Giorgio Girard.jpgGiorgio Girard. Psicologia «debole» e omosessualità

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13 Settembre 2008. Il professor Giorgio Girard ci presenta il suo libro: «Omosessualità. Paradigma di emancipazione» e ci offre l’occasione per iniziare un percorso di elaborazione culturale il cui obiettivo non è più quello di difendere le scelte delle persone omosessuali dagli attacchi di chi ha della realtà una visione «esclusiva», ma diventa quello di elaborare e aderire a una «cultura dell’inclusione» mettendo in risalto i profondi legami che ci sono fra questa cultura e l’orientamento omosessuale. Il 19 Settembre del 2009, per approfondire questa idea che è nata durante il primo incontro con il professor Girard, gli abbiamo chiesto di venirci a parlare del suo libro «Etica del giudizio e etica della contemplazione» in cui lo stesso Girard propone, sotto forme diverse, le stesse suggestioni che erano presenti nel libro da lui dedicato all’omosessualità. Approfittando della sua disponibilità, abbiamo pensato di pubblicare questo suo articolo pubblicato sulla rivista Neuropsiche (Ananke editore) in cui, partendo proprio dai due argomenti da lui affrontati al Guado, sostiene che omosessualità e contemplazione possono temperare la violenza che è insita in ogni forma di dualismo.

Sommario

Recensione del libro «Omosessualità paradigma di emancipazione» di Giorgio Girard. 1

Un articolo di Giorgio Girard. 1

Due casi emblematici come paradigmi di attenuazione della violenza insita nel dualismo. 1

Abstract 2

Bibliografia. 2

Recensione del libro «Omosessualità paradigma di emancipazione»

Chi legge il libro di Giorgio Girard «Omosessualità Paradigma di Emancipazione. Psicologia Debole e Psicoterapia» (2007) lo può trovare complesso nel linguaggio, nei temi, nelle argomentazioni che porta a sostegno di una tesi che l’Autore, già docente di Psicologia a Torino, offre alla cultura dei nostri tempi, una tesi dotata di sicura attualità psico-sociale, e quindi politica. Crediamo di potere intendere quest’opera come un invito ad un percorso culturale che abbia una premessa tridimensionale, cioè che curi tre atteggiamenti capaci di rendere adeguato l’approccio a una materia così capitale quale è l’uomo. Dunque ci si metta in una posizione: di realismo (si risponda alla domanda: «Di che si tratta?» sapendo che molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità); di ragionevolezza (si adotti un concetto di ragione aperta al mistero, sapendo che il metodo di studio è imposto dall’oggetto stesso); di moralità (si ami la verità dell’oggetto più delle opinioni che ci siamo fatti di esso). A queste condizioni si può affrontare il libro delicato di Girard, che il sottoscritto ha letto con le proprie lenti, acquisite in 30 anni di studi umanistici e in 20 anni come medico nei Servizi di Base.

Girard inizia con una prefazione che ricorda la messa in guardia di Ratzinger davanti al relativismo, ma lui ne vede le possibilità conciliative per il soggetto che cerca se stesso in questo tempo post-caduta delle Torri Gemelle, ed anziché impazzire nella disintegrazione, alza lo sguardo e trova attori mascherati che fanno del monoteismo l’assetto sociologico secolaristico attuale, marcato dalla cifra della separazione (vedovanza?). Tale soggetto si trova mortalmente debole, ma riconosce in loro modelli nei quali riflettersi (riguardo alla genesi del soggetto debole, si veda il colloquio fra Giovanni Testori e Luigi Giussani «Il Senso della Nascita» del 1980). A questo punto si potrebbe commentare che il nostro set è decisamente entrato nel futuro, da quando l’evento spartiacque delle Torri ci fa consapevoli che il vecchio mondo occidentale sta diventando una sola grande casa di riposo, dove siamo resi tutti vecchi (deboli), consumati a motivo dei processi demografici, dei media elettronici, dei movimenti migratori (ci troviamo insieme col nero, col marocchino, col peruviano, col romeno, col cinese, e che facciamo? I bagni alle terme come figure di esperienze battesimali? O qualche sfilata tipo carnevale della croce?).

I cambiamenti sono rapidi, ma rinviano a quello che il Papa ha chiesto oggi all’Angelus: «Chi è l’uomo?». Per rispondere si può adottare il modello non-dualistico proprio del monoteismo: il modello relazionale del «due in uno». In questo passaggio Girard vede la cifra della transizione epocale, che l’accettazione del diverso come «uguale a sé» comporta nell’opinione pubblica.

Con ciò è dato sinteticamente il nucleo tematico del libro, che poi si sviluppa in sette capitoli e una post-fazione.

