il corpo

Preceduto da un accalorato scritto di Giulio Mozzi, che parla in modo esplicito di «innamoramento» per l’autore, narrando una affannosa ricerca delle sue opere (spesso di difficile reperibilità), che prende addirittura una sfumatura erotica, torna opportunamente in libreria un’opera controversa e affascinante degli anni Settanta, «Davide» (Sironi, pp. 349, euro 17) che ripropone la figura problematica di Carlo Coccioli (1920-2003), transfuga di vari idiomi e fedi, che ebbe il destino di ottenere successo in italiano, poi in francese e in spagnolo, approdando in fuga da se stesso (secondo le sue stesse parole, dopo un amore infelice per colui che nelle sue opere chiama «L’immagine» e su consiglio di una celebre cartomante raccomandata da Jean Cocteau) in Messico, dove ebbe il ruolo di opinion maker per le maggiori testate nazionali.

Il suo ruolo nelle patrie lettere è stato sempre quello di un outsider a tutti i costi, che si poneva inizialmente in una posizione contestataria rispetto agli itinerari del momento, per poi sfuggire altrove, attratto da distanze geografiche e culturali, con una produzione spesso debordante (Moltissime le opere nel suo regesto, infinito il repertorio giornalistico. in Italia collaborò a varie testate, tra cui «La Nazion»), esibendo spesso una capacità acutissima di leggere i dati nel presente da punti di vista impreveduti, come quando, negli anni Ottanta, dedicava pagine notevoli a varie telenovele di cui era culture, e in specie alla brasiliana «Dancing Days».

Le sue opere, a partire dalla rivelazione con il dolente «Il cielo e la terra» (1950), saga iperespressionista di un’identità che nega se stessa fino alle più tragiche conseguenze, connettevano spesso due temi che, per quanto di frequente legati nella storia come nella cronaca (e con una fortissima linea di ricerca d’Oltralpe, in una sequenza di opere violente come «Il reverendo» Jules di Ocatve Mirbeau) di rado, da noi, si erano visti insieme con tanta nettezza. Religione e omosessualità tornano infatti unite in una fortissima, quanto difficoltosa, coesione di suggestioni contraddittorie, poi ribadite in modo esplosivo nell’opera che confermò la sua presenza Oltralpe, «Fabrizio Lupo», destinato a vasti successi dal 1952, ma edito da noi solo nel 1978. In pieno neorealismo, quindi, nel momento in cui ogni elemento mistico veniva visto come una pericolosa deriva dell’immaginario da evitare a tutti i costi (basti pensare alle riserve di Elio Vittorini inserite nella presentazione di «Minuetto all’Inferno» di Elemire Zolla) e l’adesione al dettato dell’oggi era di rigore, lo scandalo di Coccioli era in sostanza proporre una struttura formale elaborata su modelli decisamente religiosi (con qualche richiamo qua e là all’esperienza modernista di Fogazzaro nel romanzo-manifesto, «Il santo» che sarebbe da riproporre nei cupi tempi teocon di oggi), ma con una carnalità che scartava dalle sequenze dei tediosi macchinari teatral-teologici coevi di Diego Fabri («Processo a Gesù» del 1955), per una turbata celebrazione del corpo trionfante.

La sua Toscana senz’altro non aveva quindi nulla a che vedere con le ragazze e i ragazzi di Vasco Pratolini, o con gli scenari di fabbrica del dimenticato Armando Meoni, ma piuttosto con quella linea, altrettanto frequentata, che da Caterina da Siena arriva a Federigo Tozzi, e che aveva prodotto sia le violenze de «Il dizionario dell’omo selvatico» di Domenico Giuliotti e Gianni Papini (1923), quanto gli incanti parrocchiali di Nicola Lisi ne «Il diario di un parroco di campagna» (1942). Il mondo delle furiose ricerche esistenziali di Coccioli non era d’altra parte troppo lontano da quello di «Adriano VII» di Federick Rolfe-Baron Corvo, diviso tra una volontà di ortodossia impossibile (quel desiderio radicale di appartenere a una tradizione che molti nel Novecento hanno dichiarato come motore principale e eterna fonte di insoddisfazione del loro agire) e un altrettanto fortissimo istinto di indipendenza dalle gerarchie, secondo una disarmonia tanto apparentemente prestabilita, quanto nella realtà poco gestibile e urticante.

L’autobiografia, quindi, è centrale fino all’ossessione in molte opere dello scrittore toscano: essa è declinata negli specchi di personaggi reali e immaginari, tutti intenti a riproporre una domanda continua sull’esistenza, che trova senso nell’interrogazione sull’essere supremo. Attratto dalle sue radici ebraiche, a lungo celate nella vita familiare (di ciò parla, nel 1970, nel libro «Documento 127»), Coccioli fu al centro di numerose avventure religiose, che lo portarono infine a una spiritualità di marca aperta, ma affine a certe suggestioni orientali, narrata in opere come «Uomini in fuga» (del 1973), dedicato agli alcolisti anonimi, frequentati per tentare la disintossicazione del suo compagno. «Requiem per un cane» (1977) atto di dichiarata passione animalista e biografia di un animale che aveva a lungo vissuto con lui. E l’incantevole «Piccolo Karma» (1987). Questo volume segnalò di nuovo l’autore all’attenzione da noi, anche per intervento di Pier Vittorio Tondelli, che di lui scrisse parole elogiative in «Un weekend postmoderno».

