030630_Ricordo_don_Leandro_Rossi.jpgDon Leandro Rossi. Il teologo che ci ha detto di andare avanti.

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Il 30 Giugno 2003 è morto don Leandro Rossi, il teologo che, più di ogni altro, ci è stato vicino nel nostro cammino di ricerca..

Sommario

Don Leandro è in Paradiso. 1

Andate avanti così 1

Cristiano schietto con un’unica passione: l’uomo. 1

La tua casa un rifugio, la tua mensa un convivio. 3

Aveva scelto gli ultimi 3

Due testi di don Leandro Rossi 4

Il testamento spirituale. 4

Fare leva sul positivo. 4

Don Leandro è in Paradiso

Andate avanti così

Ieri sera mi ha telefonato Mauro Castagnaro per comunicarmi la notizia della scomparsa di don Leandro Rossi, uno dei grandi testimoni della Fede che il Signore ha donato alla chiesa italiana del '900. Da tanto tempo soffriva per una forma grave di morbo di Parkinson e la sua morte è stata un po' la fine di una lunga agonia. La sua presenza, però, mi manca tanto: nonostante i gravi disturbi don Leandro era un prete che riusciva a dire una parola buona sempre e comunque.

Teologo moralista molto stimato negli anni immediatamente successivi al concilio, don Leandro ha affrontato con onestà e con rigore i temi collegati alla morale sessuale, dicendo sempre quello che in cuor suo credeva giusto dire. Per questo motivo, quando gli spazi della ricerca teologica si sono ristretti, ha scelto di non scrivere più di morale sessuale e di occuparsi di emarginazione. Siamo stati noi del Guado a farlo tornare ai suoi antichi studi, quando abbiamo chiesto a don Leandro di tenere per noi una relazione sul tema: «Quale castità per gli omosessuali». Ne è nato un testo bellissimo che ancora adesso rappresenta una delle sintesi più felici che la teologia cattolica ha raggiunto in tema di omosessualità. Adesso che ci accompagna con il suo sorriso dal paradiso mi piace ricordare le parole con cui, cinque anni fa, ha iniziato il suo intervento: «Adesso che sono arrivato alla fine della mia vita, ho deciso di non scendere più a compromessi e di dire la verità fino in fondo» e le parole con cui l'ha finito: «Andate avanti così che andate bene!». Parole di un uomo che ha fatto di Dio il centro della sua vita e che, per questo motivo, ha saputo incontrare tutti gli uomini, anche gli uomini e le donne omosessuali.