Nel capitolo «Omosessualità e Psicologia Debole», è profilato un ordine in cui il dualismo del principio di non-contraddizione è contenuto nella complessità confusionale dell’hegeliano et-et illuministicamente, cioè laicamente concepito.

Nel capitolo «Emergere Progressivo del Dualismo» si vede come dopo la Grecia arcaica i linguaggi e l’ars erotica si esauriscono in un pensiero dualizzante che annienta i valori nella morale nichilistica.

Nel capitolo intitolato «Eterosessualità Dualistica e Famiglia verso il Paradigma Omosessuale di Stile Monastico», si nota un passaggio dal duale delle due metà incomplete che si cercano, al modello conoscitivo del totale che pensa ecumenicamente i «diversi dai normali», cioè gli eguali che si trovano in quelle regioni dell’esperienza dove l’uomo, quale soggetto debole, si riconosce nell’immagine delle tracce che l’hanno reso conoscibile.

Nel capitolo «Il Non-Ancora del Paradigma Scientifico» si vede che l’omosessualità infrange il nichilismo dovuto alla supposta  «conoscenza scientifica assoluta» ed apre ad un respiro escatologico che dal fondo dei secoli fa e-sistere l’uomo qui ora, e lo dota di religiosità, di poesia, di spiritualità (diremmo di musica).

Nel capitolo intitolato «Oscurità» si immagina la verità del sesso, ordinata nella confessione di sé con parole che esprimono il disagio di oggi, e cercano di ancorarsi a qualche punto di riferimento per una iniziazione non-dualistica: qui si parla della «notte oscura» dei mistici, che va dal de-siderium (lontano dalle stelle) al «voto dell’anima» e giunge all’abisso.

Il capitolo «Omosessualità come Paradigma Emancipativo» si rovescia il dualismo della logica che vorrebbe comprendere tutto il reale nei propri calcoli e si arriva al sacro stato di mescolanza del sistema sociale (che il sottoscritto trova fatto ad immagine e somiglianza della «casa di riposo-penitenziario» dove si realizza l’ontologia battesimale): il terapeutico si affaccia, dà la ricetta e rimescola le cose dentro la colossale sfida di umanità di oggi.

Nel capitolo «Fare fronte e La Cura» si prescrive appunto un rimescolamento che scioglie i grumi (trombi?) per aiutare la circolazione, trovare un accasamento psico-sociale, fare sistema fino all’amalgama che azzera l’angoscia ed immette nella confusione omeostatica del movimento, come quello di certi programmi tv.

A conclusione del suo libro Girard ricorda che il paradigma omo può portare a spasso per aree di interesse diverse, il suo orizzonte essendo il totale, che conoscendosi debole, adotta scelte sempre limitanti, ma collegate al quadro dei tempi in una linea di continuità.

Alen Pandolfi, Domenica 10 Gennaio 2010

Un articolo di Giorgio Girard

Due casi emblematici come paradigmi di attenuazione della violenza insita nel dualismo

Questo articolo si propone di sollecitare riflessioni inconsuete in quanto tentativo di indagine sulle basi inconsapevoli del comune ragionare umano, anche se in una loro ovvietà apparente.

Su questa linea programmatica ci accingiamo a considerare «l'indispensabilità del due», in quanto in ciascun stato di cose sia indispensabile il negativo, il «no» da cui il «si» trae la sua certezza e la sua rassicurazione.

Si potrebbe dire che la vita dell'uomo consista nell'essere sempre lì a scegliere tra un «si» e un «no».

Quando durante un dibattito sosteniamo una tesi stabilendo lo stato di fatto di una certa situazione che per noi in quel momento è «così e così», e non altrimenti, il nostro «si»  esclude il suo «no», che è appunto «l'altrimenti da così e così».

Il mio interesse da tempo si rivolge a sondare le radici remote di questo meccanismo di conoscenza del mondo basato sul dualismo cognitivo.

Ho fatto questo attraverso riferimenti e richiami che possono a prima vista apparire impropri, come la religione, oppure la famiglia. Essi vengono comunque evocati dal fatto che in ogni decisione che assumiamo escludiamo o rifiutiamo qualcosa: nell'ambito religioso viene rifiutato il peccato e le varie sue assonanze, nella famiglia si identifica un «dentro» dal quale viene escluso il «fuori». A Natale questa esclusione «santa» la si tocca con mano.

Sono stato indotto a soffermarmi sulla violenza potenzialmente insita in questo rifiuto.

Anche se il mio discorso si appunta sulla funzionalità del «due» per la vita - perché è impossibile vivere senza decidere e quindi senza rifiutare qualche cosa -, mi soffermo particolarmente a scorgerne il limite, per focalizzarmi sopratutto sul suo versante distruttivo (senza dunque escluderne la valenza di necessità).