Davide uscì, dopo una stesura decennale, nel 1976 in Italia (nella serie dei romanzi di Rusconi, curata da Alfredo Cattabiani, specialista di proposte peculiari) e in Francia. Giunse anche in pole position al Campiello, senza però ottenere la vittoria. Il volume ebbe soprattutto attenzione da noi nel mondo cattolico, come ripercorreva Domenico Porzio nell’introduzione all’edizione Oscar del 1989. Rileggendolo oggi, senz’altro esso conferma la sua qualità precisa nella scelta dell’eccesso in ogni aspetto, nella fluviale sequenza dei monologhi del re-saggio, che deve affrontare Saul e poi mantenere il potere, anche se nessuna gloria terrena riuscirà mai a rispondere ai quesiti che bruciano l’immaginazione e che si ripropongono ossessivamente. La scrittura dichiara una tensione lirica evidente, che trae origine in primo luogo da un confronto serrato con le diverse esegesi della tradizione biblica (territorio noto a Coccioli dal tempo dei suoi studi universitari). Una sequenza di visioni, epifanie terribili che compaiono sullo sfondo del paesaggio sassoso di Palestina, in una vita che sembra legata alla continua, ossessiva scansione di rituali (segnati da abiti e oggetti), in cui ogni gesto quotidiano si stempera o quasi trova la propria prima motivazione.

Da qui, dal tentativo di ricreare la psicologia del tempo dei profeti, quando la reazione con il sacro si dava come normalità di ogni esperienza, nasce una prosa idiosincratica al massimo, che conquista talvolta e altre volte irrita, e che deriva senz’altro da uno schema lirico, che spesso si interrompe per pause che sembrano quasi di preghiera, in cui si blocca la narrazione o viene isolato un particolare. Al centro sta una riflessione sull’amore come unica possibilità di presenza nel reale, sola realtà che può avvicinare all’assoluto, in una ricerca affannosa, che è in primo luogo quella del Vergo che possa chiarire il legame dell’uno e del tutto, difficile a trovarsi in ebraico antico, come in qualsiasi altra lingua, ossessionati da un Verbo che tutto sconvolge e distrugge: «Le parole che scaturirono da ognuno di noi, dagli emissari regi venuti a uccidere Davide come da Davide condannato a morte dal re erano parole di profezia, eravamo recipienti che traboccavano».

Luca Scarlini, Alias, supplemento culturale del quotidiano Il Manifesto, del 21 Febbraio 2009

Il Secolo d’Italia: Carlo Coccioli lo scrittore più dimenticato

Il coraggio della coerenza l’ha espresso con la dolcezza piana ma imperturbabile e mirata delle sue parole, espressione indelebile dei principi che ne hanno ispirato la scrittura e la vita. Opere e giorni di Carlo Coccioli (1920-2003) scrittore affascinante, prolifico e di rilievo internazionale quanto dimenticato dalla critica politically correct del nostro Paese.

E’ recentissima la notizia, rilanciata sul «Corriere della Sera» di martedì 3 febbraio 2009 con un interessante spillo firmato da Stefano Bucci, della ripubblicazione del libro «Davide» per i tipi di Sironi editore. Spiritualista ma libertario (e omosessuale), credente ma contestatore dell’establishment clericale, Coccioli giunse a un interesse vivace per le tradizioni orientali, segnato da due precisi libri («Documento 127» e «Davide») e, infine, per il buddhismo al quale dedicherà alcune delle sue ultime opere tra le quali il famosissimo «Piccolo Karma».

I suoi libri, lievi quanto intensi diluvi di pagine distribuite in quarantadue volumi, pubblicati a volte prima all’estero che in Italia (dove pure ebbe editori autorevolissimi come Vallecchi e Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani), hanno iniziato a stordire i benpensanti nostrani già nell’immediato dopoguerra.

Uomo degli Anni ’20, figlio di militare, anticomunista, seguì suo padre ufficiale in Libia, a Tripoli e in Cirenaica. A Bengasi trascorse l’infanzia e l’adolescenza. In seguitò tornò in Italia, prima a Fiume e poi, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Toscana con sua madre. Richiamato alle armi dopo l’8 settembre 1943 si unì alle prime formazioni partigiane sull’Appennino tosco-emiliano. Catturato dai tedeschi, evase dalla prigione di Bologna, episodio che a guerra finita gli valse anche una medaglia al merito. Laurea in lingue orientali, a Napoli, interesse profondo per il cristianesimo, attraverso l’islamismo, l’ebraismo e il buddismo; sostenuto da Malaparte e Palazzeschi, nelle sue opere compare costantemente la traccia estetica della sua omofilia, nei toni e nelle descrizioni non lontana da altri saggi, poetici e narrativi, forniti nel secondo Novecento da autori come Sandro Penna nell’interezza del suo percorso e da Giorgio Bassani nei suoi «Occhiali d’oro» del 1958.