Gianni Geraci – Gruppo del Guado – Omosessuali Cristiani Milano

Cristiano schietto con un’unica passione: l’uomo

Con la scomparsa di Leandro Rossi viene meno una delle figure più significative del processo di rinnovamento vissuto dalla Chiesa italiana nella stagione del post Concilio. Rilevante è stato infatti il contributo che egli ha dato al rinnovamento della teologia morale. La formazione teologica, ricevuta negli  anni precedenti il Concilio e incentrata su criteri tradizionali, non gli ha impedito di cogliere con prontezza gli stimoli che scaturivano da quel momento di grande effervescenza e soprattutto di recepire con entusiasmo il clima di grande apertura al mondo e all'uomo che da esso veniva. Docente di teologia morale presso il Seminario di Lodi, la sua diocesi, e presso lo Studentato teologico del PIME a Milano, don Leandro ha contribuito per lunghi anni a formare generazioni di futuri sacerdoti comunicando loro quell'afflato pastorale, che ha sempre contraddistinto la sua figura di uomo e di prete. Ma il suo apporto non si è limitato all'insegnamento: numerosissimi sono stati, specialmente in quegli anni, gli scritti attraverso i quali ci ha lasciato il suo pensiero, spaziando da volumi e da saggi di alto livello scientifico ad articoli su giornali e riviste di carattere più divulgativo. Come non ricordare qui anzitutto la direzione (insieme ad Ambrogio Valsecchi) del Dizionario enciclopedico di teologia morale (ed. Paoline 1973), il primo tentativo di fornire, sia pure sotto la forma di un repertorio di voci, una visione globale del profondo mutamento imposto dal Concilio a una disciplina - la teologia morale - che era rimasta per troppo tempo ancorata agli schemi del passato? Le dodici voci curate da don Leandro si estendono a tutte le aree della morale, privilegiando campi militanti come quelli della sessualità e della giustizia sociale, ma non disdegnando di misurarsi anche con categorie generali - si veda la voce Duplice effetto - che mettono chiaramente a fuoco il modello metodologico al quale egli ha ispirato la propria riflessione. Il merito maggiore di don Leandro consiste infatti nell'aver saputo trarre dall'impostazione tradizionale della manualistica morale alla quale è sempre rimasto fedele - quella in cui dominante era la casistica troppo sbrigativamente abbandonata (e le cui istanze tornano oggi a far capolino) - indicazioni preziose anche per affrontare questioni nuove e di scottante attualità. In particolare, va in questa direzione il suo impegno per restituire alla sessualità e alla vita matrimoniale piena dignità umana e cristiana, facendole uscire, grazie anche all'utilizzo dei contributi delle scienze umane (soprattutto di quelle psicologiche), dallo stato di repressione ancora dominante all'interno della Chiesa e non esitando ad assumere in proposito posizioni apertamente critiche nel confronti del magistero del passato e, qualche volta, anche di quello presente. Significativi sono a riguardo due agili volumetti, Il piacere proibito e I tabù della storia della Chiesa (quest'ultimo in collaborazione con Franco Molinari) editi da Marietti, nei quali l'intento provocatorio (che traspare negli stessi titoli) è motivato da un grande amore per l'istituzione ecclesiale, dal desiderio di una maggiore conformità nella sua dottrina e nei suoi comportamenti all'ideale evangelico. Non meno significative sono - è doveroso ricordarlo - le battaglie condotte contro la discriminazione nei confronti degli omosessuali e a favore dell'abolizione della pena di morte (si veda la voce da lui curata nel Dizionario sopra ricordato), nelle quali emerge la testimonianza del suo coraggioso impegno civile.

Ciò che ha qualificato la ricerca di don Leandro, che ha occupato il primo (e più lungo) periodo della sua esistenza, è dunque una visione positiva della morale (e della vita cristiana), in cui il forte ancoraggio ai valori del Vangelo si accompagna a un'attenzione costante alla condizione concreta (e sempre precaria) dell'uomo e alla complessità delle situazioni esistenziali in cui vive sorretta da un atteggiamento di misericordia, che non è sterile indulgenza (o peggio colpevole compiacenza) nei confronti del male, ma fiducia nell'uomo e nella sua capacità di riscattarsi anche dal negativo; è rispetto profondo delle sue scelte le cui intenzioni rimangono sempre imperscrutabili.

Poi, improvvisamente, la svolta: l'abbandono dell'insegnamento e della ricerca - non certo dell'interesse per i temi morali (basti qui ricordare i suoi interventi su Rocca usciti puntualmente fino a pochi mesi prima della morte) - per dedicarsi totalmente al servizio dei tossicodipendenti. A determinare questa svolta ha certo concorso, in primo luogo, la consistente eredità ricevuta dalla famiglia, che don Leandro con la generosità che lo ha sempre contraddistinto - è questo uno dei tratti più evidenti della sua personalità - ha subito ritenuto di dover mettere a disposizione dei poveri, impegnandosi in prima persona in un'opera di grande rilevanza sociale. Ma hanno probabilmente influito su tale decisione anche le ripetute difficoltà incontrate all'interno della Chiesa, che si distanziava progressivamente, soprattutto nell'accostamento ad alcune tematiche a lui care - si pensi allo shock provocato dalla pubblicazione dell'Humanae vitae - dalle posizioni e dallo spirito del Concilio. La diffidenza sempre maggiore della gerarchia verso chi opera in un'area di frontiera come quella della teologia morale, con un atteggiamento aperto alla libertà di ricerca e una piena disponibilità al confronto con le correnti culturali del tempo, non potevano alla lunga non logorare anche una forte fibra psicologica come quella di don Leandro, spingendolo verso forme diverse di impegno, certo umanamente più dure ma non soggette agli strali degli interventi magisteriali. Anche su questo terreno tuttavia don Leandro (contrariamente ad altri) non ha mai cercato riconoscimento pubblico e consenso ecclesiastico. Ha vissuto la sua scelta di servizio nel nascondimento, con una dedizione totale appagata soltanto dalla serena coscienza di essere dalla parte del samaritano del Vangelo, cioè di colui che si fa prossimo a coloro che si trovano in condizione di difficoltà.