Se pensiamo alla virulenza dei dibattiti televisivi - sopratutto da quando, si potrebbe dire, nei primi anni novanta si è affacciato all'orizzonte della politica il sistema bipolare maggioritario - non abbiamo forse troppa difficoltà a veder di tutto ciò un'estremizzazione nella guerra che affligge l'umanità da sempre. La guerra è l'estremizzazione dell'esclusione e del rifiuto (i quali, lo abbiamo detto, pur hanno una loro benefica vitalità nel coagulo delle identità e delle appartenenze, e nelle urgenze decisionali della nostra vita). Riconnettendoci alla religione pensiamo alle guerre di religione, o riconsiderando la famiglia pensiamo alle faide moderne della mafia o della camorra, oppure a certe sottolineature particolarmente distruttive che spesso la cronaca registra e che sono in stretta relazione con quell’intimità dei rapporti del tutto particolare che s’instaura appunto in famiglia.

Guerra dunque come distillato nefasto della bipartizione che fonda le identità contrapposte di tutto il discorso sul «due». Forse la guerra è allora, come il «due», un fisso ineluttabile del vivere in questo mondo.

Inoltre le opinioni, le quali preludono alle scelte e alle successive prese di posizione più o meno esplicite che ne emergono, implicano giudizio, e implicano l'etica del giudizio (cfr. Girard, 2007a), che è espressione basilare del «due» del dualismo fondativo di ogni pensiero sul mondo. Possiamo pensare che l'essere umano sia indotto a «giudicare come a respirare».

Osserviamo poi che il «due» è maschile nella misura almeno in cui sia accettabile assumere «maschile» la definitezza e la chiarezza di una logica intesa in senso aristotelico, e cioè fondata sul principio di sostanza e di non contraddizione. Ogni cosa è quella cosa ben precisa, e non un'altra. E se dico che «questo è A diverso da quello che è B», mi contraddico quando eventualmente, per errore o per calcolo, affermi che «A é uguale a B». In questo senso è maschile sia la logica del senso comune che quella scientifica che si fondano sull'«aut-aut», per cui le cose stanno «o» così «o» altrimenti.

Tutto ciò premesso, vorrei ora prospettare all'attenzione le lontane e per lo più inconsapevoli radici religiose che secondo me presiedono al senso dicotomico del mondo complessivamente raffigurato sopra.

Sopratutto nei miei libri più recenti (cfr. Girard, 1999; 2001, 2005, 2007a, 2007b) il riferimento alla matrice monoteistica del dualismo si è fatto via via più pressante, probabilmente sollecitato dal macroscopico evento delle torri gemelle di New York del 11 settembre 2001. Mi parve subito del tutto naturale che solo una matrice monoteistica di pensiero potesse portare ad un dualismo che così catastroficamente emetteva il suo giudizio in una definitiva asserzione sul bene e sul male del mondo. Ho poi progressivamente pensato che il «due», che paradigmaticamente presiede dunque all'ordine distintivo del mondo quale lo concepiamo, sia contenuto e pre-visto già nella dualità del rapporto del Dio monoteistico col «popolo eletto», sia nel due «Dio – Israele», sia nell'esclusione che automaticamente si elaborava verso «i non eletti» (popolo eletto - altri). Il paradigma «io - altro» veniva inoltre sottolineato dalla storia d'Israele come progressiva conquista di una nuova terra dopo l'esodo dall'Egitto: come si è visto ogni conquista, ogni guerra, sottolinea massimamente il «due» paradigmatico. Infine il due è rafforzato dalla bipartizione essenziale che il testo biblico sottolinea con la massima forza e cioè la separazione basilare tra monoteismo e paganesimo idolatrico verso una pluralità di dei.

La scontatezza e l'ovvietà con cui inconsapevolmente noi oggi consideriamo il monoteismo un progresso rispetto all'antico politeismo pagano evocano dibattiti recenti sulla costituzione «giudaico – cristiana» della civiltà europea, ma nello stesso tempo ne celano gli aspetti problematici che il dualismo come abbiamo visto esprime.  

Rivolgendomi ora a presentare sinteticamente il versante per così dire propositivo del mio pensiero, prenderò spunto da due concetti su cui gravitano gli argomenti svolti nei miei due ultimi libri (2007a, 2007b): contemplazione e omosessualità come paradigmi.