Saggiamente il Corriere ha voluto riaccendere la luce. Anzitutto per il fatto (scelto come titolo dalla redazione cultura di via Solferino) che, lungi dal silenzio impostogli dalla grande editoria, il longevo caso lanciato dai romanzi di Coccioli è ancora aperto.

Impossibile, infatti, non affrontare l’attualità controcorrente di un autore che, nei fatti, ha messo ruvidamente a confronto il cristianesimo, l’ebraismo e il buddismo. E impossibile è anche non notare l’immagine messianica, da tormentato innamorato dell’amore, che Coccioli affresca addosso ad ogni protagonista delle sue opere. Il suo primo salvatore è Rico in «La difficile speranza» del 1947, romanzo nel quale la sua contrastata e contrastante concezione della spiritualità inizia a scontrarsi con la quotidianità della società e persino della fede cristiana, della quale inizierà nei fatti a contestare un certo oscurantismo attraverso il suo maggior successo «Fabrizio Lupo» uscito in Francia nel 1952, dove, alla coscienza ormai evidente e dichiarata da Coccioli che l’amore è tale anche nella sua dimensione omosessuale, il protagonista del romanzo, cristiano cattolico fervente, arriva a pensare al suicidio.

Bucci sul Corriere lo paragona, infatti, epicamente a un personaggio storico e letterario dall’autorevolezza e dalla bellezza forse inarrivabili come è l’Adriano dipinto da Marguerite Yourcenar. I protagonisti di Coccioli, tuttavia, con la loro sofferente ricerca di normalità, evocano, nel ritratto complicato quanto naturale delle loro vicende come fuori dal tempo, la storia, narrata da Fabrizio De André, di Andrea, innamorato di un soldato morto durante la guerra sui monti di Trento.

Coccioli, come annota Bucci, resta comunque un esteta lontano dal suo tempo. Testimone la scelta dell’esilio volontario, compiuta nel 1953 al centro delle polemiche destate in tutto il mondo proprio dalla pubblicazione di «Fabrizio Lupo». Riparò in Messico, inseguendo in realtà un altro amore, Manuel, che condizionerà alcuni anni della sua vita, fino alla pubblicazione del libro «Manuel il Messicano», nel 1956 in Francia e nel 1957 in Italia, quadro di una terra lontana e profonda, patria di sentimenti vivi nei quali, ancora una volta, il ragazzo rappresenta, nei fatti, un messia.

E proprio il Messico, vissuto come esilio dorato, è stato il palco scenico affascinante fino a divenire protagonista della seconda parte dell’esistenza di Carlo Coccioli.

Nel 1985 lo scrittore rimase addirittura coinvolto in un rapimento da cui uscì vivo per miracolo. Otto anni dopo, però, a dieci anni dalla morte, avvenuta a 83 anni, incontra il giovane Xavier che adotterà e al quale darà il proprio cognome.

Il figlio oggi, assieme a numerosi altri amici, cura il bel sito internet http://www.carlococcioli.com/ impegnato a tutelare la memoria del grande scrittore offuscata al pubblico dei lettori da un immeritato oblio editoriale. Aldo Onorati, scrittore cristiano ma, come Coccioli, più volte ritenuto eretico, parlando con il Secolo, ricorda i silenzi, la capacità d’ascolto come la simpatia e la saggezza di un romanziere completo che merita di essere riscoperto.

Una figura complessa quanto ironica e lucida, quella di Coccioli, che emerge tutta dalla nota che egli stesso volle accludere a un’edizione italiana del 1976 di «Manuel Il Messicano».

«Qui da noi – scriveva - dove durante una ventina d'anni taluni leaders del potere letterario hanno avuto a noia il successino di cui, forse senza esserne degno ma nemmeno senza prostituirmi per conseguirlo, godevo fuori, il libro venne bistrattato debitamente dalla critica più autorevole».

Scrittore poliglotta, autore di più di quaranta opere letterarie e saggistiche pubblicate in dodici lingue, Carlo Coccioli è davvero il grande assente del canone letterario italiano: non solo le sue opere sono da anni introvabili in libreria ma i giornali non scrivono di lui e non si vedono convegni dedicati alla sua memoria. Eppure, Carlo Bo lo definì «scrittore alieno» e Pier Vittorio Tondelli «lo scrittore assente». Ed era proprio questa sua lontananza, spirituale prima ancora che fisica, vissuta come eterna tensione verso un irraggiungibile altrove, a costituire con la diversità, l’essenza del suo stile e del suo impegno umano.

«In nessun autore italiano contemporaneo – ha annotato Tondelli – è presenta una così grande tensione interiore, una irrequietezza spirituale che poi si traduce in nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale per non dire eccentrico». Tuttavia quello che affascina nell’opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l’incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso oriente, quindi, fra gli Stati Uniti e il suo Messico, verso i buddisti della «Casa di Tacubaya» (nel 1982), i riti indigeni, la psichedelica e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l’induismo e il buddismo Zen ma anche lo stile di vita appartato, l’amore per gli umili, l’assoluta fedeltà alle religioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, al senso del vivere. E in tutto questo Carlo Coccioli non volle mai intrupparsi nelle facili congreghe ideologiche. Un vero e coerente non alienato.