Le due grandi fasi in cui si divide la vita di don Leandro, pur nella radicale diversità degli impegni, sono dunque tra loro unite da un denominatore comune: la passione per l'uomo, che si è manifestata tanto nell'atteggiamento di grande comprensione con cui ha affrontato, sul piano dottrinale, alcune delicate questioni morali dietro cui si celano situazioni esistenziali problematiche (spesso cariche di grande sofferenza) quanto nel coinvolgimento diretto in un'opera di giustizia (e di carità) volta a riaccendere la speranza in persone umanamente alla deriva. Non è difficile intravedere, dietro a tutto questo, il segno di un'adesione incondizionata alla parola del Vangelo: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40). La ricchezza di umanità, che si rendeva trasparente soprattutto nel dono dell'amicizia, la schiettezza dei comportamenti (e della parola) - forse la causa principale delle difficoltà incontrate nei rapporti con chi esercitava il potere - il senso profondo del servizio reso sia attraverso la ricerca (e la divulgazione culturale) che attraverso l'azione a favore dei poveri fanno di don Leandro un interprete autorevole di quella civiltà dell'amore che è la cifra più alta della presenza del regno nella storia degli uomini.

Giannino Piana, Adista (58) del 26 Luglio 2003

La tua casa un rifugio, la tua mensa un convivio

Dopo tante battaglie per la pace infine la pace. Il tuo sguardo segnato dalla malattia si è rasserenato; si è riaperto al sorriso. E non è stata solo la malattia a segnarti. Ti ha segnato la solitudine e di prete abbandonato in una piccola parrocchia. Ti ha ferito, a sessant'anni, il dover fare le valige e trasferirti in un altro territorio. Ti ha amareggiato l'indifferenza, ti ha offeso la grettezza di chi ti liquidava come comunista. Eppure sei sempre stato uomo di Chiesa; profondamente sacerdote.

Hai in interrotto gli studi sapienziali e l'insegnamento dottrinale dopo che hai riaperto il Vangelo. L'hai riletto con gli occhi degli umili. Forte nella fede non hai avuto paura ad affrontare le povertà del tossico e dell'emarginato.

La tua casa è diventata rifugio. La tua mensa luogo di convivialità. Hai accolto ridando dignità, hai richiesto il rispetto per restituire affetto. Ti sei arrabbiato, hai urlato ed imprecato perché volevi il meglio da ognuno. E poi hai consolato ed asciugato le lacrime perché invece arrivava il peggio. Con fatica hai sfidato il tuo temperamento sanguigno per arrivare alla mitezza, ma l'opera è rimasta incompiuta.

Ti sei nutrito della povertà e l'hai vissuta come valore in contrapposizione alla decadenza della ricchezza.

Hai amato la pace, sfidando opportunismi politici e strane coalizioni. L'hai urlata in piazza, l'hai predicata in chiesa, l'hai vissuta ogni giorno.

Non sei stato un uomo fortunato, ma non per questo infelice. Sei stato appassionato, talvolta testardo, hai combattuto ed hai lottato per ciò in cui credevi.

Adesso riposati Leandro, altri proseguiranno.