Mentre come abbiamo visto l'etica del giudizio consiste fondamentalmente nel dualismo che sin qui ho tentato di descrivere, l'etica della contemplazione tenta, per quanto sia possibile all'essere umano, di sganciarsene. Infatti nel primo dei due libri citati si prende variamente in esame, oltreché il paradigma espresso dalle religiosità buddista e indù, l'ottica del misticismo, la quale s'incentra sull'immagine eckhartiana (Vannini, 2002) della trasfigurazione dell'uomo in Dio, paradigmaticamente annullando (mitigando) il dualismo insito nel rapporto dell'uomo verso Dio, con una tensione dell'io a divenire Dio (Io tendenzialmente «uguale» Dio, anziché io «di fronte» a Dio). Equiparazione che tende ad annullare il dualismo e il giudizio che gli si collega nella sua implicita tendenza a far corrispondere il bene con chi giudica e il male con chi è giudicato, entro la classica contrapposizione tra io e «non» io.

Nell'etica della contemplazione c'é dunque una tensione «orizzontalmente» tesa alla realizzazione impossibile di annullamento del dualismo necessario alla vita, nella sua, invece, fondamentale dualistica «verticalità» (ma anche nella sua essenza conflittuale).

Penso che l'epoca che stiamo vivendo esprima per l'appunto il tentativo di affiancare un'etica della contemplazione all'etica del giudizio che pur regge l'asse portante del mondo nel suo semplicismo dualistico essenziale. E' un affiancamento dunque di mitigazione e non di annullamento, una mitigazione consona alla complessità del nuovo soggetto che l'epoca elabora e che nei miei libri indico come soggetto «rappresentativo», cioè assai più avvertito della «vita come palcoscenico» , essendovi indotto dal clima mediatico contemporaneo. Un soggetto che si analizza, e si vede vivere, in qualche misura de-personalizzandosi; che tende sempre più a perseguire deliberatamente il proprio utile, anche «a-moralmente» considerato.

Un soggetto quindi assai più complesso che elabora contradditoriamente se stesso in modo da corrispondere sempre di meno ad analisi psicologiche «scientificamente aderenti ai principi di sostanza e di non contraddizione». Già l’istanza contemplativa fin qui considerata oltrepassa tali principi (che invece sostengono l’etica del giudizio).

Se ci volgiamo al paradigma omosessuale (Girard, 2007b) troviamo ora un’orizzontalità nella mitigazione di quella particolare forma di dualismo che consiste nella differenza sessuale. Qui la mitigazione non va più nel senso di un abbassamento, per così dire, dell’io di fronte al «non io», come nella contemplazione, ma s’instaura come «somiglianza» che interrompe l’alterità sessuale; un po' come avviene «nel paradosso omeopatico» (paradosso sempre ancora rispetto al paradigma dualistico) dove la cura non avviene attraverso l’asportazione del male, secondo la logica del contrastarsi dualistico delle differenze, ma nell’insistenza del «simile verso il simile» secondo un monismo formale entro cui «la logica del veleno non si oppone più a quella del rimedio» come avviene invece nella medicina allopatica, o nell’asportazione chirurgica della parte malata.

In questo senso l’omosessualità nella sua orizzontalità evoca l’annullamento del dualismo che per la sensibilità collettiva sorregge il mondo e il suo ordine, non solo nel suo maschile e femminile, ma anche nel suo bene e nel suo male, nel suo vero e nel suo falso, nel suo bello e nel suo brutto (come in un’etica del giudizio). L’omosessualità sembrerebbe, di primo acchito, in questo senso, negare etica, estetica e scienza; e difatti non troppo diversamente viene considerata l’omeopatia dal «dualista serio».

Tuttavia, come si diceva, la mutata configurazione del soggetto ammette oggi  delle rispondenze e delle sottolineature emotive che tollerano assai più di prima visioni plurime che oltrepassano, almeno in parte, il dualismo fondato sulla chiarezza della distinzione «aut aut», junghianamente e dialetticamente, proponendo compendi simbolici che complementano una ragione pedissequamente intesa (e che Jung chiama «unilaterale»). 

Abstract

In questo articolo si è fatto cenno alla contemplazione ed all’omosessualità come due fattispecie fenomenicamente e disciplinarmente assai dissimili, le quali però, a mio avviso, convergono nel correggere o mitigare l’impatto dualistico fondamentale con cui l’individuo inquadra basilarmente il proprio mondo, e che è stato indicato come «etica del giudizio».

Questa matrice di pensiero si è fatta corrispondere a quella religiosa basata sul monoteismo che bipartisce dualisticamente i propri segnali, secondo un grandioso paradigma dell’impensato. Si è pensato al misticismo e al paradigma religioso estremo orientale come a una correzione tendenziale del dualismo predominante in occidente (più però nella sua efficienza che nella sua moralità).

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