Daniele Priori sul Secolo d’Italia del 7 Febbraio 2009

Quattro interviste a Carlo Coccioli

Interrogai la Chiesa sull’omosessualità. Non me l’ha perdonato

«Fabrizio Lupo» di Carlo Coccioli, ovvero Omosessualità come Amore, un libro che sembra un emporio levantino, un bric-à-brac di tappeti e divani, dove soltanto il padrone può ritrovarsi e dove il pittore apprendista-omosessuale si sperde e infine si suicida. Il romanzo già uscito in Francia nel '52 aveva suscitato piccole angosce nella società letteraria francese abituata sempre ai temi omosessuali di Andrè Gide, Jean Cocteau, Jean Genèt. Il libro esce solo ora in Italia poiché Carlo Coccioli romanziere, da Città del Messico in cui si è stabilito nel '53 guarda alla nostra società di lettori come a una provincia letteraria e linguistica. In Italia ha ritirato il premio Scanno per un romanzo in cui la omosessualità è sublimata fino a sembrare geniale. L'autore che scrive in italiano e spagnolo (e anche in francese) nei suoi vagabondaggi di terra in terra, di lingua in lingua, concepì «Fabrizio Lupo», opera scopertamente autobiografica, nel '51 e '52, tra Firenze e Parigi, per la corte serrata di un giovane pittore che gli scriveva lunghe lettere. Il giovane si protesta ‘diverso’ ma anche cattolico.

Cristianesimo e omosessualità: due temi in eterno conflitto. Per non risalire alla punizione biblica di Sodoma e Gomorra. Nel libro di Coccioli il protagonista Fabrizio Lupo grida che «il responsabile è Dio» di una sessualità diversa e sofferente; e il pittore Laurent si suicida con la Bibbia in mano.

Carlo Coccioli, 58 anni, livornese, dal 1949 è a Parigi, nel 1953 si trasferisce a Città del Messico e da allora scrive in lingua spagnola, nato cattolico, convertito all'ebraismo, ha pubblicato in Italia «Davide» (1976), «Il cielo e la terra» (1977), «Requiem per un cane» (1977), una trentina di opere complessive scritte in spagnolo, italiano, francese.

Perché si è deciso solo ora a pubblicare Fabrizio Lupo in Italia, dal '52 in cui lo scrisse, a venticinque anni dall'edizione francese, e dopo l'edizione in lingua inglese e perfino spagnola?

Il libro in origine era scritto in italiano. Ma la nostra società non era preparata a recepire un'opera del genere, cioè un libro-documento, un testo polemico, forse scomodo: sono temi che tuttora non hanno diritto di cittadinanza. Poi c'è stato il mio divorzio dalla comunità nazionale, e sono ancora alla ricerca del paradiso perduto... Il cristianesimo considera la omosessualità una aberrazione. Il diverso è costretto a vivere una inevitabile ambiguità: imbastisce nella solitudine giochi senza gioia. Se esprime un rapporto d'affetto è accusato per lo meno di idiozia emozionale.

Perché allora questo accomodamento, questa passiva sottomissione a una religione che non placa nulla e nessuno?

Nella religione sono nato e cresciuto. È difficile staccarsene, né lo voglio. Il tema centrale del mio libro è il conflitto tra cristianesimo e omosessualità. La diversità può essere anche felicità e armonia. Chiedo una parola di comprensione alla religione. Quando il mio libro nel '52 uscì in Francia lo scandalo fu di matrice cattolica. Francois Mauriac con voce àfona mi spiegava le responsabilità del romanziere: «Occorre purificare la sorgente» diceva. Ma quella classe intellettuale e cattolica francese - Bernanos era morto, vivevano Claudel, Julien Green, Maritain - aveva compreso che quel che c'è di più cristiano in me è l'inquietudine. La chiesa non mi perdonò di farle delle domande critiche e urgenti su un tema a lungo eluso come quello omosessuale, anzi espresse onnipotenti delusioni a proposito del libro.

Che cosa è cambiato dagli anni Cinquanta ad oggi nel concetto di omosessualità?

Esattamente come alcuni critici a Parigi, un quarto di secolo fa, così a Roma in questi giorni il responsabile della terza pagina del «Tempo» ha mostrato un'avversione al tema, e altri con lui. La società letteraria italiana non è uniformemente aperta all'accettazione di questo genere di letteratura, è chiusa alle grandi correnti del mondo attuale. Il problema dei diversi anche se parzialmente risolto in Occidente a livello sociale è rimasto immutato a livello individuale come malessere interiore. Non è garantita l'integrità individuale del diverso. La paura, per lo più segreta o non espressa, è la paura di una follia che contrasti con una intera ragione sociale di vita. Oppure si assiste a una caritatevole sollecitudine. L'omosessualità resta così un mistero genetico denso di traumi personali non ancora chiariti. Per questo il diverso si preoccupa abbastanza di se stesso e difficilmente si apre a un'esperienza socio-politica. La società resta per lui una ingannevole struttura piena di mistificazioni, egli rifugge da ogni identificazione con i valori dominanti. A meno che non abbia un'adeguata capacità di mentire il diverso conserva oggi molto delle caratteristiche di solitudine e disperazione di venticinque anni fa.