Egisto Taino, Comunità Famiglia Nuova di Lodi, Adista (58) del 26 Luglio 2003

Aveva scelto gli ultimi

E' morto l'altra notte, alla comunità «Il Palo» di Crespiatica, don Leandro Rossi. Il sacerdote, da tempo ammalato, era nato a Guardamiglio nel 1933 ed era stato ordinato sacerdote nel 1957. Aveva conseguito la laurea in Teologia alla Gregoriana di Roma e a Milano. Docente presso il seminario vescovile di via XX Settembre era stato parroco del Tormo e di Cadilana. Per tutti i lodigiani però era diventato famoso per la sua attività contro le tossicodipendenze e le emarginazioni: un impegno che lo aveva portato a fondare numerose comunità, a partire da «Famiglia Nuova», un modello che dal Lodigiano era stato esportato in tante realtà italiane. I funerali si svolgeranno domani in Duomo e saranno celebrati dal vescovo di Lodi monsignor Giacomo Capuzzi.

Don Leandro Rossi non è mai stato un sacerdote comodo, né per la gerarchia ecclesiastica né per la marea di benpensanti che vedevano nel suo impegno sociale un pericoloso sconfinamento in un campo non pertinente ad un religioso. Di certo la sua attività era apparsa subito una sfida contro tanti pregiudizi e altrettanti conformismi.

Come teologo aveva battuto le strade spalancate dal Concilio Vaticano aperto da Papa Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI. Da quella tappa fondamentale per la storia della Chiesa il sacerdote lodigiano aveva captato il messaggi ad aprirsi a nuove frontiere. Lui diceva: «Cristo è in tutti quelli che soffrono». E tra i sofferenti, quando ancora di droga si parlava come di un fenomeno di poco conto, lui aveva identificato i nuovi schiavi di una piaga che poi avrebbe falciato migliaia di vittime. Da qui la volontà di sfidare tutto e tutti per creare occasioni di recupero per i tossicodipendenti. Ma anche per gli etilisti, per gli handicappati, per chi non aveva trovato assistenza e conforto in ambito familiare. Aveva scelto gli ultimi, senza menar vanto di esser stato tra i primi.

Il Giorno del 1 Luglio 2003

Due testi di don Leandro Rossi

Il testamento spirituale

La Chiesa lodigiana cui appartengo non mi ha mollato, ma mi ha dato un incarico che si può tradurre così: l'avvocato dei poveri. Di fronte alla Chiesa lodigiana e italiana che si interrogano sul vangelo della carità, per poter essere io credibile nello svolgimento del mio compito, sento il bisogno di fare un pubblico esame di coscienza.

Chiedo, pertanto, perdono ai poveri

1.      per aver difeso (come cattolico e come moralista) la proprietà privata dei ricchi che l'avevano, più del diritto ad accedere alla proprietà dei poveri, che non l'avevano. Non conoscendo i padri della Chiesa che dicevano: «se sei ricco, o sei ladro tu o lo sono stati i tuoi avi»;

2.      per non aver fatto autenticamente per tanto tempo l'opzione dei poveri, scambiando per retorica l'annuncio evangelico portato ai poveri, credendolo puramente consolatorio;

3.      per aver fatto la carità con degnazione, convinto di privarmi di qualcosa di mio, mentre non facevo che ritornare loro per giustizia quanto era stato loro sottratto;

4.      per averli resi solo oggetto delle mie attività di beneficenza, invece di considerarli soggetti capaci di partecipare attivamente alla loro promozione umana e sociale;

5.      per aver pensato che la salvezza (nella Chiesa e nel mondo) venisse dall'alto, mentre viene dal basso: dai poveri come Cristo, dalle altre "pietre scartate che sono diventate testata d'angolo";

6.      per non aver tratto tutte le deduzioni politiche dalla scelta preferenziale per i poveri, credendo di poter conciliare la scelta di centro, moderata, con l'opzione per loro. Con don Milani dovrò dire anche politicamente: «non mi si può costringere a stare o con i poveri senza Dio, o con Dio senza i poveri». Li debbo scegliere sinceramente entrambi, senza quadratura del cerchio;

7.      per tutte le volte che ho fatto l'avvocato dei poveri come un avvocato d'ufficio.

E fate festa quando chiudo i giorni terreni per passare ad altra vita, quella beata.

Don Leandro Rossi, Borgonovo Val Tidone, 31 Ottobre 1995 (ripreso da ADISTA del 26 Luglio 2003)

Fare leva sul positivo

Seguendo l’insegnamento del Vangelo si scoprono valori che vengono prima della famiglia. Il buon Samaritano, ad esempio, ha soccorso un bisognoso sconosciuto, non un consanguineo. Ma la «comunità di vita e d’amore» va difesa con sincerità. Quando facevo il chierichetto, accompagnavo il sacerdote per la benedizione delle case. Mi accorsi che non si benedicevano le abitazioni delle coppie irregolari (allora equivalevano alle famiglie dei concubini e dei non sposati religiosamente), che, del resto, non potevano confessarsi né comunicarsi; alcuni venivano anche privati del funerale fatto in chiesa. Mia sorella (che poi avrebbe avuto invece una famiglia regolare con sei figli e un marito pazzo) riteneva che l’emarginazione di queste coppie non fosse una cosa giusta. È da anni che cerco di trovare la soluzione del problema. Per essere garbato dirò che non l’ho ancora trovata; per essere meno modesto dirò che siamo in uno dei casi per i quali oggi possiamo batterci il petto e dire il nostro mea culpa. Nel Vangelo di Matteo si legge: «Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore» (9,36). E concluse mandando i discepoli in missione dicendo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (10,8).

Sono ormai 40 anni che la Chiesa cerca una soluzione senza trovarla, incontrando, anzi, qualche contestazione al suo interno perché nega i sacramenti a chi convive. Monsignor Fiordelli, ex vescovo di Prato, subì un processo per aver definito concubini una coppia sposata solo civilmente; la Chiesa, nei suoi documenti, usa parole comprensive nei confronti di queste coppie, definendole «care e appartenenti ancora alla Chiesa» ma non cambia la posizione drastica che ha assunto, malgrado le richieste di vari episcopati cattolici. La Chiesa, a volte, ingiustamente addebita alle coppie irregolari di offendere la famiglia istituzione. Così le coppie eterosessuali, non sposate e risposate, non dovrebbero rivendicare diritti e agevolazioni che sono attribuiti alle coppie regolari, che erano, in passato, tutte le coppie sposate con matrimonio cattolico; ora, invece, ci si accontenta dell’irregolarità (mancanza dell’aspetto giuridico, canonico o civile che sia). Insomma: non si respingono più tutti gli sposati civilmente, perché qui almeno un matrimonio istituzionale c’è. Sarebbe il minor male.

La Chiesa, oggi, si sente sola a difendere la famiglia, che è un grande valore. E fa bene. Tuttavia, per il Vangelo, la famiglia non è il supremo valore. Il prossimo, che il buon Samaritano deve soccorrere, non è necessariamente il consanguineo; ma il bisognoso, anche se estraneo alla propria famiglia. Inoltre, quando una donna gridò al Cristo: «Beata chi ti è stata madre!», Gesù rispose: «Beato piuttosto chi fa la volontà di Dio». Questo non era un affronto alla Madonna, anzi! Ma la collocazione dei valori al vero posto che occupano. Ci sono i valori del regno di Dio che vengono prima della famiglia. Questa differenza può collocare «padre contro figlio e madre contro figlia». E ancora: «Chi non odierà (nel senso di amerà di meno) il padre e la madre, non è degno di me». La famiglia, dunque, è un grande valore, ma non il massimo valore.

 

Laicità dello Stato

Il Vangelo non è integrista, non vede solo il valore della famiglia; non pretende che si imponga per legge tutta la morale cattolica. Già prima del Concilio Vativano II, Pio XII parlò di «laicità dello Stato». Il Vaticano II promulgò la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae) pagando il prezzo della lacerazione con lo scisma di Lefevbre. C’è dunque la reciproca libertà della Chiesa e dello Stato. La laicità dello Stato non è una benigna concessione, ma il riconoscimento di un diritto. A ciascuno il suo. L’evangelico: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» lo richiamava anche Oscar Luigi Scalfaro, che è stato il più cattolico capo dello Stato, ma anche il più laico presidente nei riguardi del Vaticano.