Il suo isolarsi, fuori del tempo, nel lontano Messico, denuncia una matrice decadente. Che significato ha questa distanza? Anche i suoi romanzi si collocano nella sfera atemporale del soprannaturale. Cercano quasi di occultare la contemporaneità. Da molti è accusato di essere un conservatore.

In politica sono un pragmatico, non un dogmatico. Non faccio della politica una religione. Non mi piacciono i luoghi comuni: progressismo, conservatorismo. Ho le mie scelte di fede. Metto la mia popolarità alla prova. Il mio ideale letterario e umano è Jorge Luis Borges. Non amo la permissività ad oltranza. Conservo una disciplina interiore. Non sono tollerante con me stesso.

Intervista di Aurelio Andreoli pubblicata su Paese Sera nel 1978

A colloquio con Carlo Coccioli

Da noi, una lamentela d' uso e abuso assai comune sono: «Non c'è società letteraria» (aggiungendo: «Come in Francia»). Oppure: «Non ci sono caratteri» («Come nei paesi anglosassoni»), ossia personaggi visti come forma di compensazione alla tetraggine del modesto parco scrittori nostrano. Oppure: «Ce n’è qualcuno, ma cadono subito nella farsa, diventano impresentabili».

Assai presentabile e utilizzabile, invece, sarebbe Carlo Coccioli, che veramente non saprei come definire. In Francia viene preso per uno scrittore francese. Nei paesi di lingua spagnola è considerato uno scrittore latino-americano. Ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali pubblicati in quindici o sedici lingue, ma quasi nessuno lo conosce se non per sentito dire.

«Non vi è record di assenza che in patria mia io non batta. - dice Coccioli - Non esisto nelle enciclopedie, nelle antologie, negli schedari e neppure nei riepiloghi d' insieme, nei convegni, nelle kermesse». Nelle librerie fanno finta di cercare le sue opere, che non si trovano mai, tranne l' ultima, appena stampata. Ancora aspetto dalla sua casa editrice, la Rusconi, copie di vecchi lavori che mi avevano promesso, che si sono forse smarriti, forse mai esistiti.

Vivere di lontananze, di equivoci, di echi confusi, sembra essere stato un suo destino. Quando sono andato a trovarlo a Firenze, anch' io come tutti, ne sapevo poco. Sapevo soltanto che un curriculum abbreviato della sua vita comprende: una specializzazione in religioni e lingue orientali e letterature camitico-semitiche; la capacità di scrivere direttamente (e preferibilmente) in francese o in spagnolo. Il suo primo libro, un romanzo, è stato pubblicato da Vallecchi nel 1946. L' ultimo, «Budda e il suo glorioso mondo», è uscito in questi giorni. Vive tra Città del Messico e San Antonio, nel Texas. E' anche medaglia d' argento della Resistenza. Mi domandavo come ci siamo lasciati sfuggire Coccioli nel piattissimo panorama che ci circonda. Da trentotto anni vive fuori d' Italia. Nato a Livorno nel 1920, vissuto in Libia, ha combattuto contro i tedeschi sull' Appennino. Da Firenze, dov' era amico solo di Malaparte, è passato a Parigi intorno al 1950, pubblicando un romanzo, «Il cielo e la terra», edito da Plon: un romanzo di quelli che una volta venivano definiti cattolici o spirituali, tradotto in diciassette lingue. Quando presentò a Plon, un anno dopo, un altro romanzo intitolato «Fabrizio Lupo», una vicenda omosessuale, l'editore lo avvertì che avrebbe perso di colpo tutti i suoi lettori. Coccioli insistette e «Fabrizio Lupo» fu pubblicato in una collana minore, «La table ronde». Racconta che dopo l' uscita del libro gli arrivarono cinquemila lettere, presumibilmente di omosessuali tormentati. «Fabrizio Lupo» è diviso in tre parti: la seconda parte sembra che non abbia punti di contatto con la prima e la terza, dice Coccioli. Per trent' anni non ho mai capito che cosa mi avesse spinto a scriverla, non ho saputo dare una ragione del protagonista, un ragazzo a cui si è ispirato Pasolini in Teorema. Poi ho letto un saggio su Shiva e Dioniso scritto da Alain Danielou, il fratello dell' arcivescovo di Parigi, che morì in una casa di appuntamento, ed è arrivata l'illuminazione: «Il protagonista era Shiva, sotto forma del figlio Rumana, che in sanscrito significa ragazzo, protettore degli omosessuali e degli emarginati».