Sono molti i motivi che spingono a scelte diverse dal matrimonio. Anzitutto, la cerimonia del matrimonio è uno sfarzo che non tutti possono permettersi. Altri intendono contestare l’istituzionalizzazione della sessualità e dell’amore, per realizzare non già una promiscuità indiscriminata, ma il libero amore, ove soltanto la responsabilità dei partners e non la legge sancisca il comportamento dei due. C’è un’incantevole canzone di Modugno che esalta l’amore come libera scelta quotidiana. Ma, esaltando il fragile amore umano, da rinnovare più volte al giorno perché rimanga saldo e duraturo, ha esaltato il matrimonio che noi consideriamo la difesa dell’amore (e non già la sua tomba).

Altri motivi che spingono in questa direzione sono: la convinzione che l’amore interessi solo la coppia, e non già la società civile o ecclesiastica; la diffidenza verso le istituzioni giuridiche; il mito della libertà, intesa come assenza assoluta di vincoli; l’esaltazione della spontaneità dell’amore; l’opposizione ai formalismi legali e alle ipocrisie che il diritto potrebbe sancire; un’adolescenziale ed eccessiva fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di mantenere da soli gli impegni assunti.

Non è poi detto che quanti contestano il matrimonio siano i peggiori, né che quanti lo accettano o lo difendono supinamente, siano i migliori. Si può contestare, infatti, il matrimonio istituzionale in nome dei valori della libertà e dell’amore in cui si crede; come lo si può accettare in nome di una visione ingenua che lo fa considerare come il paradiso in terra; o in nome di una visione calcolatrice che lo fa ritenere una sistemazione definitiva per sé e per i propri figli; o di una mentalità fatalista che lo fa sopportare come un male necessario per evitare gli inconvenienti maggiori di una vita da zitelle o da barboni.

 

L’amore che dura

Ritengo che i veri motivi dell’istituzionalizzazione del matrimonio naturale siano realmente quelli poggianti sull’amore e sulla prole. L’argomento, però, può risultare più convincente se non lo si fonda unicamente su dati psicologici più o meno naturalisti, o più o meno unidirezionali. Si tratta di prendere atto della bellezza dell’amore, ma anche della sua precarietà, del suo bisogno di durare nel tempo e della sua difficoltà a farlo. Contraendo un vincolo sociale si mostra, a fatti oltre che a parole, che l’amore non riguarda solo i partners innamorati, ma coinvolge la società alla quale fornisce nuovi membri. Tutto questo vuole che l’istituzione sia a servizio dell’amore e non ne costituisca la tomba. L’istituzione è per l’uomo, non l’uomo per l’ istituzione. Mi tornano in mente analoghe parole di Cristo: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Chissà perché noi cattolici usiamo spesso il discorso repressivo per convincere a fare il bene, invece di illustrare la bellezza della fede. L’annuncio di gioia del Vangelo è agli antipodi della repressione. La droga è proibita, l’aborto è reato, il divorzio è inammissibile, il suicidio è condannato, l’eutanasia è contraria alla legge e così di seguito. Le frustate sono per gli asinelli, non per gli uomini. Non sarebbe meglio fare un discorso positivo, così da spiegare e sollecitare il consenso di chi crede?

Il Concilio Vaticano II ha detto che la teologia morale «deve illustrare l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutti nella carità per la vita del mondo» (Optatam totius, n. 16). La teologia morale di padre Häring venne così assunta dal Concilio. Non c’è prima un Dio che pretende, ma un Dio che dona, ama, chiama, sollecitando la nostra risposta d’amore. Così è anche della teologia morale del matrimonio descritta nella costituzione pastorale su Chiesa e mondo (Gaudium et spes, nn. 47-52). Rimandando alla lettura di questo documento, ricordo che non parla di coppie che devono vivere come fratello e sorella. Si legge infatti: «Là dove è interrotta l’intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli; allora corrono serio pericolo anche l’educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri... La Chiesa ricorda che non può esserci vera contraddizione tra le leggi divine del trasmettere la vita e del dovere di favorire l’autentico amore coniugale» (GS, n. 51).

Le coppie di fatto di cui abbiamo parlato fino a ora sono quelle eterosessuali, che aspettano il riconoscimento della loro convivenza (diritto civile, che spetta allo Stato riconoscere). Ma la rivendicazione è avanzata ora anche dalle coppie formate dai gay, troppo spesso emarginati, disprezzati, delusi. Se muore l’intestatario della casa, il partner viene messo sulla strada. I documenti ufficiali della Chiesa cattolica dicono di no al riconoscimento dei diritti: perché non c’è procreazione, non c’è complementarità, è un’offesa alla famiglia fondata sull’amore e al matrimonio che richiede sessi contrapposti. Si potrebbe obiettare che, dato e non concesso che non ci possa essere la procreazione, anche il matrimonio tra coniugi sterili o anziani si celebrano continuamente. Allora, cosa manca? Conosco coppie che si vogliono un bene e il sano assiste il malato notte e giorno. Non c’è complementarità? C’è tutto l’amore reciproco possibile.

Solo l’integralista potrebbe esigere di più. Non c’è la famiglia? Ma conta di più il sì giuridico o l’amore vero? Non c’è spazio per affrontare qui il tema dell’omosessualità. Ricorderò soltanto la parabola evangelica del fariseo che dice: «Io non sono come quello là in fondo», mentre il pubblicano si batte il petto. Siamo lontani da Cristo che accoglieva peccatori e peccatrici aprendo queste persone alla speranza.

 

Una morale non repressiva

La famiglia, intesa come «comunità di vita e d’amore», ha un grande valore, che merita una difesa sincera, ma senza esagerazione, né retorica, né integrismo. La contrapposizione di due integrismi non giova alla famiglia, ma anzi finisce per nuocerle. Le questioni politiche debbono rispettare la laicità dello Stato, se vogliono che lo Stato rispetti gli interventi legittimi della Chiesa. Se ci mettessimo nei panni delle coppie di fatto, ci vedremmo anche noi defraudati di un nostro diritto di cittadinanza. Due cose soprattutto dovremmo ricordare. Che i nostri avversari qui non avrebbero niente da rimproverare a Cristo, mentre se la prendono con la Chiesa (Cristo era comprensivo). La morale conciliare (e quella insegnata da Haering) non sta nella repressione, ma nell’esaltare la bellezza della vocazione familiare ed educativa;non sta nell’invidiare gli altri che non hanno ancora capito la bellezza e la grandezza dell’amore, simile a quello di Dio per il suo popolo e di Cristo per la sua Chiesa.

Mi direte: «Ma cos’è questa morale non repressiva? Essa crea in me una grande confusione». Quando ho fatto questa domanda a un mio insegnante, egli mi rispose: «Meglio le idee confuse che si possono chiarire che le false certezze». Io aggiungerei: la morale anti-repressiva è lo Spirito Santo che ci parla nel cuore, perché è lui la nuova legge del cristiano. La morale farisaica è quella che pone l’accento sul proibito; la legge di Cristo (Gal 6,2) sottolinea il positivo e le motivazioni di fondo. La Chiesa è tra ieri e domani in cammino con l’umanità. La Chiesa è il popolo di Dio pellegrinante nella storia, sotto la guida dello Spirito Santo. Ma siamo un popolo di peccatori! La grande tentazione della Chiesa è da sempre la tentazione del potere (il trionfalismo). Eppure ha qualche motivo per non vantarsi gloriosamente di tutta la propria storia, né può nascondere i propri caratteri umani. È la Chiesa dei santi, ma anche la Chiesa dei peccatori. La sua è tanto la storia della fedeltà a Dio quanto quella dei fallimenti umani. Perciò ogni cristiano e l’intero popolo di Dio è costantemente sottoposto all’esigenza della conversione. «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). È il popolo di Dio in cammino. Il suo compito non è quello di camminare nel futuro con lo sguardo rivolto indietro. Al contrario, non è orientato al passato, bensì al futuro. Non ci meravigliamo quindi se troviamo nella Chiesa molte cose condizionate dai tempi. Abbiamo bisogno della capacità di discernimento tra ciò che è duraturo e ciò che può mutare nella Chiesa. Duraturo è il suo amore e la sua fedeltà, la sua parola e il suo mandato, il suo corpo e il suo Spirito.