Forse se fosse stato messo in galera, Coccioli sarebbe diventato un Genet, meno violento e sanguinolento. Invece partì per il Canada seguendo un suo amore. Nel maggio del 1953 passò in Messico: doveva rimanerci quindici giorni. C'è rimasto 37 anni, attraverso metamorfosi di cui è difficile rintracciare le cause. Ha scritto in francese un romanzo, «Manuel il Messicano». Ha riscoperto, stando a Città del Messico, il fascino delle culture e delle religioni asiatiche, leggendo «Gli asiatici», il libro di Prokosh, resoconto di un viaggio inventato splendidamente a tavolino, in cui si arriva a sentire l' odore dei suk che Prokosh non ha mai frequentato. Anche Coccioli non è mai stato in Asia, perché non poteva portare con sé i suoi cani. In Messico Coccioli ha anche lavorato, brevemente, per due giornali italiani: «Il Giorno» e «La Nazione». Deve essere stata un' esperienza esilarante. Quelli del Giorno gli chiedevano venti righe sul deficit del bilancio messicano e Coccioli spediva alcune decine di cartelle sul Nirvana. Gli articoli della Nazione li dettava al telefono, alle otto di mattina, appena sveglio, improvvisando o sulla traccia di brevi appunti. Queste «Telefonate dal Messico», com'erano chiamate, iniziavano così: «Devono ritenersi anonime le lettere firmate Dio? Ne ho ricevute otto in modo non usuale». Oppure: «Cosa saranno i sogni di un cane? Ma questa volta voglio evitare personalismi e intimismi: un articolo privo di me. Parlerò di politica?».

Sono rimasto tre ore ad ascoltare Coccioli, nella piccola casa che ancora mantiene in Sdrucciolo Pitti. La sua conversazione è un continuo variare dalla ruota libera alle citazioni dotte, concentrate di un sapere non indifferente: supercialità e profondità, luoghi comuni e improvvise intuizioni, dolore del vivere e notazioni casalinghe, tono alto e tono basso, tutto però condotto con il tipico tono di Coccioli, scrittore che è di intrinseca partecipazione, personale e affettiva.

Un cultore razionale di misticismo: da Budda alle scritte sui muri di Firenze, dal vezzo che hanno i ragazzi italiani di iniziare qualsiasi frase con «Niente, sono andato a mangiare un gelato» (osserva Coccioli: «E' la prima manifestazione della metafisica che si affaccia nel linguaggio italiano. La importerò nel Messico: Nada,.... Piacerò molto»). All' orrore fascinazione per Funari, che aveva visto alla televisione. Si è parlato dell'orbe terracqueo, per brevi cenni. Non ero io a non saper condurre una conversazione, era lui che trascinava, riversando ora, subito, tutto quello che aveva imparato e accumulato come italiano anomalo vissuto sempre all' estero e come cultore razionale di misticismo. E avrebbe potuto continuare a parlare per giorni.

Stefano Malatesta, Mercurio di Repubblica del 21 Aprile 1990    

Budda abita a casa mia

Todo, tutto. E' il titolo del prossimo libro di Carlo Coccioli che uscirà intorno alla fine dell' anno in Francia, in Messico e da noi. Coccioli lo ha scritto in francese e sta per arrivare in Europa con il dattiloscritto nella valigia. A pubblicarlo in italiano sarà quasi certamente Leonardo Mondadori, «interessatissimo» - mi dice l' editore - all' ultimo lavoro di questo scrittore livornese di quasi settantadue anni, specialista di religioni e lingue orientali e fine conoscitore di letterature camitico-semitiche. Di questo cultore razionale di misticismo che somiglia a un monaco senza convento, solitario e cosmopolita, assai più conosciuto all' estero che nel nostro paese lasciato «in un impeto di noia per la provincia italiana e per il predominio di Moravia sulle lettere italiane». Nel ‘49, non aveva neanche trent'anni, se n'è andato a vivere a Parigi. Qualche anno dopo a Città del Messico (con frequenti puntate nella piccola casa di San Antonio in Texas). Nel «Budda e il suo glorioso mondo», l'ultimo libro di Coccioli pubblicato un paio d' anni fa da Rusconi, «una sorta di approdo al nulla teologico» secondo una definizione di Pier Vittorio Tondelli, si legge di un giardino messicano riempito dai voli disordinati di tante specie di uccelli in libertà. In quel fazzoletto di terra protetto da alti muri grigi, con «qualche albero dalle foglie verdissime», quegli animali svolazzano allegri trovando cibo e acqua. Sembra un'invenzione letteraria per dire di un'emozione lontana dal buddismo («Purtroppo non sono un buon buddista e mi commuovo»). Invece, in un quartiere residenziale di Città del Messico, eccolo quel piccolo giardino di casa Coccioli, popolato di corvi, passerotti, tortore. E anche di scintillanti colibrì, «minuscoli guerrieri extraterrestri» che infiggono i loro lunghi becchi in recipienti scarlatti pieni di acqua e zucchero.

«Perché si sorprende? - mi chiede Coccioli - Io non invento mai nulla. La mia letteratura è la storia di me stesso, di un uomo perennemente travolto dall' idea di un' altra dimensione, con un' unica coerenza su due temi che mi ossessiano: il religioso e il sesso. Anche oggi, è un po' impudico dirlo, è soltanto questo che m'interessa». Si respira un clima di forte spiritualità. «In nessuna città mi sento bene come in quest' orribile Città del Messico, dove sono arrivato nel '53 per una viaggio di quindici giorni e ci sono rimasto una vita» dice Coccioli. «Qui sto bene, forse perché si respira un clima di forte spiritualità. Nelle città dove la gente non ha problemi materiali, insomma nelle civiltà di primo mondo, è tutto così prosaico. In Svizzera a quale Dio si pensa?». E' la domanda di un uomo posseduto dal Mysterium Magnum, che ha scelto di vivere in una città anche terzomondista, e in una casa sobria fino all'austerità che gli somiglia molto. Soltanto libri, molte sculturine di cavalli, tante foto di cani. Soprattutto di Fiorello, il barboncino che ha vissuto con lui per quindici anni. «Quando è morto Fiorello, l'unico vero amore della mia vita, per il dolore sono finito dallo psicoanalista. Da quel lutto terribile sono guarito soltanto scrivendo «Requiem per un cane», un libro che da voi è stato pubblicato da Rusconi». Di casa Coccioli immersa in un profumo d'incenso stupisce - proprio di fronte al letto - un televisore con un megaschermo: lo scrittore si dichiara appassionato di telenovelas. La «Dama de Rosa», mi dice tutto serio, è una storia venezuelana bellissima. In un' altra stanza, invece, incombe un dipinto messicano del Settecento che raffigura un santo mentre offre un piatto zeppo di cuori alla Madonna: una bella commistione tra cultura cattolica e azteca con i suoi sacrifici umani che tanto scandalizzò gli spagnoli. Ma è di «Todo» che Coccioli vuole parlare e non parlare, del suo libro di memorie, della confessione scandalosa di un autore abituato allo scandalo già dagli anni Cinquanta, dai tempi di «Fabrizio Lupo», romanzo-choc e appassionato documento religioso su un' omosessualità per così dire casta (al protagonista di «Fabrizio Lupo» si è ispirato Pasolini per il suo film «Teorema»).

«Todo, vorrei che si chiamasse così anche in italiano. - dice Coccioli - Mi sembra un bel titolo per il libro di uno che non vuole nascondere nulla. Dentro c' è tutto quello che sono e quindi che so». Avrà la forma di un dialogo con un giovane intellettuale cileno. Un interlocutore vero o finto? «Quién sabe» risponde Coccioli con un sorriso. Vero, si capisce, ma «questo non è importante e comunque si tratta di un saggista sconosciuto in Europa». Avrà la forma di quei dialoghi alla Coccioli che i suoi pochi attenti lettori italiani conoscono bene e che Curzio Malaparte una volta ha definito «taglienti, intensi, anche allucinanti, e nello stesso tempo distratti».

E a Parigi è considerato uno scrittore francese. Scrittore poligrafo con più di trenta libri, alcuni come «Il cielo e la terra» tradotti in diciassette lingue, Coccioli è un caso che ricorda un po' quello di Faulkner scoperto assai prima in Europa che negli Stati Uniti. Letto dal Madagascar al Perù, da New York a Lisbona, Coccioli in Italia - in una patria dal modesto parco scrittori - è quasi un illustre sconosciuto. In Messico - dove tra l' altro scrive per uno dei quotidiani più diffusi, l'«Excelsior» - è invece un autore molto popolare e comunque è noto in tutti gli ambienti colti latino-americani. In Europa i suoi libri sono seguiti un po' dappertutto, ma famosi soprattutto a Parigi dove lo scrittore è considerato di lingua francese. Uomo inquieto, contraddittorio e forse irritante, Coccioli è scrittore dichiaratamente omosessuale e perennemente tormentato da un' angoscia religiosa che lo ha spinto ora verso il cattolicesimo più ortodosso, poi verso l' ebraismo, e ancora verso le religioni e le filosofie orientali, prima l' induismo e infine il buddismo. Ecco un passaggio di «Piccolo karma», un diario sulla sacralità del quotidiano pubblicato nel 1987 da Mondadori: «Quanto ho dovuto camminare per ritrovarmi dove un indù analfabeta si trova quando viene al mondo! Che noi dell'Occidente si debba spendere la vita per capire finalmente che dare da mangiare a un animale affamato è praticare Dio?». Scriveva Pier Vittorio Tondelli, in un bel saggio sullo scrittore toscano contenuto nell' ultimo suo libro, «Weekend postmoderno»: «Quello che si ama nell' opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l' incessante tormento teologico, ma anche lo stile appartato, l' amore per gli umili e per i reietti, l'assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l' erotismo». Quando Coccioli nomina con entusiasmo Tondelli capisco che non sa della morte del giovane scrittore ucciso dall' Aids. E' talmente lontano, Coccioli, dall' Italia, è talmente privo anche di rapporti con gli intellettuali di questo paese, che lo ignora. Glielo dico con pena, con imbarazzo. Coccioli piange: «Gli avevo scritto l' autunno scorso. Lui mi aveva risposto in modo banale, dicendomi soltanto che non viveva più a Milano». Tondelli e Coccioli si sono incontrati una sola volta a Milano, per l' uscita del «Budda e il suo glorioso mondo». Qualche tempo prima, alla morte di un altro amatissimo cane, Coccioli aveva scritto a Tondelli - che non conosceva - una cartolina da San Antonio. Era una risposta in codice a una lusinghiera recensione del «Piccolo karma» firmata da Tondelli sull' Espresso. Quella cartolina diceva: «Non so se queste parole le giungeranno; inviarle è quasi una sfida. Fiorino è morto e, più solo che mai, giro in una jeep dai deserti all' oceano. Confronto le mie inquietudini con l' imperturbabilità del mondo».