I cristiani devono avere una triplice fedeltà: a Dio, anzitutto, come è logico; alla Chiesa, nella quale incontriamo Cristo e avvertiamo gli impulsi dello Spirito Santo nel popolo di Dio e nel mondo di oggi; all’uomo, infine, perché la preoccupazione di Dio è, appunto, l’uomo. Insieme a questa missione, Cristo promette alla sua Chiesa lo Spirito santo: «Egli vi guiderà verso tutta la verità» (Gv 16,13).

Incaricati del magistero sono uomini che parlano agli uomini; molte cose della dottrina ecclesiastica possono così mutare secondo i tempi e la storia. Per molti interrogativi della vita non ci possono essere ricette morali e soluzioni sicure. Piuttosto si devono, alla luce del Vangelo, indicare i veri valori e ideali.

Il portatore umano dell’infallibilità è innanzitutto e nel più profondo l’intero popolo di Dio, perché lo Spirito vive e agisce nella Chiesa. «La totalità dei fedeli, avendo  l’unzione che viene dallo Spirito santo» (1Gv 2,20), non può sbagliarsi nel credere (Lumen gentium, n. 12).

Oggi si sottolinea maggiormente in teologia morale la libera scelta secondo la coscienza e l’amore. Non si tratta pertanto di un adeguamento alla moda, ma, da una parte, di un radicale richiamo al Vangelo e, dall’altra, prendere sul serio l’uomo d’oggi. Ne viene fuori una morale della responsabilità e delle intenzioni fondamentali. Che conta è l’atteggiamento fondamentale del nostro animo. Tante norme sono concepite semplicemente come un aiuto per orientarsi, ma non come soluzioni sicure. Ciò che è importante è lo Spirito. Esso dà la vita. La lettera uccide (2 Cor 3,6).

Don Leandro Rossi (teologo morale), Famiglia Oggi (2) del Febbraio 2000

 

Bibliografia

Per la posizione tradizionale si vedano tutti i documenti magisteriali: dal Codice di diritto canonico al Catechismo della Chiesa cattolica, ai documenti conciliari: Gaudium et spes ("Chiesa e mondo", nn. 48-52), Dignitatis humanae ("Libertà religiosa"), Persona humana. Tutta la manualistica teologica difende la tradizionale posizione cattolica. La posizione nuova è sostenuta più dai laici e riportata dall’agenzia ADISTA. Al riguardo, inoltre, si veda Thellung A., Morale coniugale scompaginata, Paoline, 1999. La voce Sessualità del Dizionario enciclopedico di Teologia morale, I edizione, Valsecchi A.; altre edizioni di Haering B., Edizioni Paoline. Rossi L., Il piacere proibito: per una nuova comprensione della sessualità, Marietti, 1977, cap. I: "Il matrimonio a difesa dell’amore", pp. 101-114; Rossi L., Morale familiare, EDB; soprattutto i capitoli: "La sessualità per il cristiano" e "Il personalismo matrimoniale", pagg. 113-217; idem, Pastorale familiare, per una realistica imposizione del problema, EDB 1969: specie la parte riguardante: problemi coniugali, familiari e parrocchiali (pagg. 125-326), e la nuova pastorale coniugale, preconiugale ed extraconiugale; idem, Morale sessuale in evoluzione, Edizioni Gribaudi, Torino; I edizione 1968, II edizione 1969, III edizione 1970.