Lucianna Sica su La Repubblica del 1 Aprile 1992

Io, cattolico, chiedo alla Chiesa di svuotare le casseforti per aiutare i deboli

Anche Carlo Coccioli, con il suo anticomunismo e con il suo anticlericalismo «nel nome dei più deboli», potrebbe essere uno dei protagonisti, seppure in posizione di eretico, del movimento antiglobalizzazione. Questo «scrittore assente» (secondo la definizione di Pier Vittorio Tondelli, suo grande estimatore) parteciperà infatti ad un incontro programmato a La Spezia per domenica prossima con l' intenzione «di donare ai Grandi della Terra che si riuniranno a Genova per il G8 un contributo sui temi della globalizzazione proveniente dal mondo letterario». Organizzato da Egi Volterrani e dal Comune di La Spezia (in collaborazione con «Il Secolo XIX»), l' incontro è destinato a dare vita ad un instant book da consegnare a tutti i partecipanti al summit. E vedrà la partecipazione di scrittori e di intellettuali come Nedim Goürsel, Abdelwahab Meddeb, Predrag Matwejevic, Elisabetta Rasy, Vassilis Vassilikos, Khaled Fouad Allam mentre sono attese le conferme di Gunter Grass e Rosy Braidotti. Con questa presenza Coccioli sembra così confermare ulteriormente quella sua «attenzione verso gli umili e dei reietti» che ha da sempre riempito non solo i suoi libri, ma anche la sua stessa vita. Dimostrandosi stavolta assai vicino, in virtù del suo «misticismo anarchico», alle tematiche e alle posizioni delle tute bianche di Seattle.

Nato a Livorno nel 1920 ma dal 1953 lontano dall' Italia, Coccioli è uno scrittore di successo capace di scrivere in italiano, in francese e in spagnolo, ma ancora poco conosciuto in patria. Nonostante una quarantina di libri pubblicati, molti dei quali diventati veri e propri cult: come «Fabrizio Lupo» (uno dei primi romanzi sull' omosessualità, per 26 anni messo all' indice) o come «Il Cielo e la Terra». Mentre è appena uscita la ristampa di «Piccolo Karma».

«Ai Grandi riuniti a Genova - dice Coccioli, medaglia d' argento per la Resistenza con le formazioni di Giustizia e Libertà - io e gli altri partecipanti all' incontro di La Spezia vogliamo far capire quanto possa essere importante il contributo degli scrittori su grandi temi come quelli della globalizzazione o sul debito dei Paesi poveri».

«Le soluzioni, - prosegue - non possono infatti essere sempre soltanto politiche, ma devono necessariamente passare da una maggiore consapevolezza come da una riduzione del dolore dei poveri». Spiega Coccioli che: «Soltanto la consapevolezza può aiutare una madre di Città del Messico a capire che non deve costringere i propri figli ad arrampicarsi sul vetro di un automobile ferma ad un semaforo per guadagnare pochi pesos». E proprio per ridurre la dipendenza dai Paesi ricchi, i Paesi poveri: «Devono essere capaci di fare delle scelte dolorose ma che rendono liberi».

Quella di Coccioli è una proposta, come sempre, segnata da una miscela di misticismo e di letteratura. Che non dimentica però i temi della quotidianità visti dalla parte dei più deboli, nel nome di «quell' amore per i reietti e per gli umili» che tanto aveva affascinato Tondelli. E in questa forma «d' amore guerriero» Coccioli finisce così per ritrovarsi, nonostante il suo cattolicesimo viscerale, contrapposto rispetto alle posizioni della Chiesa e del Vaticano. Anche sulla globalizzazione.

«Giudico senz' altro positiva - spiega - l' apertura della Chiesa nei confronti della globalizzazione, ma quest' apertura nasconde una contraddizione evidente: non è possibile chiedere di azzerare il debito dei Paesi poveri avendo (come nel caso del Vaticano) le casseforti e i musei ricolmi fino alla nausea di ori, di statue, di gioielli: cose preziosissime ma vecchie, che non aiutano certo i poveri a vivere meglio».

«Il primo vero gesto di apertura della Chiesa - afferma Coccioli - dovrebbe essere quello di svuotare quelle casseforti per creare nuova ricchezza da redistribuire».

Stefano Bucci sul Corriere della Sera del 12 Luglio 2001